8 Aprile 2026
Attualità

In ordine sparso, quinta parte – Fabio Calabrese

Questa volta procederò davvero in ordine sparso, nel senso che farò ricorso a fonti molto disparate, tuttavia l’argomento è unico.

C’è stato un momento in cui è sembrato non solo che la conventio ad excludendum nei nostri confronti che ormai si trascina da tre generazioni, fosse destinata a venire meno, ma che finalmente si potesse – non solo noi – vivere in una società davvero libera, che la politica dovesse smettere di essere dominata dai fantasmi del passato per affrontare finalmente i problemi del presente, che ovviamente non sono mai mancati, né allora  né dopo, quel momento dello scorso secolo che va dalla caduta del muro di Berlino al crollo della stessa Unione Sovietica, alla riunificazione tedesca.

In fin dei conti – pensavamo, ci siamo illusi – non si poteva non riconoscere che avevamo sempre avuto ragione sostenendo che il comunismo era stato una mostruosa ed elefantiaca tirannide che aveva soffocato la libertà di milioni di uomini, riempito una buona parte del XX secolo di terrore, di atrocità, di cadaveri.

Naturalmente ci sbagliavamo. Un minimo di decenza e di coerenza avrebbe imposto ai sinistri di ritirarsi in silenzio dall’agone politico, invece hanno solo cambiato etichette, era come dire agli elettori “Vi abbiamo ingannati per settant’anni, quindi continuate ad avere fiducia in noi”.

La sinistra italiana ed europea si è rimodellata a imitazione dei “liberal” statunitensi, il suo “popolo” di riferimento da allora non sono più i lavoratori, ma gay e migranti, il suo principale obiettivo sociale, analogamente a quanto avviene negli USA, il matrimonio fra persone dello stesso sesso. Peggio ancora, ha continuato a esprimere il suo irrefrenabile bisogno di servilismo, sostituendo lo scomparso padrone sovietico con quello americano.

La  conventio ad excludendum verso di noi, non soltanto non è venuta meno, ma è stata ribadita e rafforzata, poiché la gratitudine che si suppone gli Europei dovrebbero provare verso gli USA per essere stati “liberati dal fascismo” a suon di bombardamenti e conseguenti stragi di civili inermi, è diventata un surrogato del timore di un’aggressione sovietica che aveva fornito giustificazione al dominio yankee su di noi nell’epoca della Guerra Fredda.

Il fascismo è stato ridefinito, da categoria politica a metafisica, come “male assoluto”, con esiti alquanto grotteschi, ad esempio uno storico come Renzo De Felice che non è mai stato dalla nostra parte, è stato ferocemente attaccato dalle vestali della sinistra, perché si ostinava a studiare il fascismo con gli strumenti dell’analisi storica e della sociologia, invece che con quelli della demonologia e dell’esorcismo.

Ma con tutto questo, siamo ancora alla superficie di ciò che è accaduto nell’ultimo trentennio, ed è tuttora in corso. Occorre vedere ciò che ha in serbo per noi il potere profondo che domina la società occidentale, quello che Donald Trump ha chiamato “Deep State”, e nei confronti del quale la stessa amministrazione USA si rivela impotente.

La finalità che esso si propone oggi rispetto all’Europa, è la sostituzione delle popolazioni europee native con una turba multietnica, trasformare le nazioni europee in accozzaglie ibride niente affatto differenti dalla pseudo-nazione USA attraverso un’immigrazione dal Terzo Mondo in cui non c’è nulla di spontaneo, precisamente allo scopo di avere masse proletarie meno intelligenti dell’uomo europeo e più facilmente manipolabili. La morte dei popoli europei per sostituzione etnica, questo è il conto salatissimo che oggi ci viene presentato.

E’ quello che è noto come piano Kalergi, concepito all’indomani della prima guerra mondiale ma rimasto a lungo in sospeso, prima grazie all’emergere dei fascismi, poi nel secondo dopoguerra a causa della Guerra Fredda, e la cui attuazione prematura avrebbe comportato il rischio di vedere i popoli europei passare nelle braccia dell’impero sovietico.

E’ il conto della sconfitta nella seconda guerra mondiale, perché è chiaro che è stata sconfitta tutta l’Europa, compresi gli stati nominalmente vincitori.

Avendo ben chiaro, senza farsi illusioni, il fosco quadro che ci si presenta per l’oggi e per il futuro, vorrei ora tornare a quel momento “magico” fra la caduta del muro di Berlino, il crollo dell’Unione Sovietica, la riunificazione tedesca, in cui non solo è balenata una fuggevole speranza per l’Europa, ma si sono potute dire le cose come erano e sono, svelando i retroscena nascosti della nostra storia.

