La rottura storica e teologica del sacrificio
Al termine dell’ultima glaciazione, circa 11.700 anni fa, molte popolazioni furono costrette ad abbandonare i territori di origine per spostarsi verso aree geografiche più favorevoli alla sussistenza, dove avvenne la ricostruzione materiale e simbolica che rivoluzionò l’intera organizzazione sociale. La visione dell’esistenza si fece più pragmatica, e sebbene non sia possibile datare con precisione la comparsa dei rituali cruenti, sappiamo che i cambiamenti di quel periodo detronizzarono la spiritualità olistica tipica dell’era pre-diluviana – riconfigurata in materiale narrativo – a vantaggio di sistemi religiosi più strutturati e coercitivi.
Gran parte di queste architetture, furono fondate sulla concezione del «sacrificio necessario». Un insieme di credenze cosmologiche finalizzate a garantire la continuità dei cicli naturali (es. il sorgere del sole, l’arrivo delle piogge, la germinazione del mais, la continuità della specie umana minacciata dai fenomeni atmosferici estremi).
La rivoluzione agricola del Neolitico rafforzò tali convincimenti, delineando un nuovo modello di organizzazione economica basato sulla disuguaglianza sociale. Un paradigma, di fatto, mai superato. Due ritrovamenti archeologici geograficamente distanti ma spiritualmente affini – l’uno nella Cina neolitica, l’altro nell’Egitto predinastico – confermano l’importante cambio di rotta, avvalorando allo stesso tempo l’ipotesi di un’origine preistorica del principio di disuguaglianza.
• Nella città cinese di Shimao, situata nello Shaanxi, sono stati scoperti oltre 80 crani umani sepolti come parte di un rituale di fondazione, o comunque di una grande cerimonia pubblica (4300-3800 anni fa). L’analisi del DNA ha dimostrato che la scelta delle vittime variava a seconda della “zona urbana” di residenza, ovvero dello status sociale dei designati al sacrificio; per esempio: nella popolare Porta Est, 9 su 10 persone “offerte” a divinità elementali come Tian (il Cielo) erano di sesso maschile, mentre nei cimiteri delle élite i resti dei sacrificati appartenevano prevalentemente al sesso femminile. La disparità di genere dipendeva dalla credenza preistorica – di fatto, mai smentita – nelle superiori capacità di mediazione delle donne, le cui preghiere sarebbero state ascoltate più volentieri dalle divinità o dai Grandi Avi defunti, enti preposti alla protezione del lignaggio e alla legittimazione del potere famigliare.
• Nella Valle del Nilo, dove i ritrovamenti più significativi provengono dalle necropoli reali di Saqqara e Abido (siti di Umm el-Qa’ab), sono riemerse da tombe risalenti alla Prima Dinastia (circa 3100-2900 a.C.) centinaia di sepolture secondarie, intorno a quella del re, che confermano la presenza del «sacrificio dei servitori» già nella fase Predinastica (circa 3500-3000 a.C.). In pratica, alla morte di un sovrano o di un membro dell’élite, venivano uccisi e sepolti accanto al defunto alcuni membri del suo seguito personale (servi di rango superiore, guardie del corpo, cortigiane), scelti tra i migliori disponibili, in modo che il servizio fosse impeccabile anche nell’aldilà.
In sintesi: nel quadro delle società neolitiche, l’emersione del nuovo sistema socio-economico in numerose aree del pianeta – dalla Cina del Fiume Giallo alla civiltà di Harappa, dalla Mesopotamia alla Valle del Nilo, fino alle regioni andine – trasformò il sacrificio cruento in una sorta di moneta di scambio. Attraverso un’offerta più o meno consistente, i ceti abbienti negoziavano il proprio benessere, terreno e/o ultraterreno, con presunte divinità indifferenti alle sorti umane ma perennemente assetate di sangue.
