27 Aprile 2026
Mitologia

I legami teurgici nella legittimazione del potere – Rita Remagnino

Dal Mago dei Nodi alle sette tecno-mistiche

 

Il punto più alto della ripresa morale e materiale dell’umanità post-diluviana coincide con l’Età del Leone (10.960 – 8.800 a.C. circa), un periodo di importanti rifondazioni e riposizionamenti umani avvenuti sotto la protezione del Sole. Alcuni gruppi raggiunsero le loro sedi storiche via mare («il sole in barca»), mentre altri si spostarono via terra («il sole a cavallo»). In questo modo la civiltà si diffuse nei luoghi più remoti, non tanto perché gli esseri umani di allora fossero più buoni e generosi di quelli di oggi, quanto più per rispondere alle molteplici necessità pratiche del quotidiano.
Le cronache degli incontri tra popoli evoluti e tribù primitive sono riportate da molte narrazioni tradizionali, le quali descrivono di rado concetti astratti, ma nella maggior parte dei casi contengono ricordi di eventi reali in cui si fondono soggetto e oggetto, individuale e universale, materiale e spirituale. Gli stessi «dèi», vanno interpretati come conseguenze del processo di sincretismo tra personalità storicamente esistite (es. arcaici civilizzatori, capi carismatici) ed elementi immaginifici resi più agili, flessibili e comprensibili dai racconti mitologici e dalla letteratura religiosa.

Gran parte delle ierofanie nate in questo periodo ruotano attorno al Sole, simbolo per eccellenza dell’energia vitale, dell’ascesa della luce dell’intelletto, dell’occhio dell’anima sede dell’energia germinale che si annida nel seme maschile. Già allora, tuttavia, era noto il “lato oscuro” del globo infuocato, osservabile nel suo viaggio notturno da ovest a est: un peso simbolico di cui si fece carico Varuna, il capo degli Aditya, al quale si fa risalire l’introduzione nelle pianure gangetiche dell’antica dottrina incentrata sul sacrificio (yajña).

Incluso nella schiera degli «dèi scesi dal cielo» (dal Nord), Varuna è descritto nella letteratura vedica come una specie di «monarca universale» in costante rapporto con il Ṛta (dal sanscrito “ordine, ritmo, regola; verità; logos”). A questa divinità luni-solare con la carnagione chiara, il petto luccicante di gioielli d’oro, le spalle avvolte in uno scialle che scende sul dhoti (un indumento tradizionale), è affidato il controllo sul corretto funzionamento degli ordini naturale, morale e sacrificale.
A lui risalgono anche la costruzione attorno al Sole di un «ampio sentiero» (la conoscenza della cintura zodiacale, Rigveda, -i, 24,8), la stesura dei calendari, il calcolo e le misurazioni: “Voglio annunciare questa grande impresa di Varuṇa che, stando eretto nell’aria, misurò la terra servendosi del Sole come asta graduata” (Ṛigveda, V, 85, 523).

 

Varuna, il Mago dei Nodi
Dio delle Acque (del virtuale, dei germi) capace di far «piovere il cielo» quando questo si oscura, Varuna è una divinità atmosferica legata al Sole Nero (in rapporto con il non-manifestato) con il ruolo di Signore degli Inferi. Il fatto che una mitologia spiccatamente epica come quella indo-aria abbia incluso tra i civilizzatori della prima ora una personalità – in apparenza minore – sprovvista di qualità guerriere e mezzi militari, la dice lunga sul messaggio in essa racchiuso: per costruire un nuovo mondo, ordinarlo e gestirlo, occorrono armi «più potenti» di quelle convenzionali.

Strumenti che questo «Dio Legatore» o «Mago dei Nodi» possiede: lo vediamo infatti a cavallo della creatura marina Makara mentre stringe nella mano un laccio o cappio (pāśa), simbolo serpentiforme della sapienza arcana. Talvolta associato al demone lunare Vṛtra (l’”Avvolgitore”), ucciso da Indra, il Grande Asura rappresenta un sapere ancestrale in parte disperso ma ancora in grado di colpire, ossia di frenare l’avanzata del materialismo del nuovo ordine mondiale.

La verità veicolata da questa potenza uranica, onniveggente e onnipotente, che lontana dai clamori celesti (una sorte condivisa con Mitra) esercita poteri arcaici, è lapidaria: il potere può essere mantenuto solo stringendo “nodi” e “legami”; ogni scioglimento si traduce in un’infrazione del patto originario, quello che all’alba dei tempi la Terra e i terrestri stipularono con l’armonia delle sfere celesti.

In considerazione del fatto che ai tempi di Varuna il dualismo etico (bene vs male) non era ancora nato, e quindi non esisteva il «Nemico Assoluto» o capro espiatorio al quale addossare la colpa di ogni fallimento, il Grande Asura non può essere considerato un semplice «uomo nero», ma è piuttosto l’archetipo del potere magico capace di “legare” qualsiasi altro potere legittimamente costituito.
Come? Avvolgendo, plagiando e circuendo gli esseri umani fino a renderli partecipi del sacrificio del corpo. Lungi dall’essere una prerogativa degli sciamani mesolitici, tale legamento è uno strumento che torna a galla nei momenti peggiori, quando nella società latitano il pensiero, l’immaginazione, il buon senso, la visione a lunga distanza e la profondità strategica.

Oggi, infatti, i lacci di Varuna si mostrano in forma di rete tecnologica; il cappio che strangola, è l’economia finanziaria; la Makara è il Leviatano dei mercati, insaziabile e senza volto; i nodi che un tempo assicuravano la terra al cielo, si sono ingarbugliati in favori, tangenti e patti segreti suggellati dal sangue. Tutto ciò perché siamo, e probabilmente rimarremo, «esseri arcaici».

