VII
Misticismo e Borghesia
«La superstizione più volgare, superstizione dell’acqua, del fuoco, della natura, dei tavolini spiritici, sarebbe preferibile a quella del progresso…»
(Charles Baudelaire)
Immerso nella pace e nelle delizie dell’Eden, l’uomo avrebbe avuto motivo d’esser pago della sua esistenza e di condurre i suoi giorni senza affanni. Ma Satana lo tentò, lo convinse ad assaggiare il frutto della conoscenza, facendogli balenare l’idea che potesse migliorare il suo status, lo sedusse con l’idea di un progresso. Oggi sappiamo che quel frutto causò all’uomo un’infinità di problemi.
Tuttavia, ancora crediamo che sarà il Progresso a liberarci dai nostri mali. A questo immotivato ottimismo si potrebbe obiettare che progredire non è un fatto ma un’idea, e spesso un’illusione. Sarebbe di fatto difficile provare che l’aumento di conoscenza ci abbia apportato reali benefici. Si potrebbero semmai presentare numerose prove del contrario.
Forse non è mai esistito nulla, nell’ambito dell’ingegno umano, che possa definirsi un progresso. L’intelligenza cambia ambiti e prospettive senza che ciò migliori la nostra comprensione del reale. Se oggi qualcosa si chiarisce, insieme si oscura un antico sapere, secondo una naturale omeostasi. Ma il progressista dice che il nostro bicchiere è mezzo pieno, e quello dei nostri avi mezzo vuoto.
Possiamo crederci eticamente più evoluti dei Sumeri o dei palafitticoli, ma basterebbe la barbarie delle nostre guerre per invalidare tale fantasia. Pensiamo che la medicina moderna ci abbia reso più sani, ma è solo un trompe l’oeil legato all’aumento della vita media, ovvero al prolungarsi di malattie croniche e disagi.
L’uomo moderno non è certo più intelligente di un cavernicolo. Forse solo meno saggio. Per questo lo affascina il Mito della crescita. L’uomo antico aveva miti ben più fondati e radicati nella realtà. Certo credeva in uno sviluppo organico, proporzionato, equilibrato e circoscritto da limiti naturali. La nostra crescita indefinita gli sarebbe parsa una folle e sciagurata proliferazione tumorale.
L’assurda fede nel Progresso si diffonde nell’800, espressione di una fantasia borghese. Qui, per borghese, non bisogna intendere un individuo ma uno stato mentale, materialistico e utilitaristico. Adamo ed Eva, sfrattati dal paradiso terrestre e gettati nell’agone della vita terrena, soggetti alle dure leggi della natura e del lavoro, diventarono borghesi per necessità.
Ma lo spirito dell’uomo trattenne in sé qualcosa della sua nativa indole mistica: l’ozio sacro, la contemplazione, il dialogo con Dio. Ma nell’800 la Ragione scientifica ha preso il posto di Dio, e l’uomo ha pensato di ottenere più dai calcoli che dalle preghiere. Perché, come dice Meister Eckart, vi sono persone che “seguono Dio come il nibbio segue una donna che porta frattaglie o salsicce, come i lupi seguono la carogna, come la mosca segue la pentola”.
Masse ed élite, schiavi e padroni, formano oggi una sorta di ecumenismo borghese. Questa nuova immagine del mondo ha necessariamente portato alla cancellazione di antichi sentimenti mistici. Il mistico è infatti il naturale antidoto alla borghesia, la sua negazione. È sorgente di fede e nobiltà, ciò che rende una civiltà capace di creare bellezza, arte, poesia, ciò che impedisce all’intelligenza dell’uomo di chiudersi in forme di pensiero rattrappite in una logica di pura immanenza.
Il mistico sta al borghese come l’infinito al finito, l’eternità al tempo, l’intuizione alla razionalità, lo spirito alla materia, l’uomo interiore all’uomo esteriore, l’unità alla dispersione, il divino al mondano. Nella loro correlazione si realizza una dialettica necessaria. Il puro mistico sarebbe infatti bisognoso di cure come un neonato, e il puro borghese un essere aberrante e senz’anima.
