18 Ottobre 2025
Filosofia

Immagini del mondo (II) – Le età della conoscenza – Livio Cadè

II

Le età della conoscenza

«La maggior parte degli uomini sono ricchi di scienza estranea»

(Michel de Montaigne)

Immaginare il mondo è fare il mondo. Non è a priori un atto cosciente e volontario, ma qualcosa di cui diventiamo consapevoli poco a poco, atto in cui si fondono il creare e il conoscere. Nella sua dimensione più basilare è una percezione di ciò che è. «Se le porte della percezione fossero aperte, ogni cosa apparirebbe all’uomo come in effetti è, infinita» dice Blake. Ma quante sono le porte chiuse nella nostra mente?

Le aperture attraverso cui può introdursi in noi una realtà infinita appaiono oggi intasate da un ammasso di pensieri superficiali, volgari ed effimeri. La nostra attenzione si circoscrive a dimensioni sempre più anguste, mondane in senso stretto e convenzionale – temi sociali o politici, economia, salute, lavoro ecc. – bloccando l’uomo nella finitezza del suo vissuto.

Solo fessure sempre più impercettibili lasciano entrare in noi qualche raggio di infinito. Dovremmo quindi procedere a un’operazione di sgombero e pulizia della coscienza, rimuovendo quella incrostazione di opinioni, credenze e pregiudizi che ne limitano lo sguardo. Compito arduo e complesso, per attendere al quale non basta una vita, ché idee e percezioni si accumulano in noi dal momento che nasciamo, e cristallizzano rapidamente, formando strutture rigide e difficilmente modificabili.

Per sapere, l’uomo deve disfarsi del proprio sapere e ritrovare il cuore, il Senso. Deve fluire con la vita, abbandonarsi alla realtà, abbracciare il proprio destino. Ma in ciò è ostacolato da un sistema che gli tramanda d’autorità alcune dottrine fondamentali sul modo corretto di percepire e interpretare il mondo. A questo indottrinamento passivo possiamo ovviare solo con la nostra personale esperienza e la nostra autonoma capacità di trarne conclusioni logiche.

È tuttavia molto difficile sottoporre a un franco esame e a riflessione critica la nostra familiare percezione delle cose, perché ne traiamo la sostanza dalla forma mentis della nostra epoca e del nostro ambiente sociale, da alcuni archetipi che assimiliamo inconsciamente. Siamo, per così dire, posseduti da una scienza estranea, che altri ci hanno inculcato.

Una mente educata a rispettare le convinzioni, gli scrupoli, i tabù della comunità, è per noi sia un organo di conveniente interazione sociale che un fattore stabile di identità personale. È quindi compito faticoso e ingrato mutarne gli assetti consolidati. E anche quando ci decidiamo a tale passo increscioso, in genere è solo per trovare rifugio in un’altra scienza estranea, accodandoci a nuove forme di sapere etero-diretto.

Solo chi abbia preso contezza dei propri condizionamenti e trovi il coraggio di contraddirli, può sottoporre le idee proprie e altrui a più severe indagini, senza il timore di entrare in conflitto con il prossimo e di offendere modelli che ha sempre onorato. Solo così può emanciparsi interiormente e coltivare quello che io chiamo un pensiero dissoluto, cioè sciolto da incatenamenti e libero da incantamenti.

La prima essenziale condizione per elaborare una propria immagine del mondo è che esista un mondo. Tuttavia, dal momento che non possiamo saperlo con certezza, è sufficiente crederlo. E su questo mi pare esservi una quasi totale unanimità. La seconda condizione è che vi sia qualcuno in grado di pensarlo, rifletterlo, interpretarlo. E anche su ciò, forse ottimisticamente, esiste un generale consenso.

Naturalmente entrambe queste condizioni implicano sottili e complesse opzioni metafisiche, ma la gente in genere non se ne avvede e non se ne dà pensiero. Le nostre convinzioni poggiano nella loro generalità su un senso comune che non sembra necessario spiegare. Così, quando esprimiamo un’opinione su qualsivoglia argomento, non sospettiamo neppure che per farlo partiamo da assiomi filosofici cui aderiamo inconsapevolmente.

La nostra immagine del mondo comporta il tacito assenso che diamo a una specifica cosmologia. Condividiamo un’idea del Tutto, una visione della realtà che, molto ingenuamente, pensiamo sia l’unica vera. Questo ci esime dal cercare di attingere un sapere ultimo, che ci liberi dagli errori e dalle apparenze.

In tal modo soffochiamo in noi una tensione naturale che ci spinge a cercare una certezza oltre ogni dubbio. Ci accontentiamo della convenzionalità e del formalismo delle opinioni correnti, frustrando quel desiderio di verità che, più o meno e in vario modo, è presente in tutti – esclusi ovviamente coloro che già credono di possederla.

In tal senso possiamo individuare nella storia dell’uomo un ricerca di sapere che si articola su tre piani distinti e comunicanti. Innanzitutto v’è una conoscenza suprema, Sofia di carattere regale, che è conoscenza di Dio, espressione di un Senso fondante della realtà, della sua radice metafisica. “Di Dio”, è qui però genitivo soggettivo, intendendo cioè che tale conoscere è privilegio esclusivo di Dio, o di chi partecipi della sua natura divina.

All’opposto, conoscenza infima è quella del mondo inteso come ciò che in modo incongruo definiamo natura; realtà composta di elementi come l’acqua, il fuoco, la terra, l’aria, stelle, alberi, montagne, fiumi, animali, atomi ecc.. Dimensione esterna all’uomo ma comprensiva del suo corpo e dei suoi vari manufatti. Tutto ciò costituisce materia di un sapere esteriore e puramente oggettivo.

