Comincio con il dirvi con una certa soddisfazione che la drastica “cura” cui ho sottoposto “MANvantara” con l’eliminazione impietosa(?) di tutti i post che non rispettavano il focus del gruppo – che poi è lo stesso delle tematiche di questi articoli, ossia l’eredità degli antenati – sembra aver avuto l’effetto di una sferzata positiva, e infatti, come avete visto la volta scorsa, in breve tempo, quasi come per magia, è comparso un buon numero di post di argomento storico e archeologico come non se ne vedevano da tempo sul gruppo.
Riprendiamo allora le nostre tematiche precisamente da dove eravamo arrivati la volta precedente.
La volta scorsa, se ricordate, proprio in chiusura dell’articolo, vi ho menzionato un post che parla di John R. R. Tolkien, evidenziando il fatto che l’autore del Signore degli anelli ha costruito, soprattutto nel romanzo Il silmarillion, un’elaborata teogonia che, di fatto, va oltre il cristianesimo. Quello che ho omesso (o meglio scordato di citarvi, nessuno è immune dall’errore, tanto meno il sottoscritto), è che si tratta anche in questo caso di un link, stavolta a “L’immagine perduta”, e questa è un’altra storia interessante, perché quest’ultima, nata come gruppo Facebook, si è poi trasformata in un vero e proprio sito o blog internet curato da Giuseppe Di Re, e le tematiche di cui si occupa sono archeologia, cultura, miti. Un’altra cosa che vale la pena di tenere d’occhio.
Ora ricominciamo con un link del 16 maggio a un articolo del “National Geographic” a firma di Juan Pedro Chuet-Missé, anche se per la verità è una scoperta di cui si sono occupati diversi media. In Scozia, nel lago Loch Bhorgastail, nelle isole Ebridi esterne si trova un’isola artificiale, un crannogh, un villaggio su palafitte come ne esistono molti altri risalenti al periodo tra l’Età del Ferro e il Medioevo, ma ecco la sorpresa. Sotto di esso gli archeologi dell’Università di Southampton hanno scoperto una piattaforma lignea vecchia di 5.000 anni, il che dimostra che gli antichi Scozzesi sapevano erigere crannogh già nell’età neolitica. Come sempre, come avviene a ogni nuova scoperta, questi antichi europei si rivelano più in gamba, più tecnicamente avanzati di quanto siamo soliti pensare.
Il prossimo post è una comunicazione di Ethnofilm, la scuola del documentario etnografico che ci informa che sono aperte le iscrizioni per l’anno accademico 2026\2027.
Il 19 maggio troviamo il link a un reel di “You Top”. Sembra che sia stato finalmente svelato uno dei più sorprendenti misteri tecnici dell’archeologia, l’incredibile resistenza del cemento romano. Quello che produciamo noi, dopo pochi decenni comincia a sbriciolarsi, quello romano no, basta pensare alla cupola del Pantheon, ancora intatta dopo duemila anni. I ricercatori hanno scoperto che il segreto è nella composizione. Quello romano era formato da calce viva, cenere vulcanica, pozzolana e tufo. Al contatto con l’acqua la pozzolana genera cristalli che vanno a riempire le eventuali crepe. E’ un materiale che non solo resiste, ma si rigenera.
Il 21 troviamo un link a un articolo di “The Daily Digest” che ci racconta una storia singolare. Un team di ricercatori dell’Università Masaryk di Praga guidato da Jiří Macháček, studiando una fibbia dorata di età medioevale raffigurante un serpente che mangia una rana, ha scoperto che lo stesso motivo si ritrova in un gran numero di fibbie coeve diffuse in Germania, Ungheria e Boemia. Questo ha portato i ricercatori a supporre che l’uso di esse contraddistinguesse gli adepti di un culto pagano medioevale, del quale per ora non abbiamo altre tracce, probabilmente un culto misterico.
Abbiamo poi il link a un articolo di Ilaria Rossella Pagliaro su “Green Me”. Che in Danimarca possano essere state ritrovate delle tavolette incise in caratteri cuneiformi, è piuttosto sorprendente, lo è di meno quando apprendiamo che si tratta di materiale proveniente dal Medio Oriente spedito al Museo di Copenhagen da una spedizione archeologica danese negli anni ’30 dello scorso secolo e messo da parte senza essere stato adeguatamente catalogato.
Le tavolette, riscoperte nell’ambito del progetto Hidden Treasures provengono da Hama, città siriana conquistata e distrutta dagli Assiri nel 720 avanti Cristo, e contengono materiale molto vario: magia, medicina, politica, contabilità, lettere, liste di personale, merci, re mitici e re storici. Fra tutte, si nota per la sua prosaicità, una ricevuta per una partita di birra.
Abbiamo poi una comunicazione della Cinabro Edizioni che ci informa della pubblicazione del libro Custodi della Tradizione di Edoardo Ciampi.
