25 Ottobre 2025
Autobiografico

La morte di Mirella. Venezia è Mirella – Renato Padoan

La morte di Mirella

Mirella non a me personalmente, che avevamo chiuso e non sto a dire ora il perché dalla mia parte, che comunque inclina al patetico e non certo all’odio, ma con altri amici e mia sorella aveva del tutto cessato di comunicare. Di mia iniziativa, a distanza di un anno da quando non si era più fatta sentire, ho voluto portare Stefania alla casetta di Spinea e vedere che cosa fosse mai successo.

Partiti da Belluno, guidati da Tom Tom attraverso un dedalo complicato finale di stradine campagnole urbane, riusciamo a intravedere la casa dalla parte oltre del sottopassaggio, la casetta rossa. Riattraversiamo il cavalca ferrovia e ci portiamo dall’altra parte. Scendiamo dalla macchina e a piedi compiamo l’ultimo tratto di strada. La parte davanti della casa verso nord la si vede abitata e ben curata. Procediamo un po’ oltre e la casetta di un tempo, simile a una casella del gioco dell’oca, a una stazioncina ferroviaria, appare come una rovina intrisa e corrosa di erbe dalle imposte fatiscenti. Quello che era un giardino albereto non è che un grumo di terra sconvolta. Non vi è nessuna traccia di vita accolta e raccolta. È il compiuto dominio dell’edera e della ruggine di contro a un’intercapedine plastica che la divide da quel binario che era parte integrante della casella del gioco dell’oca. Tutto intorno non c’è più quello strano paesaggio che si prolungava per le campagne fino al campanile di Oriago. Hanno costruito dappertutto dove si poteva costruire ed è un assemblaggio di casette villino di bassa estrazione progettuale.

Suono il campanello e chiedo notizie ai vicini che abitano la parte davanti. Una signora si affaccia alla finestra ed un’altra più giovane viene al cancello. Mi presento. Che ne è della mia ex moglie? Mirella è morta da un anno, qualche giorno in più qualche giorno in meno, esattamente da un anno da questo giorno. È morta come sapremmo dal necrologio scovato solo ora in rete il …… Del funerale si è preso cura una clinica casa di riposo in cui stava alla fine dal nome che si spera sia stato augurale “Giorni sereni”. I vicini di casa ci tengono a precisare che proprio nessuno l’amava, che con tutti i vicini aveva baruffato e che se ero stato suo marito e mi ero separato prima e poi divorziato, ero forse più degno di commiserazione che di comprensione. Ora sto interessandomi per recuperare alcune mie personali cose che dovrebbero stare ancora lì dentro. Mirella non volle abbandonare quella casa. Non si diede da fare per venderla e trovarne un’altra. Rimase lì convinta forse che sarei potuto ritornare. Si rese guardiana di tutto quel che era successo e che fu bello, compresa l’ospitalità data a quello scrittore potenziale italiano semi americano, che una sera invocò l’ausilio di un’ambulanza e il ricovero a Mirano temendo un collasso. Ci provai forse, non per restarci ma per rievocare qualcosa, ma lei era vecchia e stanca e tutto era in disordine l’ultima volta che ci andai. Teneva un cane femmina enorme, un pastore bergamasco che mi si era talmente affezionata quell’unica volta che ne feci conoscenza, che non voleva più lasciarmi andare. Gli resi le chiavi in modo definitivo pensando non ci fosse più alcuna ragione per rivederla. Tutto era ricordo e credo non ci sia peggio del ricordare se non rimane che questo. Vale per la vita quel che vale per il ricordo. Quando segnalarono al filosofo il merito di Simonide per aver inventato l’arte di memoria il filosofo rispose che assai meglio sarebbe stato se avesse inventato l’arte dell’oblio. Per una vita intrisa di ricordi e speranze meglio che prolungarla sarebbe auspicabile eliminarla una volta per sempre. Una scienza che prolunghi indefinitamente una vita senza una conclusione di risposta, è tale da proporci la vita di una cavia che si muove e muove indefessa la sua propria gabbia in forma di ruota credendo di avanzare col coraggio dell’intelligenza davanti al didietro della sua fuga infinita.

