4 Luglio 2026
Società

La disumanizzazione del maschio (II^ parte) – Roberto Pecchioli

Una narrazione di genere al maschile serve non ad alimentare antagonismi insensati, ma a rimettere al centro la verità. Non esiste, in Occidente, un sistema unidirezionale che opprime le donne a beneficio degli uomini. Ciò che è esistito (e in parte esiste ancora) è un sistema di ruoli di genere che danneggia e avvantaggia entrambi i sessi in diversi ambiti. Agli uomini veniva attribuito uno status più elevato e alle donne una maggiore protezione. Questo spiega, tra l’altro, perché gli uomini siano stati sempre arruolati per la guerra, destinati a lavori forzati e pericolosi, o perché costituiscano la maggioranza dei senza dimora, dei morti e degli invalidi sul lavoro, nonché dei suicidi. Un sistema concepito a beneficio degli uomini non li manderebbe sistematicamente a morire.

I problemi di genere che colpiscono gli uomini non solo esistono, ma la loro portata è paragonabile a quella dei problemi che colpiscono le donne. È innegabile che queste continuino a subire aggressioni e discriminazioni da combattere con intransigenza, ma anche gli uomini sono vittime di mutilazioni genitali, lapidazioni, aggressioni sessuali e altre forme di violenza. Eppure, questi fenomeni ricevono scarsissima attenzione mediatica.

Gli uomini rappresentano l’80% dei suicidi e degli assassinati, i tre quarti delle vittime civili nei recenti conflitti armati e il 93% della popolazione carceraria. Per lo stesso reato, gli uomini subiscono condanne mediamente più lunghe del 63% rispetto alle donne. Sono 947 i decessi annui causati da rituali di circoncisione in Sudafrica; 71 gli uomini lapidati a morte per adulterio in Iran, un numero che, contrariamente alla credenza popolare, supera quello delle donne. Maschile è la mattanza degli operai edili, degli autotrasportatori e dei fattorini addetti alle consegne di cibo.

Il silenzio avvantaggia i settori politici che hanno individuato nella narrazione di genere un terreno fertile per i propri interessi elettorali, promulgando leggi antimaschili senza incontrare obiezioni. Prospera nelle istituzioni una vasta burocrazia professionale che vive della discriminazione antimaschile e ha interesse a perpetuarla. Gli organi di stampa si allineano al discorso dominante perché andare controcorrente allontana sponsor e inserzionisti. Infine, una parte della società può indirizzare il proprio odio verso un gruppo demografico senza incorrere in condanne morali, ostentando, al contrario, una posizione di superiorità etica.

Riconoscere i problemi degli uomini non diminuisce minimamente quelli delle donne. Non è una gara: è proprio il concetto di guerra tra i sessi che va respinto. Mentre problemi come il suicidio, l’insuccesso scolastico e gli incidenti sul lavoro colpiscono prevalentemente gli uomini, i media si attardano a disquisire di uomini (anzi, di “maschi”) che occupano troppo spazio in metropolitana per l’abitudine di sedere a gambe aperte, etichettandoli con neologismi grotteschi in globish: manspreading, mansplaining, manterrupting.

Mentre i tassi di suicidio maschile sono tre o quattro volte superiori a quelli femminili e oltre il novanta per cento degli incidenti mortali sul lavoro riguarda gli uomini, i media preferiscono importare termini stranieri dall’evidente connotazione antimaschile. Vengono finanziate campagne contro il famigerato manspreading. Nessuno, invece, lancia una campagna istituzionale sul tasso di suicidio maschile dopo il divorzio, che in alcune statistiche risulta fino a otto volte superiore a quello femminile nelle medesime circostanze.

Il messaggio implicito è chiaro: se un uomo si suicida, fallisce nella famiglia o nella professione, muore sul lavoro, è una tragedia individuale. Ma se occupa quattro centimetri in più su un sedile della metropolitana, diventa un aggressivo ambasciatore della cultura maschilista. È la vittima “indegna”, le cui sofferenze non interessano la narrativa dominante e possono essere ignorate in perfetta coscienza.