Riporto direttamente da essa:
“Questo libro non è una semplice raccolta. È uno strumento di introduzione alla dottrina tradizionale. Attraverso un indice analitico per argomenti – articolato in oltre 100 voci – esso offre un accesso diretto al pensiero di 164 autori del XX secolo appartenenti a diverse tradizioni religiose…Non un’antologia neutra, ma una selezione rigorosa di studiosi che, in forme diverse, si collocano all’interno di una visione tradizionale del mondo. Alcuni di questi testi vengono qui presentati per la prima volta in lingua italiana”.
Il 25 Felice Vinci ci informa di aver presenziato in Polonia alla presentazione di Omero nel Baltico in lingua polacca, è la nona presentazione all’estero del suo libro. Io vorrei ricordare anche che lo scorso ottobre ho partecipato a Roma alla presentazione di Omero nell’Egeo, opera postuma di Ernesto Roli curata dalla vedova Sabine Steinmayer, che si può considerare una “risposta” alla tesi baltica di Vinci, ma bisogna dire che al di là della contrapposizione delle tesi, questi dibattiti sulle nostre origini remote ci aiutano a comprendere chi veramente siamo, e l’importanza del passato che abbiamo alle spalle.
Il 27 troviamo due link, entrambi ad articoli di “12.794 anni fa”. Il primo presenta un titolo molto significativo: Forse non veniamo dall’Africa. La prova della non africanità dell’origine della nostra specie consisterebbe in una serie di impronte fossili indistinguibili da quelle umane moderne rinvenute in una località cretese nota come Trachilos, ma risalenti a 6 milioni di anni fa. Ne segue un ragionamento ovvio. Se come queste impronte e altre cosa sembrano dimostrare, già in quest’epoca remota gli ominidi erano presenti in Europa, soprattutto in quella mediterranea, non c’è alcun motivo di pensare che il passaggio all’uomo, la nascita della nostra specie, siano avvenuti proprio in Africa.
A mio parere, si può dire qualcosa di più. L’Out of Africa non è una teoria scientifica, ma un costrutto ideologico, creato a prescindere assolutamente dai dati reali, inventato con lo scopo di “battere il razzismo” e farci subire senza troppa resistenza l’invasione extracomunitaria perché “siamo tutti africani”. Vorrei ricordare che ho scritto un libro, Ma davvero veniamo dall’Africa?, allo scopo di dimostrare che l’Out of Africa è una falsità.
L’altro post linkato è altrettanto degno di interesse, ci racconta che negli Stati Uniti, in un sito lungo il fiume Colorado noto come Hartley Mammoth, gli archeologi hanno riportato alla luce i resti di una femmina di mammut e del suo cucciolo che portano inequivocabili segni di caccia e di macellazione umana. Nei pressi sono stati ritrovati i resti di un fuoco da campo, con le ossa bruciacchiate di animali più piccoli. Fino a qui, niente di eccezionale, ma c’è un particolare: questo sito risale a un periodo tra 36.000 e 39.000 anni fa, mentre la vulgata ufficiale ci racconta che le Americhe non sarebbero state colonizzate dall’uomo prima di 11-12.000 anni or sono.
Ora io non vorrei che voi pensiate che io ci tenga ad assumere a tutti i costi un atteggiamento di “io ve l’avevo detto”, ma il fatto è che avevo rilevato da tempo che la cronologia ufficiale della storia delle Americhe è troppo corta sia nel capitolo La storia perduta delle Americhe che trovate nel mio libro Alla ricerca delle origini, sia in un articolo dallo stesso titolo che ho pubblicato diversi anni fa, nel 2012 sul n. 7 della rivista “La runa bianca”, sia in internet.
Ancora una volta, non è per rivoltare il coltello nella piaga, ma si capisce bene che una presenza umana nelle Americhe già attorno a 40.000 anni fa, è poco compatibile con un’idea dell’ “uscita dall’Africa” della nostra specie che si vuole avvenuta pochi millenni prima.
Il 29 troviamo un link a un post di “RAI cultura”, dove stranamente si parla del grande storico delle religioni Mircea Eliade, stranamente perché si tratta di una di quelle figure che “la cultura” ufficiale vorrebbe dimenticare.
In esso lo scrittore Pierfranco Bruni riporta una frase di Eliade: “Per curarsi dell’opera del tempo, occorre ritornare indietro e ricongiungersi all’inizio del mondo”.
E’ certamente un concetto che non ci viene nuovo, l’aveva già espresso Machiavelli parlando di quel ricominciamento dalle origini che devono fare i popoli e gli istituti che vogliono rinnovarsi. Si tratta peraltro di un’idea che si colloca su di un asse concettuale opposto ai miti progressisti oggi imperanti.
