Come avete avuto modo di vedere, accingendomi a presentarvi gli articoli raccolti sotto questo titolo, e i primi due sono una sorta di ampie recensioni dei testi che non ero riuscito a esaminare sufficientemente a fondo prima del pensionamento, il risultato è stato in pratica meno in ordine sparso di quanto avessi preventivato. Chiamatela serendipità o semplicemente fortuna, ma ad esempio nella prima parte sono riuscito a presentarvi l’esame di una serie di testi concernenti la mentalità americana che purtroppo il sistema mediatico sta espandendo anche da noi.
Adesso, nel momento in cui mi accingo a rivedere qualche testo salvatosi fortunosamente dalla formattazione che ho subito nel dicembre 2018, sebbene quest’ultima abbia purtroppo cancellato una collezione molto più estesa di cui aspettavo il momento della quiescenza per esaminarli con tranquillità e parlarvene, mi accorgo che stranamente, essi riguardano soprattutto la tematica delle origini. Beh, lo ammetto, in realtà è addirittura ovvio, avendo io in questi anni fatto di essa il campo principale delle mie ricerche.
Da allora in poi, si è anche aggiunto qualcosa di nuovo, perché non è che in sette anni di tempo non ne sia passato.
Comincerei con un testo di Michele Ruzzai che il nostro amico ha prodotto come introduzione a una mia conferenza e, data l’importanza dell’argomento, spero non vi dispiacerà se ne cito uno stralcio piuttosto ampio.
“Come in nessun altro continente, apparteniamo tutti ad unico ceppo razziale, quello europide, mentre invece altre aree del pianeta presentano fenotipi molto più eterogenei. Ad esempio, l’America ha una base caucasoide arcaica sulla quale si sono inseriti ceppi mongolidi più recenti, e forse anche alcune influenze più specificatamente cromagnoidi nel settentrione del continente. L’Asia è terra mongolide ad est, caucasoide ad ovest e a sud, presenta forme intermedie al centro e a nord (popolazioni turaniche e siberiane) ed alcuni isolati pigmoidi nel sud-est (negritos). L’Oceania è australoide, ma anche negroide (melanesiani) ed ha nei polinesiani un gruppo dalla classificazione controversa (mongolidi dai caratteri attenuati per alcuni, caucasoidi per altri). L’Africa è caucasoide a nord, etiopoide ad est, capoide all’estremo sud (boscimani ed ottentotti) e negride in tutte le altre zone, con un’importante presenza pigmoide al centro. In termini bio-antropologici l’Europa si presenta quindi come una terra molto più omogenea di tutte le altre, anche se ciò comunque non implica una totale uniformità umana vista la presenza di una piacevole varietà di tipi lievemente diversificati (nordici, dalici, mediterranei, alpini, adriatici, baltici…) tra i quali è tuttavia palpabile una stretta vicinanza di base.
A questa compattezza fenotipica si accompagna anche un’analoga, straordinaria, omogeneità linguistica. Circa il 97% di noi parla lingue appartenenti alla famiglia indoeuropea, a sua volta suddivisa in diversi sottogruppi (neolatino, celtico, germanico, baltico, slavo…), mentre solo il rimanente 3% si divide tra idiomi caucasici, ugrofinnici ed il basco: uno sbilanciamento che non mi pare sia ravvisabile in altri continenti, molto più frammentati del nostro pure sotto questo aspetto”.
Come avrete già avuto modo anche voi di rilevare, Michele si dimostra preciso e particolareggiato sotto ogni aspetto, e questo toccato qui è un punto fondamentale, perché viene a sfatare una delle fole della democrazia oggi molto diffusa, la credenza nella bontà del meticciato. Tutto al contrario, è proprio grazie alla sua compattezza antropologica, etnica e linguistica, che l’Europa è stata per secoli e millenni alla testa della civiltà umana, e le ondate migratorie – fenomeno nulla affatto spontaneo – che oggi invadono il nostro continente, e minacciano sempre più da vicino la sostituzione etnica, non possono che essere causa di decadenza.
Io vi chiedo scusa, ma il secondo documento che vi propongo è ancora più strettamente connesso al sottoscritto. Nel 2020 ho pubblicato presso l’editore Ritter il libro Alla ricerca delle origini, cui è seguito nel 2022 Ma davvero veniamo dall’Africa?, pubblicato dalle edizioni Aurora Boreale (lasciando fuori dal discorso la mia produzione narrativa che qui non c’entra).
Per quanto riguarda Alla ricerca delle origini, ho trovato molto interessante la presentazione fattane dall’editore, e che è riportata anche sulla quarta di copertina, e sintetizza ottimamente le tematiche del libro, ve ne riporto un piccolo stralcio.
