E siamo giunti a giugno, anche se la mia tabella di marcia, che tengo sempre d’occhio, mi avverte che questo articolo non potrà comparire su “Ereticamente” prima di luglio-agosto. Poca cosa, in ogni caso, rispetto ai ritardi che questa serie di articoli accumulava prima della “riforma” da me introdotta nell’ottobre 2024, quando questa serie di articoli era arrivata ad accumulare ritardi di ben cinque mesi.
Giugno è il mese che chiude la prima parte dell’anno, il mese del solstizio estivo, e nuovi appuntamenti sono in vista, a cominciare dalle mie conferenze al festival celtico triestino Triskell, sulle quali non mancherò di relazionarvi.
Tra l’altro, saprete di certo che per tradizione giugno è il mese dei matrimoni. Non a caso, matrimonio in tedesco si dice Hochzeit, letteralmente tempo alto, cioè il periodo dell’anno attorno al solstizio estivo, in cui il sole è più alto nel cielo, scelto apposta perché i bambini concepiti in questo periodo nascessero in primavera e potessero godere più a lungo possibile ella bella stagione nel loro primo anno di vita, una strategia di sopravvivenza nata in tempi in cui le comunità umane, soprattutto contadine, erano povere e con meno mezzi di oggi.
A ben guardare, vi sono moltissime cose di cui potremmo dare un’interpretazione rituale o mistica, ma che esaminate da vicino, riflettono soprattutto l’esigenza umana di operare per la sopravvivenza propria e delle comunità di cui l’uomo fa parte.
Tuttavia, prima di procedere, come di consueto, a esaminare ciò che ha da offrirci il web, in particolare “MANvantara” ma non solo, in questo periodo, vorrei farvi partecipi di alcune riflessioni basate sulla mia esperienza personale.
Come già vi ho raccontato nell’articolo Tempo di passaggi, questa pasqua ho fatto un viaggio in Inghilterra e una gita fino a Stonehenge che, come senz’altro sapete, è considerato il più classico e iconico dei monumenti megalitici europei. Vi ho anche già detto che quest’esperienza è stata in parte una delusione, perché, come era avvenuto molti anni fa con un viaggio in Francia e la visita al museo parigino del Louvre, con la visione della Gioconda leonardesca, la grande familiarità con le immagini viste riprodotte mille volte, toglie quasi del tutto l’impatto emotivo.
Un particolare sul quale mi è capitato di riflettere ultimamente, è che le famose pietre blu si possono facilmente distinguere dai sarsen, i grandi monoliti che costituiscono l’ossatura principale del monumento grazie alla loro forma, che è quella di piccoli menhir e alle dimensioni più ridotte, ma quanto al colore, è lo stesso grigio chiazzato di licheni dei sarsen.
Si dice che cospargendole di acqua, assumano una tonalità bluastra, da qui il loro nome, ma pur avendole osservate da molto vicino, non ho potuto toccarle, e tanto meno provare a irrorarle.
Se ci si dovesse soltanto basare sull’effetto ottico, sarebbe francamente difficile immaginare per quale ragione i preistorici costruttori del monumento avrebbero dovuto compiere la non certo trascurabile impresa di trasportarle fino a lì dalle Praseli Hills del Galles. Ma il motivo c’era.
La zona delle Praseli Hills è nota da tempo immemorabile per le sue fonti termali, che in un’epoca precedente la medicina moderna, era uno dei pochi strumenti che si avevano per alleviare sofferenze e malanni di vario tipo.
Con ogni verosimiglianza, i costruttori di Stonehenge avranno pensato che le pietre blu avessero lo stesso potere, e probabilmente la cosa funzionava, grazie al meccanismo noto come effetto placebo, cioè la convinzione di disporre di una cura efficace, che di fatto migliora le condizioni dei malati e che per millenni, fino alle scoperte di Louis Pasteur, è stata praticamente l’unica arma efficace di cui la medicina disponesse.
Tutto ciò conferma chiaramente l’idea di Darwill e Weinwright che Stonehenge fosse, oltre che un centro cerimoniale, un luogo di cura, una Lourdes della preistoria, come l’hanno definita.
Aggiungerei che non abbiamo alcun diritto di sorridere di questi antichi europei, se pensiamo alla tantissima gente che ancora oggi per risolvere problemi di salute si affida all’acqua di Lourdes, a “preghiere di guarigione”, a santoni, medium, ciarlatani e pratiche stregonesche di ogni tipo.
Aggiungerei un’altra considerazione: come avete visto, le volte scorse vi ho parlato del libro Una nuova preistoria umana di Widner Berni e Maria Longhena. Quell’umana finale potrebbe sembrare un pleonasmo, invece ha un significato preciso. Il termine “preistoria” ha un significato estremamente vasto, si riferisce a un arco temporale immenso, che va dai miliardi di anni fa della formazione del nostro pianeta ai circa cinquemila anni or sono quando inizia la nostra storia documentata. In questo caso, si intende precisare che ci si riferisce al divenire della nostra specie, non all’epoca dei dinosauri. Si parla di migliaia, non di milioni di anni fa.
