Lo sconfinamento della lingua inglese nel Bel Paese
Quando s’insegna l’italiano – soprattutto all’estero – a stranieri innamorati della musicalità della nostra lingua, che l’opera lirica continua ad esaltare attraverso il mondo, la frequenza degli anglicismi è fonte per l’insegnante d’imbarazzo e d’irritazione. La presenza di una caterva di parole come “killer”, “badge”, “jackpot”, “tilt”, “gossip”, “pressing”, “standing ovation”, “trolley” ecc., negli scritti italiani odierni crea una situazione imbarazzante. A questi suoi allievi che sono attratti dall’idea, così lusinghiera per noi italiani, di una italianità ricca di forme e di suoni armoniosi, l’insegnante dovrà spiegare il perché di questo ridicolo scimmiottamento della lingua degli americani. In Québec e in Francia, invece, si cerca di mantenere una distanza di sicurezza tra la lingua francese e l’inglese perché si vogliono proteggere i preziosi confini della propria identità storica, culturale, linguistica.
Col trapianto nella terra adottiva noi abbiamo dovuto assumere un nuovo destino collettivo. All’estero diviene chiara l’idea di patria, parola che per gli italiani rimasti a casa ha spesso una connotazione puramente retorica. L’idea di patria emerge dal confronto con gli altri che appartengono a un diverso destino nazionale, e presso i quali, o insieme ai quali nel multiculturalismo, noi ormai viviamo.
L’apprendimento di nuovi idiomi – qui in Québec le lingue da imparare sono due – spinge l’immigrato italiano a fare un raffronto tra la sua lingua e le altre. La lingua e sì uno strumento utilitario quindi opportunistico, ma essa racchiude in sé un mondo di sensibilità e di valori, una cultura, un passato. Un lungo passato. All’estero l’italiano si renderà quindi conto della forte carica identitaria che possiede la lingua madre. La quale non è uno strumento neutro poiché veicola valori; e purtroppo veicola, a danno di noi espatriati italiani, anche stupidi stereotipi. Tra le parole italiane diffuse all’estero vi sono infatti tre termini cui i nostri detrattori fanno stupidamente ricorso per abbassarci: pizza, spaghetti, mafia. In sintesi, la lingua si rivela all’espatriato nella molteplicità dei suoi aspetti non solo strumentali, ma culturali, sentimentali, identitari.
Constatando la noncuranza e la trascuratezza sfioranti il disprezzo che esiste nella penisola nei confronti della lingua nazionale, considerata da molti, governanti inclusi, uno strumento puramente utilitario, c’è da interrogarsi sulle reali capacità del popolo italiano di tramandare ai posteri le radici spirituali del proprio essere collettivo attraverso la trasmissione di quell’incomparabile patrimonio culturale che è la lingua nazionale.
Lo spirito a-nazionale e anche anti-nazionale è ben presente tra i progressisti della penisola. Ed esso caratterizza anche il popolo italiano nel suo insieme. Cosa volete, l’ecumenismo vaticano, l’internazionalismo marxista, e la sconfitta dell’Italia nell’ultima guerra hanno diseducato le masse a un sano, normale patriottismo. Per i progressisti della penisola la lingua italiana fa sì parte dell’identità nazionale ma appunto per questo – per questo suo carattere nazionale – non merita eccessivo rispetto. Per loro “nazionale” evoca “nazionalista”. Loro si sentono cittadini del mondo.
Tutto quello che fece il fascismo – tutti noi lo sappiamo – è da rigettare, e quindi anche la difesa della lingua, ben presente durante il fascismo, è da buttare via. Ed è così che la tendenza anarchica, esibizionistica e provincialmente esterofila che affligge il carattere italiano trionfa; mentre un comportamento normale di difesa della lingua nazionale viene considerato alla stregua di un pericoloso nazionalismo.
