7 Marzo 2026
Società

La morte della coscienza – Livio Cadè

Nota: propongo qui gli appunti che ho usato per una conferenza da me recentemente tenuta sul tema dei trapianti di organi. Il testo eccede ovviamente lo spazio di un normale articolo. Me ne posso scusare dicendo che il tema è assai vasto e complesso, e che questa, di fatto, ne è solo una rapida sintesi.

Il tema di questo incontro può essere riassunto così: il trapianto di organi è conciliabile con il rispetto della vita? È un tema del quale è difficile parlare, non solo perché evoca il tabù della morte ma perché la nostra società vi ha costruito intorno un muro di interdizioni culturali. Difficile perché si lega a sofferenze e drammi personali che spesso rendono impossibile riflettere obiettivamente. Difficile perché implica problemi medici, filosofici, religiosi, giuridici.

E tuttavia, nonostante le molte asperità concettuali, lo Stato ci chiede di esprimere la nostra posizione in merito a tale problema attraverso una scelta sintetica: sì, no, non so. Ma su cosa si può fondare una tale decisione? A quali informazioni possiamo attingere per valutarne le varie implicazioni etiche, scientifiche, sociali? Non credo ci si possa appoggiare a vaghe impressioni personali. Ritengo invece necessario approfondire l’argomento liberandosi dalle pastoie di pregiudizi e luoghi fin troppo comuni.

Per questo dissento dal presidente dell’AIDO quando dice: “è facile disquisire in modo astratto su morte encefalica, coma od altro, se si sta bene, ma in che condizioni saremmo se dal trapianto dipendesse l’unica occasione di vita per noi o i nostri cari?”. Certo esiste un problema emotivo, un bisogno, ma vi sono altri numerosi e importanti elementi da esaminare.

Se chiediamo ai media, alle istituzioni, risponderanno che la prassi dei trapianti è assolutamente compatibile col rispetto della vita, perché serve a salvare vite umane. Quindi la donazione di organi è “gesto di grande carità, di generosità, di altruismo, estremo atto d’amore” ecc. Ma questa enfasi celebrativa nasconde una logica pericolosa, che rende la morte di qualcuno utile a qualcun altro, la logica del “mors tua vita mea”.

Quando un bambino attende un cuore nuovo, tutti si augurano che lo trovi al più presto, senza pensare che questo significa augurarsi la morte di un altro bambino. Un tale mi disse: “se mio figlio avesse bisogno di un cuore, sarei pronto a uccidere con le mie mani per trovarne uno”. E quando la Legge rese obbligatorio l’uso del casco, un dirigente AIDO si disse molto preoccupato, perché questo avrebbe diminuito il numero di traumi cranici e quindi la disponibilità di organi.

La nostra empatia va sempre e solo al ricevente, al suo bisogno. Il donatore diventa solo un mezzo per soddisfarlo, una risorsa da sfruttare. Questo crea una visione economica del corpo umano. Gli organi divengono simili ai pezzi di ricambio di una macchina, hanno un loro listino prezzi, circolano come merce in un mercato di carne umana.

Fu soprattutto il professor Massimo Bondì, patologo docente alla Sapienza di Roma, autore di importanti studi sul cervello, che nel corso di lunghe conversazioni, circa 35 anni fa, mi fece capire quanto i trapianti di organi non fossero solo un argomento medico ma un problema di etica sociale e di civiltà, materia di dibattito antropologico e culturale prima che di accademismo scientifico.

Per entrare nel nocciolo della questione trovo utile ricordare le parole di Giovanni Paolo II: “il rispetto dovuto alla vita umana vieta assolutamente di sacrificarla, anche se fosse a beneficio di un altro essere umano che si ritiene di dover privilegiare”. Questo è per altro quanto stabilisce la stessa Legge laica. Perciò il Pontefice esortava i medici a procedere al prelievo degli organi solo quando ci fossero “criteri oggettivi e adeguati di accertamento della morte del donatore”. Benedetto XVI ha in seguito ribadito che il prelievo è moralmente ammissibile solo “ex cadavere”.

Il problema nasce proprio qui, da questa utopia. Non ha senso infatti prelevare gli organi di un cadavere, perché in un corpo morto non c’è più circolazione sanguigna, e questo ne provoca la rapida necrosi. Il prelievo deve quindi avvenire mentre il corpo è ancora vivo. Questo significa, brutalmente, che il prelievo è un omicidio, a meno che la legge non ammetta un nuovo concetto di morte.

Questo concetto è la “morte cerebrale”, cioè un’ipotesi di morte basata su criteri neurologici. Questa ipotesi, ci vien detto, “è accettata dalla maggioranza degli studiosi”. Formula che sembra imporre un dogma, una verità indiscutibile, rendendo irrazionale ogni obiezione. In realtà v’è un gran numero di studiosi che rifiutano quell’ipotesi. Ed è preoccupante che vi siano controversie su cosa significa esser morti. Perché questo implica il dubitare su cosa voglia dire esser vivi.

E se la vita è un soggetto incerto, incerto è il rispetto che le dobbiamo. Se la morte viene relativizzata, resa oggetto di ipotesi dubbie, lo stesso diritto alla vita viene messo in discussione. Ci manca quel criterio assoluto posto da Giovanni Paolo II quando dice: ”il rispetto dovuto alla vita umana vieta assolutamente di sacrificarla”.

Alcuni dicono che vita e morte non sono realtà oggettivamente definibili, ma concetti arbitrari, convenzioni sociali, e che quindi vanno definite in modo relativo e socialmente utile. La “morte cerebrale”, dicono, è utile. Non serve sapere se è oggettiva. Accettare questo principio relativista ci lascerebbe di fatto liberi di decidere in modo discrezionale chi è morto, e di negare ad alcuni quei diritti che comunemente riconosciamo alle persone vive.

