Io mi rendo conto di avere i difetti tipici degli esseri umani, fra questi la tendenza a evitare di impegnarmi in sforzi faticosi e che possono dare ben poco frutto.
Penso ricorderete la triste storia che vi ho raccontato a suo tempo, di come il mio pensionamento previsto per il settembre 2018 sia poi saltato perché l’invalidità dovuta al tumore di cui ero stato precedentemente operato non mi è stata riconosciuta, causa l’assenza del medico curante alla visita fiscale, e in conseguenza di ciò ho dovuto affrontare un anno scolastico, 2018-2019, che tra l’altro è stato uno dei peggiori della mia carriera di docente.
A motivo di tutto questo, ho dovuto rimandare l’analisi di una serie di testi che avevo intenzione di recensire per “Ereticamente”, e mi sono sfogato scrivendo un po’ di articoli sulla base di quella che un mio preside chiamava “un’occhiata approfondita” degli stessi, che avete trovato sulle nostre pagine elettroniche sotto il titolo I volti della decadenza.
Poi, nel dicembre di questo funesto 2018, ho avuto una formattazione del computer che ha cancellato gran parte dei testi collezionati nell’arco di anni e sui quali avevo intenzione di lavorare una volta raggiunto l’agognato pensionamento.
Un momento, direte, e i testi cartacei? Quelli, la formattazione del computer non può averli certo cancellati. Beh, a parte alcuni dei quali vi ho già parlato, come Decadenza di Michel Onfray, che ha sostanzialmente ispirato I volti della decadenza, qui entra in gioco l’umana debolezza della quale non sono esente. Ad esempio, fra essi c’è il voluminoso Cronache mediorientali del giornalista inglese Robert Fisk, un testo che arriva alla bellezza di 1180 pagine. Vale la pena di affondare nella colossale lettura per ricavarne forse mezza pagina di recensione?
Io comunque cercherò ora di dirvi qualcosa di questi testi e delle implicazioni che se ne possono trarre, e poiché si tratta di testi non collegati, che non si occupano delle stesse tematiche, sarà giocoforza procedere in ordine sparso.
Cominciamo subito con una scorrettezza da parte mia, infatti del primo libro di cui vi parlerò, non sono in grado di fornirvi né il titolo né il nome dell’autore, ma data l’importanza dell’argomento, vi prego di credermi sulla parola.
Un’abitudine che ho, quando mi trovo a casa di conoscenti, è quella di dare un’occhiata alle loro librerie. Io amo i libri, e ho sempre avuto l’impressione che una casa senza libri sia una casa senz’anima.
Sfogliando un libro a casa di un conoscente, una volta, mi sono imbattuto in qualcosa di davvero notevole. Era il testo di uno psichiatra americano che raccontava dei casi di cui si era occupato, fra questi, quello di un giovane che si era rivolto a lui perché non riusciva a legare con nessuna delle ragazze che aveva conosciuto.
“Tu hai qualcosa che non va”, era la sentenza che si era sentito ripetere da ciascuna di loro.
Esaminato il giovane, lo psichiatra si era reso conto che non aveva nulla che non andasse, era semplicemente un ragazzo serio, intelligente e posato, mentre le donne americane sono perlopiù abituate a uomini frivoli e infantili, che “le fanno ridere”, salvo poi rivelarsi pessimi partner. Gli consigliò di trasferirsi in Europa, dove sarebbe stato senz’altro più apprezzato. Cosa che il ragazzo fece.
Qualche mese dopo, lo psichiatra ricevette dall’Europa la partecipazione di matrimonio del giovane.
A questo punto ho dovuto mettere giù il libro senza la possibilità di prendere appunti.
Bisogna però ammettere che questa è una storia di diversi anni fa, da allora, l’americanizzazione del nostro continente, affidata al sistema mediatico è senz’altro proseguita, e oggi le distanze fra i bordi dell‘incolmabile fossato, come lo chiamava Sergio Gozzoli, appaiono decisamente più esigue rispetto a un passato recente. Quando parliamo di degenerazione della nostra cultura per effetto dell’americanismo, non possiamo riferirci soltanto alla cultura “alta”, al possesso di conoscenze che sono sempre state un patrimonio di pochi, ma usare questo termine nel senso dell’antropologia, come stile di vita e mentalità di una società.
Non c’è dubbio che oggi, in conseguenza dell’americanizzazione, è diffusa nel mondo occidentale una mentalità più infantile rispetto a un passato anche recente, si pensi al successo planetario del film Barbie, dedicato alla celebre bambola.
E non scordiamoci neppure un altro classico della cinematografia made in USA, Forrest Gump, dove si fa letteralmente l’apologia della stupidità.