Il mondo, in questa ristretta accezione, non è mai conoscente ma sempre e solo conosciuto. Inoltre, collocata in questa arbitraria prospettiva, che ci viene da una concezione giudaico-cristiana, la natura rappresenta una realtà che non è ammessa a partecipare della medesima dignità assegnata a Dio o all’uomo. Questo perché al mondo fisico, con tutto ciò che contiene, vengono negati gli attributi dell’anima, della persona.

Tale supposizione, che ha per secoli fortemente influenzato il nostro pensiero filosofico, rappresenta ancor oggi per noi un potente vincolo culturale. Ci predispone a concepire un mondo fatto di materia – che sarebbe sostanza concreta opposta al carattere astratto dello spirito – permettendoci così di sviluppare un naturalismo scientifico che prescinde da ogni ipotesi di carattere spirituale.

Intermedia tra queste due conoscenze è la conoscenza dell’uomo, ovvero della sua psiche, sorta di ponte tra Dio e il mondo, ovvero porta, apertura tanto sul Soggetto quanto sull’oggetto dell’esperienza. L’uomo può infatti volgersi verso il mondo o verso Dio. Si può quindi supporre che la piena coscienza di sé implichi tanto la conoscenza di Dio quanto quella del mondo. Per questo, nella concezione classica, il “conosci te stesso” riveste una così cruciale importanza.

L’uomo accoglie dunque in sé un triplice sapere: teologico, psicologico e fisiologico. Quando prevale il primo tipo, la cultura e l’arte assumono caratteri prevalentemente religiosi e metafisici, mentre il sapere fisico ha un ruolo marginale. Nel secondo caso vedremo emergere interessi di natura umanistica che bilanciano il divino e il mondano. Infine, quando ci occupiamo principalmente della fisiologia del cosmo, l’esito sarà una società scientificamente connotata, in cui le forme metafisiche del sapere risultano offuscate.

Con ogni evidenza noi viviamo oggi in un’era fisiologica, dedita cioè a una conoscenza oggettiva e materiale, che vede in Dio una mera astrazione, e per la quale anche lo studio dell’uomo va abbassato a indagine oggettiva di funzioni psicofisiche, secondo il principio che le facoltà spirituali vadano interpretate secondo modelli fisico-statistici, ridotte a mere funzioni nervose, misurabili con l’uso di idonee strumentazioni tecniche.

Molti pensano che questo rappresenti un sostanziale avanzamento del sapere umano, una testimonianza del suo passaggio alla condizione adulta dello spirito. Vi vedono una sorta di terza età dell’uomo, ovvero l’evoluzione naturale di una facoltà di giudizio che, abbandonate le fantasie dell’infanzia e dell’adolescenza, abbraccia criteri più razionali di approccio alla realtà.

La scienza pare liberarci tanto dall’immaginazione teologica quanto da valori umanistici soggettivi, e consegnarci finalmente un’immagine oggettiva, realistica, del mondo. Non possiamo teoricamente dimostrarlo, ma il dominio sulla materia ottenuto dall’uomo moderno è per noi prova sufficiente e irrefutabile di un suo progresso cognitivo. Diamo il nostro avallo intellettuale a una nuova visione del mondo non perché sia manifestamente più vera, ma perché crediamo – sancta simplicitas! – che ci renderà la vita più comoda e sicura.

Di fatto, avocando a sé la facoltà di emettere giudizi apodittici, la scienza moderna rende assai difficile avvicinarsi criticamente al problema della conoscenza. La sua implicita autorità finisce col delegittimare altre espressioni del sapere, ostacolando un esame spregiudicato delle nostre concezioni del mondo. Il pensiero scientifico minaccia così di allontanarci dalla realtà più di quanto ce ne avvicini.

Siamo candidamente convinti di aver infine stabilito, dopo secoli di infruttuosi tentativi, una perfetta corrispondenza tra il pensiero e la cosa pensata, di aver raggiunto la sospirata adaequatio res et intellectus. Ci illudiamo d’aver fatto luce là dove chi ci ha preceduto, chi ancora si affidava a un sapere teologico e umanistico, vedeva solo ombre e fantasmi, proiezioni della sua fantasia.

Naturalmente non è così. Certo non si può dubitare del valore pratico legato al nostro recente discernimento scientifico, o negare che grazie a esso l’uomo abbia raggiunto nuovi e formidabili poteri. Tuttavia, questa scienza favorisce forme di totalitarismo intellettuale e di nichilismo morale, imponendoci un senso della vita compresso e mutilato.

Il mito della dimostrazione scientifica ha prodotto un appiattimento nella percezione del reale e ha svuotato di contenuto la nostra soggettività. Quasi ergendosi a profilassi contro ogni morbosità metafisica, il pensiero fisico-matematico ci ha prescritto una mistica del dato, del numero, che ci aliena dalla conoscenza di sé e di Dio. Ci colma di un sapere estraneo, che ci lascia vuoti.

Priva di sensi divino-umani, la società è presa oggi nella vertigine delle cose, degli artefatti, delle macchine. Nella sua scientifica oggettività pencola sul ciglio di un abisso da cui contempla il nulla, sul punto di cadere nel regno del caos e degli oggetti senza vita. E il suo sapere, persa ogni bussola etica e spirituale, naufraga in un mare di illusioni e di bugie.

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