IV
Il disagio della parola
«L’uomo ha grande discorso, del quale la più parte è vano e falso»
(Leonardo da Vinci)
Elaborare un’immagine del mondo è come dipingere un quadro. Volti, paesaggi, cose, non sono nostre creazioni, ma anime, forze che si offrono allo sguardo, soggetti che, mentre ne facciamo il ritratto, ci influenzano, giudicano, consigliano. Benché ciò non ci impedisca di fare scelte personali, tali scelte non sono mai veramente libere, né interamente consapevoli. Sono piuttosto un fenomeno di adattamento in gran parte inconscio, un riflesso di ciò che ci circonda.
In tal senso, crediamo che l’uomo abbia oggi una maggior autonomia di pensiero che non nel medioevo o nel XVII secolo, tempi in cui l’idea del mondo ci appare chiusa in monolitiche visioni di tipo religioso e politico. Ma il condividere credenze, dogmi e superstizioni, è sempre stata condizione necessaria al funzionamento di meccanismi politici e sociali.
Pensiamo ai nostri ineffabili miti: Scienza, Democrazia, Progresso, una Trinità di Ipostasi del Summum Bonum che si profila maestosa all’orizzonte del pensiero moderno. Dubitarne sarebbe oggi colpa non meno grave di quanto era nel Medioevo mettere in dubbio la divinità di Gesù Cristo o la verginità della Madonna, o affermare che la sodomia non fosse un peccato mortale.
Per converso, oggi sembra perfettamente legittimo negare il valore della fede religiosa o screditare millenari codici morali. Quasi che in tale materia lo scetticismo e l’agnosticismo debbano essere il corretto abito d’ogni persona razionale, istruita e consapevole. In realtà, abbiamo semplicemente sostituito una fede con un’altra.
Riconoscere d’esser conformisti è difficile, perché la mente incontra un radicale impedimento quando cerca di analizzare le dipendenze storiche e i limiti cui è soggetta. Possiamo certo contestare la versione x o y di certi fatti o smentire certi dati, esporre una nostra verità o qualche teoria alternativa, ma penetrare e decostruire un’intima percezione della realtà richiede ben altra audacia.
Possiamo scegliere tra narrazioni apparentemente antagoniste, i cui presupposti e scopi particolari appaiono in dissidio tra loro, ma quasi mai osiamo uscire da un sistema dominante di valori e significati – e ci sembrerebbe folle uscirne. Così, ad esempio, per criticare la scienza portiamo evidenze scientifiche, se diffidiamo della ragione lo facciamo razionalmente, cerchiamo prove materiali delle realtà spirituali ecc., chiusi nel magico cerchio del pregiudizio.
In tal modo diamo il nostro comune appoggio alla crisi di senso che caratterizza la nostra epoca, crisi che non si limita a una rivoluzione dei costumi ma induce un sovvertimento metafisico. Lo stesso progresso tecnico-scientifico, più che da ragioni di praticità nasce da istanze simboliche e speculative. Siamo vittime di incantamenti il cui fine è cancellare una vecchia immagine del mondo e dipingerne un’altra, mutando radicalmente il nostro punto di vista.
Lottare contro questo rovesciamento di prospettiva può apparire “perverso e ostinato”, come Burke definiva l’opporsi agli esiti della Rivoluzione francese, ossia a quegli effetti politici, morali e sociali che considerava tanto nefasti quanto inevitabili. Perché in ciò che a noi sembra un male assoluto può nascondersi un disegno provvidenziale, misterioso e imprevedibile.
Chi può dire che a guidarci oggi non sia un sano istinto di auto-distruzione? Forse dovremmo, più che denunciarlo, assecondarlo. Meglio dunque non resistere al male? Un amico dal carattere battagliero mi scrive: “siamo sotto attacco, c’è una guerra in corso, e parlarne è un nostro dovere”. Quale guerra? Quella che i media ci raccontano ogni giorno? Queste grandi manovre capitalistiche con cui, usando armi empie e scellerate, i padroni del mondo da sempre trattano i loro affari?
Volendone discutere così, stricto sensu, potremmo accontentarci di mettere missili e bombe al posto di spade e catapulte o di pistole e archibugi. Sono certo però che il mio amico alluda a un altro scontro, più ampio e sotterraneo, fra opposte dimensioni spirituali – libertà e oppressione, verità e menzogna – aggressione invisibile e satanica a un’idea di umanità.