Venezia è Mirella

Non posso che accettare in toto la tesi che nel suo latinizzato De Homine propugna Gregorio di Nissa, e cioè che la fine del mondo, il suo svelamento, l’apocalisse non potrà che essere la fine dell’uomo, della sua storia. La sopravvivenza del mondo senza che qualcuno l’abiti, è semplicemente impensabile, veramente inimmaginabile. L’uomo è frazione di questo universo denominato e nominato, franto e infranto e qualora dovesse venir meno il nome stesso, quel che lo parla verrebbe meno il tutto. Quel che ci rappresenta e che siamo non è un numero naturale come una posizione ordinale o una quantità cardinale ma un rapporto, una ratio, una frazione infrazione. Non può sussistere un rapporto se uno dei termini viene meno e la nostra vita non è che un relazionarsi a quel che ci alimenta e sorregge ed accoglie i nostri escrementi. Venezia è nutriente e per esserlo rende i suoi abitanti autenticamente cannibali. Non si può certo distruggere quel che ci alimenta senza perire noi stessi, ma è altrettanto certo che se non vi sarà più qualcuno che di Venezia si nutre sarà venuta meno la stessa Venezia. L’anoressia di Venezia prenderà la forma del venir meno del suo appetito, dell’insistere del desiderio. Venezia non può che desiderarsi e si dovrà suggerla per nutrirsene, ma se il suo seno si prosciuga si sgretolano tombe e muoiono i cimiteri. Venezia non può che essere i corpi e le spoglie dei suoi abitanti non diversamente da quest’Universo. Chi ora cercasse i resti, le reliquie di Venezia non potrebbe per certo trovarli in Venezia ma in una casetta abbandonata dell’entroterra spinetense. Venezia fu ed ebbe nome Mirella. Di Mirella rimane poco e quel che rimane è solo in parte suo.