Potremmo decidere di sacrificare alcune vite perché secondo noi valgono meno di altre. Proporre, come fecero due illustri studiosi nella Germania degli anni ’20, di eliminare i soggetti “privi di valore vitale”, e affidare i criteri e le modalità di tale selezione a degli specialisti. Attraverso i media, i social, non sarebbe difficile convincere la gente che ciò corrisponde a criteri razionali, a un bene comune, a un progresso sociale. Cerchiamo dunque di rispondere alla domanda: cos’è la vita?

Per millenni l’umanità ha risposto in modo metafisico: a vita è la manifestazione di un principio immateriale, o ‘anima’, che informa la materia. La morte si identificava quindi con un distacco dell’anima dal corpo, distacco manifestato da segni imprescindibili: assenza di respiro e battito del cuore, freddezza, livor mortis, rigor mortis. Segni coerenti con l’assenza di un’anima, che venivano accertati mediante vari esami empirici e strumentali.

In modo scientifico si può rispondere che la vita è un insieme integrato di processi – metabolismo, omeostasi, autoregolazione ecc. – e che la morte è la fine totale e irreversibile di questi processi, un collasso sistemico che induce nell’organismo vivente una disgregazione. Tuttavia la legge vigente non dice questo, dice che “la morte si identifica con la cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo”.

V’è qui un problema logico prima ancora che scientifico. Potrei dire: “il concepimento si identifica con la cessazione del flusso mestruale”. Ma per sapere se ciò sia vero o falso devo chiarire il significato di ‘concepimento’. E infatti, l’assenza di mestruo, benché segno coerente con una gravidanza, non è sufficiente a diagnosticarla.

Così, “la morte implica la cessazione delle funzioni dell’encefalo” non vuol dire “la cessazione delle funzioni dell’encefalo implica la morte”. Per dissipare l’equivoco occorre fornire un significato generale della morte. Allora, se il significato della ‘morte’ è dissoluzione sistemica, disfacimento organico, il segno encefalico è sufficiente a esprimere tale significato? Vediamo.

Il corpo di una persona in “morte cerebrale” è caldo, la sua pelle rosata, il suo cuore batte, i suoi polmoni respirano con l’aiuto di un respiratore. Definirla ‘morta’ contraddice ogni senso comune. Se qualcuno volesse seppellire quella persona o cremarla, mentre si trova in quelle condizioni, lo troveremmo orribile. Dovrebbe quindi farci orrore anche l’idea di espiantare i suoi organi.

Quando il chirurgo pratica l’incisione, la pressione sanguigna del donatore mostra spesso una brusca impennata, il suo cuore accelera violentemente i battiti. Talvolta compie dei movimenti – le braccia si incrociano sul petto, le mani toccano il collo – che ostacolano il chirurgo. Al presunto morto vengono perciò somministrati dei farmaci paralizzanti. Questi movimenti degli arti, detti “segni di Lazzaro”, vengono liquidati come “riflessi spinali”. Ma questa spiegazione non ha base scientifica, è solo una rassicurazione psicologica. Difatti si raccomanda di praticare al presunto cadavere un’anestesia, “per placare ogni paura di sensibilità residua”, come dice un prontuario sanitario.

Se la morte è “collasso sistemico totale” come si spiega che un morto respiri, abbia battito del cuore, una pressione sanguigna e una temperatura corporea nella norma, possa essere idratato, nutrito, digerire il cibo, cicatrizzare una ferita, guarire un’infezione? Com’è possibile che in lui continuino fondamentali attività sistemiche, endocrine, metaboliche, chiaramente orientate alla sopravvivenza?

Per evitare il paradosso di un morto in cui persistono basilari funzioni organiche, alcuni hanno proposto una distinzione fittizia tra ‘morto’ e ‘cadavere’. Il donatore, dicono, è morto, ma solo dopo il prelievo è un cadavere. La morte non sarebbe più un fatto unico ma una gradualità di stati, il fluire di un indefinito processo. E tale processo quando comincia? Si potrebbe dire: alla nascita. È vero che non si può stabilire l’istante preciso della morte, ma proprio per questo dobbiamo avere la  certezza che quel punto invisibile sia stato superato. Occorre, come si dice, un criterio ‘massimale’, che non consenta alcun ragionevole dubbio.

Possiamo con certezza dire ‘morte’ donne che portano avanti una gravidanza per mesi e partoriscono figli sani? Qualche anno fa qualcuno propose addirittura di usare queste donne in “morte cerebrale” come uteri in affitto. Persone “cerebralmente morte” hanno resistito per mesi o anni in quella condizione di morte presunta, prima di morire in senso ‘tradizionale’. È  noto il caso di un bambino dichiarato morto a 4 anni secondo i criteri neurologici, che la madre assistette fin quando morì all’età di 21 anni, dopo aver attraversato i fenomeni fisiologici evolutivi tipici della pubertà e dell’adolescenza.

Dire che queste persone sono ‘morte’ perché “tenute in vita” da  una ventilazione artificiale non ha alcun senso. Se attacchiamo un cadavere a un respiratore possiamo solo riempirlo d’aria, non certo rianimarlo e tenerlo in vita. Nessuna macchina può far respirare un morto, cioè regolare lo scambio gassoso nei suoi polmoni. E per altro, molti malati sopravvivono grazie a un respiratore, e non per questo li definiamo morti.