Con il passare del tempo, questa interpretazione finì per assumere proporzioni gigantesche. Eppure, la verità era sotto gli occhi di tutti. Cosa poteva mai farsene del sangue umano, un dio che era (ed è) una “sorgente di tutto ciò che esisteva e al cui interno tutto esisteva”? Le espiazioni cruente, non stavano piuttosto alimentando qualcosa di diverso da un’entità trascendente? Ad esempio, esseri fittizi (egregore) capaci di esaudire i desideri materiali di chi forniva loro nutrimento in termini di emozioni di basso livello emozionale come angoscia e terrore.
La fondatezza di tale sospetto, spiegherebbe anche perché i presunti «dèi» premiassero la proporzionalità anziché l’equità: il povero offriva un pugno di farro, il ricco un essere umano mentre il ricevente, mai sazio, contraccambiava in misura commisurata a quanto aveva ottenuto. Per lo stesso motivo i «donatori umani» non erano tutti uguali ma alcuni, per usare le parole di George Orwell, erano «più uguali degli altri».
Una merce particolarmente ricercata, per così dire, erano i deformi e i «diversi» in generale (epilettici, schizofrenici, neurodivergenti secondo le categorie moderne), ritenuti abitati da una forza emotiva maggiore. Ad esempio, molte antiche culture attribuivano poteri magici ai nani, trattati come “esseri speciali” tanto in Egitto (dove erano amministratori, gioiellieri e “danzatori di dio”) quanto presso le civiltà andine (dove presiedevano i sacrifici e guidavano le processioni). Ma avremo modo di esplorare queste “coincidenze” in un’altra occasione.
– Da capra a capro
Ordinaria o preziosa che fosse, la vittima sacrificale era sempre il bullone di un ingranaggio cosmico che non poteva essere fermato. La sua figura mescolava in un unico recipiente Storia, Geografia, culto degli antenati e credenze religiose. Il dono del suo corpo – offerto agli dèi, agli spiriti della natura, agli antenati defunti – manteneva l’equilibrio tra il visibile e l’invisibile, creando una relazione di mutuo soccorso fra gli opposti.
La violenza del rito, invece, era riscattata dal concetto di «necessità superiore»: non crudeltà, dunque, ma meccanica del cosmo e sopravvivenza del tutto. Una totalità in cui la morte biologica non rappresentava una «fine» (nel senso di scopo ultimo), bensì una prosecuzione della vita che ogni popolo immaginò in modo originale (regno dei morti, mondo degli antenati, reincarnazione, eccetera).
Il dominio di questa configurazione simbolica durò a lungo, mentre il suo tracollo è efficacemente illustrato dalla vicenda esistenziale della vittima sacrificale per eccellenza: la capra. Ancora venerata nel Regno di Van o Urartu (IX – VI secolo a.C. circa) come «mediatrice» tra il mondo degli dèi e quello degli uomini – forse a causa della regalità sprigionata dalla grande diffusione neolitica del simbolo delle corna -, essa compare tra gli animali sacri che accompagnano le settantanove divinità incise nell’iscrizione della cosiddetta “Porta di Mehr”.
Decisivo fu lo spostamento dall’Anatolia alla terra di Canaan dell’intera simbologia che la riguardava; sebbene il suo non fosse un caso isolato, se si considera la sorte toccata a figure divine o divinizzate più autorevoli (es. Ba’al, Mot, Lamaštu/Lilitu/Lilith, eccetera), sottoposte a trasformazioni analoghe.
Per la capra, l’arrivo in Giudea corrispose alla «perdita delle ali», ovvero alla sottrazione dell’importante ruolo d’intermediaria semi-divina. La caduta dalle stelle alle stalle, comunque, non le impedì di recapitare un ultimo messaggio all’umanità: la società post-diluviana nacque dal sangue, cioè dal conflitto immane che separò l’uomo dall’uomo. Il racconto di questa tragedia entrò nelle tradizioni di molte civiltà, prima di confluire nel rito dei due capri.