La barbarie che oggi cala su di noi non è un’invasione di terre ma occupazione violenta di spazi interiori. E se potessimo mostrare immagini dell’anima come facciamo con gli edifici distrutti dai bombardamenti o con i corpi ammazzati, scopriremmo anche in noi la rovina, la morte, la fame e la pestilenza portate da una guerra tenebrosa, invisibile ai sensi e incomprensibile alla scienza.
Ma noi vediamo le cose secondo i modelli di un’informazione e di una cultura che ci chiudono nell’immanenza dei fatti e delle loro forme esteriori, senza coglierne l’origine immateriale. Nelle nostre interminabili analisi politiche, storiche, economiche, militari, su guerra e pace, violazione e rispetto dei diritti umani ecc., un’allusione alle radici metafisiche dei nostri problemi suonerebbe come un surreale ritorno a superstizioni medievali.
Il Fato – termine aulico per definire la logica dell’Avidità e del Potere – procede senza curarsi dei nostri pleonastici discorsi, che certo non lo sviano dai suoi sovrumani propositi. Eppure resta in noi qualcosa che attraverso la parola vuol darsi un senso, spiegarsi. Forse un residuo di verità, in quest’epoca cupa e oltraggiosa, dominata dalla falsità e dalla dissimulazione.
Ma la parola è stanca, malata, legata alla realtà da fili sempre più sottili e fragili; usata per manipolare le coscienze e imporre una visione distorta del mondo, per dettare all’uomo condizioni disumane. Il Male sembra aver trovato nella parola – diffusa, amplificata, moltiplicata all’infinito – lo strumento ideale per portare il suo attacco decisivo alle cadenti vestigia dello spirito.
E tuttavia il mio amico dice che “è nostro dovere parlarne”. Dovremo sfidare tale mostruoso Moloch che si nutre di sacrifici umani e di bugie? Come un Davide che volesse abbattere non uno ma cento o mille Golia. Avessimo pure l’eloquenza di un Cicerone o di un Savonarola non faremmo recedere di un millimetro la corruzione e la malvagità nel mondo.
Il Potere che governa questa terra ha l’aspetto di un’Idra invincibile. È vano tentare di tagliarne una a una le teste velenose – smentirne le sempre rinascenti falsità, combatterne le ingiustizie e le nefandezze, smascherarne tutte le aberranti ideologie – è inutile volerne schiacciare, come novelli Ercole, il capo immortale. Ma, si dice, occorre parlarne, perché la gente prenda consapevolezza.
E che ne faremo di questa tanto celebrata virtù, della nostra risvegliata consapevolezza? Ne caveremo altre parole, che saranno sommerse da un mare rumoroso e brulicante di nuove parole, in cui si perderanno, cadendo in un rapido oblio. Ha dunque torto il mio amico? Che senso v’è, pratico o morale, nell’assolvere un dovere sapendo che non servirà a nulla?
Qualcuno dirà che parlare è un nostro diritto. Ma, a giudicare dalla fiumana di parole che ci inonda, tale diritto ci viene concesso con grande e sospetta generosità. Perché tale libertà ci può chiudere di fatto dentro un’impotente illusione, e il dibattere, l’argomentare, diventano diversivi che il Potere ci concede perché ininfluenti, o coerenti con i suoi piani. In tal caso, troverei più saggio tacere.
Ora, chiarito che i nostri discorsi non salveranno la società né la renderanno più giusta, diciamo pure che questo non ha importanza. Nessuno, né santo né genio né eroe, ha mai estirpato da questo pianeta il cancro della menzogna, della cupidigia e della violenza, e non sarà certo l’uomo moderno, che ne ha dimenticato le cause più profonde, a trovare un’efficace terapia.
“Quindi, che fare?” chiede l’uomo pratico. Faremo come quell’uccellino che se ne stava disteso sul sentiero, con le minuscole zampe protese verso l’alto. Un cavaliere lo vede e gli chiede: “che fai in quella ridicola posizione?”. “Ho sentito che oggi il cielo cadrà, e quindi cerco di reggerlo”, risponde quello. “Reggere il cielo con le tue zampette?”. “Si fa quel che si può”.
Forse il cielo ci cadrà presto sulla testa. Credere che potremo evitarlo facendo scudo con le nostre parole è una pia illusione. Forse saremo ridotti al silenzio, come i condannati cui veniva messa la mordacchia. Ma c’è una nobile bellezza nell’aderire a una causa che si crede perduta. E “fare quel che si può” per proteggere ciò che ci è caro risponde alla speranza e alla dignità umana.



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