Troviamo poi una comunicazione dell’Associazione Tradizionale Pietas che ci parla del secondo convegno internazionale tenutosi a Leonforte (Enna) da venerdì 29 a domenica 31 maggio, dedicato a “Cerere e la terra del grano: simboli del pane”. Noi tutti sappiamo quale importanza hanno avuto fino a tempi moderni il grano e i cereali per l’alimentazione delle popolazioni contadine.
A margine della stessa comunicazione, troviamo un commento che ci racconta che nello stesso tempo è avvenuta a Napoli una rievocazione storica in omaggio della sirena Parthenope, semi-divinità eponima da cui avrebbe preso il suo nome più antico la città.
Io penso che l’impegno dell’Associazione Tradizionale Pietas per ridare nuova vita alla spiritualità autoctona italica, sia meritevole del massimo apprezzamento e incoraggiamento.
Il giorno 30 troviamo tre link postati in rapida successione dello stesso contributore, che trattano del medesimo tema, sono link a: “Conoscenze al confine”, “L’immagine perduta” e alla Libreria di Princeton – quest’ultimo ovviamente in lingua inglese, e il tema di cui trattano tutti e tre, è quello dei giganti che un tempo sarebbero vissuti nelle Americhe, in base ai racconti e alle leggende dei nativi americani. C’è, come sempre, il problema di quale peso dare a narrazioni tramandate quando non siano supportate da ritrovamenti e prove materiali, ma sappiamo che quando gli Spagnoli giunsero in Patagonia, furono colpiti dall’alta statura e dai grandi piedi dei nativi là incontrati. “Patagones”, il nome che diedero loro, passato poi a indicare quella parte del continente americano, significa appunto “Piedoni”.
Proprio a I giganti della Patagonia (vi do il titolo in italiano), è dedicato l’articolo della Libreria di Princeton.
Come sapete, come vi ho già raccontato, durante il periodo di deriva nel quale “MANvantara” è stato letteralmente invaso da post della più varia natura, ma che nulla avevano a che fare con il focus della nostra eredità ancestrale cui il gruppo nelle intenzioni di Michele Ruzzai e mie, il gruppo avrebbe dovuto attenersi, sono stati proprio questi ultimi a diventare rari. Ora, dopo la pesante ripulitura da me effettuata, la tendenza pare essersi invertita, e sono rimasto sorpreso di quanto sia possibile ottenere con le cattive quanto non si riesce a ottenere con le buone maniere.
Come avete visto, in quella circostanza, e non volendo, per motivi che vi ho più volte spiegato, tornare a una Eredità degli antenati vecchio stile, ho allargato il discorso ad altri gruppi Facebook, ma, sempre per non ripetere altre brutte esperienze che abbiamo avuto in passato, solo a una rosa molto ristretta di essi, “Tradizione primordiale e forme tradizionali”, “Frammenti di Atlantide-Iperborea”, “L’immagine perduta”, prima che quest’ultimo, Michele Di Re prendesse la decisione di trasformarlo in un vero e proprio blog o sito. Per non parlare di “No OOA, Contro la teoria Out of Africa”, che è una vera e propria dipendenza di “MANvantara”.
Per quanto riguarda “L’immagine perduta”, avete visto che compaiono su “MANvantara” diversi articoli e post linkati da esso, ma a questo punto non potevo non dare un’occhiata anche agli altri gruppi, e al riguardo si nota un’assenza di novità che mi fa pensare che essi abbiano funzionato come “rifugio” per le nostre tematiche mentre su “MANvantara” compariva tutt’altro, cosa che adesso è diventata inutile.
Tuttavia, nel corso di questo breve riesame, mi è venuto da soffermarmi, su una frase, due parole che fanno da sottotitolo a “Frammenti di Atlantide-Iperborea”: “Ricomporre Babele”.
Il riferimento è chiaramente alla leggenda biblica della torre di Babele e della dispersione delle lingue che impedisce agli uomini di capirsi, e sottintende un’unità perduta da ritrovare. A pensarci, la stessa cosa vale per il nome del gruppo. Quello che ci rimane di Atlantide e Iperborea sono appunto frammenti, brandelli di mito che il trascorrere del tempo, l’allontanarsi dalle origini, ha reso sempre più sbiaditi. Lo stesso concetto lo troviamo nel titolo de “L’immagine perduta” ed è ancora meglio esplicitato da un testo come Species with Amnesia di Robert Sepher.
Noi abbiamo dimenticato gran parte del nostro passato, e questo ci porta a una comprensione mutila di noi stessi. Ricostruirne la trama, riannodare il legame con l’eredità degli antenati, è precisamente il compito che ci proponiamo, il compito che io stesso, pur nella consapevolezza della modestia dei miei mezzi, mi propongo.
NOTA: Nell’illustrazione, a sinistra il libro Custodi della Tradizione di Edoardo Ciampi, al centro, l’immagine della dea Cerere, dalla locandina del convegno ad essa dedicato dall’Associazione Tradizionale Pietas, a destra l’edizione polacca di Omero nel Baltico di Felice Vinci.

