X
Metamorfosi
«… svegliandosi una mattina da sogni agitati, si trovò trasformato, nel suo letto, in un enorme insetto immondo».
(Franz Kafka)
Pare che il mondo stia attraversando una sorprendente metamorfosi. Del resto, i miti ci insegnano che un uomo può esser mutato in cervo, in somaro, in costellazione. La magia può trasformare una zucca in carrozza, la luna piena provocare la licantropia. E c’è anche chi, come Gregor Samsa, passa senza alcun motivo apparente da una vita di commesso viaggiatore a quella di insetto.
Vien da chiedersi se queste teatrali transizioni rappresentino, per chi le vive, un progresso o una degradazione. Ma come possiamo sapere realmente quali vantaggi e svantaggi comportino finché non ne abbiamo una diretta esperienza? Immagino, ad esempio, che nessun insetto desideri diventare un commesso viaggiatore. E forse è solo per ignoranza che il cambiamento di Gregor Samsa provoca in noi una spontanea ripugnanza.
Il problema è in fondo irrilevante finché la metamorfosi riguarda singoli individui e non intere civiltà. Ora, nel nostro caso, il fenomeno coinvolge l’umanità nel suo complesso. Credo dunque sarebbe opportuno prevedere quali eventuali danni o benefici ne possano venire. Perché se una donna vien trasformata in albero o in fiume può piacerci o meno, ma poco cambia il destino del mondo, ma se tale mutamento colpisse tutto il genere femminile, ne verrebbero conseguenze fatali.
Ora, è lecito parlare di progresso, osservando come il mondo vada trasformandosi? Se dovessi basarmi sulla mia esperienza personale, ne dubiterei. Sessant’anni fa, quand’ero bambino, avevamo acqua calda e fredda, termosifoni, servizi igienici, corrente elettrica, telefono, lavatrice, automobile – ma non il problema del parcheggio e del traffico caotico. Scuola e sanità erano discretamente efficienti, e alla bisogna il medico di famiglia veniva a casa per visitare e rincuorare il malato (sic!).
Rivedo quelle pie donne che, velo sul capo, si alzavano all’alba per recarsi a Messa! Fatto ragazzo, ho conosciuto uno sport che conservava in sé barlumi di idealità, prima d’esser fagocitato e corrotto dal denaro. La TV ospitava politici intelligenti, educati e colti, in cui sentivo ancora un fondo di onestà, e forse di sincerità. Non sapevo di genitori che lasciassero i loro bambini in asili nido, o di figli che abbandonassero i vecchi genitori in desolanti ospizi.
Rispetto ai miei nonni, nati all’inizio del secolo, godevo di maggiori comodità, e in questo si può certo vedere un progresso, nel senso stretto di un’oggettiva diminuzione di disagi materiali e forse, ma ne dubito, anche la ragione di un maggior benessere in senso lato. Comunque, venendo ai giorni nostri, non penso che le condizioni concrete di vita siano realmente migliorate. Mi sembra invece di notare un obiettivo aumento di problemi psichici e sociali.
Ovviamente il mio è un osservatorio soggettivo e limitato. E il laudator temporis acti che è in me forse indulge nel rievocare scorci di vita idealizzati, che esistono solo nella sua immaginazione. Confesso di cedere talvolta a quell’intimo struggimento che nasce pensando al passato, per il semplice fatto che è passato, contemplando l’ineluttabile irreversibilità del tempo vissuto.
Tuttavia, fatta la necessaria tara alle mie considerazioni, mi par di vedere ancora nella nostra società, più che un reale sviluppo, una progressiva involuzione. La tecnologia ha certo fatto passi da gigante, ma questo ci ha migliorato la vita? Non credo che questa proliferazione di artefatti sempre più sofisticati risponda alle nostre reali necessità. Al contrario, per giustificarla siamo costretti a inventarci sempre nuovi bisogni, inutili, fittizi, frustranti.
Ci complichiamo faticosamente la vita, le imponiamo condizioni che ne deformano il senso. E gli effetti avversi del progresso tecnico non sono compensati, a mio avviso, da reali benefici, dalla decantata ottimizzazione di alcune procedure o dai risvolti ludico-ricreativi dei nostri gingilli elettronici, diventati ormai strumenti di una infantilizzazione collettiva.
Tuttavia la gente non sembra preoccupata dalla trasformazione in corso, dalle sue evoluzioni imprevedibili e inarrestabili. Vi ripone anzi la speranza di un futuro sempre migliore. Attende cambiamenti ancor più strabilianti, tali da far invidia alle metamorfosi ovidiane, e non vede in ciò nulla d’abnorme. L’unico problema pare sia imparare a cavalcare un positivo ciclo di crescita.
