8 Gennaio 2026
Archeostoria

L’eredità degli antenati, centoottantaduesima parte – Fabio Calabrese

Riprendo il cammino sulla pista della nostra eredità ancestrale agli inizi di novembre, ma dovrò far ripartire il percorso da un po’ più indietro, all’incirca dalla metà di ottobre quando ho concluso l’articolo precedente, tuttavia la mia tabella di marcia mi avverte  che questo nuovo pezzo non potrà comparire sulle pagine di “Ereticamente” prima di dicembre.

Questo significa che una distanza temporale, una “forbice” tra gli eventi di cui parlo e il momento della pubblicazione degli articoli, ha ripreso ad allargarsi, si tratta però di poca cosa rispetto a quanto era avvenuto prima che prendessi la “storica” decisione di ridurre il materiale di cui servirmi solo a “MANvantara”, il gruppo Facebook creato dall’amico Michele Ruzzai, una volta constatata essere vana e impossibile la ricerca di una totale esaustività, allora la “forbice” era arrivata alla bellezza di cinque mesi, e la soluzione adottata come ripiego, come compromesso fra le alternative di dedicare unicamente a questa serie il mio spazio su “Ereticamente” o, al contrario, abbandonarla del tutto, si è rivelata, almeno finora, la soluzione meno peggiore.

Cosa riserverà il futuro, questo non è dato di sapere, quello che vi posso garantire, è il mio impegno a rendervi il servizio migliore possibile.

Ricominciamo allora da poco dopo la metà di ottobre.

In un post del 19 Michele Ruzzai ci avverte che un suo nuovo articolo, L’inizio del nostro ciclo, sta per essere pubblicato sul prossimo numero, il n. 10 della rivista spagnola di studi tradizionali “Mos Maiorum”. Penso che non possiamo che complimentarci con il nostro amico che, essendo diventato in pratica un collaboratore fisso di questa pubblicazione, ha decisamente assunto una statura internazionale.

Sempre il 19 troviamo il link a un reel di Jan Anderson su “Gramofon” che ci parla dell’armeno, una delle lingue indoeuropee più antiche e con un alfabeto unico, grazie al quale ci sono stati tramandati un gran numero di testi, sia religiosi, sia di letteratura popolare.

Troviamo poi un link a “12.794 anni fa” che ci parla nuovamente della Kebstone di Knowth, ma dato che la volta scorsa mi sono diffuso ampiamente su di essa, ora mi sembra superfluo ripetermi.

Un post del 23 ci parla dei tre gruppi principali mesolitici e neolitici da cui hanno avuto origine gli Europei di oggi: cacciatori-raccoglitori dell’Europa occidentale, primi agricoltori di possibile provenienza anatolica (non in proporzione tale da giustificare la famigerata teoria di Colin Renfrew sull’onda di avanzamento), cacciatori-raccoglitori eurasiatici di possibile origine siberiana. I lineamenti di tutti e tre i gruppi erano prettamente europidi, con tonalità di pelle che vanno dal nordico chiaro all’abbronzato mediterraneo, capigliature brune, castane o bionde, occhi spesso chiari. Nessuno di essi presenta caratteristiche subsahariane, e l’Out of Africa si rivela una volta di più una bufala.

Facciamo un salto avanti sul medesimo argomento. Il 27 troviamo il link a un post di Jim Reborn che ci spiega che in base ai dati emersi dalle più recenti scoperte genetiche, possiamo supporre che i cacciatori-raccoglitori dell’Europa occidentale, il cui genoma è ancora oggi prevalente tra le popolazioni europee, avessero una pigmentazione non diversa da quella dei popoli dell’Europa mediterranea, “scura” se confrontata al tipo nordico, ma molto lontana da alcunché di subsahariano.

Riprendiamo l’andamento cronologico. In data 23 troviamo riportato un comunicato del LASEV – Laboratorio di Antropologia Sociale e Virtuale Giuseppe Di Vittorio  che annuncia il XIII Laboratorio in streaming dedicato a “Ecomusei”.

Il 24 troviamo un altro link a un articolo di “12.794 anni fa” che ci parla dell’insediamento dell’isola di Temwen o Nan Madol nel Pacifico. Parte di esso è sommerso, e poiché la geologia ci attesta che lì non sono mai avvenuti crolli, subsidenze o bradisismi, l’insediamento stesso deve risalire all’età glaciale, quando il livello degli oceani era significativamente più basso di oggi. Se ciò corrisponde a realtà, significa che l’umanità ha cominciato a dar vita a insediamenti stabili molto prima di quanto ammesso dalla scienza ufficiale.

Un altro post ci parla del pozzo-tholos di Garlo nella Bulgaria occidentale. Si tratta di un’antica struttura neolitica che purtroppo è stata più danneggiata che altro in un malaccorto restauro effettuato nel 1984.

Presenta sorprendenti somiglianze con i pozzi sacri nuragici della Sardegna, come quello, famosissimo, di Santa Cristina. Che gli antichi Sardi possano essere giunti fin là e avercelo realizzato, nulla lo esclude.

