4 Settembre 2026
Archeostoria

L’eredità degli antenati, centonovantottesima parte ˗ Fabio Calabrese

Fa un’impressione strana redigere questa centonovantottesima parte in contemporanea con la centonovantanovesima, anzi, a essere sinceri, quella che dovrebbe essere la parte successiva, al momento è in una fase più avanzata di stesura, ma la stranezza si spiega per il fatto che siamo ormai prossimi al duecentesimo numero di questa serie, e la parte seguente dovrà essere la prima di uno speciale celebrativo e riepilogativo che si concluderà con il numero duecento.

Forse, perché c’è un ma, un grosso ma che rischia di scombinare tutto. Come avete visto, ne ho parlato le volte scorse, non solo “MANvantara”, ma anche gli altri gruppi affini che si occupano di eredità degli antenati su Facebook sembrano entrati in crisi e praticamente non vi compaiono post nuovi.

La scelta più ragionevole a questo punto, sarebbe forse di fare macchina indietro rispetto alla scelta che ho fatto nell’ottobre 2024 di restringere le fonti alle quali attenermi solo a “MANvantara” e gruppi FB strettamente affini, allo scopo di avere un’impostazione meno nozionistica, lasciarmi spazio per trattare anche altri argomenti invece di usare quasi per intero il mio spazio settimanale disponibile su “Ereticamente”, e visto che la ricerca dell’esaustività nel mare magnum del web (per tacere di tutto il resto) si è di fatto rivelata impossibile, ma questa è una scelta che, per i motivi che vi ho detto, sono riluttante a compiere.

Insomma, mi trovo in una difficile alternativa tra lo scarso e il troppo.

Diciamo pure che la stesura di questo articolo per non lasciare un “buco” tra la centonovantasettesima e la centonovantanovesima parte, è una scommessa.

Nelle more (ma anche nelle spine del rovo) di questa situazione, cominciamo col dare un’occhiata a cosa ci presenta “L’immagine perduta”, trasformatasi, come vi ho raccontato, da gruppo FB in blog personale di Giuseppe Di Re.

Io non vorrei sembrare eccessivamente insistente, ma anche qui un esame non troppo approfondito ci rivela la solita commistione fra il tema delle origini e le tematiche esoteriche.

Come vi ho spiegato più volte, ciò non stupisce, risponde a precise ragioni psicologiche. La “scienza” democratica, dall’economia marxista alla psicanalisi all’Out of Africa appare come una serie di armi puntate contro di noi e la nostra visione del mondo. Da qui, da parte di molti di noi, la ricerca di un alternativo sapere sovrarazionale che si rivela chimerico e, in ultima analisi, significa fare il gioco del nemico, a cui rimane demandato decidere cosa è conoscenza oggettiva e cosa no.

Ma c’è un piccolo particolare di cui dobbiamo tenere conto: questa “scienza” democratica non è affatto scienza, bensì propaganda, imbroglio, ciarlataneria.

Per trovare un testo che affronti il problema delle origini senza addentellati esoterici o mitologici, bisogna arrivare alla Critica alla teoria Kurganica di Giuseppe Acerbi, che è la ripresa di un articolo già pubblicato nel 2018.

La teoria kurganica, lo sapete, io stesso ne ho parlato più volte, è quella di Marija Gimbutas e Gordon Childe, che colloca l’Urheimat indoeuropea nelle steppe dell’Asia centrale appoggiandosi ai kurgan, monumenti funerari sparsi in quelle desolate pianure.

Acerbi scrive:

Tra le varie teorie sulla patria originaria indoeuropea la più accreditata a livello generale a tutt’oggi è la ‘teoria kurganica’ di M. Gimbutas” .

Un particolare che io non avevo osservato e che Acerbi rileva, è che questa teoria implicherebbe una strana sovrapposizione tra indoeuropeo e turanico, infatti l’area dei kurgan coincide con quella delle lingue turaniche, il Kazakistan e la regione oggi politicamente cinese del Sinkiang.

Tuttavia bisogna notare che questa teoria (forse un’estrema propaggine del mito fasullo dell’Ex Oriente lux) in tempi recenti sembra fortunatamente aver perso parecchia forza, infatti troviamo riportato nel testo di recentissima pubblicazione Una nuova preistoria umana di Widner Berni e Maria Longhena (ed. Feltrinelli):

“ L’ipotesi dell’origine kurganica nella famiglia indoeuropea, ad esempio, risulta oggi del tutto obsoleta, senza alcun sostegno né archeologico né mitologico né letterario”.

