Il mio punto di vista è che quella dell’insegnante o del professore è un’arte. Non è una scienza ma un esperire maturandolo un metodo che metta meglio in forma l’esperire successivo. È un condurre l’affare, una conduzione o condotta del fare che istruisce l’istruito e l’istruttore insieme, come si evince peraltro dal temine pedagogia. È prammatica ed é pragma. Il pedagogo è una guida tutt’al più in possesso di uno o più saperi specifici. Questo giro di parole è per evitarne due. La prima da evitare è quella di scienza.
Non è né una gnosi, né un’“episteme” per dirla alla greca! Nulla di religioso, settario o di vero, nel senso di incontrovertibile logicamente. Ma soprattutto si dovrebbe evitare il più pernicioso dei termini, quello di vocazione.
Non esiste ed è bene che non esista una vocazione dell’insegnante o all’ insegnare. Mi verrebbe da dire come in un film che non ricordo che, se qualcuno mi parla di vocazione metto mano nella fondina alla pistola per ammazzarlo se è il caso.
I “vocati” possono essere anche peggio degli avvocati e mai comunque invocati!
Nessuna vocazione mi ha condotto a insegnare in una Scuola Media Statale, ma soltanto l’urgenza di una provvista di danaro insieme a una provvista di tempo libero da dedicare alla mia sola vera passione: lo studio.
Quando cominciai a insegnare gli studenti erano in generale più dei professori per cui era facile a un laureando in possesso di un diploma di scuola media superiore come il liceo classico insegnare in una scuola media unificata su chiamata del preside anche per un anno di seguito oltre che a rimpiazzare colleghi in ruolo per degli spezzoni d’orario.
Così capitò una prima volta. Fu quella volta che un amico carissimo che ora al termine di una vita avventurosissima si è ridotto a difendere l’utopia di una Venezia Salvata dal turismo, mi chiamasse per una supplenza di una settimana in campagna.
Scorrazzammo in bicicletta quei giorni e mangiai delle gigantesche bistecche comperate in macelleria.
Lui era di nomina annuale e per la simpatia era diventato una specie di istituzione nel paese dove insegnava. Tutti lo salutavano con il titolo di Professore ma doveva ancora laurearsi in filosofia come il sottoscritto.
Mi fu affidata una classe mista di bambini educati. La differenza tra i bambini di campagna e quelli di città, fosse il centro urbano o la periferia, era notevole in termini di rispetto. Nessun problema disciplinare all’entrata in classe e allo svolgimento delle lezioni. Tutto filò liscio tranne un incidente di cui mi rammarico umanamente ma che s’ inscrive in un aspetto dell’insegnare per me irrinunciabile: la crudeltà. Sia pure che per l’uso di questo termine occorra prudenza, preferisco usarlo espellendo invece del tutto il termine di vocazione. Sicuramente non può esserci una vocazione alla crudeltà. Eppure, se non si è sadici, ovverosia se lo si è per metafora soltanto, la crudeltà è necessaria.
Insegnare è crudele, è un’esercizio di crudeltà come quello del medico.
L’insegnante presuppone l’ignorante come il medico presuppone il malato. Il rapporto non è paritario e va esercitato per quel che é. Implica la differenza ribadita. E così come va bandito il termine di vocazione va anche bandito quello di eguaglianza.
L’insegnare è del Maestro, di colui che è di più, che è MAGIS. Il servire l’obbedire è invece di chi è MINUS cioè Ministro.
Il gioco di parole che si usava ai miei tempi di maestro e minestra funziona appieno. Il maestro nutre, colui che insegna nutre e accresce la fame di sapere, o di far meglio, di meglio eseguire fino alla fama per chi è capace di pervenirci ed ha la fortuna o la sfortuna di ottenerla.
Ma questo che ora racconto, a suffragio della tesi, non è che uno dei tanti episodi di crudeltà di cui s’infiora la mia carriera.
I bambini di quella classe di Ceggia erano buoni ed educati e per trascorrere il tempo di lezione volli quel giorno sentire il compito che la professoressa aveva precedentemente assegnato loro. Leggevano con proprietà e sensatamente. Procedevo a caso scegliendo i nomi dal registro dal momento che non li conoscevo né li avrei conosciuti più a fondo per i pochi giorni della supplenza.
Fu il turno di una ragazzina dolcissima che iniziò a leggere il suo componimento con grazia, circondata dall’attenzione dei suoi compagni. Vi si dipingeva come in un quadro la primavera imminente. A un certo punto accennò al canto di una cinciallegra. La fermai e le chiesi come fosse una cinciallegra.
Lei si arrestò muta e non disse nulla.
“Dimmi Il colore delle penne, le ali, il becco, le zampe come sono?”. Insistevo. E lei ammutolita. Non lo sapeva. E io:
“Ma come? Usi le parole e non sai che cosa vogliono dire?”.
E mentre tutti i compagni sogghignavano, lei pianse.
Avevo inferto un duro colpo alla migliore per la professoressa della classe perché usava parole belle senza sapere che cosa significassero … parole ipocrite come tutti i neologismi americani di questa classe politica indecorosa.
Ero però commosso dentro di me e cercai di rimediare.
Parlai dell’importanza delle enciclopedie e dei dizionari e che ogni volta che si fossero imbattuti in parole di cui ignoravano il significato era buona regola documentarsi.
Ai miei alunni più tardi avevo portato in classe alcuni dei miei dizionari e l’enciclopedia dei ragazzi IL TESORO della Utet, quella che mi aveva regalato mio nonno e che conoscevo si può dire a memoria. Se non sapevano qualcosa che la consultassero e mi lasciassero studiare per conto mio il cinese.
Persi quell’ enciclopedia o qualcuno se la portò a casa. Meglio!
La ricomperai molti anni più tardi perché era il ricordo di un’infanzia eccellente: la mia.
Quando con Stefania la mia seconda moglie andammo a Parigi in un emporio dal nome di Surcouf dei migliori dalle parti del La Fayette in cerca di gadgets elettronici le spiegai che l’emporio aveva il nome del famoso corsaro francese Surcouf.
Sapevo chi era Surcouf perché era una delle biografie dell’enciclopedia dei ragazzi il Tesoro nella sezione periodica de “I Grandi Capitani”.
Mi sembra chiaro il senso dell’allegoria. Quella bambina era una cinciallegra che quel giorno aveva incontrato il crudele Robert Surcouf corsaro di Francia!
dall’inedito “Il Professore Meraviglioso” di
Renato Padoan

