Venerdì 28 novembre a Roma nella Sala Alessandrina dell’Archivio di Stato, si è tenuta la presentazione del libro Omero nell’Egeo, la caduta dell’impero ittita e la guerra di Troia, opera postuma di Ernesto Roli, il noto intellettuale, ricercatore e docente “nostro” scomparso due anni fa, che è stato amico e collaboratore di Adriano Romualdi.
Materialmente, l’opera a cui Roli lavorava nei suoi ultimi anni, è stata completata dalla vedova, la signora Sabine Steinmayer raccogliendo e riordinando con un lavoro certosino i numerosi appunti lasciati dal marito, ed è l’ampliamento e aggiornamento del precedente testo già pubblicato come La caduta dell’impero ittita e la guerra di Troia.
Merita un cenno particolare anche la casa editrice a cui la pubblicazione di questo lavoro è stata affidata, la romana Arbor Sapientiae, specializzata in: archeologia, epigrafia, filologia, numismatica, orientalistica, storia antica, topografia. Insomma una cosa per palati fini, intellettualmente parlando.
La Sala Alessandrina, un ambiente piuttosto vasto, era gremita, nonostante il fatto che venerdì 28 fosse una giornata di sciopero generale che ha provocato parecchi disservizi nei mezzi pubblici.
I relatori che hanno partecipato alla presentazione dell’opera e della figura di Ernesto Roli come ricercatore e soprattutto come uomo, oltre a Sabine Steinmayer, sono stati Leandro Sperduti, archeologo e scrittore, Giuseppina Ghini già funzionario archeologo del MIC, Maria Elisa Gracia Barraco, titolare di Arbor Sapientiae che ha svolto il ruolo di moderatrice e dato il la ai vari interventi, e poi di mezzo nella partita c’era anche il sottoscritto.
Devo essere sincero, riguardo alla mia partecipazione a questa presentazione, ero un po’ preoccupato, sapendo di dovermi confrontare con dei veri archeologi professionisti, ma non potevo rifiutare, data la richiesta fattami da Sabine Steinmayer, una signora molto gentile che mi ha raccontato che Ernesto Roli era un mio ammiratore, che regolarmente scaricava, stampava e collezionava i miei articoli apparsi su “Ereticamente”, cosa che mi ha fatto sentire apprezzato ben al di là dei miei meriti, e da una persona di indiscutibile spessore.
Passo a raccontarvi in sintesi come si è svolta la presentazione.
Dopo una breve presentazione che Maria Elisa Gracia Barraco ha fatto dei relatori e una introduzione di Sabine Steinmayer, la parola è andata a Leandro Sperduti che ha svolto l’intervento più ampio e corposo. Sperduti ha illustrato due concetti di importanza fondamentale per capire il lavoro svolto da Roli riguardo alla questione omerica. Il primo è che i poemi omerici, opera poetica e non storica (“Omero non è Tucidide”), rappresentano un mito fondante che definisce l’identità di vari popoli antichi sparsi nel bacino mediterraneo, non era solo Roma, ma molte città anatoliche e dell’Africa settentrionale a rivendicare origini troiane. Siano dunque proprio alle radici di quella che in futuro diventerà l’identità prima ellenica, poi europeo-occidentale.
L’altro concetto importante è l’intuizione eterodossa di Roli, che Sperduti ha definito geniale. Noi abbiamo riguardo alle vicende della tarda Età del Bronzo, XII-XIII avanti Cristo, due enigmi apparentemente insolubili, l’esatta collocazione geografica e temporale della guerra di Troia e l’improvvisa e per molti versi misteriosa dissoluzione dell’impero ittita. Da qui l’intuizione di Roli, l’identificazione dei Troiani con gli Ittiti.
Come riporta anche l’invito alla presentazione del libro: “Individuare il nucleo storico che sta alla base della guerra di Troia è lo scopo di questa ricerca che parte da un’indagine accurata delle fonti archivistiche ittite di Hattusa”, lavoro che appunto Roli ha svolto meticolosamente, aggiungendovi anche fonti egizie e mesopotamiche, ricostruendo il quadro dettagliato di un’epoca lontana ma tuttora ricca di influenze sul nostro modo di essere.
Dopo l’intervento di Sperduti, che si è avvalso anche di un supporto multimediale, la palla è passata a me, e avevo ancor più timore che al confronto del suo, il mio intervento sarebbe sembrato ben poca cosa, e invece, con mia sorpresa, pare sia stato molto apprezzato, ma prima di parlarvene nei dettagli, vorrei citare quello della dottoressa Ghini, che di Roli è stata amica e collega, e ne ha tratteggiato il profilo professionale e umano. Roli ha esordito come ricercatore sul campo, concorrendo alla sistemazione, peraltro ancora oggi non completa, del parco archeologico di Veio, per poi passare all’insegnamento, dove la sua competenza è stata in generale molto apprezzata da superiori e allievi.