Io penso invece che dovremmo temere cambiamenti tanto rapidi e radicali. Proviamo a immaginare di prendere un cinese del VI secolo a.C. e con un balzo di 2400 anni trasportarlo per magia nella Cina del XVIII secolo d. C.. Nonostante lo smarrimento iniziale, lo vedremmo infine rincuorarsi nel riconoscere un mondo sostanzialmente simile al suo, nel ritrovarvi un’umanità che pensa e agisce in modi a lui familiari.
Ora gettiamo un cinese vissuto agli inizi dell’800 nella odierna Shangai. Eccolo lì, sgomento e atterrito, sicuro d’esser caduto in uno strano inferno o in un orribile incubo, cercare inutilmente qualcosa di noto cui aggrapparsi, pregando il Buddha che lo salvi, che lo tragga da quella bolgia di demoni e di stregonerie e lo riporti nel mondo degli uomini.
Qualcuno obietterà che quel povero cinese, una volta superato il trauma, col passare del tempo, saprebbe riconoscere e apprezzare il nuovo modo di vivere e condividere il nostro generale e ottimistico giudizio sul progresso. Potremo dunque immaginarlo infine che vaga per strada, chino sul suo fedele smartphone, perso in mondi sonnambolici, mosso come noi dalla curiosità del nulla.
Penserà anche lui che il bacio della scienza e della tecnologia ci abbia destato da un lungo sonno, trasformandoci da rospi in magnifici principi? O, guardando l’acqua pura dei fiumi mutata in putrido liquame, vedendo l’asfalto che copre i sentieri fioriti dei campi, respirando un’aria intossicante e fetida, crederà che qualche Dio severo abbia punito l’arroganza dell’uomo?
Quali sconvolgenti forze hanno fatto irruzione nel mondo? Ovviamente questo dissesto, distruttore di equilibri secolari, non è cresciuto in una notte come il magico fagiolo di Jack, ma nasce da molti progressivi assestamenti: il razionalismo teologico medievale, l’umanesimo e la magia rinascimentale, la Riforma luterana, Cartesio, Bacone, Copernico, Galileo, Newton, l’Illuminismo, la Rivoluzione francese, il positivismo scientifico, la relatività, l’informatica ecc.
La trasformazione dalla vecchia civiltà occidentale all’attuale post-civiltà, post-moderna, post-umana, dove tutto nell’atto di nascere è già obsoleto, è però fenomeno che emerge con irruenza repentina da quella polluzione di saperi scientifici, innovazioni tecnologiche, sistemi di produzione e nuove prospettive culturali che dalla metà del XIX in poi, con impetuosa accelerazione, hanno ribaltato le nostre idee sull’uomo e cambiato il nostro rapporto con il lavoro, la natura, il tempo.
Un sonnecchiante fantasma prometeico s’è risvegliato in noi, liberato dalle sue catene, e l’uomo, persuaso d’esser prole titanica, s’è ribellato agli Dei. E forse, mentre si illude di averli sconfitti, in realtà gli Dei l’hanno punito per il suo ammutinamento, imprigionato nell’oscuro, caotico e fumigante Tartaro che l’uomo stesso, abusando del suo sapere prometeico, si è costruito.
O, passando dalla metafora mitologica a quella scientifica, direi che nella metamorfosi esteriore delle cose si manifestino gli effetti di un’alterazione genetica che vari processi storici hanno innescato nella nostra immagine del mondo. In tal senso, uno dei nodi più problematici della cultura moderna sta a mio avviso nella nostra nuova idea di Natura.
Un tempo la natura diceva: «non fermarti a me, non esser blasfemo, io son solo un’immagine di ciò che mi trascende». Oggi sembra invece dirci: «io sono il Tutto, tutto in me si spiega, tutto da me trae potere. Scopri i miei segreti e regnerai sul mondo». Non Deus sive Natura ma Natura sive Natura. Dio, come spiegazione del reale, è ormai superfluo.
Ma se la natura diventa il Tutto, non possiamo neppure darne una definizione senza contraddirci, perché definirla vorrebbe dire limitarla, presupporre l’innaturale o il sovrannaturale, ovvero porre distinzioni che, ovvie e legittime un tempo, sembrerebbero oggi irrazionali. L’uomo deve dunque decidere della natura delle cose affidandosi solo al suo empirico e razionale discernimento.
Questo gli crea un inedito problema di coscienza e di responsabilità, perché nella sua nuova prospettiva l’etico non dipende più dal rispetto di un codice inserito nella nostra natura per decreto divino, ma è una scelta dell’arbitrio umano. E dal momento che la natura non ha per noi altra realtà sopra o sotto di sé, dire che tutto è naturale o che niente lo è, non fa differenza.