Un’inondazione di parole inglesi
Nella lingua italiana, divenuta ormai un itanglese (itangliano, italese, italiese, italianese, anglitaliano, itanglish), fare flop ha suonato la campana a morto di fare fiasco. Il gossip ha sfrattato i pettegolezzi. E se ci si vuol dare o si vuol dare agli altri un nomignolo, un soprannome, un appellativo, un epiteto, uno pseudonimo si ricorre obbligatoriamente al termine “nickname”, il solo che ormai tutti capiscano. L’effetto sottrattivo dell’inglese vuol dire proprio questo: gli anglicismi sbancano i termini italiani.
Nello Stivalone i rumor hanno messo a tacere le voci. E tycoon ha fatto le scarpe al nostro magnate. Per le masse italiane Trump non è un magnate, bensì un tycoon. Il termine magnate è presente sia nella nostra lingua che in quella inglese. Per i giornali del mondo intero Musk è un magnate e non un tycoon. Anche in Italia, paese dei “magna magna”, nessuno fa confusione tra i due: Trump è un tycoon e Musk un magnate, parola però da pronunciare all’inglese.
Grazie all’itanglese, il summit ha soppiantato il vertice. I supporter hanno espulso dagli spalti i tifosi. La governance ha fatto le scarpe alla dirigenza. “In cima” è finito al secondo posto, surclassato da “al top”. Pressing si è sostituito a pressione, a premura, a richiesta insistente. Il successo di pressing è straordinario. Dai giornali: “La guerra in Europa, pressing verso il negoziato”, “Fratelli d’Italia in pressing su Bruxelles”, “Pressing USA su Roma”, “Governo in pressing”, “Macron va in pressing”, “I sindaci DEM in pressing sulla leader”, “Pressing su Putin”. Di gran popolarità è l’espressione “pressing bipartisan”, che gode di gran favore presso quelli del Manifesto, della Stampa, del Corriere della Sera e degli altri quotidiani. Oggi si fa pressing come un tempo si faceva footing, divenuto poi jogging.
Nelle redazioni dei giornali l’angloamericano è un jackpot – il “montepremi” di un tempo – da cui gli indaffarati addetti ai lavori arraffano quel che possono. Cosa volete: nella scelta delle parole da usare i redattori non vanno per il sottile; forse perché sono in pressing o per dirla borbonicamente “vanno e’ pressa”. Tanto “e’ pressa” che io credo che vi sia stata una confusione tra il gerundio pressuring, da to pressure = esercitare pressioni, e l’aggettivo pressing che in inglese vuol dire urgente. Secondo me è andato di fretta anzi “e’ pressa” anche il legislatore quando ha denominato “stalking” il comportamento persecutorio, le molestie reiterate, le pressioni assillanti, le vessazioni, il braccare un essere umano; con il risultato che avvengono fatti del genere: “Il Tar di Aosta ha accolto il ricorso di un uomo denunciato per stalking: aveva regalato cioccolatini e fiori a una donna.” Morale della favola: con le parole inglesi si possono prendere fischi per fiaschi.
Oggi non abbiamo più un partigiano come presidente come ai tempi di Pertini. Secondo me, il nostro attuale presidente, Sergio Matterella, meriterebbe invece l’appellativo di “multi-partisan”. Il nostro presidente infatti “è in pressing” perché l’Italia accolga a braccia aperte i cittadini dei paesi dove non si rispettano i diritti umani. Tali paesi sono centinaia, e tali persone sono centinaia di milioni. A questo punto è possibile non commentare: ma la mafia, prodotto tipico italiano ed anzi siciliano, non conta per il siciliano Mattarella? Dopo tutto a lui la mafia ha ucciso un fratello. E la mafia, la ‘ndrangheta, la camorra di casa nostra rispettano forse i diritti umani? Non sarebbe bene impegnarsi a fondo per garantire la protezione dei diritti fondamentali a siciliani, calabresi, napoletani e agli altri della penisola? Ma so di fare un discorso pericolosamente sovranista, populista, o addirittura “fasc…a”, inviso all’ecumenismo del Vaticano e a quello del Quirinale, celebratori entusiastici del diverso straniero.
