Corpo, sacrificio e ricerca di senso in un cosmo senza progetti
Sotto l’aspetto storico e antropologico, il sacrificio involontario del gigante antropocosmico segna la transizione dalla società pre-diluviana a un nuovo ordine mondiale. In questa faglia temporale si realizza la transizione dal non-tempo al tempo storico, ovvero dallo stato indifferenziato di pura esistenza materiale e istintuale («anima» nel senso di «psiche primordiale») all’affermazione di una coscienza ordinatrice, intenzionale e sacrificale.
Al tramonto della visione “ingenua”, o naturale, corrisponde a un sentire comune segnato dal sacrificio personale e dai conflitti ritualizzati. Questo ethos, a sua volta, viene progressivamente riassorbito nel principio del dono, che troverà la sua forma più compiuta nella funzione di pharmakos (capro espiatorio), da intendersi come offerta a un Superiore.
Tali concetti non si diffondono solo in Eurasia ma anche nelle Americhe, dove giungono (via Groenlandia meridionale → isola di Anticosti) al seguito dei profughi del Centro Sacrale Secondario Nordatlantico, cioè degli Atlanti (o scandinavi preistorici), presumibilmente salpati da una terra situata nell’area oggi sommersa tra l’Islanda, le isole Fær Øer e il banco di Rockall.
Al momento non esistono testimonianze sui tempi di permanenza di queste genti nelle attuali province di Terranova e Labrador, Nuovo Brunswick, Nuova Scozia e parte orientale del Quebec. Tuttavia, il numero di «colonie spirituali» sorte sul modello dell’originaria Thule iperborea e la lentezza dei processi preistorici, rendono assai probabile l’ibridazione tra i nordatlantici e i popoli paleo-indiani oggi chiamati genericamente «popolazioni arcaiche» (8.000-2.000 a.C.). Uno dei risultati di questi incroci potrebbe essere la «cultura Saqqaq» (pre-Inuit) – sorta tra il distretto di Thule a nord e il distretto di Nanortalik a sud – risalente al periodo 2.500-800 a.C.
Al travaso di conoscenze sono tradizionalmente attribuiti la codificazione delle norme di convivenza, l’introduzione della pesca, l’allevamento del bestiame, le tecniche agricole, l’arte ceramica, la medicina tradizionale, la strutturazione del calendario sulla base di una consolidata ritualità sacrificale, nonché la trasmissione del patrimonio narrativo di cui il mito dell’assassinio del macroantropo è un chiaro esempio.
Sulla scia della tradizione nordatlantica, infatti, anche quella mesoamericana contiene la storia di una generazione di nuovi «restauratori dell’ordine spirituale» (Tezcatlipoca e Quetzalcoatl), i quali, prima di mettersi ferocemente l’uno contro l’altro, agiscono di comune accordo per fare a pezzi il corpo enorme del gigante Tlaltecuhtli (talvolta descritto come una divinità femminile o androgina), con le cui membra staccate viene formato il nuovo mondo.
In entrambe le cosmovisioni (nord → sud), il processo sacrificale sancisce l’inizio di una realtà inedita scaturita da uno stato caotico preesistente (il mondo travolto dalle catastrofi della deglaciazione würmiana) e diretta verso un nuovo ordine. Lo scarto spazio-temporale, tuttavia, determina differenze parimenti rilevanti: la carcassa di Ymir genera un “universo vivente”, mentre quella di Tlaltecuhtli serve a rivitalizzare un ambiente naturale strapazzato e violato.
Nel primo caso gli occhi (il pensiero umano) sono ancora rivolti verso l’alto, mentre nel secondo guardano già verso il basso (alla materia), confermando l’avvenuta transizione da una civiltà basata sulla potenza celeste a una civiltà tellurica con minori pretese esistenziali. Da una parte si avverte l’esigenza di rimappare l’universo, dall’altra ci si accontenta del concime.
Ma d’altronde, nessuna tradizione mitologica può chiamarsi fuori dal proprio mondo fisico (conformazione geografica ed elementi storici costitutivi). In Mesoamerica la deglaciazione würmiana non “scioglie i ghiacci”, come nell’area nordatlantica, intensifica invece le piogge creando un contesto ambientale più stabile e umido, ideale per la domesticazione del mais, dei fagioli, delle zucche. È gioco forza, dunque, che il sacrificio involontario di Ymir sia una tantum, mentre quello di Tlaltecuhtli diventi un tributo permanente, rivolgendosi a un elemento (la terra) che chiede di essere continuamente fertilizzato.