“Non è altro che una favola la concezione ampiamente riportata da tutti i libri di testo “storici” secondo la quale la civiltà sarebbe nata in Medio Oriente nella Mezzaluna Fertile. Questa concezione, osserva l’autore, può sopravvivere solo ignorando deliberatamente i grandi complessi megalitici europei spesso più antichi di millenni rispetto alle piramidi egizie e alle ziggurat mesopotamiche. Al contrario, alla base di tutte le grandi civiltà antiche, mediorientali, asiatiche e anche quelle dell’America precolombiana, si può riconoscere o un’influenza europea o un elemento europide, caucasico, “bianco”. Là dove esso manca, come nel caso dell’Africa al disotto del Sahara, dell’Australia, della Nuova Guinea, le popolazioni native fino all’arrivo degli Europei non si sono mai schiodate dal Paleolitico”.
Quella dell’origine europea e non mediorientale della civiltà, è una delle due tematiche principali del libro. L’altra, risalendo ancor più indietro nel tempo, è la contestazione della presunta origine africana dell’umanità come specie. Al riguardo, la suddetta presentazione riporta: “Si possono avanzare seri dubbi sull’origine africana della nostra specie”.
Ma questa, come potete facilmente intuire, è una tematica che ho sviluppato soprattutto nell’altro libro, Ma davvero veniamo dall’Africa?
Questa è una storia che vi ho già in parte raccontato. Dalla catastrofica formattazione del dicembre 2018, si sono salvati un paio di articoli che, casualmente – sarebbe il caso di fare sempre il backup di tutti i testi che si hanno sottomano, ma è raro che lo si faccia – avevo messo su una penna USB.
Uno di essi è l’articolo apparso su “Atlanthean Gardens” il 3 maggio 2014 che ci dà la notizia che (è anche la traduzione italiana del titolo) La teoria dell’Out of Africa è stata ufficialmente demolita.
Nel testo si osserva che, sebbene questa teoria continui a essere diffusa negli ambienti accademici e popolare sui media (in pratica è la “verità ufficiale” imposta al pubblico), le prove in suo favore sono inesistenti. Si passa poi a citare il lavoro dei genetisti russi A. Klysov e I. Rozhanskii, le cui ricerche hanno dimostrato che i genomi europei non derivano da genomi africani. Ma non basta e non finisce qui.
Ulteriori ricerche genetiche, infatti, hanno dimostrato la presenza nei genomi subsahariani, di fino al 20% dei geni di una specie ominide differente da Homo sapiens, la famosa “specie fantasma” di cui vi ho parlato più di una volta, e il fatto che fuori dall’Africa, salvo immigrazioni recenti, non se ne trovi traccia in Eurasia, è un’ulteriore riprova che non veniamo da lì.
Un altro di questi testi è (vi riporto sempre il titolo tradotto in italiano) Dimensione del cervello, quoziente d’intelligenza e differenze razziali, evidenza in base ai tratti muscolo-scheletrici, di J. Philippe Rushton ed Elisabeth W. Rushton, pubblicato nell’aprile 2002 su “Intelligence”, rivista del Dipartimento di Psicologia dell’Università dell’Ontario occidentale, London, Ontario, Canada.
La lettura dei dati in nostro possesso non si presenta a equivoci o ambiguità di sorta. La capacità cranica media dei neri si situa attorno ai 1267 centimetri cubi, a fronte di una media di 1347 centimetri cubi per i bianchi e di 1364 per gli est-asiatici (mongolici), e i quozienti d’intelligenza differiscono nell’esatta proporzione. Il rapporto tra capacità cranica e quoziente d’intelligenza è tanto diretto che non si possono invocare fattori culturali, sociali e tutto il consueto armamentario del piagnisteo democratico. Le prove fisiche sono lì evidenti, che solo le si vogliano vedere, le differenze razziali esistono.
Io vorrei menzionare il fatto che vi ho già spiegato altre volte, che la diceria democratica secondo la quale “gli scienziati avrebbero dimostrato l’inesistenza delle razze umane”, è non solo falsa, ma ridicola, infatti, non si può dimostrare l’inesistenza di qualcosa, al massimo si può dire che non esistono dati sufficienti per dimostrarne l’esistenza. Questo vale per un gran numero di cose, dai fantasmi agli UFO, dallo yeti al mostro di Loch Ness.
In proposito, vi riporto anche un commento di Michele Ruzzai contenuto in un articolo che abbiamo scritto a quattro mani.