Qui torna a proposito il discorso fatto riguardo a Michel Onfray di cui, nella mia biblioteca dispongo e ho letto tre libri. Se Il crepuscolo di un idolo, smascherare le favole freudiane si è dimostrato un testo illuminante che rivela la psicanalisi per la ciarlataneria che è, Decadenza mi ha lasciato l’amaro in bocca, veramente la civiltà giudaico-cristiana di cui ci annuncia il tramonto, è la “nostra” civiltà? Ebraismo e cristianesimo non sono piuttosto elementi estranei infiltratisi nel mondo europeo? E come dimenticare il fatto che per convertirci forzatamente all’“Occidente” a trazione yankee, il nostro continente e la nostra Italia sono stati sepolti durante la seconda guerra mondiale sotto tonnellate di bombe?
Quanto all’altro testo di Onfray, I freudiani eretici, ha un taglio decisamente di sinistra. I freudiani eretici nominati sono Otto Gross, Wilhelm Reich, Eric Fromm, che hanno cercato in vari modi di congiungere psicanalisi e marxismo, mentre ad esempio Carl Gustav Jung che ha cercato di portare il freudismo in una direzione opposta o perlomeno diversa, non è neppure nominato. Fromm, per la verità, figlio di un rabbino, ha pure cercato di accentuare il carattere ebraico della psicanalisi.
Cosa dire, a parte il fatto che questi tre, cattivi allievi di un cattivo maestro, in definitiva hanno proseguito il lavoro di destrutturazione della personalità dell’uomo occidentale?
Torniamo per un attimo a Decadenza. Fino a tempi relativamente vicini a noi, non si sarebbe parlato di civiltà giudaico-cristiana, ma di civiltà cristiana tout court, giusto o sbagliato che sia questo concetto.
L’accentuazione posta sull’elemento ebraico rivela l’influenza della cultura protestante, soprattutto anglosassone, notoriamente dominata dall’ossessione biblica, in particolare veterotestamentaria.
Bisogna però riconoscere che anche la Chiesa cattolica ci ha messo del suo. In un cupio dissolvi che a partire dal Concilio Vaticano II l’ha allontanata sempre di più dal ruolo che, bene o male, aveva esercitato per due millenni nell’ambito dell’ordine tradizionale europeo.
Si veda la famosa affermazione di papa Giovanni Paolo II sui “fratelli maggiori”. Supporre che qualcuno che non crede all’immortalità dell’anima, non riconosce Cristo come messia, rifiuta il battesimo e l’autorità della Chiesa, abbia un ruolo speciale nel progetto di salvazione divino soltanto in ragione della sua origine etnica, è un’idea che fa a pugni con due millenni di cristianesimo. Ma dopotutto, questo dovrebbe essere un problema per coloro che sono credenti in questa religione.
Qui il discorso si salda a quello del voluminosissimo testo di Robert Fisk, certo Cronache mediorientali è una raccolta di reportage di un corrispondente di guerra, ma è difficile immaginare che queste Cronache avrebbero raggiunto una tale ampiezza se non fosse per l’importanza ossessiva che si accorda al Medio Oriente.
Se cerchiamo di spiegarci la centralità attribuita al Medio Oriente e la predilezione per Israele anche di fronte alle politiche più aggressive, disumane e genocide dell’entità sionista, da parte degli Stati Uniti, ma del mondo anglosassone in genere (gli Inglesi non sono affatto esclusi dal discorso, basta ricordare che nel 1916 provocarono la rivolta irlandese che doveva poi portare alla nascita dell’Eire andando a cercare l’Arca dell’Alleanza…sotto la collina di Tara), possiamo chiamare in causa sia il peso politico della lobby ebraica americana, sia quello psicologico della persistente ossessione biblica, ma è certo che le due cose sono intrecciate e si sorreggono a vicenda. Io ho dedicato a esaminare La storicità della bibbia e la sua influenza sulla politica americana un articolo che è stato pubblicato da “Ereticamente” in data 7 ottobre 2024, un articolo che vi consiglio di leggere attentamente e meditare.
Tuttavia, di questa politica assurda che coinvolge anche noi a rimorchio, e che reca benefici solo a Israele, non si vede alcun frutto se non quello di creare un permanente stato di tensione con il mondo arabo, con cui avremmo invece tutto l’interesse a mantenere buoni rapporti, trattandosi del nostro principale e quasi esclusivo fornitore di petrolio, e che vede giustamente in Israele un’intrusione estranea e artificiale, nonché responsabile di una catena quasi infinita di atrocità ai danni dei Palestinesi e degli altri popoli della regione.
Parliamo di mentalità yankee che però oggi grazie al sistema mediatico controllato dal potere e alla fogna mediatica hollywoodiana, si sta estendendo sempre di più anche da noi. In particolare, due testi ai quali avrei potuto fare, ma non ho fatto riferimento, quando ho scritto La storicità della bibbia e la sua influenza sulla politica americana, poiché ne posseggo solo delle fotocopie incomplete, sono Il male americano di Giorgio Locchi e Alain de Benoist e La chiusura della mente americana di Allan Bloom, tuttavia, da questi testi si può imparare molto.