Qualcuno sostiene che le persone dette in “morte cerebrale” siano morte in quanto presentano condizioni generali prossime alla morte e irreversibili. Ma questa, ognuno lo capisce facilmente, è una previsione, non una constatazione di fatto. Quando il Titanic urtò l’iceberg, l’ingegnere che aveva progettato la nave stimò i danni strutturali, fece dei calcoli e predisse che sarebbe affondata in circa due ore. Aveva ragione. Ma “la nave affonderà” è diverso da “la nave è affondata”. E un cervello umano è molto più complesso di una nave, più esposto a previsioni errate.

Infatti, l’autopsia condotta su centinaia di donatori ha dimostrato che le lesioni riportate dall’encefalo erano in molti casi meno gravi di quanto si era supposto, e che tali lesioni si potevano forse curare. La stessa idea di irreversibilità va dunque ripensata.

L’esperienza giapponese è in tal senso illuminante e sconvolgente. Il Giappone ha negato per molto tempo valore scientifico alla “morte cerebrale”. Così, persone che altrove venivano dichiarate morte, fino al 1999 in Giappone erano assistite, sottoposte a terapie per contenere il danno all’encefalo – riducendo l’edema cerebrale mediante ipotermia. I medici giapponesi riuscirono così, in oltre il 50% dei casi, a risvegliare dal coma quelle persone e persino a riportarne alcune a condizioni di vita normale.

In anni più recenti risultati analoghi sono stati ottenuti da uno studioso brasiliano, il dott. Coimbra, il quale ha curato e guarito animali in ‘morte cerebrale’. Questo conferma che tale stato indica solo un coma gravissimo, ma in certi casi reversibile. Del resto, oggi salviamo persone colpite da infarti che un tempo avrebbero avuto conseguenze mortali, e in futuro potremo forse salvare quelle persone che oggi definiamo cerebralmente morte.

Per comprendere meglio il problema dobbiamo risalire alle sue radici storiche. Bisogna andare al 1967, quando Barnard fece il primo trapianto di cuore. In breve tempo la richiesta di organi si fece pressante. Questo poneva un enorme problema legale. Gli organi andavano infatti prelevati da persone vive, a cuore battente. Per questo Barnard era andato a operare in Sudafrica, dove il governo gli aveva concesso l’immunità.

A causa delle numerose polemiche, il presidente Johnson diede a una commissione ad hoc dell’illustre università di Harvard l’incarico di dirimere la questione. Il documento di Harvard, pubblicato nel 1968, va letto con estrema attenzione, non solo perché i protocolli in esso contenuti hanno ispirato le varie legislazioni, ma perché vi troviamo il nocciolo della questione:

“Il nostro obiettivo principale è definire come nuovo criterio di morte il coma irreversibile. La necessità di tale definizione è legata a due ragioni. 1) Il miglioramento delle tecniche di rianimazione e di mantenimento ha condotto a sforzi crescenti per salvare malati in condizione disperate. A volte tali sforzi non ottengono che un successo parziale, il cui risultato è un individuo il cui cuore continua a battere ma il cui cervello è irrimediabilmente leso. Il peso è grande per quei pazienti che soffrono di una perdita permanente dell’intelletto, per le loro famiglie, per gli ospedali e per quelli che avrebbero bisogno di letti ospedalieri occupati da questi pazienti in coma. 2) Criteri di morte obsoleti possono originare controversie nel reperimento di organi per i trapianti.”

Un’utile quadratura del cerchio che libera letti, solleva i parenti e gli ospedali da un carico gravoso, rende legittimi i prelievi di organi. Non si esprime un’esigenza scientifica, si cerca solo di rispondere a nuove necessità sociali.

Molti scienziati, giuristi, filosofi, teologi, si opposero. Celebre rimase la diatriba di Hans Jonas, il filosofo, che denunciò apertamente l’abuso medico sotteso al nuovo paradigma. A causa delle interminabili controversie, nel 1992 Harvard fu chiamata a riesaminare il problema. La Commissione ammise così che v’erano contraddizioni interne, ambiguità e incoerenze, difetti di metodo e limiti strumentali, che rendevano scientificamente fallace l’ipotesi di una “morte cerebrale”.

Una diagnosi basata solo su criteri neurologici entrava in contraddizione con sé stessa. Nei soggetti cui veniva diagnosticata una cessazione delle funzioni encefaliche si evidenziava infatti un organismo ancora in grado di autoregolare e coordinare le sue più fondamentali funzioni vitali come un “tutto integrato”. Dunque, o l’encefalo non aveva il ruolo determinante che si pensava avesse, o le funzioni encefaliche non erano realmente cessate.

Inoltre, presumere una “cessazione delle funzioni encefaliche” poneva un dilemma diagnostico. L’esame di un organo può infatti registrarne l’attività ma non le funzioni. Poniamo che a causa di una paresi le mie corde vocali non manifestino più alcuna attività. Questo non significa che in me la funzione del linguaggio sia compromessa. Rimuovendo la causa della paresi verrebbe ripristinata anche la mia capacità di parlare. Così, a causa di un grave trauma, l’encefalo potrebbe non mostrare attività, nel cervello potrebbe non esserci flusso sanguigno, ma non possiamo dedurre da questo che la funzione soggiacente sia cessata per sempre e non possa venir ripristinata.

Harvard concluse che la morte cerebrale era un artificio giustificato da ragioni utilitaristiche, com’era già chiaro nel ’68. Singer, il famoso bioetico, la definì “una finzione scientifica”. In anni successivi gli studi – mai confutati – condotti da Alan Shewmon, docente di neurologia all’Università di Los Angeles, hanno smontato l’idea che l’encefalo sia “organo centrale regolatore”, deputato al funzionamento dell’organismo come un “tutto integrato”. E questo dovrebbe far crollare l’intero impianto teorico della “morte encefalica”. Se tale costrutto regge ancora è per ragioni di convenienza.

