16 Gennaio 2026
Politica

Il colpo grosso di Trump – Umberto Bianchi

Sono ore concitate, queste. Nel susseguirsi di comunicati stampa, immagini, dichiarazioni bellicose, l’unico elemento che, nella vicenda dell’attacco americano al Venezuela, sembra venir fuori è l’elemento della completa passività ed acquiescenza da parte della stampa “embedded” e dell’ufficialità politica nostrana e non, riguardo all’intera questione. Giusto per salvare l’apparenza, qualche leader europeo tra i “volenterosi” (Macron e Sturmer…) ha balbettato qualcosa, ben conscio di non potersi permettere più di tanto, visto il proprio coinvolgimento in altrettante sporche operazioni a firma globalista (vedi Ucraina, sic!). A sentire Lor Signori, il tutto altro non sarebbe stato che la giusta reazione della maggior democrazia del mondo, contro il solito autocrate brutto e cattivo ed ora, pure spacciatore di droga, stavolta incarnato dal Presidente venezuelano Nicolas Maduro.

La prima, seria motivazione, che ci sovviene, al di là delle sparate della propaganda ufficiale, è data dalla particolare conformazione del Venezuela, che detiene le maggiori risorse petrolifere del globo, seguito a distanza dall’Arabia Saudita. Il “vulnus” che avrebbe scatenato la reazione americana, sarebbe costituito dall’annosa vicenda della nazionalizzazione delle risorse petrolifere, portata avanti dal governo bolivariano di Hugo Chavez e continuata da quello di Nicolas Maduro. Un elemento questo, che ha certamente creato non poca irritazione e fastidio tra le varie aziende multinazionali del settore petrolifero, che hanno a fasi alterne sostenuto e finanziato le campagne elettorali dei vari presidenti Usa, via via succedutisi dalla presa di potere di Chavez in poi. Ma, al di là di questo primo e sicuramente, rilevante motivo di ordine geoeconomico, ve ne è un altro, più profondo e che, più di qualunque altro, ha influenzato ed ispirato l’azione di Trump in Venezuela.

La priorità geostrategica della “gestione” Trump, è quella di sparigliare il fronte dei cosiddetti Brics, tendenti a realizzare un ordine globale multipolare, ovverosia non più a guida esclusivamente Usa. E nel far questo Donald Trump cerca di stabilizzare la situazione in Ucraina, con una pace che favorisca la Federazione Russa di Putin, tentandone l’allontanamento dalla Cina con la quale, invece, ha un conto aperto per quanto riguarda il predominio sulla vitale area indo pacifica. Per arrivare a quanto detto, ora Trump cerca di rimettere “ in sicurezza” l’intero continente latino americano, tra pesanti dazi (come nel caso del Brasile) e non tanto velate, minacce di nuovi interventi diretti in Colombia ed a Cuba. Il più urgente di questi ostacoli politici, era costituito dal Venezuela chavista, portatore di istanze di ribellismo socialista e bolivarista, alla cui base stava l’idea di una formula di reale sovranità sull’economia nazionale, di natura tale da risultare “eretica” agli occhi di uno stesso ammuffito, socialismo reale; tutte cose queste, sicuramente poco gradite alle varie aministrazioni Usa.

A partire dalla caduta del Muro di Berlino, gli Usa avevano praticamente smesso di intervenire “manu militari” in America Latina, adottando un approccio più soft, volto ad orientare le politiche dell’emisfero attraverso forme di pressione economico-finanziaria. L’avvento dell’amministrazione Trump ha sancito, invece, la fine della fase di incontrollato globalismo in politica come in economia, ritenuto inaffidabile, perché portatore di incognite, determinate, anzitutto, dalla difficoltà nel controllare un fenomeno dal quale potevano nascere nuovi ed inaspettati competitors economici e politici e secondo poi, fenomeni come l’eccessiva finanziarizzazione delle varie economie, accompagnate dalla delocalizzazione delle attività produttive, rischiava, nel medio termine, di generare fenomeni di incontrollabile instabilità politica e sociale.