È difficile definire il borghese. Si può dire che, indipendentemente da istruzione, ricchezza o posizione sociale, sia espressione di una mediocritas ontologica. È chi crede d’essersi fatto da sé, chi cerca la propria realizzazione negli ingranaggi sociali e professionali, chi non vede altro ascetismo che il farsi strada nella vita. È il custode di una fede nella santità del denaro che lega lungo i secoli antichi mercanti, usurai e bottegai medievali, multinazionali e finanza moderna.
Il borghese non considera la vita, la libertà, la felicità come dei doni ma come dei diritti, e dedica una scientifica attenzione a tutto ciò che può favorire il suo benessere. Perciò si dedica alla ginnastica, alla psicologia del profondo, alle diete, allo yoga o alla meditazione buddhista, con uguale zelo, con lo stesso spirito con cui “il nibbio insegue salsicce e frattaglie”.
A parte questa mistica devozione a sé stesso, il borghese è geneticamente ostile alla spiritualità. Pare strano dunque che si interessi di teologia, religione e metafisica, di questioni che sembrano estranee all’orizzonte mondano. Ma la contraddizione è solo apparente. Il borghese conserva infatti in ogni cosa un solido istinto terreno, pragmatico e sensuale.
Ugualmente non deve stupirci il suo interesse per cose come magia, astrologia, cartomanzia, esoterismo, satanismo, occultismo, teosofia, spiritismo ecc., che il borghese lega a scopi materiali e a vaneggiamenti d’onnipotenza. Per lui la stessa matematica, che ha ripulito d’ogni carattere sacro, resta una complicazione inutile, finché non può trarne qualche vantaggiosa applicazione.
Di ogni cosa, infatti, il borghese fa un bilancio, dei suoi affari come dei suoi sentimenti o delle sue transazioni col Padreterno. Tutto in lui è oggetto di una scrupolosa ragioneria. Per questo venera la scienza, anche quando non la capisce, perché vi ritrova il suo stesso prudente calcolare, il suo amore per i conti che tornano, il suo sistemare ordinatamente la realtà dentro quantità esatte.
Anche il sapere deve essere secondo lui quantificato da titoli di studio e curricula accademici, attestati ufficiali in cui vede una sorta di sacra investitura. Questo fa sì che vi siano oggi più cretini laureati di quanti erano una volta gli analfabeti intelligenti. Del resto, il borghese ha un concetto democratico della verità: crede sia vero ciò che la maggioranza ritiene tale, e troverebbe logico ricorrere all’alzata di mano per dirimere ogni questione, etica, filosofica o scientifica.
Perciò si conforma devotamente alle opinioni dominanti. Moralmente professa un rispettabile perbenismo e si attiene a un catechismo benpensante. Lo rassicura il luogo comune, la vulgata, il politicamente corretto. Mimetizzarsi è per lui funzione essenziale alla sopravvivenza. È dunque progressista o reazionario, inclusivo o razzista, secondo i mutevoli flussi e riflussi storici.
La democrazia moderna, basata su numeri e conteggi, è un tipico frutto del pensiero borghese. Anche l’enfasi posta sull’idea di libertà cela un fondamentale problema borghese, ovvero la pretesa di curare i propri affari senza vincoli e restrizioni. Ma in realtà il borghese diffida della libertà degli altri. Soprattutto teme la libertà di pensiero, in cui vede una minaccia alla sua tranquillità.
Il borghese è assillato dalla sicurezza e dal domani. Vorrebbe regolamentare ogni cosa, pianificare, prevedere, prevenire. Lo accompagna perciò un’ansia latente, da cui si difende con gesti magici, riti sociali, atti compulsivi. Trova ad esempio terapeutico, anzi catartico, dedicarsi allo shopping. Andare in vacanza, viaggiare, girare il mondo, sono per lui una specie di canonica liturgia.
Il borghese ha di solito un problematico senso del dovere. Non è immune da sensi di colpa, e sa essere autocritico. Bilancia quindi i futili diversivi con gli impegni culturali, partecipa all’orgia dei consumi ma si redime con un senso di responsabilità ambientale, affetta solidarietà per sentirsi buono e sensibile ai bisogni del prossimo.