Harvard riconobbe infatti che rinunciare ai trapianti era socialmente improponibile. D’altro canto, non si poteva più rivendicare la legittimità di tale prassi con l’idea di una “morte cerebrale”. Harvard propose di uscire dall’impasse definendo la morte “cessazione totale e irreversibile della coscienza”, concetto intorno al quale, secondo Harvard, bisognava coagulare il consenso comune attraverso l’informazione, l’educazione, le università, la politica, la cultura di massa. Ma questo avrebbe creato nuove e peggiori controversie. Si preferì quindi conservare alla “morte cerebrale” il suo apparente carisma scientifico.

Tuttavia, l’idea di una “morte della coscienza” è di fatto accettata oggi da moltissime persone, forse perché si intona al senso comune. Da secoli infatti la nostra cultura identifica l’anima, e quindi la vita, con le attività coscienti. Di conseguenza crediamo ‘morte’ le persone che non manifestano tali attività. Ma la coscienza è un’esperienza interiore, soggettiva e indimostrabile.

Perciò alcuni vorrebbero rendere la coscienza “dato scientifico”. Applicano degli elettrodi al cuoio capelluto, cercano dei segnali elettrici emessi dalla corteccia cerebrale e se non li trovano dichiarano morta la persona. La vita, in questa prospettiva, è ridotta a un epifenomeno della coscienza, e la coscienza, il pensiero, a un epifenomeno del cervello, e l’attività del cervello a un fenomeno elettrico. Si mette in atto così una totale destrutturazione dell’uomo, una rottura della sua unità e integrità psicosomatica.

La “morte della coscienza” implica in sostanza un ragionamento dualistico e cartesiano. Il corpo del donatore è declassato a res extensa, materia biologica che continua meccanicamente a funzionare mentre la res cogitans, ovvero ciò che lo rendeva ‘persona’, ha cessato di esistere. E come Cartesio immaginava che l’anima fosse alloggiata ghiandola pineale, noi in fondo immaginiamo che la coscienza sia posta nel cervello.

Altri, in modo aristotelico, si immaginano un’anima divisa su tre livelli: vegetativo, sensitivo e intellettivo. Solo quest’ultimo sarebbe quello che ci rende ‘umani’, perché senza intelletto, dicono, saremmo bestie o vegetali. A costoro quindi non interessa sapere se un corpo sia vivo o morto, ma se contenga ancora un “essere umano”, perché la nostra cultura rispetta e tutela solo la vita dell’uomo, non quella di bestie o vegetali.

Difatti, se la ‘coscienza’ divenisse criterio oggettivo di valutazione della vita, dovremmo consentire con Singer, secondo cui uccidere un uomo in coma è meno colpevole che macellare un maiale, animale molto intelligente e molto più cosciente di un uomo in coma. Argomento che, in una società violenta e priva di scrupoli, non porta a condannare la macellazione del maiale, ma solo a giustificare l’espianto di organi da un uomo in coma.

Ora, se ammettiamo che a renderci umani siano alcune attività mentali ‘superiori’, quanti soggetti potremmo considerare non umani? Dapprima i pazienti in coma vegetativo, poi i soggetti con gravi disabilità mentali ecc., scivolando su quel “piano inclinato” che già Harvard temeva, privando progressivamente del diritto alla vita varie categorie di persone. Inclineremmo cioè a quella visione che fa della vita e della morte convenzioni sociali, protocolli legati ad arbitrarie ragioni di utilità.

Alla fine, se per rispondere alla domanda “cos’è la morte?” è possibile prescindere da evidenze biologiche come il respiro, il battito del cuore, il metabolismo ecc., se è sufficiente attenersi a evidenze di tipo cerebrale – rilevazioni di un’attività cosciente mediata da impulsi elettrici – si può anche coerentemente affermare che un computer è più vivo di noi, perché manifesta attività intellettuali, di calcolo, di memoria, di elaborazione concettuale, superiori alle nostre.

Può sembrare che io immagini scenari remoti e improbabili. Ma di fatto molti fattori sembrano spingerci verso un degrado dell’etica e del senso comune, attraverso una serie progressiva e quasi inavvertita di aberrazioni antropologiche. Legittimare l’uccisione di persone in coma per poter espiantare i loro organi è, a mio avviso, una di queste aberrazioni.

Mi si potrebbe chiedere: “dunque, sulla base di ragionamenti teorici, tu vorresti privare di una speranza di vita migliaia di malati che aspettano un organo nuovo? Ti sembra giusto, etico, difendere i diritti teorici di persone forse già morte, forse moribonde, a scapito del diritto di altre persone d’esser curate?”.

Io non credo siano problemi teorici. Per me è un problema di civiltà, non un calcolo di probabilità mediche. Come dice un mio amico: “Grande è la confusione sotto il cielo quando lasciamo che un oscilloscopio possa discernere la differenza tra la vita e la morte”. Ma in fondo, ognuno deve rispondere a sé stesso. Il peccato originale, da cui nasce il problema dei trapianti, non è tanto la finzione pseudo-scientifica di una “morte cerebrale” o quella, ancor più surrettizia, di una “morte della coscienza”.