Prima che fosse estromessa da suo ultimo ricovero “Anni Sereni” per la sua tomba sguarnita e dalla precedente dimora in Via dell’Unità, poco oltre il cavalca ferrovia che conduce a Spinea, nell’entroterra veneziano, Mirella aveva dimorato con suo padre e sua madre e ancor prima con sua sorella in un appartamento ricavato all’interno della Scuola degli Albanesi. Era un appartamento oscuro ma con due finestre proprio sopra quel bassorilievo che raffigurava l’assedio di Scutari. Gli Albanesi prima che fossero sopraffatti dagli Ottomani e fornissero alla loro potenza militare i Giannizzeri ripararono e furono accolti in Venezia e in Italia nella Calabria. A questa storia remota si aggiunse quella di suo padre che emigrò dal Friuli già maestro elementare e di pianoforte perché la sua figlia primogenita frequentasse il Conservatorio di Venezia. Questo Conservatorio fu e rimane uno degli attrattori vitali della capitale di un tempo. Ma non andò come quel padre predisse. La sorella di Mirella rimase incinta, si mummificò in un matrimonio riparatore e non mantenne la promessa di diventare quella pianista che già aveva suscitato l’ammirazione di Malipiero. Suonò con perizia e sensibilità un difficilissimo Debussy per diplomarsi al Benedetto Marcello e poi il suo pianoforte a coda tacque per sempre nella casa più signorile che abitò fino al fallimento del marito ai piedi del ponte del Paradiso. Nessuna delle due sorelle abitò dunque in Venezia in una casa di proprietà. Lo stipendio di un maestro elementare emigrato in Venezia per la realizzazione di un sogno, stimatissimo e ricordato dai molti allievi che ebbe nella Scuola Elementare Scarsellini di San Samuele, poteva appena consentirgli l’affitto di un appartamento ricavato con molta approssimazione nella vestigia monumentale già morta e annerita di un passato sepolto e appena stupefacente per chi scendendo dal ponte del rio di Santo Stefano avesse portato lo sguardo su quel bassorilievo e le due finestre sopra quelle inferriate dell’aula della Scuola degli Albanesi. Costretto a portare l’orbace fascista che lo avrebbe reso ridicolo per la sua bassa statura, ma che doveva indossare dopo averlo calpestato di rabbia, nelle cerimonie di rappresentanza degli italiani nati nell’entusiasmo giovanile di una patria sognata, Vittorino il maestro che aveva istruito in operine cantate le due figlie delle quali l’una avrebbe voluto fare invece l’attrice nonostante quel talento musicale che la rese muta per sempre. Non diventò né attrice né pianista la figlia maggiore ma fu attrice la figlia minore che dopo aver sofferto la penuria di cibo che afflisse la popolazione più povera durante la guerra si riscattò infine nell’assunzione come dattilografa e segretaria particolare in uno dei templi più solenni dell’impiego cittadino: Le mitiche Assicurazioni Generali. Quest’impresa dedita all’esercizio del danaro, del credito che si tutela nelle proprietà e si offre all’affare stette per quasi un secolo laddove avevano sede le Procuratie Vecchie. Nulla fu più connaturato alla storia pregressa della città di quest’insediamento. Ma non bastava certo all’ambizione vocazionale d’artista di una segretaria il decoro dell’essere parte di una tale istituzione. Si esigeva dell’altro e quest’altro era un Teatro Universitario che per una serie di meritori accidenti si era installato nella “cavana”, dove trovavano riparo le gondole a sfociare nel Canal Grande, del palazzo forse più nobile di Venezia, la dimora dei Foscari di Ca’ Giustinian dei Vescovi che poteva fregiarsi nello stemma dell’aquila imperiale bicipite. Questo Teatro era universitario nel nome, per il resto era un’impresa privata diretta da un fiduciario sia dell’autorità accademica universitaria, che offriva la sede per l’esercizio dell’arte, che del maggiore contribuente finanziario cioè a dire il Ministero del Turismo e dello Spettacolo. Mirella era diversa dagli altri membri della confraternita artistica. Aveva qualche anno in più della media degli studenti e disponeva di più danaro e si presentava impellicciata. Che fosse presa in giro non stupisce più di tanto in una città dove tutti lo fanno a spese di sé stessi e degli altri senza rancore e d’altronde il repertorio di questo teatro fu essenzialmente comico sia sulla scena che fuori. Vi era però un qualità indiscutibile delle persone per spirito e cultura e si può ben dire che il far parte di questo teatro era una sorta di privilegio invidiato e sospetto da parte degli esclusi che non mancarono. Mirella era già una donna più matura rispetto agli altri e diventò la sposa del suo più giovane direttore. Girò un po’ di mondo con lui e fu in Francia, ad Istanbul e a New York. Ebbe la soddisfazione di compiacersi di ritagli di giornale che la elogiavano, insomma fu una vera attrice e quando venne meno il suo matrimonio che fu l’enfasi della carriera le rimase con la rabbia di aver perso il marito il piacere di frequentare l’arte come una micidiale rompiscatole ammiratrice dei grandi, delle vedette dello spettacolo come Nureiev e dopo di lui il Maestro Muti. Del suo esilio, della sua sua estromissione da Venezia, dalla sua casa di San Maurizio, dalle Assicurazione Generali che abbandonarono le Procuratie per installarsi nella campagna di Mogliano Veneto capitò ancora che lasciasse dopo la separazione anche un appartamentino piacevole e moderno in quel di Cannaregio dove vivemmo insieme fino alla separazione. Non le rimase per concludere l’esilio e la vita in una mezza casa più simile a una stazioncina ferroviaria che lui il marito amava sommamente e che l’aveva indotta a comperare e a intonacare di rosso con le imposte di verde. Quella casetta separata dal resto, da cui era possibile profilarsi verso un orizzonte lontano di campagne nella perdita a vista del binario, giace abbandonata, invaso l’alboreto abbattuto e sradicato di prima da cuscuta ed edere. Per chi potesse col consenso di un Amministratore di Sostegno violarne il segreto ed entrarvi si offrirebbero le spoglie impellicciate di una vecchia signora, i cassetti ribaltati e presumibilmente depredati dei suoi preziosi, argenti anneriti, libri e libri di lui e un mare di cianfrusaglie il cui valore è solo il ricordo per chi ne abbia memoria. Quel che è terminale non può essere esteso né duraturo e così il tramite stesso, il transito, il crocevia non sarà per la funzione che uno e indiviso. Un crocevia non ospita che sé stesso. Il transito non sarà mai una partenza o un arrivo ma sarà tale e lo stesso medesimo in ogni sua parte e momento. Sulla pila disordinata di appunti, scritture e bollette che stanno sul tavolo antico è il culmine della discesa nel cenotafio l’album delle sue nozze. Si vedono gli sposi che non durarono in quel di Torcello che non si poté allora essere più veneziani di così per aver celebrato le nozze in quella che fu la basilica che costituì il germe di Venezia, l’inizio quasi della sua storia.

Il sonno di Mirella è quello di Venezia. Non ha risveglio. Dormono ambedue per sempre in quella casa accanto al binario! Venezia è il cadavere mesmerizzato, biologicizzato di Valdemar. Vivrà fintantoché se ne parla, se verrà insufflata di fiato e parole, di significato e di senso.

 

1 Comment

  • giovanna bonacini 5 Settembre 2025

    Ricordi di tanta simpatia e risate. Ciao, Mirella cara!

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