Certamente più controversa è la presenza di Vichinghi nell’America del sud, anche se è ormai fuori di dubbio che raggiunsero il continente americano ben prima di Colombo. Il 25 troviamo un link a un articolo di Ana Casale (che belli che sono questi nomi argentini che dimostrano la chiara origine italiana!) – in lingua spagnola su “Infoques Patagonia” che ci parla dell’ipotesi, data peraltro come tutt’altro che certa, della presenza di Vichinghi in Patagonia, supportata dal ritrovamento di alcune incisioni su roccia che sembrano runiche. Quanto meno, la questione rimane un grosso punto interrogativo.

Sempre il 25 un altro articolo ci porta dentro a un altro mistero dell’America meridionale, quello dei Mapuche o Aracani. Questi ultimi erano una popolazione amerindia che resistette agli Spagnoli per più di 300 anni a causa del loro carattere fiero e indipendente. Erano di complessione più robusta, più alti, di pelle più chiara, dai lineamenti più fini e simili agli europidi, di quanto lo siano i popoli amerindi, e parlavano una lingua completamente diversa da quella delle altre genti andine. Sembra che parte dell’élite inca fosse di origine aracana Ancora oggi ne sopravvivono gruppi che mantengono un’identità distinta rispetto ad altre popolazioni. Ma la cosa eccezionale sono gli Aracani di Boroa, quelli che hanno mantenuto il lignaggio più puro: alti, biondi, con occhi azzurri e lineamenti simili a quelli delle genti dell’Europa nord-orientale.

Forse non dovrei dirlo, ma questa mi sembra un’ennesima conferma della teoria che ho sostenuto nei miei libri Alla ricerca delle origini e Ma davvero veniamo dall’Africa?, che dove troviamo grandi civiltà antiche, troviamo sempre alla loro base un popolamento europide, anche dove meno ce lo aspetteremmo, come nel caso delle civiltà precolombiane.

Un link del 27 a un articolo di Rudolf Metzbach su “Nature.com” ci spiega che una recente ricerca genetica ha dato nuovo supporto alla teoria elamo-dravidica, secondo la quale le popolazioni del sudest dell’Iran (Elam) e dell’India meridionale condividono un’origine comune. Prendiamone nota, ma questo rende ancor più improbabile che queste regioni, abitate da popolazioni non indoeuropee, possano essere state l’Urheimat, la patria di origine degli Indoeuropei, che invece, a mio parere, va ricercata nella stessa Europa.

Sempre il 27 troviamo un link a un articolo di  “Scottish Aye” che ci racconta che per la fiaba di Biancaneve, i fratelli Grimm si sarebbero ispirati a un’antica leggenda scozzese.

Il 29 troviamo invece un link a un reel di “Misteri mortali” che ci parla di una assai poco conosciuta minoranza etnico-linguistica che vive nell’Albania meridionale, i Cioban, noti anche come Vak, si tratta di un gruppo che parla una lingua latino-balcanica non troppo diversa dal romeno, ma non si tratterebbe di una popolazione immigrata dalla Romania o dalla Moldavia, bensì dei discendenti di antichi Traci o Illiri romanizzati, un vero fossile linguistico, come lo sono talune comunità greche dell’Italia meridionale, che non sono frutto di immigrazione recente o medioevale, ma discendenti diretti della Magna Grecia.

Il 31, era prevedibile, troviamo un link a un reel di “Giùlamaschera”, “Haloween, la verità nascosta” che ci spiega come la notte tra il 31 ottobre e il 1 novembre che oggi conosciamo come ricorrenza della festa di halloween, oggi ridotta a un carnevale un po’ macabro e molto consumistico, era un tempo la celtica Samain o Samhain, ma anche la romana Lemuria e ricorrenze analoghe, “giorni dei morti” che cadono sempre tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre. In antico, questa data segnava la fine di un anno e l’inizio di un altro, il passaggio da “un ordine” all’altro, e quindi il momento in cui cadevano tutte le barriere, compresa quella che separava il mondo dei vivi da quello dei morti.

Ma qui si ipotizza  che questa ricorrenza abbia in più un significato nascosto, essa, nel momento in cui termina il periodo caldo dell’anno e ritornano il freddo e il buio invernali, risveglierebbe un’antica riminiscenza, quella della catastrofe improvvisa, probabilmente legata a un evento cosmico, forse la caduta sul nostro pianeta di un meteorite o di una cometa, che 12.800 anni fa innescò la mini-età glaciale nota come Dryas recente.

In ogni caso, a mio parere, se ci è ben noto l’aspetto “magico” di Samain-Lemuria, oggi purtroppo ridotta a mero evento commerciale, è bene ricordare tutto ciò, soprattutto in un momento in cui si rinnovano gli attacchi clericali contro questa ricorrenza, falsamente presentata come “compleanno del diavolo”.