La nostra colpa fondamentale è l’aver reciso i legami sociali, i doveri morali, che ci univano a persone gravemente malate, forse moribonde, forse precipitate in un buio profondo, forse senza alcuna speranza di uscirne, ma ancora vive e bisognose di cure. Queste persone le abbiamo ridotte a cose, abbiamo mancato di trattarle con la pietà che era loro dovuta. È questo il vero problema, un problema di umanità, di ordine spirituale prima che scientifico. Quando preleviamo gli organi da un corpo vivo – di fatto uccidendolo in modo brutale – supponendo che in quella persona non vi sia più una ‘coscienza’, e riteniamo che questa sia una valida giustificazione, dovremmo capovolgere la nostra prospettiva, e chiederci se in noi vi sia ancora una coscienza.

APPENDICE

(In risposta a una domanda sulla posizione della Chiesa)

Si può notare che il problema di stabilire un “finis vitae” è analogo a quello, opposto e complementare, di definirne l’inizio. In tal senso, nel momento in cui si accetta un presupposto metafisico come quello di un’anima che dapprima si congiunge e infine si separa dal corpo, è evidente che una medicina che poggi su basi puramente materialistiche è inadatta a rispondere a tale enigma. Occorre che la scienza si armonizzi a una visione più ampia, di carattere filosofico.

La Chiesa stessa, del resto, riconosce che è impossibile stabilire con precisione il momento in cui l’anima si unisce o si separa dal corpo. Si attiene perciò a un principio di cautela, per cui si ritiene prudente supporre che l’anima sia presente nel corpo fin dal primo istante del concepimento e fino all’ultimo respiro.

Poniamo che un cacciatore, mentre cammina nel bosco, veda un cespuglio che si agita. Non sa se è un uomo o un fagiano. Persistendo tale incertezza, sarebbe folle che egli sparasse, rischiando di uccidere un uomo.  “In dubio pro vita”.

Questo ha portato la Chiesa a difendere posizioni di assoluta intransigenza nei confronti dell’aborto. Può apparire dunque una contraddizione palese che non si applichi lo stesso criterio di prudenza nel caso dell’espianto di organi da persone la cui morte è per tanti e profondi aspetti controversa.

Probabilmente la Chiesa ha ceduto al fascino della retorica ‘oblativa’ del trapianto di organi, è rimasta irretita nel suo insistito, quasi religioso messaggio salvifico e  sacrificale. Questo l’ha indotta ad arretrare su posizioni ‘neuroscientifiche’ e materialistiche, accettando implicitamente la localizzazione dell’anima (vita e coscienza) nel cervello, e quindi ad avallare infine criteri esclusivamente neurologici per l’accertamento della morte.

In ciò la Chiesa sembra sconfessare la stessa dottrina scolastica secondo cui l’anima “est tota in toto corpore”, cioè presente nella sua integrità in ogni parte del corpo. La separazione dell’anima dal corpo – la morte – non può dunque essere correlata alla compromissione dell’attività cerebrale – per quanto grave e forse irreversibile – ma deve tener conto di un collasso sistemico totale. E ovviamente tale collasso irreparabile deve essere attuale, non solo oggetto di prognosi, perché in caso contrario dovremmo considerare già morto ogni condannato a morte, ancor prima che la sentenza sia stata eseguita.

17 Comments

  • Gaetano Barbella 25 Febbraio 2026

    Maestro Livio Cadé
    Straordinaria questione quella che lei ha appena trattato, particolarmente sviluppata in tutte le sue sfaccettature terrene.
    Ma ha trascurato una questione fondamentale, legando il suo tema al Cristianesimo: la questione della coscienza in relazione all’anima.
    Ma è forse l’anima l’ultimo soglia che l’uomo deve avere integra e perfetta secondo il Cristianesimo?
    E la resurrezione dei morti? Ovvero la resurrezione della carne?
    Ecco la questione fondamentale legata ai trapianti di cui non si è parlato.
    Ma chi saranno i risorti? Tutti gli uomini che sono morti: « Usciranno [dai sepolcri], quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna » (Gv 5,29)
    Tutto dipende dunque da corpo fisico del morente perché la morte può essere causata dal suo cattivo uso.
    Dunque quel corpo dal quale viene espiantato l’organo sano per donarlo a chi ne ha bisogno, gode di questo sommo regalo fatto per opera umana. È come il dono della vita quando si è ancor vivi. Allora quando sarà ora di risorgere dai morti, questo sommo dono, forse lo riscatterà salvandolo dalla morte eterna.

    • Livio Cadè 25 Febbraio 2026

      Egregio Signor Barbella,
      non voglio discutere le Sue convinzioni escatologiche. A me basterebbe che venisse riconosciuta la natura fittizia e utilitaristica di una diagnosi di morte basata esclusivamente su criteri neurologici. Se uno ritiene che donare i suoi organi lo salverà dalla morte eterna non sarò certo io a dissuaderlo o a impedirgli di fare una scelta in tal senso.
      Ma mi pare che tale atto di donazione assumerebbe quel carattere sacrificale o supererogatorio, di “sommo dono”, come intende Lei, solo se la persona sapesse di essere ancora viva al momento dell’espianto. Se quindi, in piena coscienza, accettasse di essere uccisa per “donare gli organi”. In caso contrario, non vedo quale merito morale vi potrebbe essere nel ‘donare gli organi’. Si rinuncia a qualcosa? Si affronta una sofferenza? Si aiuta qualcuno, dirà Lei. Anche ammettendolo, potrei al massimo riconoscere l’utilità di quel gesto, ma non vi vedrei lo stesso un valore spirituale. E non lo vedrei neppure se la persona in questione scegliesse di donare gli organi perché più della morte la spaventa l’idea di essere tenuta in vita in condizioni di incoscienza.
      Ricordo per altro che, senza aspettare di essere dichiarato in “morte cerebrale”, chiunque lo volesse potrebbe donare un rene, un polmone, il midollo. In questo caso, anche se io resto contrario ai trapianti, potrei apprezzare il valore etico, coraggioso e altruista, di un simile gesto. Ma non mi risulta siano in molti a compierlo, nemmeno tra i seguaci dell’AIDO.