Adesso, vista la stagione, permettiamoci una nota più leggera. Ci è pervenuta una comunicazione di Felice Vinci, l’autore di Omero nel Baltico, ma stavolta non si tratta della comunicazione di un suo nuovo articolo o di una conferenza. Ci informa che è andato a prendere il sole e i bagni a Trevignano Romano sul lago di Bracciano. Auguriamoci soltanto che si tenga ben lontano dalla nota santona che ha preso sede in quella località.

Il 7 luglio troviamo su “Storica Natonal Geographic” un interessante pezzo sulla mitologia norrena, la storia del Mjölnir, il magico martello che era l’arma del dio Thor. Secondo la leggenda, esso fu commissionato ai nani da Loki, che poi lo donò a Thor per farsi perdonare di uno scherzo pesante.

Lo stesso giorno, su un sito finora almeno per me sconosciuto, “Tom’s Hardware Italia” troviamo un articolo firmato Antonello Buzzi, che ha avuto davvero il potere di sorprendermi, Simboli di 40.000 anni riscrivono le origini della scrittura.

Sapevo già, e ne ho parlato più volte, che la scrittura non ha origine in Medio Oriente, come peraltro la maggior parte dei testi storici continua a sostenere (sempre il mito fasullo dell’Ex Oriente lux che deforma la prospettiva con cui guardiamo al passato), ma sul nostro continente. Nel 1963 – e non è che da allora acqua sotto i ponti non ne sia passata, e non vi sia stato tempo più che sufficiente per aggiornare i testi – l’archeologo romeno Nicolae Vlassa scoprì nel sito di Turda in Romania, appartenente alla cultura Vinca, delle tavolette riportanti una scrittura che non è stato possibile tradurre, ma in ogni caso più antiche di almeno mille anni dei più antichi pittogrammi sumerici, le cosiddette tavolette di Tartaria, ma ora questa nuova scoperta ci proietta in pieno paleolitico.

Secondo quanto riferisce l’articolo di Antonello Buzzi, gli archeologi tedeschi dell’Università della Saar e del Museo di preistoria e protostoria di Berlino hanno condotto una ricerca sui segni incisi su oggetti paleolitici risalenti a 34.000 – 45.000 anni fa provenienti dalle grotte del Giura Svevo nel sudovest della Germania, circa 3.000 segni geometrici rinvenuti su 260 manufatti. Questi ultimi hanno rivelato una densità informativa paragonabile a quella degli antichi alfabeti.

Naturalmente, non è possibile tradurli, ma bastano a darci un’idea della preistoria molto diversa da quella a cui eravamo abituati.

In questo periodo, su “MANvantara” non troviamo molto, solo un post che segnala l’ultimo scempio “democratico” e “politicamente corretto”, la nuova Odissea cinematografica di Nolan con una Elena di Troia nera.

A noi può sembrare semplicemente un’offesa a Omero e una deturpazione di uno dei poemi che costituiscono la base della cultura europea, ma il discorso è più complesso e più sottilmente pericoloso. Non dobbiamo dimenticare che dietro di noi vengono generazioni che il voluto e sistematico deterioramento dell’istituzione scolastica ha reso ignoranti, di fatto funzionalmente analfabeti in fatto di storia.

Quello che i giovani vedono, mentre la sostituzione etnica è in atto, è l’immagine di un passato inventato, tramite la quale si fa credere che l’obrobbrio multietnico sia qualcosa di “normale” e “sempre esistito”, mentre un insegnamento scolastico falsato racconta loro non solo la favola che verremmo dall’Africa, ma che i nostri antenati sarebbero stati neri fino a poche migliaia di anni fa, un metodo perfetto per addormentare le coscienze.

E’ la lezione orwelliana: manipolando e riscrivendo il passato, si domina il presente, ed è certo estremamente degno di nota il fatto che tutto ciò che George Orwell tre quarti di secolo fa denunciò in 1984 come orrori del totalitarismo, si ritrova oggi nella democrazia.

Proseguiamo intanto con la rassegna, in verità piuttosto sconsolante, della situazione di crisi dei gruppi e dei siti che si occupano o si sono occupati della nostra eredità ancestrale.

Fra i siti che avrei deciso di mantenere come fonte per continuare a redigere L’eredità degli antenati  dopo “la svolta” dell’ottobre 2024, vi sarebbe stato senz’altro “L’arazzo del tempo” se non fosse stato per il semplice fatto che già allora da tempo non vi comparivano nuovi post.

Questo sito, vorrei ricordare, si era avvalso come collaboratori, di alcune figure d’eccezione, in primo luogo Felice Vinci, del quale credo di non dover aggiungere nulla a ciò che vi ho detto più volte, poi ad esempio Susy Blady, questa persona, nota al grosso pubblico come pimpante showgirl, ha anche un lato meno noto e più serio come ricercatrice.