“La stessa esistenza della disciplina chiamata “genetica delle popolazioni” è, implicitamente, un riconoscimento che l’umanità si divide in un sotto-unità discrete: non vi è né perfetta omogeneità molecolare, ma nemmeno una variazione perfettamente lineare delle frequenze rilevate tra un capo e l’altro del pianeta. Al contrario, vi sono “crinali” e “frontiere” genetiche, aree più omogenee ed aree meno: quindi raggruppamenti. Il fatto che, adottando approcci più o meno “analitici” o più o meno “sintetici”, questi raggruppamenti possano essere sistematizzati e gerarchizzati in vari modi, non implica che questi non esistano: come il fatto che si possa discutere sulle varie modalità di catalogare le nuvole a seconda della diversa forma, densità, colore, altitudine, ecc… non implica che il concetto di “nuvola” sia, in sé stesso, destituito di fondamento”.
Alla fine, tutto si tiene. La favola dell’origine africana della nostra specie e la negazione dell’esistenza delle razze umane, lungi dall’essere il prodotto di una scienza in qualche modo oggettiva, non sono altro che il corrispettivo e il supporto ideologico dell’invasione travestita da immigrazione cui stiamo assistendo oggi, e il cui scopo è precisamente quello di stravolgere e cancellare l’Europa sotto il profilo etnico. E’ il prezzo che dobbiamo pagare per la sconfitta nella seconda guerra mondiale, un conto che, rimasto a lungo in sospeso a causa della Guerra Fredda, ci viene presentato oggi, è la realizzazione, ormai in avanzato stato d’opera, del famigerato piano Kalergi.
Io adesso chiederò un ulteriore sforzo alla vostra generosità, perché mi appresto a fare qualcosa che di solito non faccio mai, cioè ricorrere all’autocitazione. Una parte della mia storia personale che sicuramente non conoscete, è come, ormai non pochi anni fa, sono entrato in contatto con il gruppo di “Ereticamente”. Una persona di cui adesso non vi farò il nome, aveva letto un mio articolo pubblicato su un sito pagano-celtico e ne era rimasto entusiasta. Provvide a segnalare il mio pezzo a “Ereticamente” e a mettermi in contatto con lo stesso.
Da allora ha avuto inizio una collaborazione assidua che si è protratta negli anni. Tuttavia l’articolo segnalato non fu ripubblicato, perché “Ereticamente” ha una sola regola ferrea, quella di non ripubblicare materiale già edito.
Tuttavia, di questo articolo, Verso una nuova rivoluzione spirituale europea, salvatosi fortunosamente attraverso gli anni, formattazioni, cambi di computer, vi riporterò ora uno stralcio che mi pare la conclusione più appropriata del nostro discorso:
“Non si può negare che l’Europa sia oggi in una profonda crisi: alle nazioni europee senili ed in regresso demografico, si contrappone un mondo extraeuropeo esuberante di popolazione che un’immigrazione difficilmente controllabile porta ogni giorno di più dentro casa nostra. Come se ciò non bastasse, l’Europa sconta una sudditanza che non è soltanto politica ma anche psicologica e culturale nei confronti degli Stati Uniti; la cultura europea o ciò che ne resta, rischia ogni giorno di più di essere annacquata e assimilata nel calderone dell’americanizzazione che la globalizzazione delle comunicazioni ha ormai reso un fenomeno planetario.
Sarebbe ancora possibile raccogliere le forze, giocare le nostre carte prima di arrendersi ad un destino, la scomparsa dell’uomo europeo, con la sua cultura, la sua storia, le sue tradizioni, la sua fisionomia spirituale, che appare altrimenti inevitabile, se si riuscisse a ritrovare il senso dell’identità europea, se l’Europa stessa non apparisse un pulviscolo di energie disperse, di membra sparpagliate, di individualità reciprocamente irriducibili”.
Ritrovare il senso della nostra identità europea, senso che non può coincidere con quella struttura burocratica e parassitaria che conosciamo come UE, è forse l’unica speranza.
(Oltre tutto, se pensiamo che la Turchia e forse Israele aspirano a entrare nella UE, mentre ne stanno fuori Russia, Gran Bretagna, Svizzera, Norvegia e Serbia, e forse l’Ungheria si appresta a lasciarla, ci rendiamo conto che identificare la UE con l’Europa è una vera ridicolaggine).
Una speranza tenue, quella che l’Europa si riappropri della sua identità, forse nulla di più di un auspicio, comunque un impegno a continuare la lotta fino a quando sarà possibile.
NOTA: Nell’illustrazione, tre dei più iconici monumenti dell’Europa antica, Stonehenge, il Partenone, il Colosseo.

