Si potrebbe pensare ad un errore leggendo il plurale nel titolo, ma ci teniamo subito a rassicurare chi legge: non si tratta affatto di un errore, né di una trovata per attirare l’attenzione. Semmai l’errore, a nostro avviso, sta proprio nel continuare da tempo a declinare l’espressione al singolare. Il pensiero unico è quello definito come dominante, gestito e alimentato dal potere o meglio dai poteri di turno – ognuno poi li descrive dalla sua particolare angolazione. È quindi un pensiero che trova la sua collocazione e il suo habitat in un’immagine del reale e della società basata solo ed esclusivamente sulle dinamiche di potere. Proveremo qui, seppur in poche righe, a suggerire uno sguardo che parte da presupposti alquanto diversi. Presupposti che il mondo contemporaneo cerca di eclissare e che sono invece da recuperare con urgenza.
Se osserviamo la società, anche attraverso la sua espressione virtuale – le piattaforme social, i siti e i canali video – vediamo come negli anni si sia sempre più rafforzato un sistema di “partigianeria culturale” se così possiamo chiamarla, perché forse in fondo di culturale non vi è poi tanto. Un sistema che vede nell’espressione identitaria la sua forma e manifestazione.
“Dissenzienti” – con la loro parte mediatica, l’informazione libera o da alcuni definita “controinformazione” – conservatori, catto-conservatori, tradizionalisti, gruppi e movimenti cattolici, alternativi nostalgici del movimento no-global e altro ancora.
La demarcazione fra un gruppo e l’altro non sempre è così netta, talvolta ci sono delle aree di intersezione e alcuni appaiono come dei sottogruppi di aree più vaste. La struttura di fondo del loro pensiero, che li descrive e rappresenta anche nel loro operare ovviamente, è però la medesima: “orizzontale”, analitica, immanente. La storia, la società sono il semplice luogo dove agiscono gli uomini, come singoli e come collettività. Si decifrano gli intenti, si misurano le responsabilità, si ipotizzano scenari ed effetti. Non vi sono altri piani di lettura. Né si sospettano.
Il male abita le terre esterne al proprio recinto. Compito costante è quindi rinforzare i confini, serrare le fila, tenere saldo e coeso il proprio immaginario. E questo immaginario si traduce anche in un linguaggio identitario, fatto di richiami ed espressioni che certificano l’appartenenza e la riconoscibilità.
È un pensiero che si nutre in larga parte dell’esistenza di un nemico o spesso più nemici. Fascisti, euroscettici, antifascisti, élite globaliste, e così via sono solo alcune delle categorie che vengono utilizzate, a seconda di quale recinto si abiti, per descrivere ciò da cui ci si deve distinguere e difendere. Ciascuno di questi recinti ritiene ovviamente di essere il migliore esponente del cosiddetto pensiero critico, di avere la migliore capacità di penetrare e leggere la realtà, la storia e il tempo presente. Si confrontano animosamente tra di loro, talvolta si attaccano con estrema rudezza,
E così anche le espressioni della cultura – le conferenze, i libri, le opere, persino i film – hanno immediato riscontro e successo se esprimono questa carica identitaria, se sono capaci di “chiamare a raccolta” quelli che di volta in volta ognuno definisce come “i nostri”.
Tali ambienti finiscono così per diventare delle vere e proprie bolle, con schemi concettuali che non possono essere allargati, ridefiniti e tanto meno messi in discussione.
Qui non vi è lo spazio per approfondire le ragioni e le qualità di un gruppo piuttosto che un altro. D’altronde non riteniamo affatto che possano essere messi tutti sullo stesso piano! Ci sono certamente letture e analisi che hanno una ragion d’essere – se gli venisse data la giusta collocazione e il giusto peso – e altre che appaiono come dei grotteschi vaneggiamenti.
Giunti sin qui qualcuno potrebbe però domandare se possa esistere una lettura della realtà che non parta da un senso di identità, da una definizione di principi guida che orientino tutto il pensiero. Domanda assolutamente legittima alla quale rispondiamo mostrando quali espressioni del pensiero vengano sistematicamente estromesse da tali ambienti.
Il paradigma non dichiarato, che abbiamo già prima suggerito, è che la storia sia il semplice palcoscenico dove agiscono gli uomini. Formandoci nella vita una “postura culturale” andremo inevitabilmente a confluire in una delle numerose aree esistenti. Possiamo cambiare idea e cambiare area nel corso della nostra vita. Ciò che pare quasi imperdonabile è non abitarne nessuna perché la natura stessa del nostro pensiero si situa su un differente livello. Quale?