Il primo “documento” di cui vorrei parlarvi – spero che me lo perdonerete – è un ricordo. La sera e la notte del 9 novembre 1989, l’abbattimento del muro di Berlino fu trasmesso in diretta dai media di tutto il mondo occidentale, comprese le TV italiane. Io scelsi di seguirne la cronaca su RAI3, la più “rossa” delle reti RAI, perché era un piacere supplementare sentire la voce degli speaker che, mentre esprimevano parole formali di contentezza per l’evento, i loro toni di voce esprimevano invece una profonda sofferenza. Cosa volete, nella vita a volte bisogna anche essere cattivi.

Se c’è una qualità che ai “compagni” non è mai mancata, è la capacità di imbrogliare gli ingenui cambiando le carte in tavola. Il crollo del sistema sovietico è partito dal tentativo di Michail Gorbacev di democratizzarlo, che non poteva portare altro che alla sua disgregazione per il semplice e indiscutibile fatto che il comunismo non è compatibile con la libertà. Gli oppositori di Gorbacev erano allora presentati dai media dei “compagni” italiani come “la destra”, “la destra” i difensori dell’ortodossia comunista intransigente, figuriamoci…

Non so quanto l’entusiasmo per l’esperimento gorbaceviano fosse reale o simulato, ma di certo era del tutto simulata la contentezza per l’abbattimento del simbolo più odioso del dominio “rosso” nell’Europa orientale.

Negli anni del mondo e dell’Europa divisi fra i due blocchi, la menzogna contagiava anche coloro che comunisti non erano. C’era una drammatica e apparentemente immutabile situazione di fatto, bisognava fingere che fosse giusta e naturale.

Nel volume IX dell’enciclopedia GE 2O della De Agostini, alla voce “Germania” è riportato:

“All’unità etnica e culturale dei popoli germanici non corrisponde e non ha mai corrisposto una sola grande compagine politica”.

Insomma, lo smembramento della Germania imposto dai vincitori della seconda guerra mondiale era presentato come qualcosa di naturale.

Il crollo del dominio comunista nell’Europa dell’est non poteva non portare alla riunificazione tedesca, che è avvenuta il 3 ottobre 1990.

Quel giorno, la “Frankfurter Allgemeine Zeitung”, la “Gazzetta di Francoforte”, uno dei più autorevoli quotidiani tedeschi, pubblicò un numero speciale, con una prima pagina tutta festonata con il tricolore germanico e un titolo a tutta pagina: “Gott signe unser Vaterland”, “Dio benedica la nostra patria”. Lo trovai bellissimo, in quel momento mi sentii un po’ tedesco anch’io.

Di tutt’altro avviso fu la reazione di Israele, che in risposta alla riunificazione tedesca, proclamò tre giorni di lutto, e qui si vide tutta la meschinità rancorosa dell’animo del sedicente popolo eletto. Ben pochi dei tedeschi del 1990 avevano avuto, per ovvi motivi generazionali, a che fare con il Terzo Reich, e certo i superstiti di allora non vi ricoprivano più alcuna funzione. E non vogliamo considerare la testimonianza di amore per la libertà di quanti avevano rischiato e spesso lasciato la pelle per superare l’odioso muro berlinese. D’altra parte, i recenti fatti di Gaza dimostrano che in fatto di massacro di civili inermi, di genocidio, gli Israeliani non hanno nulla da imparare né dai Tedeschi né da nessuno.

Fu comunque un momento forse irripetibile di libertà in cui si poté dire le cose come realmente stavano. Intendiamoci, non è che in realtà non si sapesse che i regimi oltre la Cortina di Ferro erano tirannidi spietate e fantocci saldamente nelle mani del potere sovietico, ma era il tipo di verità e di ovvietà che bisognava sussurrare a mezza voce, proclamare apertamente la quale ti etichettava subito come “estremista di destra”.

Oppure, bisognava essere nati e vivere, come è successo a me, sul confine orientale, con le tracce e il ricordo vivo delle stragi compiute dai comunisti jugoslavi contro la nostra gente, le foibe, gli abissi carsici nei quali sono state precipitate a sfracellarsi migliaia di persone  colpevoli soltanto di essere italiane, i mezzi estremamente brutali con cui è stata cancellata la presenza italiana in Istria e Dalmazia.