Sostegno bipartisan all’itangliano
Non possiamo negare che ci sia una certa coerenza in coloro che si mobilitano per l’abbattimento di porte, muri, frontiere a favore del magnifico diverso, e che sono quindi a favore anche della mescolanza di lingue, con l’inevitabile subordinazione del nostro idioma a quello del padrone: gli americani, i nostri liberatori cui tanto dobbiamo.
Churchill in un discorso agli studenti dell’università di Harvard, il 6 settembre 1943, disse: “Il potere di dominare la lingua di un popolo offre guadagni di gran lunga superiori che non il togliergli province e territori o schiacciarlo con lo sfruttamento. Gli imperi del futuro sono quelli della mente”.
I colonizzati nostrani, gran campioni di esterofilia e d’ibridazione e di copia-incolla, vedono invece nella difesa della lingua italiana contro gli anglicismi un pericoloso antistorico nazionalismo. E dire che questo fenomeno di asservimento al padrone di turno dovrebbe invece evocare gli sciuscià, le marocchinate, le “segnorine”.
In pochi paesi al mondo, e forse in nessun altro eccetto che nello Stivalone, succede che un programma governativo, una legge nazionale, un regolamento, un avviso diretto ai connazionali sia redatto in una lingua straniera. Sono cose ovvie che solo i progressisti italiani, amanti incondizionati del diverso, della varietà e dell’eguaglianza, stentano a capire. E così “Be cool and join the Navy” fu, nel 2015, lo slogan della campagna di reclutamento della marina militare italiana.
L’abitante della penisola è portato a fare politica su tutto con tutti. Dobbiamo invece resistere alla tentazione di pensare che vi sia una contrapposizione ideologica riguardo al servilismo linguistico che l’uso dell'”itanglese” o “itangliano” comporta. Sarebbe un errore credere che siano di sinistra coloro che usano con voluttà le parole di nuovo conio di stampo angloamericano, mentre siano di destra coloro che difendono la lingua madre dagli inquinamenti stranieri. L’idea che esista una tale contrapposizione è errata. Chi impone dall’alto o ripete dal basso locuzioni e termini come “Jobs Act”, “Election day”, “Family day”, “Welfare”, “Social card”, “Question time”, “Stalker”, “Stalking”, “Pressing”, “Gossip”, “In tilt”, “Killer”, “Borderline”, “Flop” e altre amenità del genere, merita da parte nostra una scarica di pernacchie prescindendo dal colore politico del propagandista esterofilo di turno. È l’intera nomenklatura intellettuale, politica, giornalistica, artistica della penisola a comportarsi da “sciuscià” di fronte agli ex liberatori che oggi ci liberano anche della nostra lingua. E il popolo da parte sua segue scodinzolando. E nello stesso modo in cui gli stalker e i killer non fanno distinzioni politiche quanto alle loro vittime, il vecchio assassino e omicida del codice Rocco si è tramutato a guisa di zombie in un moderno killer, e ciò tanto per i giornalisti di destra che quelli di sinistra.
Gli scoop (colpi) giornalistici, spesso fasulli, sono moneta corrente nel quadro del giornalismo degli iscritti all’albo, istituito dal fascismo ma che nessuno contesta in nome del pur sacrosanto onnipresente antifascismo; i quali giornalisti, anche i più contestatari scrivono, inevitabilmente, per testate sovvenzionate dal governo, il che è la regola in Italia dove i giornali si reggono sul denaro di Pantalone.
Cerchiamo, nonostante tutto, di trovare un aspetto positivo al carattere bipartisan di questo servilismo linguistico: finalmente unità e concordia tra gli italiani. In un’Italia da sempre divisa su tutto, il flop ex fiasco rende finalmente bipartisan i suoi abitanti nel loro ridicolo spiccicare le magiche parole americane. Peccato solo che tali patetici abracadabra all’americana invece di aprire chiudano a doppia mandata la caverna già così povera della dignità nazionale.