Per questo, la scelta trumpiana di ritornare ad una politica di tutela della propria economia nazionale e, nel particolare caso dell’America Latina, ad una politica di intervento diretto, nell’intento di piantare dei “paletti” geo strategici, in grado di iniziare quell’opera di disarticolazione del fronte dei Brics, a cui abbiamo poc’anzi accennato. Una politica questa, che nel prevedere l’uso del bastone e della carota, tra interventi militari e trattative, come nel caso della questione di Gaza, e dei bombardamenti in Iran, assume, ora più che mai, una pericolosa valenza di ricatto e condizionamento. Quella di Trump in Venezuela, non è stata solamente un’episodica azione militare, volta alla risoluzione di un problema Usa con il “cortile di casa”, bensì costituisce un vero e proprio avvertimento lanciato a tutti coloro che, ai diktat d’oltreoceano non si voglia adeguare.

Ed in questa logica aggressiva rientrano i vari “avvertimenti” a Colombia e Cuba e le pretese di annessione sulla Groenlandia ( e quelle, per ora, accantonate, sul Canada…). Ora pensare che Russia, Cina, India ed altri soggetti geopolitici possano forzare la mano direttamente agli Usa, è esercizio quanto mai azzardato e, riteniamo, illusorio. Gli Usa hanno dalla loro, la presenza di più di duecento basi militari sparse per il mondo, oltre ad un primato tecnologico ed economico, ancora ben saldo, nonostante indebitamenti esteri, sbilanci commerciali e quant’altro. Rimangono il paese che emette e detiene il maggior numero di circolante liquido al mondo. Senza contare il fatto di costituire, ad oggi, il principale riferimento dei flussi finanziari globali.

Quanto detto non può e non deve costituire un motivo di pessimismo riguardo al “che fare”, di fronte ad un simile scenario. Si tratta solo di comprendere che, pensare di affrontare il mostro globalista confidando nella presenza sullo scenario internazionale della presenza di nuovi soggetti politici ed economici e nelle reali possibilità di azione di questi, è inutile. Più di tanto, dal punto di vista dell’ufficialità politica, Russia e Cina non possono e non potranno fare. A meno che, non si cambi un’impostazione di fondo. Tutti i paesi dei cosiddetti Brics, dovrebbero tornare ad assumere quel ruolo che, negli anni del bipolarismo Usa-Urss, fu assunto da essi e dalla stessa Unione Sovietica, nell’intento di farsi guide ed ispiratori di tutti quei sommovimenti che, dalle lotte al colonialismo nei paesi del Terzo Mondo, alle varie espressioni di antagonismo giovanile ed alle forme di autonomismo armato, come quelle dell’Ira o dell’Eta, caratterizzarono gli scenari politici di quegli anni.

Pensare però ad un ritorno a certe impostazioni d’azione come ad un fenomeno eterodiretto, dipendente cioè unicamente da certi paesi o realtà geopolitiche, è altrettanto illusorio, perché alla base di tutto questo vi deve essere una reale volontà di rivolta, animata da una altrettanto e radicata presa di coscienza. In questo contesto, a venirci incontro è la natura stessa dell’Occidente, caratterizzata da una costitutiva ed ontologica, “bipolarita’” per cui, accanto ai parametri ed alle codificazioni di un pensiero lineare, razionale, imperniato sul primato dell’economia e della tecnica sull’uomo, inteso unicamente quale soggetto percipiente di bisogni materiali, ne sussiste un altro speculare ed opposto, animato da una costitutiva irrazionalità e che ha nella spinta alla vita ed all’espansione della coscienza dell’individuo, il proprio motivo fondante. E cosi’, tutte le certezze dell’Occidente finiscono con il tramontare, lasciando spazio a quel sentire irrazionale che, prima o poi, tutto spariglia…

O almeno, così speriamo, per la salute nostra e quella dei nostri figli…

UMBERTO BIANCHI

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