La verità è che anche l’Occidente presuntamente libero aveva un gran bisogno di glasnost. Questo termine introdotto da Michail Gorbacev per uso interno all’Unione Sovietica e mal tradotto da noi come divulgazione, non ha un corrispettivo nelle lingue occidentali, significa ammettere ufficialmente quello che sanno tutti, e ce n’era un gran bisogno anche nelle democrazie occidentali cosiddette libere.

Come recitava una citazione attribuita al politico democristiano Giulio Andreotti, che ne rende bene il modo di fare, anche se probabilmente falsa,  “La verità è un bene prezioso, bisogna farne un uso molto parco”.

Quello che non sapevamo, che non potevamo sapere, era che questo spiraglio di libertà, di verità, di glasnost provvisoriamente apertosi, si sarebbe presto richiuso per essere sostituito da un’operazione imponente di cancellazione della memoria storica per lasciarci psicologicamente nudi e indifesi di fronte alla minaccia della sostituzione etnica, che Kalergi era uscito dalla tomba e si era rimesso all’opera.

Il comunismo non si è arreso senza combattere. La belva non ha risparmiato i suoi morsi e le sue artigliate prima di agonizzare né si può dire che sia realmente morta, dato che continua a opprimere il miliardo di uomini cinese.

In Russia nel 1991 vi fu il golpe di Janaev per restaurare il vecchio sistema smantellato da Gorbacev, sventato da un lungo assedio del Cremlino da parte della popolazione moscovita, che costò gli ultimi morti del sistema sovietico. Molto peggio le cose andarono in Jugoslavia e in Cina.

In Jugoslavia, la malefica covata degli eredi di Tito, per non essere defenestrata come avvenne alle altre leadership comuniste dell’Europa orientale, lanciò i popoli che componevano la federazione in una serie di guerre fratricide, cambiando la casacca comunista con quella del più esasperato sciovinismo etnico.

In Cina, qualsiasi speranza di una maggiore libertà fu soffocata nel sangue con il massacro di piazza Tien An Men del giugno 1989 e con la dura repressione che ne seguì in tutto il grande Paese asiatico. Una grande  manifestazione popolare fu repressa con i carri armati. Il numero delle vittime è sconosciuto, ma si stima che siano state alcune migliaia.

Oggi la realtà di questi fatti è di nuovo mimetizzata e profondamente bisognosa di glasnost perché l’enorme mercato cinese di braccia servili a basso costo fa gola alle industrie occidentali e, come già diceva un imperatore romano, pecunia non olet, ragion per cui si è tornati a fingere che il  comunismo sia un’ideologia rispettabile, invece della mostruosità che è.

Un esempio di glasnost occidentale in quel periodo è stato il libro Cronache della storia di Aldo De Matteis e Salvatore Pace, edito nel 1990 da Marco Derva jr e presentato come un aggiornamento ai testi scolastici allora in circolazione, dove per la prima volta, e forse per l’ultima, si poté in un testo “ufficiale” esporre ai ragazzi delle scuole la realtà del comunismo per come effettivamente è stata ed è.

Di particolare interesse, e non priva di un certo afflato poetico, è la pagina relativa al massacro di piazza Tie An Men:

“Hanno vissuto tutta la vita in ginocchio da schiavi, ma alzandosi in piedi per morire, sono morti da uomini liberi”.

Oggi questo orizzonte di verità e libertà pare essersi nuovamente offuscato, ed è impossibile non rammaricarsi del fatto che quell’ “estrema destra” (usiamo questo temine per capirci, anche se non ci piace)  che è stata a lungo custode delle verità ignorate dalla politica e dalla storia ufficiale, attraverso la deriva finiana e meloniana si sia definitivamente “convertita” all’atlantismo e al filo-sionismo, (non senza per la verità ricoprirsi di sterco, ad esempio nella questione di Gaza, schierandosi contro ogni logica e senso di umanità, dalla parte dei carnefici e contro le vittime) lasciandoci come una pattuglia scheletrica di lupi agli occhi delle buone pecore democratiche.

Diciamo pure che tutto ciò non ci spaventa, Fino a quando ci sarà fisicamente possibile, continueremo a essere uomini realmente liberi, o come ci ha insegnato Julius Evola, uomini in piedi in mezzo alle rovine.

NOTA: Nell’illustrazione, un’immagine rimasta famosa della rivolta di pazza Tien An Men, un ragazzo rimasto sconosciuto che blocca una fila di carri armati.

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