  • Livio Cadè 25 Febbraio 2026

    Poiché qualcuno me l’ha chiesto, aggiungo un chiarimento sulla normativa vigente. Può sembrar strano che il Ministero non limiti la nostra opzione (relativa alla donazione dei nostri organi) a un sì e a un no, ma ammetta anche il “non so”. Di fatto molte persone, prese un po’ alla sprovvista, propendono per una sospensione del giudizio. Non è tuttavia una concessione ai dubbiosi e ai pirroniani ma un espediente per favorire il reperimento di organi. Il “non so” viene infatti formalmente considerato un ‘sì’, secondo il principio del “chi tace acconsente”, legalmente detto “silenzio-assenso”. Questo vale anche in tutti quei casi in cui non risulti una esplicita dichiarazione di volontà.
    Questa norma fu approvata già nel 1999, ma solo nel 2019 è stata avallata da un decreto attuativo. Riporto le parole dell’allora Ministro Grillo: “Abbiamo finalmente sbloccato dopo vent’anni un passaggio fondamentale per l’applicazione del silenzio-assenso previsto dalla legge sulla donazione degli organi approvata nel 1999, ma rimasto lettera morta. Due decenni sono troppi per attuare una legge di civiltà di cui il Paese ha bisogno. Potranno così essere salvate molte più vite, ma per farlo i cittadini devono essere adeguatamente informati e consapevoli e per questo lanceremo una nuova campagna informativa”.
    Il silenzio-assenso è da alcuni giuristi considerato un abuso. Va detto però che non viene ancora normalmente applicato. Per il persistere di alcune difficoltà nella informatizzazione dei dati sanitari, anagrafe cui il SIT (Sistema informativo trapianti) dovrebbe attingere per conoscere la volontà dei cittadini in merito alla donazione, la prassi usuale prevede ancora che nel dubbio si chieda il consenso ai familiari (o ai tutori). Alcuni vorrebbero però che tale impedimento venisse superato, lasciando ai medici il decidere sul da farsi. Altri, più radicali, vorrebbero addirittura che la “donazione di organi” divenisse un atto doveroso, come il pagare le tasse, quindi obbligato, coercitivo.
    Difficile prevedere il futuro. Ma la finestra di Overton è sempre incombente. Basti ricordare che un tempo il Regolamento di polizia mortuaria prevedeva un periodo di osservazione di 48 ore dopo l’accertamento della morte, prima di poter procedere alla tumulazione o alla cremazione. Nel caso di espianto di organi, oltre i dubbi sulla diagnosi di morte, occorre notare che il periodo di attesa si è gradualmente ridotto a 24, 12 e ora 6 ore. Anche qui non è irragionevole presumere che si potrebbe in futuro passare a 3 ore, 90 minuti ecc.
    Difficile, quasi impossibile, che la gente protesti se qualcosa “è accettata dalla maggioranza degli studiosi”.

  • MIchele 25 Febbraio 2026

    Sig. Cadè, lei afferma: “Legittimare l’uccisione di persone in coma per poter espiantare i loro organi…” e “Quando preleviamo gli organi da un corpo vivo – di fatto uccidendolo in modo brutale – …”, tuttavia non mi risulta che oggi vi siano legislazioni che autorizzano l’espianto di organi da persone in coma; tanto meno quella italiana. Nel caso si tratterebbe di pratiche criminali, come abbiamo visto nel film ‘Coma profondo’ di Crichton del 1978. Diverso è il problema per le persone decedute, le quali tuttavia hanno la facoltà, in vita, di scegliere preventivamente fra donare o no i propri organi quando sarà il momento. Ma allora il problema dov’è? Non capisco. Forse i suoi interrogativi vertono su cosa sia la coscienza, cosa siano la vita e la morte? Ma allora parliamo di quelli e non di espianti e trapianti, non le pare?

    • Livio Cadè 25 Febbraio 2026

      Signor Michele,
      devo supporre che, se Lei ha letto il mio articolo, io non mi sia espresso bene. Il problema che denuncio è proprio questo, che la Legge avalli un criterio di accertamento della morte senza fondamento, legittimando quello che in realtà è un omicidio.
      Le persone da cui oggi preleviamo gli organi – quelle che Lei dice ‘decedute’ – sono in una condizione clinica che fino alla fine degli anni ’60 era da tutti definita “coma profondo” (grado 3 e 4 della scala di Glascow). Il protocollo di Harvard non ha fatto che cambiare la terminologia, definendo ‘morte’ le persone che presentavano questo quadro clinico. E, come dice Harvard stessa, non lo ha fatto per ragioni scientifiche ma per rendere possibili i prelievi di organi. Perché senza quel cambiamento lessicale il prelievo sarebbe stato un omicidio volontario e i medici sarebbero finiti in galera.
      La Legge ha incorporato questo nuovo criterio, ma è evidente che questo non basta a giustificarlo. La legge non è sempre sinonimo di giustizia o di moralità. A meno che non si pensi che, come diceva Hitler “etico è ciò che dice la Legge”.
      Se non sono riuscito a spiegarlo mi dispiace molto. Comunque Le sarei grato se rileggesse i passaggi del testo dove cerco di chiarire questi aspetti.