Una precisazione che sembrerebbe banale, ma vorrei ricordare un fatto: come sapete, come non mi curo affatto di nascondere, io sono anche un autore di fantascienza e di narrativa fantastica. Una decina di anni fa scrissi un romanzo, pubblicatomi dalle Edizioni Scudo nel 2017, Uomini e sauri, nel quale immaginavo una comunità umana vissuta nell’era terziaria, all’epoca dei dinosauri, e costretta a lottare per la vita con queste creature gigantesche. Per giustificare la cosa e darle un minimo di plausibilità, inventai una serie di citazioni pseudo-scientitiche che non furono la parte più piccola del lavoro.
Da una serie di commenti che ricevetti dopo la pubblicazione del libro, capii di aver fatto un lavoro sostanzialmente inutile. Per la maggior parte dei lettori, era pacifico che uomini e dinosauri avessero convissuto. Il modello di preistoria che avevano in testa, era quello del cartone animato dei Flintstone, non quello fornitoci dalla scienza.
Sicuramente, tutti quanti costoro avevano un minimo di scolarità, e si saranno trovati esposti alla corretta scala dei tempi della storia del nostro mondo, e allora dovremmo interrogarci sul perché per la maggior parte della gente le nozioni scolastiche sembrano scivolare via come l’acqua di un fiume, perché in poche parole, la scuola non funziona.
Come vi ho detto più volte, quella di seguire principalmente la pista di “MANvantara” per non perdermi nel mare magnum delle notizie archeologiche che compaiono nel web e altrove, è una limitazione che mi sono autoimposto, non un obbligo di legge, e se da qualche altra parte compare qualcosa di importante o interessante, non c’è motivo di non farne menzione. L’ho fatto tempo fa con il libro di Widner Berni e Maria Longhena, ora pare che il caso si ripresenti.
Un filmato postato su You Tube da un sito denominato “Fortress of Lugh” presenta sulle nostre origini un’interessante teoria, la teoria italo-celtica. Detto in termini molto semplici, Italici fra cui latini e Romani, e Celti sarebbero più affini fra loro rispetto ad altri gruppi di popolazioni indoeuropee, essi infatti trarrebbero una comune origine dalla cultura del bicchiere campaniforme, una delle più vaste culture indoeuropee preistoriche. La prova al riguardo sarebbe rappresentata dalle sorprendenti somiglianze tra il gaelico e il latino. Viene riportata una lunga lista di vocaboli, a loro volta confrontati con i termini di un’altra lingua indoeuropea, l’inglese, che appaiono significativamente diversi.
Ve ne trascrivo qualche esempio. Gaelico tarw, latino taurus, toro. Gaelico dia, latino deus, dio. Gaelico mil, latino mel, miele. Gaelico dans, latino dens, dente. Gaelico gafr, latino caper, capra. Gaelico olann, latino lana, lana. Gaelico arathar, latino aratrum, aratro. Gaelico gran, latino granum, grano. E così avanti, una lista che nel filmato è molto più lunga. Veramente c’è da stupirsi come ciò finora non abbia attirato l’attenzione dei linguisti, ma non sarebbe la prima volta che, riguardo alle nostre origini riscontriamo strane cecità della cultura ufficiale.
Passiamo ora a vedere cosa ci riserva “MANvantara” in questo periodo.
Il 31 maggio troviamo il link a un articolo di “12.794 anni fa” che ci racconta una storia davvero sorprendente. Si parte dal disegno di un’antica carta del mondo tracciata da Erodoto. In esso è evidenziato un grande fiume che, da un lato si collegava al Nilo, dall’altro faceva un lunghissimo percorso verso ovest fino a sfociare nell’Atlantico. In tal modo, tutta la parte di Africa settentrionale, dai monti dell’Atlante in giù, che oggi conosciamo come Magreb, formava una sorta di isola.
Non si sarebbe trattato di un errore cartografico. Quel grande fiume esisteva davvero, e oggi le popolazioni locali conoscono il suo letto disseccato come Tammanraset.
L’articolo, che è un estratto del libro Atlantide 2021 – Il continente ritrovato di Carlos Bisceglia, ipotizza che la “quasi isola” dell’Atlante fosse appunto l’Atlantide platonica.
In tutta franchezza, Atlantide, in base a ragioni più o meno valide, è stata identificata in tanti luoghi, da Helgoland a Santorini, dall’Irlanda alla Sardegna, dalla Groenlandia all’Antartide, che al riguardo non me la sento di pronunciarmi, oltre tutto il nome dell’autore, notoriamente fantasioso, induce alla cautela.