Tutto trasmette l’idea che i problemi delle donne siano legati al genere o al sesso, mentre quelli degli uomini vengano presentati come questioni esclusivamente personali. Per non parlare dell’abuso di termini come patriarcato, decontestualizzati e utilizzati come se rappresentassero un debito storico imprescrittibile. La scelta delle parole non è mai innocente.

“Patriarcato” è usato oggi in un’accezione che l’antropologia classica non riconoscerebbe, oltre a essere smentita dalla sua stessa etimologia. Originariamente il termine indicava il “potere dei padri” (il pater familias romano), e solo con Kate Millett la teoria femminista lo ha riutilizzato come sinonimo generico di dominio maschile.

Eppure, nelle società democratiche contemporanee, nelle separazioni familiari i padri perdono regolarmente la custodia dei figli. Potremmo perfino azzardare che siano stati gli uomini a porre fine al patriarcato, modificando la dinamica simbolica padre-figlio, propria del rapporto tra monarca e sudditi, in un modello egualitario o fraterno, sintetizzato nella triade rivoluzionaria: libertà, uguaglianza, fraternità.

Definire patriarcale la società occidentale contemporanea è un esercizio retorico, non descrittivo. Attribuire i problemi degli uomini al patriarcato o al maschilismo, parole ormai caricate di una forte valenza dispregiativa, produce inoltre un effetto perverso: rendere gli uomini responsabili della propria sofferenza e, di conseguenza, immeritevoli di riconoscimento o di empatia.

Il concetto di “debito storico maschile” è un altro costrutto ideologico. Presuppone che gli uomini, collettivamente, abbiano deciso di opprimere le donne. Ma nelle società premoderne le decisioni erano appannaggio di una ristretta élite, dalla quale quasi tutti, uomini compresi, erano esclusi.

Quanto ai maltrattamenti denunciati in ambito familiare o lavorativo, si insiste sul fatto che le denunce false siano pochissime, ma si sorvola sull’evidenza che, nonostante il clima sociale e giuridico prevalente, una parte significativa delle accuse non supera il vaglio dei tribunali.

In Spagna, alcuni anni fa, il partito centrista Ciudadanos — oggi scomparso dalla scena politica — tentò di prendere le distanze, in nome dell’uguaglianza davanti alla legge, da legislazioni ritenute discriminatorie nei confronti degli uomini. L’esperimento fallì, mostrando come la macchina politica, mediatica e culturale fosse in grado di travolgere senza esitazioni chi metteva in discussione il paradigma dominante.

La narrazione di genere agisce simultaneamente come establishment e anti-establishment, e questa duplice natura la rende praticamente inattaccabile. La macchina della disumanizzazione maschile funziona ventiquattr’ore su ventiquattro, come la mitologica officina di Vulcano.

Gli studi di genere vengono commissionati e lautamente finanziati da istituzioni affini, condotti da accademici altrettanto affini e pubblicati, senza un reale contraddittorio, da organi di stampa ugualmente schierati, finendo così per trasformarsi in senso comune e in proposte legislative. Il circolo si completa con la visibilità mediatica abnorme di gruppi di pressione il cui ruolo consiste nella rituale delegittimazione dei dissidenti, utilizzando al meglio – o, meglio ancora, al peggio – le reti sociali, nelle quali vengono fomentate, alimentate e costruite ad arte le cosiddette “bufere mediatiche” contro chiunque osi dissentire.

Persino alcuni magistrati hanno denunciato l’esistenza di pressioni. La macchina funziona senza intoppi non perché convinca tutti, ma perché il costo del dissenso aperto è proibitivo. Chi viene travolto da questo meccanismo non ha che tre alternative: l’autocritica in stile staliniano, il silenzio oppure l’ostracismo. Nel frattempo, la società viene privata del necessario dibattito pubblico, nonostante le quotidiane professioni di fede in favore della libertà, del pluralismo e della democrazia.

Anche nella concessione dello status di rifugiato politico prevale, secondo questa interpretazione, un’impostazione influenzata dalla prospettiva femminista. Maglie larghissime per le donne, mentre gli uomini devono soddisfare criteri molto più restrittivi.

