Il giudizio sul manifesto della “repubblica tecnologica” di Alex Karp, anticipato nella prima parte, è assolutamente negativo, finanche allarmato. A cominciare dal titolo, fuorviante: non si parla né di repubblica — spazio comune — né di tecnologia, bensì di dittatura e tecnocrazia. Lo Stato, perfino quello statunitense che “deve” continuare a dirigere il mondo, viene rinchiuso in un meccanismo tecnologico ed economico, oltre che in una dimensione militaristica che lo ingloba e lo subordina: un agglomerato dominato da una volontà di potenza privatizzata, da cui scompaiono completamente il popolo e il bene comune.
Nulla di sostanzialmente diverso dalle teorizzazioni dell’“illuminismo oscuro”, in cui lo Stato si dissolve nel dominio delle grandi corporazioni. Colpisce solo in parte che tale visione provenga da Karp, che si definisce libertario ed elettore democratico: il livello apicale del potere finge di dividersi per colpire unito. La militarizzazione del sistema ha uno stato maggiore composto dai CEO e dai cervelli della Silicon Valley, sui quali incombe “l’obbligo di partecipare attivamente alla difesa della nazione”: cioè del grumo di potere che la dirige.
Basta con il soft power, il potere dolce che seduce ma non governa: serve l’hard power, la forza bruta, sia pure dispiegata per via tecnologica, attraverso la progettazione e la vendita di software sempre più potenti. La nuova frontiera del potere duro è costituita proprio dall’insieme di programmi e istruzioni che permettono ai dispositivi elettronici di funzionare. La società intera deve essere disciplinata, e i funzionari pubblici trasformati in evangelizzatori della nuova era. Nessun interesse per la libertà, individuale o collettiva, né per la persistenza delle comunità.
L’“era atomica sta finendo” a favore del software, ma permane l’egemonia americana, incarnata nella cupola tecnologica: una versione ancor più sfacciata del mondo neocon. Palantir Technologies — che ricava due terzi del fatturato da contratti con agenzie federali — indica chiaramente l’esistenza di avversari e la necessità di combatterli, con un ulteriore salto di livello nel riarmo e persino il ripristino della coscrizione obbligatoria.
I nemici sono innanzitutto Russia e Cina. Non per motivi ideologici — la retorica del “mondo libero” è appena accennata — ma in quanto ostacoli all’instaurazione di un nuovo secolo americano. In questa prospettiva va letta la proposta di restituire maggiore autonomia a Germania e Giappone, insieme all’Italia tra le grandi sconfitte della Seconda guerra mondiale: non per emanciparle davvero, ma per ricondurle al loro ruolo geopolitico di contenimento rispettivamente della Russia e della Cina, sempre sotto il controllo americano e il dominio tecnologico della Silicon Valley.
Il punto 16 ammette con notevole franchezza il progetto tecnocratico. Si ironizza sull’interesse di Elon Musk per le grandi narrazioni, come se i miliardari dovessero limitarsi all’arricchimento personale. Il messaggio è chiaro: chi possiede più denaro deve detenere anche il potere, dirigere il mondo e liberarsi della fastidiosa mediazione della volontà popolare. Ai popoli resta il ruolo consueto: consumatori e, all’occorrenza, carne da cannone.
In questo contesto appare quasi ironico il richiamo ai “valori progressisti” diffusi dagli Stati Uniti e al lungo periodo di pace garantito — secondo Karp e soci — dalla potenza americana, piuttosto che dall’equilibrio atomico. Si tratta di un espediente retorico: la “psicologizzazione della politica moderna” sarebbe una deviazione. Occorre concentrarsi sull’unico progresso ritenuto reale: quello tecnologico, che permetterà di costruire macchine sempre più potenti, guidate da software sofisticati, controllati da una ristretta élite privata che, possedendo i mezzi, determinerà anche i fini.
Assai insidiosa è la chiamata alle armi rivolta alla Silicon Valley affinché “affronti la criminalità violenta”. Non si tratta tanto di combattere mafie e cartelli, quanto di rafforzare la sorveglianza sulla popolazione con il pretesto della sicurezza. Torna alla mente Minority Report: la prevenzione del crimine prima ancora che esso avvenga. Il passo verso robot-poliziotto comandati da remoto appare tutt’altro che remoto.
Particolarmente interessanti, dal punto di vista metapolitico, sono gli ultimi punti del manifesto. Da un lato sembrano offrire spiragli in un progetto inquietante; dall’altro rivelano possibili derive suprematiste. Si denuncia l’intolleranza verso le credenze religiose, ma resta ambiguo il riferimento: proprio l’élite tecnologica è spesso portatrice di un materialismo radicale. Si tratta di un ritorno al trascendente o della costruzione di una religione immanente funzionale al potere?
Anche la critica al relativismo culturale è condivisibile solo in parte. Le culture non sono tutte uguali, ma non possono essere giudicate esclusivamente in base alla loro “funzionalità” economica o al progresso tecnologico. Allo stesso modo, pur rifiutando un pluralismo vuoto, non si può accettare un dogmatismo tecnocratico.
Parafrasando Amleto, vi sono più cose in cielo e in terra di quante ne sogni la tecnologia. I limiti della ragione umana e i rischi della sua sostituzione con l’intelligenza artificiale non possono essere sacrificati sull’altare di una volontà di potenza fine a se stessa. Occorrerebbe piuttosto tornare all’archetipo di Prometeo incatenato, affinché il fuoco non diventi distruzione.
La cosiddetta inclusività viene interrogata nel manifesto: “inclusione in che cosa?”. Ma il progetto delineato non mira a includere, bensì a escludere, concentrando il potere nelle mani di pochi. La dittatura del software elimina ogni residuo di razionalità umana autonoma, sostituendola con sistemi controllati da una ristretta élite.
In definitiva, il manifesto rappresenta l’aggiornamento — amplificato dalla potenza tecnologica — di ciò che Dwight D. Eisenhower definì nel 1961 “complesso militare-industriale”. Il suo monito resta attuale: solo cittadini vigili e consapevoli possono impedire che l’intreccio tra potere militare, industriale e tecnologico metta in pericolo la libertà.