– Il capovolgimento rituale
Nel giorno dell’espiazione, lo Yom Kippur, il Sommo Sacerdote giudeo prendeva due capri, tirava a sorte e indicava al popolo «questo per il Signore e l’altro «per Azazel» (Levitico, cap.16). Il capro destinato al Signore veniva sacrificato per purificare la tribù, mentre quello per Azazel era lasciato vivo per compiere la trasfigurazione rituale. Ponendo le mani sul suo capo, l’officiante trasferiva simbolicamente sull’animale tutti i peccati e le colpe della comunità; dopo di che, il capro veniva condotto nel deserto e abbandonato alla sofferenza espiatoria – la morte per fame e sete – che avrebbe liberato i suoi carnefici da ogni negatività.
Il rito fu assorbito dal cristianesimo nel IV secolo d.C., quando San Girolamo – traducendo la Bibbia in latino, la cosiddetta Vulgata) – impiegò per la prima volta il termine “caper emissarius”, che significava letteralmente «il capro mandato via». Perché? Quale era il reale significato di quella punizione senza colpa? I primi cristiani europei non lo sapevano, o forse qualcuno di loro ne aveva vagamente sentito parlare. Eppure, il messaggio veicolato dal capro/capra affondava le proprie radici nel conflitto ancestrale che segnò irreversibilmente la Storia della Civilizzazione – Serpenti vs Uccelli -, riletto in chiave teologica come «Angeli vs Arcangeli».
Il gesto di “mandare via”, o “allontanare dal gruppo”, risaliva al confinamento nel deserto roccioso di Dudael dei seguaci di Azazel – alias Shemihaza/Shemhazai -, ovvero dei Vigilanti o angeli caduti descritti nel Libro di Enoch e menzionati nella Genesi. Preposti alla vigilanza degli operai locali durante le prime fasi della civilizzazione dei villaggi posti alle pendici del Tauro e degli Zagros, costoro infransero il principale tabù del proprio ethnos, che proibiva la promiscuità con gli indigeni. Si unirono ad alcune sottoposte, generando con esse una prole “impura” e contravvenendo al patto clanico; ma, cosa ancor più grave, insegnarono loro le “arti proibite” (medicina, farmacologia, agricoltura, astronomia, ecc.).
La condanna creò una spaccatura profonda all’interno del gruppo dominante, poi sfociata in una guerra. Sia la letteratura enochica che quella trovata a Qumran affermano che “quei duecento démoni combatterono un’aspra lotta con i quattro (arc)angeli, che infine ricorsero a fuoco, nafta e zolfo”. Nel conflitto rimasero uccisi ben “quattrocentomila Giusti”, mentre i ribelli furono catturati e abbandonati nel deserto, come il «capro per Azazel».
Una versione rabbinica successiva, non sostenuta tuttavia da prove documentali, allude a una punizione ancora più crudele inflitta al “capo” Shemihaza, il quale, dopo il pentimento (?), sarebbe stato posto dall’Altissimo in una condizione di eterna espiazione, sospeso a mezza strada il tra cielo e la terra. Da qui, il florilegio d’immagini medioevali che ritraggono Lucifero “a testa in giù”. Nessuna, comunque, all’altezza della rappresentazione dantesca (Inferno – canto XXXIV).
Sempre in cerca di spiegazioni teologiche plausibili da offrire al popolo, è dunque probabile che i rabbini abbiano fuso il vago ricordo di un fatto realmente accaduto (la ribellione dei Vigilanti) con l’uso antico di sacrificare il capro gettandolo dalla rupe in posizione rovesciata. Dunque, la formula “a testa in giù” va intesa nel senso letterale di caduta e capovolgimento, che poi fu la sorte toccata alla capra divenuta capro, nonché alla società nel suo complesso.