Impressionante è il doppio binario della narrazione dominante: nel Paese d’origine l’uomo viene presentato come un despota (l’odioso patriarca per la sinistra, il barbaro per la destra). Non appena varca il confine, però, si trasforma in una figura gentile e rispettabile, da accogliere senza riserve. I suoi comportamenti – non di rado realmente antifemminili – vengono automaticamente giustificati con l’alibi delle tradizioni culturali, tollerate per gli immigrati ma negate ai cittadini maschi bianchi.

Il caso marocchino viene indicato come emblematico. Il piano di regolarizzazione finanziato dall’Unione Europea prevedeva che a tutte le donne, insieme ai figli, fosse automaticamente concesso lo status legale di rifugiato. Agli uomini, invece, sarebbe stato riconosciuto solo in presenza di determinati requisiti, quali l’età avanzata o una malattia.

Un uomo scapolo e senza figli, anche se in fuga da un conflitto armato, anche se vittima di violenza sessuale lungo il percorso (le Nazioni Unite hanno riconosciuto gli uomini come vittime di violenza sessuale nei conflitti soltanto nel 2013), non sarebbe stato considerato vulnerabile. L’Istituto Europeo per l’Uguaglianza di Genere non avrebbe sollevato obiezioni.

I numeri parlano da soli: l’82% di chi muore nel tentativo di raggiungere il Nord del mondo è di sesso maschile. Eppure le politiche migratorie rafforzano l’idea opposta: le donne sarebbero vulnerabili in quanto donne, gli uomini no. A meno che non si dichiarino omosessuali, categoria considerata privilegiata dalla sensibilità culturale postmoderna.

Frasi come «il maschilismo globalizzato esiste da diecimila anni e noi lo combattiamo solo da venti» oppure «sono secoli di ignoranza, secoli di patriarcato» non vengono presentate come semplici artifici retorici, bensì come il fondamento ideologico che giustifica la nuova discriminazione. Quando si presume una colpa intrinseca, qualsiasi misura può essere rappresentata come una legittima riparazione del passato. Tutto ciò avviene in una società che, paradossalmente, si proclama sempre più individualista.

La realtà, tuttavia, finisce per imporsi. L’insuccesso scolastico, i suicidi, la perdita di modelli di riferimento tra gli adolescenti maschi sono problemi in costante crescita, e arriverà un momento in cui ignorarli avrà un costo sociale insostenibile.

I numerosi casi di ipocrisia fondati su contraddizioni sempre più evidenti minano progressivamente l’autorità morale del discorso dominante. Per anni si è sostenuto che la soluzione risiedesse nella decostruzione di ogni modello ereditato. Ogni volta che un sostenitore della decostruzione si rivela aver praticato, nella vita privata, l’opposto di ciò che predicava pubblicamente, quel sistema perde credibilità e un numero crescente di persone inizia a dubitarne.

Nel frattempo emerge, nella rete e nei media alternativi, una nuova generazione capace di porre domande che nei media tradizionali restano tabù. Purtroppo, la struttura istituzionale continua ad agire in senso contrario. Quando una narrazione si cristallizza in leggi, ministeri, osservatori, dipartimenti universitari, sussidi e carriere professionali, smantellarla diventa estremamente difficile. Gli interessi consolidati che circondano la narrativa di genere sono troppo numerosi perché il cambiamento possa essere rapido.

Esistono inoltre fattori culturali che ostacolano la nascita di un movimento per i diritti degli uomini: la solidarietà di gruppo femminile appare molto più sviluppata di quella maschile. Assisteremo probabilmente a un graduale riequilibrio, disomogeneo, né automatico né indolore. Dovrà emergere un nuovo quadro concettuale capace di comprendere sensibilità diverse, nel quale il femminismo perda il monopolio culturale che oggi esercita.

Soprattutto, sarà necessario prendere atto che la disumanizzazione del maschio non rappresenta una teoria eccentrica, ma un fenomeno reale, per quanto sorprendente.

Contra factum non valet argumentum.

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