Il borghese ha una concezione sostanzialmente prosaica della vita. Gli sfugge la profondità dell’arte e della poesia, dimensioni di cui razionalizza i contenuti o che riduce a mero intrattenimento. Il valore di un’opera sta per lui nel prezzo, in quello che ne dicono gli esperti. Tuttavia, il bon ton gli impone di leggere, frequentare mostre, teatri, concerti, di mostrare interesse per ciò che non capisce.
La bellezza è in lui gusto superficiale – snobismo, moda, decoro, etichetta. Ha talvolta pose estetizzanti, ma la sua vera natura si rivela nella bruttezza delle città, nello scempio del paesaggio, nello squallore della sedicente arte contemporanea. Perché, per quanto civilizzato e raffinato, il borghese rimane un barbaro, incapace di cogliere, nell’arte come nella vita, una verità spirituale.
È però innegabile che in un’epoca ormai lontana siano nati grandi artisti borghesi. È plausibile supporre che il loro spirito conducesse una doppia vita, diviso tra due opposte dimensioni, passando ora di qua ora di là dal confine tra i due mondi. Perché non si può accedere al regno del Bello e della Poesia se non ci si spoglia di ogni abito borghese.
Anche il rapporto che il borghese ha con la natura è ambiguo, sospeso in una beata incoerenza, tra quadretti di naturalismo romantico e documentari scientifici, stupri dell’ambiente e fantasie green. Lo commuove un gattino affamato, ma lo lascia indifferente il massacro di milioni di maiali, mucche, agnelli ecc.
Il borghese non riesce ad ammettere la propria complicità con i mali del mondo. Ha bisogno di capri espiatori. Così, anche la sua malattia è per lui fenomeno involontario, prodotto da fattori esterni, calamità casuale e immeritata, fatalità da scongiurare con il ricorso a regolari checkup, farmaci e psicofarmaci, vaccini, misure igieniche, elisir di lunga vita.
Il borghese è in fondo un virtuoso della rimozione. Chiude gli occhi davanti a ciò che limita le sue pretese di possesso. Soprattutto, cerca di evacuare il senso della vecchiaia e della morte, in cui trova l’oscena contraddizione di ogni avere e di ogni progresso. Fino all’ultimo respiro crede gli resti ancora tempo per afferrarsi a qualcosa. Non accetta la perdita, il distacco.
Possedere è infatti la sua più autentica vocazione. Anche quando si interessa di filosofia, di storia, di religione, il borghese non è spinto da un desiderio di verità ma dall’intento di capitalizzare informazioni. Sta in questo la sua radicale antitesi col mistico, il cui cuore si svuota di tutto, non vuole sapere, si abbandona al Mistero che lo crea.
L’avidità materiale o immateriale non trova più nel borghese l’argine di un aristocratico distacco o di una nobile sprezzatura. Il suo spirito si chiude così in un morboso appropriarsi delle cose, come in una rigida cornice di senso, prigioniero di un’immagine del mondo dalla quale crede di non poter uscire senza cadere nel nulla.
Tuttavia, finché attitudini borghesi convivono con elementi di grazia e misticismo, la nostra esistenza si nutre di tale feconda dialettica, dei suoi conflitti e delle sue creative contraddizioni. Presi in questo equilibrio delicato, sempre bisognoso di controlli e aggiustamenti, non saremo mai del tutto meschini o del tutto nobili, ma umani.
Oggi, invece, l’imporsi assoluto e totalizzante di una ideologia borghese, in cui l’avere cancella l’essere, l’apparenza sopprime la realtà, il risultato rende superfluo il significato, ha prodotto una società preda dell’illusione e delle visioni più oscure, nella cui pretesa di una crescita infinita risuona l’antica promessa satanica: sarete Dei.
Perché il borghese vuole infine transumanarsi, deificarsi, controllare con i suoi giocattoli tecnologici la vita, la morte, il destino. Ma come sarà questo nuovo Uomo, ibridazione di carne umana e memorie elettroniche? Probabilmente sarà la caricatura di un piccolo Demiurgo, chiuso nel suo Eden artificiale, grigio inferno borghese dove mangerà i frutti del Progresso.



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