L’esterofilia, male cronico italiano
Il non rispetto della lingua nazionale, erosa dall’abuso grottesco che gli italiani fanno degli anglicismi – governanti, organi d’informazione, intellettuali, e autorità di ogni ordine e grado in testa – è una conseguenza anche dello spirito d’indisciplina che li contraddistingue anzi che ci contraddistingue. È inevitabile: nel Bel Paese la cronica refrattarietà alle regole riguarda anche le regole di grammatica e soprattutto la regola basica secondo la quale gli italiani, governo e popolo, dovrebbero servirsi dell’italiano e non di una lingua rabberciata: l’italianese o itanglese o itangliano o italese o italiese o itanglish o anglitaliano; come può essere chiamata questa nostra nuova lingua nazionale farcita di termini e locuzioni inglesi. A ciò si aggiunga il fatto che siccome la lingua è un potente segno d’identità collettiva, gli italiani, i quali in maggioranza sono imbevuti di spirito antinazionale e godono nel proclamarsi “cittadini del mondo” ma tenendo ben caro il culto dello spaghetto al dente e anche quello della gesticolazione a tutto campo, provano un sentimento di fedeltà assai incerto verso quel prezioso bene collettivo che è la lingua dei padri. Ai frutti dell’indisciplina si aggiungono quindi i frutti dell’esterofilia, male cronico italiano.
La giustificazione morale e politica di questo sbracamento in campo linguistico è l’impegno antinazionalista che si traduce nell’apertura al diverso e alla sua lingua. Durante il ventennio fascista le autorità combatterono i forestierismi in favore della “purezza” della lingua nazionale. E nel proporre certi neologismi nostrani qualche volta si sfiorò il ridicolo. Il che non dovrebbe legittimare oggi l’atteggiamento opposto che consiste nell’inondare la propria lingua di anglicismi, rendendosi ridicoli agli occhi di chi conosce sul serio l’inglese. Secondo i benpensanti, difensori ad oltranza del pensiero unico da esprimere di preferenza con una lingua unica, chi lotta contro la propria lingua dimostrerebbe apertura di spirito, senso democratico ed ecumenismo. Peccato solo che il troppo stroppi, specie quando il troppo è l’autocastrazione anche se solo linguistica.
La diagnosi del linguista Bruno Migliorini conferma l’interpretazione del fenomeno della sottomissione di oggi come reazione all’antagonismo di ieri: “Crollato il fascismo, il gusto della ritrovata libertà spinse ad adoperare parole forestiere a dritto e a rovescio.” L’attuale sbracamento degli italiani nei confronti dell’inglese sarebbe quindi una reazione all’oltranzismo del regime fascista che lottò, con uno zelo talvolta eccessivo, in difesa dell’italianità della nostra lingua contro i barbarismi. Oggi, le forze vive – si fa per dire – della nazione, progressisti in testa, ci deliziano con i loro anglicismi. Io zelo eccessivo, in un’Italia amante delle mode, si manifesta oggi a favore della lingua inglese. Siamo passati da una propaganda all’altra. E ogni epoca ha la propaganda che il popolo merita.
Forse non ci sarà da aspettare molto prima che i nostri intellettuali, giornalisti e uomini di partito lancino una campagna progressista e liberatoria in favore dell’you americano, dopo quella che fu condotta durante il ventennio in favore del voi contro lo spagnolesco lei. Essa fu una campagna legittima, dopo tutto, anche se oggi viene spernacchiata o addirittura demonizzata.
Condizione essenziale perché continui in Italia questo smottamento della lingua italiana verso i termini inglese è, beninteso, che gli americani continuino a sedere a cassetta sul carro dei vincitori. Altrimenti gli italiani cambieranno registro linguistico, adattando prontamente le loro bocche, nate per l’ossobuco e le tagliatelle e per i suoni d’organo della lingua italiana, ai nuovi suoni vincenti che potrebbero anche essere, un giorno, i suoni dell’alfabeto cinese.
Claudio Antonelli