A questo punto, prima di andare a vedere cosa hanno in serbo per noi i primi giorni di novembre, sarà forse il caso di dare un’occhiata al gruppo “gemello” recentemente inaugurato, “No OOA, contro la teoria Out of Africa”. Non ne farò per ora un’analisi approfondita, anche perché finora molte delle cose che vi compaiono erano già apparse su “MANvantara” e le ho già commentate, tuttavia non posso non segnalare il fatto che qui ho ri-postato il saggio Ma davvero veniamo dall’Africa?, che ovviamente trovate anche nel libro omonimo.

Questa può sembrare una stranezza: un testo di trecento pagine non può essere contenuto in un post su Facebook, ma la cosa si spiega perché quello relativo alla questione delle presunte origini africane, in realtà è solo uno degli scritti che compongono il volume.

A differenza del precedente Alla ricerca delle origini, infatti esso è composto da una serie di saggi e articoli relativamente indipendenti, il cui clou è rappresentato da un concetto al quale tengo molto e che non è possibile ripetere  con troppa insistenza: la “scienza” democratica non è scienza, ma impostura, ciarlataneria, come spiego nel saggio Scienza e democrazia che è una sintesi dei sei articoli che ho pubblicato su “Ereticamente” sull’argomento, e la bufala della presunta origine africana della nostra specie, ne è appunto un esempio plateale.

Torniamo sulla traccia di “MANvantara” e vediamo cosa ci presenta questo inizio di novembre.

Un post del 4 ci presenta un grazioso volto femminile, una donna dai vistosi orecchini, è la ricostruzione che gli archeologi hanno fatto dei lineamenti di una donna vissuta 2.300 anni fa e i cui resti sono stati sepolti nel kurgan n. 16 della necropoli di Berel appartenente alla cultura di Pazyrik nella regione afgana dell’Altai,

Il corredo funebre, l’aspetto delicato, i gioielli con cui è stata sepolta, parlano di una condizione sociale elevata.

Segue un post che ci parla del culto romano di Feronia. Con questo nome veniva chiamata Diana  nel suo aspetto più cupo (da feralis, tetro), che presiedeva nel periodo più buio al passaggio fra un anno e l’altro, con connotazioni estremamente simili, ne ho già parlato, alla celebrazione celtica di Samain.

Nella stessa data abbiamo un comunicato della Società Storica e Antropologica della Valle Camonica riguardo alla nuova edizione del convegno Alpi Immaginarie che si terrà il 15 novembre a Breno (BS). Tra i temi proposti dai relatori troviamo: Draghi in valle camonica, guida agli avvistamenti letterari, Paesaggio e immaginario in Valle di Susa, Vivere il racconto, abitare la montagna, Sovramonte, microcosmo alpino.

Segue poi un post brevissimo, due righe in lingua latina, che però mi hanno dato molto da pensare. Fas, mos maiorum, minorum, lex, ius. E’ in estrema sintesi l’idea romana e tradizionale dello stato, dell’etica, della legge, dei rapporti giuridici e personali. Tutto ha origine dal fas, l’elemento sacro, ciò che è gradito agli dei. Da esso derivano i mos maiorum, i costumi degli antenati che sono modello per quelli dei discendenti, minorum, da ciò scaturisce la legge nel suo doppio aspetto di lex, legge universale erga omnes, e di ius, regole dei diritti e doveri personali.

Nel mondo romano, verrebbe da aggiungere, non esisteva, sarebbe stata impensabile la contrapposizione tipicamente moderna, introdotta dal cristianesimo, tra legge e morale.

Vediamo ancora in cosa si è ultimamente cimentato il nostro amico (lo dico con fierezza) Felice Vinci autore di Omero nel Baltico.

Il 31 ottobre troviamo postata su You Tube un’intervista condotta da Gianluca Lamberti per “Facciamo finta che” sul tema Antiche mitologie e nuove ricerche. Qui Vinci espone il concetto ricorrente nelle sue opere che nelle antiche mitologie si nascondano indizi di eventi reali, in concreto le tracce di un’antica civiltà globale che avrebbe preceduto la nostra di 12.000 anni.

Il 7 novembre lui stesso ci informa che il suo nuovo articolo in lingua inglese dedicato a Il significato astronomico della mitica fenice è stato pubblicato sul periodico greco “Athens Journal”. Secondo la sua interpretazione, la fenice “che muore e poi rinasce” simboleggia la ciclicità del tempo, e il progressivo spostamento dell’asse terrestre legato al moto precessionale.

Io per ora concluderei dicendo che  questa scelta che ho fatto, affidandomi come fonte principalmente a “MANvantara”, se da un lato mi ha limitato, dall’altro mi ha aperto orizzonti nuovi, inducendomi ad approfondire aspetti di questa ricerca su cui altrimenti non avrei probabilmente concentrato la mia attenzione.

In ogni caso, continuerò a cercare di rendervi il servizio migliore possibile.

NOTA: Nell’illustrazione, a sinistra l’immagine di questa ragazza scozzese correda l’articolo di “Scottish Aye” del 27 ottobre dove si spiega che la fiaba di Biancaneve deriva da un’antica leggenda scozzese. Al centro, il mio libro Ma davvero veniamo dall’Africa?. A sinistra la locandina del convegno Le Alpi immaginarie.

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