– La simbologia dell’Appeso: tra espiazione e partecipazione
In seno alla logica del debito cosmico – secondo cui il mondo sarebbe stato creato da un omicidio sacro, perciò la sua continuità richiederebbe la ripetizione di quell’atto – si colloca la transizione filosofica alla quale abbiamo dato il nome di «magia». Ciò trasforma radicalmente la visione dell’uomo, non più vittima passiva di un’economia sacrificale che lo trascende, bensì amministratore del debito, e dunque responsabile delle sue conseguenze.
Si passa così da una cosmologia dell’espiazione a una più complessa cosmologia della partecipazione operativa. Finisce la fase emergenziale, si afferma il pensiero magico e nasce l’archetipo dell’«Appeso», che rappresenta il sacrificio volontario di chi è disposto a soffrire le pene dell’inferno pur di ottenere un potere ancora più grande.
Per i motivi sopra detti (il mondo è piccolo, dopotutto), la diffusione di questa simbologia è trasversale: in Nordeuropa, Odino resta “appeso all’alto tronco sferzato dal vento del frassino Yggdrasill per nove intere notti, ferito di lancia”, mentre in America il guerriero lakota (o sioux) si appende al pioppo di fiume durante la Wiwanyag Wachipi, o Danza del Sole, che costituisce il cuore pulsante della spiritualità dei popoli delle Grandi Pianure (Nebraska, Wyoming, Montana, eccetera).
In entrambi i casi, il sangue è il dono supremo.
L’«altare» del sacrificio, è sempre l’Albero del Mondo.
Ancora una volta, tuttavia, le convergenze rituali e simboliche non devono oscurare le differenze. Più antica ed evoluta, la cultura nordatlantica finalizza il sacrificio alla conoscenza intellettuale: attraverso le rune (il linguaggio scritto e divinatorio) la sofferenza di Odino si trasforma in sapienza, o potenza mentale. Invece i Pellerossa, non conoscendo la “magia” in senso manipolatorio, donano il proprio sangue per rinsaldare il “patto agrario” stipulato tra il popolo, la terra e il Grande Mistero.
Ritualmente “ferito di lancia”, Odino pende con il costato trafitto dall’asta di Gungnir e il sangue versato sul frassino sigilla il patto; trafitto al petto con ossa di bisonte o artigli d’aquila legati al palo, il guerriero danzante si vota al Sole in una preghiera che è anche un atto di compassione (offrire la propria sofferenza per alleviare quella altrui).
Più tardi, questi principi entreranno nel patrimonio culturale di molte tradizioni sotto forma di incarnazioni, riti, sacramentalità. In termini filosofici, si affermerà il concetto di “Spirito che si fa forma“. La magia delle rune ne è un esempio potentissimo. La Danza del Sole ne rappresenta un altro. Il supplizio della crocifissione ideato dagli Assiro-Babilonesi ne è un terzo.
Ma il lungo cammino dell’Appeso nella Storia, rivela una verità ancora più interessante: i sacrifici imposti alla carne diventano sublimi solo nei casi in cui tutte le altre facoltà (mente, anima, intero Io) convergono in un atto unitario di annullamento contemplativo dinanzi a ciò che trascende ogni nome e rappresentazione. In caso contrario, si aprono le porte della depravazione.
I supplizi congegnati dalla coscienza pensante, riproducono anziché trascendere la logica strumentale del mondo che intendono superare attraverso l’immolazione, rivelando così la propria incapacità strutturale ad invertire la marcia dell’evoluzione. È un attimo scivolare dal sacro all’idolatria, dall’elevazione dello spirito al sadomasochismo.
Si pensi, ad esempio, al culto di Attis diffuso in Frigia dalle culture matristiche e poi diffusosi in tutta l’area mediterranea: ogni anno in primavera (Dies Sanguinis, 24 marzo) l’arcigallo e i suoi fedeli eseguivano una danza frenetica attorno al pino sacro (pigne ricche di pinoli = fecondità) flagellandosi, tagliandosi le braccia, versando sangue sul tronco fallico con l’intenzione di commemorare l’auto-castrazione e la morte del dio.