C’è una curiosità che non resisto alla tentazione di citarvi anche se c’entra poco con Roli. La dottoressa Ghini mi ha raccontato di conoscere un altro Fabio Calabrese scrittore, un giallista autore del romanzo La perfetta religiosa, un giallo nel mondo dell’arte. Sapevo già della sua esistenza, perché me lo ritrovo sempre nella mie bibliografia. Abbiamo pensato che sarebbe bella una presentazione congiunta dei due Fabio Calabrese, in modo che ciascuno possa avere attribuito esattamente ciò che è suo.
Vi riporto ora il testo del mio intervento, con una avvertenza. Dato che non è molto lungo, e mi era stata data disposizione di tenermi entro il quarto d’ora, aggiungo ora un paio di note numerate, distinte dalla solita NOTA in chiusura dell’articolo che ne commenta l’illustrazione.
Signore e signori buon giorno.
Permettetemi per prima cosa di presentarmi. Mi chiamo Fabio Calabrese, e, tanto perché il mio cognome non vi tragga in inganno, preciso subito di essere triestino. Professionalmente, sono un insegnante di scuola superiore, attualmente in pensione. A lato della mia attività propriamente professionale, sono uno scrittore, ho una vasta produzione narrativa, che però ora qui non c’entra e della quale non vi parlerò, un paio di libri in cui mi sono occupato delle origini umane e di quelle delle antiche civiltà, e un’intensa collaborazione con la rivista politico-culturale on line “Ereticamente”. Proprio in questo ambito, la traiettoria della mia vita si è incrociata con quella di Ernesto Roli,
Io devo onestamente precisare di non essere un archeologo, di avere quella conoscenza della storia antica che ci si può aspettare da un insegnante delle superiori che ha sempre avuto, fin da ragazzo la passione per essa. Altri, meglio di me, potranno affrontare gli aspetti tecnici di questo libro. Non vi parlerò di essi se non incidentalmente, e mi concentrerò soprattutto sul rapporto che ho avuto con Ernesto Roli e la sua opera.
Tuttavia, proprio per questa finalità, sarà bene cominciare con il chiarire lo sfondo storico e concettuale.
Notoriamente, i poemi omerici, l’Iliade e l’Odissea costituiscono l’opera letteraria più antica, la base, potremmo dire, della letteratura europea, ma su di essi, sulle vicende che narrano, sul loro autore, sappiamo molto meno di quanto sarebbe desiderabile.
Secondo quanto è ammesso dalla tradizione e anche dai ricercatori moderni, Omero sarebbe vissuto nell’VIII secolo avanti Cristo, cioè pressappoco alla fine del cosiddetto medioevo ellenico, cioè l’età buia iniziata circa quattro secoli prima che aveva visto la scomparsa della civiltà micenea con l’invasione dorica, e l’inizio dell’età classica.
Su di lui sappiamo ben poco o praticamente nulla. Si è anche messo in dubbio che l’Iliade e l’Odissea siano opera dello stesso autore. Il dubbio sull’identità di Omero si era posto fin dall’antichità, è la cosiddetta questione omerica. Le vicende narrate nei due poemi si riferiscono ovviamente a un’epoca anteriore, ma l’esatta collocazione di esse nel tempo e nello spazio rimane incerta. Neppure l’identificazione della Troia omerica con il sito anatolico scoperto da Heinrich Schliemann nel XIX secolo sulla collina di Hissarlik, è oggi data per sicura.
Chiaramente, nell’incertezza questa situazione ha favorito il pullulare di ipotesi, alcune serie e fondate su attente ricerche dei dati di fatto disponibili, altre peregrine.
Tutto ciò va tenuto presente, rappresenta, per così dire lo sfondo concettuale in cui si è mosso il lavoro di Ernesto Roli.
Per tacer d’altro, diciamo che al riguardo Ernesto Roli si è dimostrato ricercatore di grande serietà e spessore che ha sviluppato la sua tesi attraverso un accurato esame delle fonti storiche, sebbene quest’ultima si possa presentare come eterodossa rispetto ad approcci più tradizionali e accademici, tesi che consiste sostanzialmente nell’identificazione dei Troiani con gli Ittiti e la guerra di Troia con la caduta dell’impero ittita.
Lascerei ad altri, con maggiore competenza di me, esporla e discuterla, all’occorrenza anche criticarla, nei dettagli. Io mi limito qui a osservare che essa merita di essere presa in serie considerazione e analizzata a fondo, da un ambiente accademico che purtroppo sappiamo essere anche troppo ingessato e conservatore, restio a confrontarsi con idee innovative.