  • MIchele 25 Febbraio 2026

    Non mi sono accorto che aveva già postato la sua spiegazione quando ho inserito il mio commento, ma mi sembra che i termini del problema restino invariati. Se una persona opta per il ‘non-so’, questa è una sua libera scelta, oppure una sua imprudenza, o una sua ignoranza: ognuno è responsabile delle proprie azioni. D’altra parte la recente normativa non equipara i ‘sì’ ai ‘non so’: in quest’ultimo caso sono i parenti a decidere: quindi non c’è affatto il silenzio assenso da lei paventato. Quanto ai dubbi sulla morte sono d’accordo con lei: oltre al caso celebre di Santa Teresa d’Avila, sono stati riportati anche dalla cronaca recente episodi di persone che si sono svegliate in obitorio o addirittura nella bara.

    • Livio Cadè 25 Febbraio 2026

      Formalmente il “non so”, ovvero il non manifestare una volontà precisa, equivale al “silenzio-assenso”, quindi al ‘sì’. Infatti, secondo la legge 91 e una sua disposizione transitoria (art. 23), i cittadini italiani sono considerati ‘donatori’, «salvo che il soggetto abbia esplicitamente negato il proprio assenso». Se i medici chiedono ancora il consenso ai familiari è perché, come detto, manca ancora una adeguata informatizzazione dell’anagrafe sanitaria.
      Il silenzio-assenso in tema di donazione di organi è chiaramente una perversione giuridica, perché costringe il cittadino a compiere procedure burocratiche per evitare di subire quella che considera una violenza sul proprio corpo o su quello di persone a lui care.
      In questo senso ha ragione la Chiesa a ritenere moralmente inaccettabile il prelievo di organi che prescinda da un esplicito consenso del soggetto.
      Per quanto riguarda i dubbi sulla morte, non bisogna confondere la “morte apparente” con la “morte cerebrale”. La prima era legata a un errore involontario nella diagnosi. La seconda è invece un artificio elaborato intenzionalmente per rendere possibili i trapianti.

  • MIchele 25 Febbraio 2026

    Spero di non incrociarmi ancora con le sue risposte. Penso che il problema di comprensione nasca da un dettaglio terminologico: un conto è la morte cerebrale ed un altro è il coma anche profondo o irreversibile, poichè solo nel primo caso si ha l’EEG completamente piatto. Sul problema di definire quando avvenga realmente ed irreversibilmente la morte, ovvero il distacco dell’anima dal corpo dal punto di vista teologico o metafisico, penso che non si possa evitare una qualche forma di standard, anche se l’industria dei trapianti spinge indubbiamente nella direzione dai lei denunciata. Circa il problema degli espianti resto convinto che ognuno ha la possibilità di scegliere: magari lo seppelliranno ancora vivo, ma almeno tutto intero…

    • Livio Cadè 25 Febbraio 2026

      Di fatto, la “morte cerebrale” è una forma di coma profondo giudicato irreversibile. I criteri diagnostici possono variare. In alcuni Paesi si valutavano i riflessi del tronco encefalico, in altri l’attività elettrica del cervello, col risultato paradossale che alcune persone, dichiarate morte in un Paese, potevano risultare vive in un altro. Da ricordare anche il terribile “test di apnea”, con cui la persona viene staccata dal respiratore per verificare se sono presenti dei riflessi respiratori autonomi. Manovra brutale che crea una profonda sofferenza nell’organismo e danneggia un cervello già seriamente danneggiato inducendo una grave anossia. Test che non ha lo scopo di aiutare la persona, come dovrebbe fare ogni buon medico, ma solo di poterla dichiarare ‘morta’ e quindi possibile ‘donatore’. Anche il fatto che oggi siano disponibili strumenti diagnostici più sofisticati non cambia nulla nella sostanza del problema. Per esempio, ci dicono che con la risonanza magnetica possono dimostrare l’assenza di flusso sanguigno nel cervello e che perciò la diagnosi di morte è sicura. Ma questo è semplicemente un circolo vizioso, ossia una tautologia basata sulla supposizione che la morte possa venir dimostrata esclusivamente con criteri cerebrali, prescindendo da altre rilevanze significative, ammettendo cioè a priori proprio ciò che molti studiosi ritengono inammissibile.

  • Gaetano Barbella 25 Febbraio 2026

    Maestro Livio Cadé la giustizia di questo mondo non riuscirà mai a trovare una soluzione “corretta” come lei intende per permettere una precisa decisione nel dare assenso o no per la donazione di un organo, in caso di morte regolarmente accertata clinicamente. Di qui la sua posizione di assenso è corretta onde evitare di uccidere un malato apparentemente terminale. Però i misteriosi “meccanismi” in mano alla Morte non li conosciamo e mai li conoscerà la moderna scienza chirurgica. Detto questo e trascurando la mia concezione in merito alla resurrezione dei morti, la sua estraneità alla donazione di organi post mortem mal si concilia con l’immagine della pittrice preraffaellita Evelyn De Morgan, L’Angelo della Morte. Come voler far capire, coraggio, i trapianti andranno in porto.
    Il dipinto raffigura l’incontro simbolico tra la vita e la morte, con l’angelo che conforta la figura femminile fragile. La morte non è così sgradevole e non viene in questo caso interpretata come qualcosa di negativo in senso assoluto. Evoca il senso di un abbraccio, il suo calore accogliente. È chiara visione poetica del passaggio dall’esistenza terrena a quella celeste. Non traspare l’errare terreno con tutte le questioni sulla tragedia dei trapianti.
    Cordiali saluti
    Gaetano Barbella