Oggi le sensazioni fisiche “forti” come punture e perforazioni, morsi e pugnalate auto-inferte sono passate di moda, ma non per questo l’essere umano ha smesso di «farsi del male». Anzi. Con la scusa della presunta “inadeguatezza” del corpo, il maschio matrizzato (resuscitato dalle due guerre del Novecento e reincarnatosi nel transumanesimo) altera il proprio sangue con sieri genici, modifica gli organi con protesi digitali e microchip, innesta occhi e orecchie bionici capaci di fornire lo zoom ottico e l’udito amplificato.
Per l’ennesima volta, l’uomo sacrifica sé stesso in cambio di un potere più grande. Con la differenza, rispetto al passato, che l’avversione verso l’involucro carnale ha cambiato postura: non più «verticale» (il depotenziamento fisico che innalza l’anima), la manipolazione del “mago-transumanista” procede in senso «orizzontale», nella messianica attesa che la mente potenziata proclami il re del mondo e incoroni pro-tempore una nullità di passaggio.
Là dove l’iniziato preistorico vedeva nella tortura della carne una feritoia per lasciar entrare il numinoso, il tecno-scientista vede nelle protesi artificiali un’opportunità per dominare la materia. Non si sottrae più per ascendere, ma si aggiunge per trattenere.
– Il combustibile sacrificale come tramite tra la Terra e il Cielo
Così come l’appensione volontaria all’albero/axis mundi è un chiaro segno di forza, autonomia e conquista spirituale, il culto di Attis legato a Cibele riflette un morboso rapporto di amore, tradimento, castrazione e morte. Avvalendosi del proprio giudizio personale, ciascuno valuti da quale delle due parti si è schierato il transumanesimo, o ultimo sacrificio della carne.
Il Rinascimento italiano, dovendo scegliere un archetipo per i Tarocchi, scelse l’Appeso originale, al quale assegnò il compito di raffigurare il dodicesimo arcano. E qui, tocca armarsi di pazienza e tornare al punto di partenza, ovvero al contesto geo-storico dell’Ecumene Settentrionale.
Per le popolazioni ariane, infatti, il 12 era il numero della «buona armonia cosmica», della completezza, dell’ordine e della sintesi perfetta. Ma soprattutto, era il «sigillo» dell’alleanza tra il cielo e la terra che si concretizzava attraverso l’azione dello spirito sulla materia.
Il 12 fu anche uno dei capisaldi simbolici della Tradizione Solare che, dopo i diluvi, cambiò ogni paradigma, divenendo pressoché universale. Scampato a una gelida oscurità, l’uomo credette di vedere nel ritorno del sole la bontà del progetto divino (invisibile, puro spirito) che s’incarnava nel mondo attraverso una tecnica (rito, arte, azione ripetuta) capace di renderlo presente, stabile, efficace.
L’energia solare, tuttavia, sarebbe rimasta astratta e incapace di incarnarsi nel ciclo vitale senza una mediazione concreta. Le civiltà tradizionali individuarono così nel Legno (gli alberi sacri, le foreste iniziatiche, le travi del tempio) il “supporto” ideale attraverso cui la forza solare poteva discendere e agire sulla Terra senza essere distruttiva.
Tradizionalmente, il legno domina l’Equinozio di Primavera, l’alba dell’anno solare. Rappresenta l’inizio del ciclo generativo, simboleggiando la rinascita della vita. La sua energia è vista come espansiva, estroversa e in costante ascesa verso l’alto. Così come l’albero rifiorisce al termine di un duro inverno, l’Appeso (all’albero) risorge dopo un’esperienza dolorosa, sacrificale, spirituale.
– Appesi, sanguinanti, seduti e crocifissi
Spesso associato alla Tradizione Iperborea, o nordatlantica, il Legno finisce così per diventare il “combustibile” del fuoco sacrificale, il supporto che permette al Sole di manifestarsi nel rito, mentre l’Elemento Fuoco rappresenta il solare nella sua essenza trascendente.
Ai primi eroi solari è sufficiente un bosco, o una foresta, per assumere l’energia vitale dal legno e trasformarla in luce e calore spirituale (fuoco). Odino si appende al frassino per acquistare sapienza; il guerriero lakota sanguina attorno al pioppo per il bene della comunità; sotto il ficus Siddhartha Gautama detto Buddha raggiunge l’illuminazione.
Inchiodato al legno di cedro, Cristo rivoluziona invece il senso del dolore, della giustizia e del rapporto tra umano e divino, cambiando radicalmente la logica del sacrificio. Poiché apparteniamo alla “cultura dell’immagine”, possiamo fissare i concetti espressi in altrettante essenze lignee, attribuendo a ciascuna di esse una logica, o visione, differente.