Il 9 giugno Felice Vinci da comunicazione di una nuova conversazione con Luca Zampi, postata su You Tube da “Lost in the past”, nella quale ha affrontato vari temi mitologici e misteri dell’antichità, da Sansone al mito della fenice.
Il 12 il nostro infaticabile amico ci annuncia che il giorno 24 sarà a Grosseto presso l’associazione Molino Hub, dove nell’ambito della manifestazione “Molino che racconta”, esporrà i contenuti dei suoi libri I segreti di Omero nel Baltico e I misteri della civiltà megalitica.
Probabilmente saprete che il disco di Festo, ritrovato nel 1908 nell’omonima località cretese, è uno degli artefatti più misteriosi dell’antichità. Si tratta di un disco di argilla che reca su entrambe le facce una scrittura composta da pittogrammi che da oltre un secolo sfuggono a qualsiasi tentativo di decifrazione. Presenta una vaga somiglianza con la scrittura lineare A cretese del pari indecifrata. “Starinsider” gli dedica un articolo il giorno 13. Dalla lettura di esso, scopriamo che il suo scopritore, l’archeologo Federico Halbner era italiano, anche se dal cognome non sembrerebbe.
Domenica 14 un reel del “Quotidiano Nazionale” informa che da venerdì 12 sono aperte in tutta Italia le giornate dell’archeologia, con la possibilità per il pubblico di visitare i cantieri di scavo. Il filmato sottolinea l’importanza dei ritrovamenti archeologici compiuti in tempi recenti, fra cui spicca quello della basilica vitruviana di Fano.
Il 16 giugno un reel di “Starinsider” si occupa di religione. A quanto pare, mentre altre religioni “tengono” più o meno bene, il cristianesimo è in declino in tutto il mondo, sempre più persone si dichiarano atee, agnostiche, o “non religiose”, ma ci viene segnalata anche la rinascita di movimenti pagani o neopagani in particolare in Estonia e in Islanda. Per quanto riguarda la Svezia, il servizio non parla esplicitamente di paganesimo, ma del ritorno a pratiche tradizionali non cristiane. La sensazione è quella di un’anima antica e profonda dell’Europa, soffocata ma non estinta da secoli di cristianizzazione, che oggi sta riguadagnando spazio.
Giugno, qui da noi a Trieste, è il mese del festival celtico Triskell, e anche quest’anno svolgerò l’impegno ormai per me consueto, di tenervi un paio di conferenze. Cosa volete farci, non è possibile deludere le persone che ormai ci contano. Tuttavia, come credo di avervi già anticipato, delle due che ho in programma di tenere, probabilmente non metterò i testi su “Ereticamente”. La prima, fissata per giovedì 18 riguarda la mia attività di curatore di antologie di fantasia eroica per le Edizioni Scudo, e di agganci con la politica non se ne vedono molti, la seconda, programmata per venerdì 26, ha per tema Il mondo celtico alle origini della civiltà europea, e qui una connessione almeno con la dimensione storica e metapolitica ci sarebbe, infatti, una volta di più, mi propongo di spiegare la mia tesi secondo la quale, in contrasto con il mito (o la favola) dell’Ex Oriente lux, le vere radici della nostra civiltà non si trovano né in Medio Oriente, né altrove, ma proprio qui nella nostra Europa, e il mondo celtico ne costituisce una parte tutt’altro che secondaria, anche se spesso sottovalutata.
Tuttavia, il fatto è che è basata su argomenti che ho trattato in abbondanza su “Ereticamente”, anzi il cui testo è formato almeno in parte da spezzoni di articoli già apparsi sulla nostra testata, e non mi sembra corretto rivendervi due volte la stessa merce, semplicemente cambiando l’etichetta. Forse ve ne presenterò una sintesi.
Ma, rivedendo le cose con attenzione, non è una cosa sicura che nemmeno per quanto riguarda l’argomento della prima delle due conferenze, agganci con la dimensione politica non ve ne siano. Si tratta di una tematica che credo di aver esplicitato con molta chiarezza soprattutto nella quarantatreesima parte di Narrativa fantastica, una rilettura politica, la libertà immaginativa della letteratura fantastica si pone su di un asse concettuale che è proprio l’opposto del plumbeo “realismo socialista” proprio della sinistra, e allora, magari senza ripeterlo in un nuovo articolo apposito, almeno menzioniamolo qui.
NOTA: Nell’illustrazione, a sinistra il libro Atlantide 2021, il continente ritrovato di Carlos Bisceglia, al centro I segreti di Omero nel Baltico, il libro più recente di Felice Vinci, a destra il logo del festival celtico triestino Triskell.


1 Comment