  • Livio Cadè 25 Febbraio 2026

    Signor Barbella, in realtà si può dubitare di tutto, di cosa sia la vita e cosa sia la morte, cosa sia la coscienza, cosa sia una “persona umana” ecc. E tuttavia è necessario stabilire dei principi comuni. Tra questi, a mio parere, c’è un rispetto della vita che, proprio per il fatto di venir continuamente violato, va strenuamente difeso. E questo rispetto deve secondo me poggiare su una base ‘massimale’, cioè su criteri di massima prudenza e certezza nel definire la differenza tra vita e morte. Questo, nel caso degli espianti di organi, non avviene.
    Per quanto riguarda il dipinto, io credo che la morte vada vista sempre come evento naturale, elemento integrante di un’armonia ciclica che tutti dobbiamo accettare, anche quando implica una tragedia personale. E penso che (per quel che è possibile) dovremmo assistere con il massimo rispetto le persone morenti, così come aiutiamo i bambini a nascere. L’espianto di organi rappresenta invece, lo ripeto ancora una volta, un gesto barbarico attraverso cui il morente viene violentemente ucciso per trarne un profitto medico-economico-sociale. Atto macabro in cui “l’angelo della morte” è un chirurgo armato di bisturi. E dietro di lui una società piena di “solidarietà”.

  • Gaetano Barbella 26 Febbraio 2026

    Maestro Livio Cadé non mi giudichi male, ma è troppo importante la questione sollevata sul conto del caso degli espianti di organi che Lei, giustamente, giudica un « gesto barbarico attraverso cui il morente viene violentemente ucciso per trarne un profitto medico-economico-sociale per trarne un profitto medico-economico-sociale. Atto macabro in cui “l’angelo della morte” è un chirurgo armato di bisturi. E dietro di lui una società piena di “solidarietà”».
    E se questo “angelo della morte” invece, scegliendo proprio questa via infida, tenta di salvare l’anima del morente sacrificando il suo corpo, al pari di una decisione sacrificale in vita del morente in favore del beneficiario che sopravvive? Cioè egli dona la sua vita incentrata su quell’organo espiantato per avere salva la sua anima?
    Noi non conosciamo il mistero della Morte che ha in mano la vita del genere umano. E se diamo un’occhiata a questo mistero si riesce a capire ciò che ho appena detto.
    Occorre avere fiducia nella Morte e il dipinto da lei esposto ce fa capire.

  • Livio Cadè 26 Febbraio 2026

    Egregio Signor Barbella,
    io non La giudico affatto male. Solo, la questione da Lei sollevata implica domande di carattere religioso-teologico cui non so rispondere. Sono d’accordo con Lei che non possiamo conoscere il mistero della Morte. Per questo ritengo doveroso trattare questo mistero con umiltà, e soprattutto rispettare la dignità della persona morente.
    Inoltre, se anche Lei avesse ragione, la prassi attuale del trapianto è totalmente aliena da ogni visione spirituale, totalmente incurante di ‘anime’ e di salvezze eterne. Quindi, il donatore che la pensa come Lei potrebbe trovare nella donazione un significato ‘sacrificale’, ma questo non attenuerebbe in nessun modo la colpa di chi lo uccide, spinto a ciò da ragioni prettamente materiali e utilitaristiche.

  • Gaetano Barbella 26 Febbraio 2026

    Il punto importante che supera tutto, indipendentemente da tutte le ragioni umane, comprese quelle religiose, sta nel poter credere che “la Morte è sempre in anticipo su tutte le ragioni umane”. Con umiltà non resta che ritenerla “suprema”.
    Il resto del contesto umano con le ragioni che lei ha elencato, venendo dopo a quella della Morte, decadono.

    • Livio Cadè 26 Febbraio 2026

      Dunque, se non ho capito male, sopraffatto dalle ragioni supreme della Morte, dovrei lasciar decadere, considerare insignificante ogni altra ragione, e disinteressarmi di ogni altro problema umano. Io credo piuttosto che si possa guardare alla morte come mistero inesplicabile, o interpretarla secondo una fede religiosa, ma che, in ogni caso, questo non mi esime dal prendere delle posizioni nei confronti della vita e delle altre persone, dal riflettere e dal maturare un mio giudizio sulle cose.

  • Gaetano Barbella 26 Febbraio 2026

    Si vuole una prova – mettiamo – ancora dell’arte anche se compare come se fosse religiosa? A Brescia , dove io e Lei viviamo, un grande artista di questa città ha dipinto uno straordinario quadro esposto nella Chiesa dei SS. Nazaro e Celso. Entrando sul lato di sinistra della navata, a ridosso del secondo altare decorato in marmo, si ammira la pala del Moretto del 1534, L’Incoronazione della Vergine coi Santi Giuseppe, Francesco, Nicola e l’Arcangelo Michele.Vedasì: https://it.wikipedia.org/wiki
    File:Incoronazione_della_Vergine_con_i_santi_Michele_Arcangelo,_Giuseppe,_Francesco_e_Nicola_di_Bari.jpg
    L’Arcangelo Michele, l’espressione della potenza giudicato al pari di Dio, è diverso dalle solite iconografie in cui compare con i paramenti da guerriero, con corazza, elmo, spada e munito della bilancia di giustizia. Egli si rivela al contrario in vesti femminili e nelle membra. In tal modo dimostra la misericordia di Dio nei riguardi della bestia, la Morte. L’arcangelo Michele trasferisce la sua potenza alla bestia tramite la sua sottile lancia ed è così la prova del potere della Morte.

  • Livio Cadè 26 Febbraio 2026

    Non abito a Brescia. Ho insegnato lì per molti anni, ma ora sono in pensione.

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