– Dal sogno cosmico all’incubo tecnico
Il culmine della ricostruzione sociale si registrò durante la «fase assiale» (tra l’VIII e il III secolo a.C.), quando l’immagine del cosmo multipopolato da entità soprannaturali cominciò ad arretrare, incapace di reggere il confronto con la rappresentazione più promettente del rapporto diretto tra l’individuo e il suo dio, o, per meglio dire, tra l’individuo e la sua gloria privata.
La sottrazione dell’offerta rituale esteriore e collettiva non abolì il sacrificio, ma mutò il concetto di redenzione, che, non più garantita dall’ordine comunitario, divenne una mera conseguenza dell’azione individuale (nel giudaismo: «i padri non moriranno per i figli, ma ciascuno per il proprio peccato» – Ez. 18,20).
Tra gli effetti collaterali di maggiore rilievo, vi fu la «personalizzazione» della morte, trasformata in un’esperienza intima e individuale, angosciosa e terrorizzante. E poco importava, a quel punto, che nessuna comunità fosse più legittimata a sacrificare un membro del proprio gruppo (salvo casi limite come la guerra o la pena di morte). Anzi: lo spostamento del baricentro dell’esistenza aprì la strada ad ogni sorta di eccesso: manifestazioni narcisistiche, orgiastiche, tragiche e spesso autolesionistiche in cui il corpo diventava uno spazio di sperimentazione del sacro e del dolore.
Il sacrificio, insomma, si «personalizzò». L’elenco degli esempi spazia dagli arcigalli succubi di Cibele (la Magna Mater) che si eviravano in un delirio rituale ai flagellanti medievali, dal martire che moriva per “testimoniare” la purezza della propria fede all’anacoreta che si mummificava da vivo in un sacrificio di sublimazione estrema (es. gli yamabushi e il sokushinbutsu).
La comunità assisteva, a volte partecipava, ma non offriva più vittime: era l’individuo a offrirsi da sé, spesso spinto da una tensione verso l’assoluto che la religione collettiva non sapeva più placare. In definitiva: il passaggio dal dono collettivo (dove il sacrificio univa il gruppo e lo proteggeva) al dono individuale (dove l’uomo si sacrificava per un beneficio personale, spirituale e/o materiale) non fu un progresso per l’umanità.
Al contrario, l’uomo segò il ramo sul quale era seduto nella fretta di togliere di mezzo le interferenze di qualsiasi fondamento trascendente o sociale che potessero distoglierlo da sé stesso. Ritrovandosi, una volta caduto per terra, a rimuginare su colpe reali o presunte che non ammettevano appello a quella funzione consolatoria e portatrice di senso che il patto comunitario un tempo garantiva.
Eppure, l’idea della gloria individuale – ciò che Max Weber chiamò «ascetismo intramondano» – non è morta e ancora detta legge, grazie al nuovo smalto datole dall’Umanesimo rinascimentale. A testa alta procede verso un nebuloso avvenire, sola di fronte al mercato, allo Stato, alla coscienza, a un potere burocratico e biopolitico (secondo la lezione di Michel Foucault) non più tenuto a risarcire alcun ordine cosmico, ma ugualmente determinato a chiedere sacrifici e punire anime.
È vero: non ci sono più vittime sgozzate sugli altari o arse vive nei roghi rituali. O almeno, non che si sappia. Ma al loro posto milioni di persone vengono sacrificate quotidianamente alle logiche dell’economia, della guerra e dell’ideologia. Con la differenza, rispetto al passato, che le vittime ignorano di esserlo, i carnefici non si riconoscono come tali, né gli spettatori sanno di partecipare all’offertorio.
Il sacrificio contemporaneo è meno plateale, ma ugualmente doloroso. È il sangue che sgorga dalle ferite provocate dall’esclusione sociale, dalla depressione, dalla precarietà cronica. È la tirannia del «linguaggio del potere», oggi nelle mani dei sacerdoti dell’ultima religione – il transumanesimo – che mostrano, come i loro predecessori, la medesima volontà di forgiare il corpo a prescindere dai limiti biologici e la stessa concezione dell’umano come «opera imperfetta» (del demiurgo), ma perfettibile tramite la sofferenza controllata dalla tecnica.