En passant ricorderò soltanto che Adriano Romualdi, di cui Roli è stato amico e collaboratore, e della cui lucida intelligenza un malaugurato incidente ci ha prematuramente privati, aveva una grande considerazione, e direi una particolare predilezione per gli Ittiti, considerandoli una sorta di antemurale indoeuropeo in faccia al mondo mediorientale semitico.
Collaborando con “Ereticamente”, pubblicazione on line dagli intenti politici ma dall’indubbio spessore culturale, ho avuto modo di intervistare Ernesto Roli nel 2014, anche se si è trattato di un’intervista condotta per via epistolare nella quale è mancato il contatto diretto vis a vis.
Ora riassumere in breve i contenuti di quella lunga intervista è quasi impossibile. Vi riassumo al riguardo un paio di punti. Prima di tutto, l’amicizia, poi trasformatasi in collaborazione con Adriano Romualdi. Dal punto di vista dell’elaborazione teorica, fu importante perché gli permise di comprendere che il problema delle origini italiche non poteva essere risolto se non nel più vasto contesto indoeuropeo.
Altro punto di interesse fondamentale, è che la versione accademica, “mainstream” del nostro passato più remoto, non è per nulla così coesa e credibile come si potrebbe pensare. Roli ha citato casi come quello di Gordon Childe che, dopo aver aderito al marxismo, è giunto a un esito drammatico, di essere così travagliato dalle sue contraddizioni, da giungere al suicidio (1). Marija Gimbutas, che si è servita dell’archeologia per spacciare come dati di fatto le sue tesi pacifiste e femministe, oggi del tutto screditata, Colin Renfrew, le cui ipotesi sulla colonizzazione dell’Europa da parte di agricoltori mediorientali sono state del tutto smentite dalla genetica (2).
Retrospettivamente, posso aggiungere che l’idea di questa intervista, pubblicata su “Ereticamente” il 24 maggio 2014 nacque in maniera abbastanza singolare. Il 1 marzo di quell’anno avevo pubblicato sempre su “Ereticamente” un articolo sull’origine degli Indoeuropei. Roli mi inviò una cortese lettera in cui rettificava alcuni errori in cui io ero incorso. Mi impressionò il suo tono da gentiluomo di vecchio stampo, che non vedeva in chi aveva espresso un’opinione diversa dalla sua un avversario da abbattere, ma solo qualcuno che necessitava di informazioni più corrette.
Il 17 marzo 2023, alla notizia della sua scomparsa, ho pubblicato, sempre su “Ereticamente” un suo Ricordo.
In un commento a questo articolo, un suo ex allievo l’ha definito “una fonte preziosa di saggezza e cultura”.
Dalla signora Sabine ho saputo che questo articolo le è stato di conforto, e che il marito seguiva attentamente i miei articoli, che scaricava e conservava, facendomi un onore certamente immeritato.
Mi rimane un profondo rammarico, quello di non aver avuto l’occasione di conoscere personalmente Ernesto Roli se non per via epistolare.
Note
(1) Questa è l’opinione che Roli ha espresso nell’intervista del 2014. Io personalmente, pur non conoscendo in dettaglio la vicenda umana di Childe, ci andrei più cauto. E’ vero che il marxismo è profondamente avverso all’archeologia quando parla di migrazioni e di conflitti fra le varie etnie, e vuole ridurre la dinamica della storia solo ai conflitti fra le classi sociali, ma non riesco a credere che un uomo possa giungere al suicidio solo per problemi teorici, se dietro non ci sono motivazioni più profonde ed esistenziali. Per fare un esempio, Albert Einstein tentò invano per tutta la vita di conciliare la sua teoria della relatività con la meccanica quantistica, e questo costituisce un problema tuttora irrisolto per la scienza attuale, ma non risulta che abbia mai pensato al suicidio per questo.
(2) Colin Renfrew sosteneva circa l’origine degli indoeuropei l’ipotesi dell’onda di avanzamento, cioè i loro antenati sarebbero stati agricoltori di origine mediorientale che man mano si sarebbero espansi nel nostro continente alla ricerca di nuove terre da coltivare. Se questa tesi fosse vera, la genetica dovrebbe riscontrare nel genoma degli Europei una massiccia presenza di geni di provenienza mediorientale, invece non è così. Al netto di recenti migrazioni, essi non superano il 14%. Un 5% va attribuito a un gruppo del tutto a sé, geneticamente distinto dagli altri Europei, i Baschi, il restante 81% rientra nel tipo che è stato denominato eurasiatico settentrionale, cioè lo stesso gruppo umano che abita l’Europa fin dal paleolitico.
Nell’illustrazione in copertina, al centro Ernesto Roli, a sinistra la precedente versione del suo libro La caduta dell’impero ittita e la guerra di Troia, a destra la nuova versione Omero nell’Egeo.