Il pensiero che potremmo definire “filosofico” (1). Per esso la storia parla: è linguaggio. Un linguaggio che va saputo intendere, decifrare, che è portatore di un significato che trascende l’accadere degli eventi con le intenzioni degli uomini che ne sono protagonisti.
Questo pensiero osserva e studia la società, la storia come se si trovasse davanti ad una tavola che si fa poi anche specchio dell’umanità che la vive. La disanima che ne fiorisce è sempre una critica strutturale, radicale del tempo che si prende in esame. Una critica che, da qualunque sponda prenda il largo, si fa anche antropologica e spirituale se accetta di spingersi sino in fondo. Una critica che non fa sconti, che parla a tutti e a ciascuno, che chiama a giudizio la responsabilità di tutti e ciascuno. Chi legge o ascolta sente che quelle parole sono rivolte personalmente a lui, non può quindi fare altro che rifiutarle oppure lasciarsi scavare e interrogare in profondità. Sono parole che debbono sempre portare ad un esame di coscienza singolo e collettivo.
Nessuno può dirsi estraneo, assolto preventivamente. È un pensiero che, per sua natura, chiama intimità, relazione, che apre ferite, ma per elevare. Il pensiero “orizzontale”, partigiano, che abbiamo descritto nella prima parte dell’articolo, no. Quest’ultimo ci ha abituato a muoverci dentro “tribunali virtuali” dove sfilano i colpevoli di turno: dell’economia, della politica, della pseudocultura e così via.
Se comunque il pensiero filosofico resta ipocritamente tollerato e trova ancora spazi, seppur piccoli, dove respirare, vi è però una sua particolare forma che è assolutamente bandita: è il pensiero portatore di una lettura anagogica, ovvero simbolica della storia. Evaporato lungo i secoli, esso ha però visto una rinascita proprio a partire dal ‘900 attraverso alcuni autori ispirati, restando però confinato in “riserve culturali” dove non potesse nuocere all’andamento della società. Per esso, che è la manifestazione più alta e pura di pensiero, gli eventi della storia, come i fenomeni sociali, sono segni che rimandano a significati di ordine superiore. Segni attraverso cui la Storia, ma meglio dovremmo dire Dio, parla all’umanità e la chiama. Dentro infatti ogni segno si cela una specifica chiamata a cui rispondere. Non elimina certo le cause e le responsabilità umane dietro ad una guerra, ad una politica economica, allo sfruttamento di un’invenzione tecnologica, solo per fare alcuni esempi, ma scorge in ognuno di questi eventi un significato che li trascende. Perché vi è una eterogenesi dei fini che l’uomo chinato sul solo piano orizzontale non sa più scorgere. Coltivano questo pensiero coloro che si sono formati ed educati allo studio delle scienze tradizionali e che possiedono anche una vera visione escatologica. Per cui la storia non ha solo una fine, ma anche un fine. In sintesi, sono portatori di una visione profetica.
Questo pensiero è la sorgente da cui si sviluppano tutti gli altri. Da esso, e solo da esso, dovrebbero discendere ad esempio, un pensiero politico, economico e così via.
È dunque la sentita percezione e comprensione che la Storia ci parli e che Dio parli continuamente attraverso la Storia, l’identità di tale pensiero.
Se come abbiamo detto, i vari “recinti” si fanno lotta tra di loro, quando il pensiero filosofico, ma in special modo quello simbolico, prova ad avvicinarsi alle loro zone di interesse, ecco che essi mettono in atto la feroce dinamica del capro espiatorio ben descritta da René Girard. Questo pensiero e i suoi portatori vanno eliminati. Perché si palesa la verità che non si può dire: l’umanità vive ormai esclusivamente sul piano della terrestrità esistenziale, e le espressioni sentimentali e legalistiche di religiosità non fanno che confermarlo. E nessuno deve osare mostrare la maschera.
Noi qui però vogliamo fare proprio questo. Vogliamo indicare una via che ci trascini fuori dal pantano sociale e prima di tutto culturale in cui siamo intrappolati, sapendo che è un invito che può essere raccolto solo da chi è ancora disponibile a cercare la verità integrale, anche se per farlo dovesse mettere in discussione molte delle sue precedenti certezze. Un invito agli uomini liberi.
Approfondiremo meglio in futuro alcuni aspetti e principi peculiari del pensiero simbolico applicato alla storia con degli esempi che possano far entrare un poco alla volta il lettore in questo territorio che, ce ne rendiamo da soli perfettamente conto, è quasi inedito. Speriamo tuttavia che il presente scritto abbia dato i sufficienti punti di riferimento per leggere la contemporaneità e le sue dinamiche da una differente angolazione.
(1) Chi vuole può trovare altri spunti e chiarimenti in questo video dal titolo “Crisi del pensiero” che abbiamo realizzato tempo fa.