La conclusione logica di tali premesse è un fluttuante convenzionalismo. La nostra moralità diventa mera consuetudine culturale. Se la natura è retta dal caso, o è legge a sé stessa, se non supponiamo in lei un’ascendenza spirituale, nessuno può ritenere oggettivamente che adulterio, sodomia, incesto, rapina, assassinio, tortura, siano atti contrari alla natura.
Il nostro agire è retto da un sistema di valori e disvalori basati solo sul consenso sociale e sulla contingenza di regole mutevoli. Non si vede allora perché un cane non possa avere due teste invece di quell’unica che la natura casualmente gli ha dato, o perché non dovrebbe essere il maschio a partorire invece della donna. E perché mai dobbiamo morire?
Perché dovremmo considerare un automa meno naturale di un corpo umano? Non ne abbiamo plasmato noi le forme usando gli elementi e le energie offerte da una medesima natura? Ogni lume legato a una vecchia idea di natura come inappellabile epifania del Sacro si spegne così in una notte nera dove tutte le vacche sono nere e dove ci perdiamo nella fondamentale aleatorietà dei giudizi.
Ci sembra perciò legittimo manipolare le nostre strutture naturali, correggere un disegno che l’evoluzione ha accidentalmente e malamente abbozzato; diventa un nostro diritto trasformare uomini in donne e viceversa, trapiantare organi umani come pezzi di un’automobile, modificare le nostre strutture cerebrali mediante innesti elettronici, modificare geneticamente gli embrioni ecc.
Ma alcuni si chiederanno: è un diritto o un delitto? Un progresso o un orribile affronto alla vita e a Dio che ne è l’origine? Tale domanda presuppone però un’anacronistica e anti-scientifica visione della realtà. Quanti ancora percepiscono in sé presenze divine, istanze metafisiche, spiriti tutelari? Quanti sentono la propria vita dipendere da un mistero cui offrire devozione e rispetto?
V’è ancora, nei vestigi della nostra religiosità, qualcosa che vada oltre la convenzionalità delle forme esteriori e l’accademismo, che ecceda la retorica umanitaria o le superficiali emozioni? Questo vino annacquato non dona l’ebbrezza, non ispira più santi, mistici, profeti. Si è estinta così la poesia della vita, perché l’uomo, come dice Platone “per poetare deve essere invasato dal Dio”.
Anche in passato l’anima, nella sua sete di un Oltre, si è scontrata con la spietata logica degli Stati, degli Imperi, con poteri economici e militari, con una realpolitik di ispirazione satanica. Ma ben più tragica è questa metamorfosi moderna, in cui ogni immagine spirituale del mondo viene rimossa o ridotta a mostruose forme scientifiche.
Ritorno così alla domanda rimasta in sospeso. Il nostro mutato aspetto suscita ammirazione o ribrezzo? Siamo ranocchi trasformati in principi o esseri umani che inclinano a un’esistenza da insetto? A me pare che le forme della verità, della bellezza e della libertà stiano scomparendo dalla società moderna per lasciare il posto a fattezze basse e ignobili.
Da più di un secolo non nascono grandi figure di filosofi, artisti, musicisti, poeti. Le Muse ci hanno abbandonato, il Sublime ci ha girato le spalle. Siamo assediati dalla bruttezza e dalla volgarità, circondati da un’umanità il cui cuore s’è rattrappito, la cui forza creativa s’è estinta. Giorno dopo giorno assistiamo alla progressiva dissoluzione del volto umano.
Il Genio, il Demone che un tempo ci ispirava sta oggi appeso in un freddo e polveroso museo, buio corridoio di ritratti. Lì, sguardi ormai immobili sembrano rivolgere inutili rimproveri a un’epoca sterile; a una società che si nutre di fantasie mortifere, che nel suo rimbambimento senile si diletta di giocattoli puerili e ammassa soldi per un futuro che non vedrà.
L’anima, che un tempo cacciava liberamente negli immensi territori della realtà, è chiusa in piccole gabbie dov’è nutrita di illusioni e falsità. Trasformata in reti neuronali, algoritmi, programmazioni linguistiche, digitalizzata, automatizzata, controllata da Poteri che non vogliono migliorare la vita dell’uomo ma ottimizzarla, cioè conformarla al loro disegno di dominio.
Tale progetto conta sulla nostra acquiescenza a un progresso indiscriminato, sul nostro assenso a rivoluzioni che favoriscono solo nuove e peggiori tirannidi. La vera rivoluzione sarebbe oggi farsi custodi e conservatori di antichi valori. Non per un ottuso rifiuto del nuovo, ma per porvi un limite e impedire che ci disumanizzi. Per questo, esser reazionari è oggi un’indispensabile forma di igiene mentale, forse l’unico progresso possibile.