1. Il frassino – logica iniziatica di auto-fondazione.
Odino non soffre per altri, ma per «diventare ciò che è destinato ad essere». Attraverso un’ascesi solitaria e un sacrificio autoinflitto, egli conquista la sapienza segreta che governa il cosmo, rimanendo tuttavia all’interno di una logica di potere iniziatico e di ordine cosmico.
2. Il pioppo di fiume – logica del voto.
Il guerriero lakota si sacrifica in cambio di qualcosa: la guarigione di un parente, la vittoria in battaglia, la protezione della comunità. Il suo voto è la conseguenza di un bisogno, perciò il dono che ne deriva è finalistico, motivo per cui deve ripetersi ogni anno con nuovi supplicanti.
3. Il ficus – logica della saggezza.
Per Buddha il legno (l’albero della Bodhi) è il luogo dell’amore che nasce dalla saggezza e dalla compassione universale. Siddhartha non muore sotto l’albero, ma rinasce come Buddha, il “Risvegliato”. Il suo non è principalmente un dono fatto *a* qualcuno (sebbene poi lo diventi), bensì una comprensione profonda della natura della sofferenza e della sua cessazione.
4. Il cedro – logica dell’amore gratuito.
Cristo non ha rune da conquistare, né fa alcun voto, né si offre come esempio da seguire. Si dona gratuitamente: “Nessuno mi toglie la vita, ma la offro da me stesso” (Gv 10,18). Sul legno di cedro non si consuma un sacrificio individualistico o iniziatico, bensì un sacrificio vicario che segna il passaggio da una giustizia retributiva (la colpa deve essere ripagata dal colpevole) a una logica di totale gratuità. In questo caso l’amore è agape, scende senza che vi sia un merito o un voto da parte di chi lo riceve, mentre la croce rappresenta il sacrificio storico, unico e irripetibile, che fonda una nuova alleanza.
– Dall’archetipo all’esempio
Dal punto di vista umano, la croce è l’apoteosi del fallimento. Eppure, in questa apparente sconfitta risiede l’essenza della vittoria spirituale per eccellenza: attraverso il sacrificio sull’altare ligneo, dio promette di accompagnare l’uomo nella sua fragilità, rendendolo capace di sostenere il dolore e di vivere una comunione autentica con gli altri.
In quest’ottica, la maturità spirituale non consiste nel raggiungimento del successo materiale – come ribadito dalle interpretazioni della Riforma del XVI secolo, sfociata nel transumanesimo – bensì nel distacco dai troni umani. La grazia non si manifesta “per miracolo”, né dio riempirà i vuoti dell’esistenza umana con prodigi soprannaturali, ma, al contrario, apparirà quando la storia individuale e collettiva cesserà di seguire i sogni di gloria degli umani.
Filosoficamente, sta qui la differenza tra il sacrificio che mira alla sapienza iniziatica e quello propiziatorio, e ambedue dall’altro in cui l’albero – non più axis mundi – diventa un patibolo, instaurando un nuovo rapporto tra il divino e l’umano.
La croce non è un archetipo, ma uno strumento di supplizio che appartiene a un patrimonio di crudeltà condiviso da diverse culture antiche e moderne. Non è acquisizione, ma kenosi (svuotamento di sé). Non è ostentazione di coraggio, ma semmai ammissione di fragilità.
Appeso al frassino, Odino muore per sé, sopportando la tortura senza un lamento perché spera di acquistare potere. Appeso al pioppo, il guerriero lakota soffre in silenzio per il bene collettivo. Seduto sotto il ficus, Buddha indica la Via. Mentre Cristo sulla croce si ribella: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” Questo è il momento in cui il divino smette di nascondersi dietro l’atto eroico e coraggioso per svelare una implicita vulnerabilità.
In questo senso, la croce è il simbolo del rovesciamento di ogni paradigma: ciò che il mondo considera debolezza (oggi l’anonimato, l’emarginazione) sarà cifra della potenza divina; ciò che il mondo celebra come conquista (il successo, l’apparenza) si perderà nella vacuità.
L’«Appeso» conosce queste cose da millenni; eppure, non cambia strada. Ma quale senso può avere sacrificare qualcosa o qualcuno a un Fine Ultimo in un cosmo che conosce solo Processi? Così facendo, l’umanità non corre il rischio di seminare un terreno che non ha alcun interesse per l’agricoltura, né alcun debito verso le attese dell’agricoltore?
2 – continua