Nel mio articolo ho esaminato un aspetto della religiosità americana, l’ossessione biblica, e il fatto che essa causa una soggezione psicologica a Israele al punto da (far finta di) non vedere che quella dell’entità sionista verso i Palestinesi e gli altri popoli arabi della regione, è una politica criminale e genocida. Qualunque cosa faccia Israele, l’appoggio yankee non gli è mai mancato. In ciò, il peso della lobby ebraica americana e l’influenza biblica sono strettamente intrecciati, e chiedersi se sia più importante l’uno o l’altro, è come chiedersi se per camminare sia più importante la gamba destra o quella sinistra.
Il testo di Locchi e De Benoist aggiunge un elemento importante a questa analisi. “Protestante, l’America è fondamentalmente calvinista. (…), il calvinismo si articola interamente intorno ad una morale. (…) Certo [il credente] non è salvato solo dalle sue opere, ma, se ha la grazia, le sue «virtù sociali», testimoniano che agisce in conformità al piano divino. La stessa filantropia è alla base del «credo» americano essa spiega il prodigioso successo del «biblismo sociale», al tempo stesso consumato sul posto e ininterrottamente esportato”.
Al di là dell’apparente caos formato dalle numerose sette e conventicole nelle quali si articola la religiosità USA, gli Stati Uniti sono fondamentalmente calvinisti. Un concetto base del calvinismo è quello di predestinazione. Ognuno è destinato dall’eternità alla salvezza o alla dannazione, indipendentemente dalle sue opere. Se teoricamente nessuno può fare nulla per salvarsi, l’uomo può cercare nella sua vita i segni della grazia divina, che si materializzano nel successo, specie in campo economico. Con ciò, il calvinismo si pone su un asse concettuale opposto a tutte le altre religioni, che insegnano invece a disprezzare i beni materiali, compreso il cristianesimo cattolico – si pensi ad esempio a san Francesco – La fortuna o la sfortuna non dipendono da circostanze esterne ma da un destino che ci si porta dentro. Lo si vede anche nei modi di (non) pensare dei giovani mediaticamente contagiati da atteggiamenti yankee, per i quali “sfigato” è uno degli insulti peggiori.
“Mancò la fortuna, non il valore”, una bella frase come l’epitaffio posto sul sacrario dei caduti di El Alamein, per uno yankee, è del tutto incomprensibile. E’ il fatto di aver vinto che certifica la bontà di una causa. I buoni vincono sempre, e sono tali perché hanno vinto. E’ la mentalità da film western che permette loro di considerare con (falsa) buona coscienza le atrocità su cui si fonda la pseudo-nazione yankee, a partire dal genocidio di milioni di nativi americani per arrivare alla conduzione della seconda guerra mondiale condotta con metodi assolutamente criminali, con massicci bombardamenti contro le città e le popolazioni civili, culminati nell’orrore nucleare con cui hanno colpito le città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki, e si comprende anche la tolleranza verso i crimini di Israele, che in fondo non sta facendo verso i Palestinesi niente di diverso di quello che loro stessi hanno fatto con lo sterminio dei nativi americani.
Vi devo confessare che di La chiusura della mente americana di Allan Bloom, ho avuto a disposizione solo una fotocopia alquanto mutila, tuttavia, quel che si può imparare da essa non è poco.
Il taglio di La chiusura della mente americana, a quel che ho potuto arguire, è meno politico-sociologico e più psicologico.
Lo stralcio del libro di Bloom che ho avuto sottomano tratta una questione che a prima vista sembrerebbe marginale, e invece non lo è affatto: l’ossessione americana per la musica, che trovate per esempio nei telefilm, ma che si portano dietro di continuo grazie ai telefonini e altri ammennicoli. Tuttavia, questa è una “moda” che rispetto a quando il libro è stato scritto, che si è diffusa ampiamente anche da noi. Musica, s’intende, che non è quella della ormai quasi estinta tradizione europea, ma è fragorosa, violenta, ossessionante. A ciò si potrebbe aggiungere che ormai, da una e dall’altra parte dell’Atlantico, non solo in campo uditivo, ma con la stimolazione di tutti i sensi, “l’esperienza” mediatica tende sempre di più a sostituirsi a quella del mondo reale.
Tutto ciò potrebbe sembrarci relativamente innocuo, ma non è così. Nel suo insieme, il bombardamento mediatico di continui stimoli, uditivi o di altra natura, a cui di continuo se ne sostituiscono altri, senza lasciare il tempo di assimilarli, crea quella che gli psicologi chiamano mentalità reattiva. Il primo effetto è il deterioramento della memoria, che tende a diventare da pesce rosso, e in più la reazione immediata agli stimoli tende a sostituirsi sempre più al ragionamento. Gli effetti a lungo termine si vedono non solo negli USA, ma in tutto il mondo occidentale, dove si registra un calo continuo del quoziente d’intelligenza.
Sarebbe ingenuo pensare che tutto ciò non risponda a un preciso disegno politico, teso a trasformare noi tutti, così come gli yankee, in una massa omologata e facilmente manipolabile.
NOTA: Nell’illustrazione, a sinistra Decadenza di Michel Onfray, al centro Il male americano di Giorgio Locchi e Alain De Benoist, a destra La chiusura della mente americana di Allan Bloom.