Ma soprattutto questo sito si è messo in luce nel dare notizie di carattere archeologico che  l’archeologia ufficiale non dà, si guarda bene dal dare o sembra proprio voler censurare: ad esempio, ci ha raccontato di due insediamenti preistorici dell’area balcanica, Yunasite e Lepenski Vir, entrambi più estesi e più antichi della mediorientale Gerico a cui di solito viene falsamente attribuito il titolo di “più antica città del mondo” che invece dovrebbe spettare a uno dei due. Ma credo che non occorra ora rifare il discorso sul mito fasullo dell’Ex Oriente lux, sullo strabismo mediorientale che continua a impestare l’archeologia e a deformarne i risultati.

Sempre nell’ambito di questo sito, tra tre collaboratori di esso, Felice Vinci, Susy Blady e Karl Kello, è nato il libro Il meteorite iperboreo.

E’ un fatto assodato che il passaggio dall’Età del Bronzo all’Età del Ferro non è stato così lineare come forse ameremmo credere. Popoli fin allora marginali o primitivi trovarono nell’uso di armi forgiate col nuovo metallo, un incomparabile vantaggio militare che permise loro di avere la meglio su civiltà più antiche e fino a quel momento più evolute. Gli esempi più classici sono probabilmente la caduta della civiltà minoica (collegata anche all’eruzione del vulcano dell’isola di Santorini) e la crisi del regno faraonico d’Egitto che fu quasi soffocato dall’invasione dei Popoli del Mare.

Il ferro di cui disponevano questi antichi conquistatori era soprattutto di origine meteorica, portato sul nostro pianeta da bolidi provenienti dallo spazio, miniere di materiale ferroso sarebbero state individuate solo in un secondo tempo.

Bene, ci dicono i nostri autori, tutto sarebbe cominciato con un meteorite ferroso caduto nella località nordica di Saarema.

Come già aveva messo in rilievo Felice Vinci in Omero nel Baltico (e non parliamo di Tilak), il ruolo del nord nella storia umana è sempre stato grandemente sottovalutato dalla storia e dall’archeologia ufficiali che preferiscono sempre guardare dalla parte opposta.

Ultimamente, una ricerca in internet mi ha fatto scoprire due siti con lo stesso nome, nessuno dei quali però è quello, di cui non c’è più traccia. La crisi è verosimilmente più estesa di quel che avevo pensato.

Intanto, però è possibile segnalare per il 7 luglio un nuovo post su “MANvantara” che ci parla dell’origine degli Europei. Secondo un recente studio di Krinstenstein e Willerslev, il genoma europeo avrebbe assunto il suo aspetto attuale circa 5.000 anni fa in seguito all’incontro e alla fusione tra la cultura pastorale Yamnaya (la più antica riconosciuta come indoeuropea), e quella degli agricoltori europei di origine neolitica.

Resta riconfermato il fatto che non c’è traccia di quella massiccia intrusione di geni mediorientali nel DNA europeo che si sarebbe dovuta verificare se, come postulato dalla teoria dell’onda di avanzamento, gli agricoltori neolitici europei fossero stati di origine mediorientale-anatolica. E’ invece possibile che gli Europei abbiano semplicemente appreso le tecniche agricole dai vicini anatolici, e che poi l’agricoltura si sia espansa nel nostro continente per successivi apprendimenti, oppure che sia frutto di una o più scoperte autonome.

La situazione attuale, lo avete visto, non consente di fare pronostici sulla prosecuzione a lungo termine di questa serie di articoli, tuttavia, quanto meno, non c’è nessun rischio di una cessazione immediata o a breve termine. Ho già messo in cantiere in previsione della “magica” cifra tonda dei 200 numeri, uno speciale riepilogativo che sarà diviso in due parti, la centonovantanovesima e la duecentesima. E già essere riuscito a concludere questa parte portandola a una lunghezza decente, lo ritengo un successo.

Poi si vedrà, la situazione si è di certo fatta più difficile, ma chi ha detto che solo le imprese facili vadano tentate?

NOTA: Nell’illustrazione, a sinistra un disegno raffigurante un Moai, una delle gigantesche teste scolpite dell’Isola di Pasqua, che è parte del logo de L’immagine perduta. Il logo è costituito da questo disegno riprodotto tre volte in dimensioni crescenti. Al centro una figurina umana scolpita nel legno risalente a 40.000 anni fa, che fa parte del corredo di oggetti ritrovati nelle grotte del Giura svevo. Gli archeologi tedeschi hanno interpretato i segni rinvenuti su di essi come le tracce di un’antichissima scrittura. A destra, il libro Il meteorite iperboreo, di Felice Vinci, Susy Blady e Karl Kello.

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