– L’autosacrificio nella società della prestazione
Il passaggio dal sacrificio eterodiretto – in cui la violenza si esercitava su un corpo altro, visibile e ritualmente riconoscibile – all’autosacrificio individuale, ha generato il nostro presente, come spiega Byung-Chul Han tramite il concetto di «violenza della positività». A differenza della violenza «negativa», esplosiva e frontale propria delle antiche società disciplinari e sacrificali, la violenza contemporanea è sistemica, invisibile, desoggettivata. Non si manifesta più come squarcio nel tessuto comunitario, ma come pressione immanente al miglioramento di sé, all’auto-superamento, alla prestazione senza fine.
L’individuo che Han descrive – il “soggetto di prestazione” (Leistungssubjekt) – non è più un suddito che obbedisce a divieti esterni, bensì un uomo apparentemente libero da costrizioni che trasforma la propria facoltà decisionale in violenza interiore. In questa scelta risiede l’essenza dell’auto-sacrificio: l’uomo contemporaneo impugna l’arma che un tempo apparteneva al sacerdote e la rivolge contro sé stesso, immolandosi volontariamente sull’altare dell’ottimizzazione indefinita.
Il ramo segato nella «fase assiale» diviene, in Han, la struttura stessa della società: un’impalcatura apparentemente solida e affidabile in cui non serve più il capro espiatorio, né una comunità che legittimi il sacrificio. Basta il soggetto consenziente che, privato di ogni negatività feconda – del conflitto, del limite, dell’incomprensibile -, si dissolve in una «vita nuda», priva di qualsiasi teleologia, nella quale tutto ha un valore autoreferenziale, uno «scopo senza scopo». L’espiazione, a questo punto, si traduce in un cronico esaurimento psico-fisico (burnout) causato dalla pressione a performare e dall’incapacità di dire «no» all’imperativo di realizzazione.
Questa «eredità del liberalismo», spiega Han, è un macigno venato da una violenza più subdola e totalizzante di quella espressa negli antichi rituali di sangue: non più cuori estratti dal petto al ritmo dei tamburi, ma lenta consunzione dell’anima in una gabbia di ansie da prestazione e solitudine, senza neppure la certezza di essere una vera vittima che si sacrifica per qualcosa o qualcuno.
Tutto questo rivela una cosa molto semplice, nella sua linearità: la lunga notte in cui l’umano imparò a sacrificare in nome di presunte divinità non è ancora finita, si è solo degradata, passando dal «sogno cosmico» all’«incubo tecnologico». Non più sangue versato per mantenere accesa la luce solare, ma organi microchippati per l’efficienza; non più comunità in preghiera, ma individui che firmano consensi informati in mancanza di alternative.
Stiamo attraversando l’Era del «martirio senza redenzione»: un campo minato in cui i sacrifici sono innumerevoli ma non aprono al trascendente, non rinsaldano il legame comunitario, non favoriscono la fertilità della terra, non promettono alcuna rinascita futura. Non servono a nulla.
Quale momento migliore, dunque, per spezzare il cerchio usurato e mettere in circolo nuove energie. Non quelle di un sacrificale rinnovato o del mero accumulo individuale, ma le energie relazionali che pongono al centro la gratuità e la reciprocità del dono. L’impresa richiede solo uno sforzo di volontà, ossia la disponibilità ad uscire dalla logica della prestazione (auto-sfruttamento) e della colpa eterna (espiazione senza fine). Poi, in compenso, sarà un sollievo ri-scoprire la logica della «sofferenza di passaggio», un dolore capace di restituire senso alla vita senza chiedere un tributo di sangue, reale o virtuale.


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