Con la differenza, rispetto al passato, che ancora ci sfugge la vera natura della magia, la quale non consiste nello stringere nodi ma nel disfarli. Forse a causa di questa verità – insostenibile per ogni potere debole – la mitologia indiana relegò Varuna ai margini dell’epica. Senza successo, dato che l’ombra del Grande Asura continua a serpeggiare nelle stanze del potere: invisibile perché profonda, eppure presente in ogni crisi finanziaria, in ogni guerra che nessuno voleva ma tutti hanno preparato, in ogni scossa tettonica della geopolitica mondiale. D’altra parte, neppure il Sole può sconfiggere la notte, che sempre si ripropone.

 

Dal sacrificio reale a quello simbolico
A livello etimologico e mitologico, il legame costituisce l’essenza stessa di Varuna. Georges Dumézil, nei suoi studi di mitologia comparata indoeuropea, riconduce il nome di Varuna alla radice *uer-/*var-, che appunto significa “legare”, “avvolgere”, “cingere”. Il suo attributo distintivo è il pāśa, il cappio o laccio, simbolo di un potere che non colpisce dall’alto, ma s’insinua.

Uno dei testi più importanti e antichi della letteratura vedica, l’Aitareyabrāhmaṇa, redatto tra il IX e il VII secolo a.C., associa la figura del Dio Legatore al sacrificio del primogenito divenuto in seguito il simbolo della vittoria del rito vedico (contrario alla macellazione umana) sulle “pratiche sanguinarie” delle prime società indo-arie: “Quando Nārāyaṇa stava sacrificando, al momento del sacrificio dei puruṣa [uomini], una voce gli disse: ‘ Puruṣa , non consumare queste vittime. Se tu le consumassi, l’uomo mangerebbe l’uomo’. Allora il fuoco fu portato intorno a loro e le vittime umane furono liberate.”

In questo mito, Varuna si mostra irremovibile sulla necessità di eseguire il sacrificio umano (puruṣamedha) pattuito con il re Harishchandra, non tanto perché sia un “cattivo”, quanto più per ribadire l’osservanza della legge cosmica che impone il rispetto dei patti. Un attimo prima della fine, il dio Nārāyaṇa (identificabile con Vishu) ferma l’esecuzione del rito, condannando, di fatto, l’immolazione di vittime umane e, per estensione, ogni forma di antropofagia rituale.

La narrazione rispecchia un passaggio storico e antropologico cruciale: l’affermarsi della spiritualità dei testi vedici e delle scritture puraniche sulla ritualità introdotta dalle prime migrazioni ariane, quando i sacerdoti e i guerrieri alla ricerca del “dominio universale” sacrificavano vittime umane (fino a 180, in alcune fonti) scelte tra tutte le classi sociali e con diverse caratteristiche fisiche (es. un cieco, un gobbo, un nano, un barbiere).
La fase cruenta subì un’ulteriore frenata con l’ascesa delle religioni śramaṇiche (come Buddhismo e Giainismo), che predicavano la non-violenza (ahiṃsā), Sotto questo aspetto, il Mago dei Nodi si rivela un formidabile «indicatore storico», ovvero l’asticella antropologica che segna le varie fasi del passaggio dal «pensiero magico» al «pensiero religioso» o, forse meglio, dal «rituale coercitivo» al «simbolico mediato».

In forma mitologica e rituale, Varuna esprime uno dei più profondi processi di trasformazione culturale che l’umanità abbia conosciuto: l’abbandono della logica rituale o sacrificale fondata sulla sostituzione cruenta in favore di una logica simbolica fondata sul patto e la parola data, nonché, in ultima analisi, sulla conoscenza di sé e l’esercizio del libero arbitrio.

Un aspetto, quest’ultimo, che di nuovo Varuna in primo piano, derivando il suo nome dalla radice var- con il senso di “scelta”, o “elezione”, che per estensione raggiunge il luogo ricordato come “terra degli eletti”, o “terra dei santi”: uno spazio ideale ubicato in un mondo ancora uranico e sidereo – forse, un retaggio della patria originaria dei popoli Ari – ma già irreversibilmente avviato verso la decadenza.

 

Antropofagia rituale
Oggi la sacralità del patto (pacta sunt servanda) è morta, come del resto ogni principio del diritto, sia civile che internazionale. Resiste, invece, la passione carsica che informa silenziosamente la società umana, ovvero l’intreccio di riti magici e teurgici che legittima il potere.
Le relazioni tra l’élite di turno e le divinità “divoratrici” del nostro patrimonio culturale – da Varuna a Kronos, fino a Ba‘al Hammon – possono essere fissate in tre «nodi» inestricabili, privi dell’elasticità del nodo vitale, eppure immarcescibili, che rappresentano altrettante tappe sulla lunga strada dell’antropologia sacrificale.

• Primo Nodo – legare in prospettiva.
Varuna propone il patto come garante dell’ordine cosmico e sociale. Senza la rete di relazioni tra uomini e dèi, il mondo tornerebbe nel caos. Ma il prezzo da pagare per mantenere l’equilibrio – come nel caso del brāhmaṇa del mito – è altissimo in quanto il “Signore degli altari d’incenso” chiede in cambio ciò che l’uomo ha di più caro e prezioso: il proprio erede.

• Secondo Nodo – legare a breve termine.
Kronos teologizza il patto. Per volontà divina, il potere in carica (passato) deve divorare i propri figli (futuro) per autoperpetuarsi. Nel suo studio su Zeus, Cook conferma che i Cureti “sacrificavano bambini a Kronos” per prassi, e non si tratta di un mito, bensì di teologia politica tradotta in pietra annerita e ossa bruciate.

• Terzo Nodo – legare nell’immediato.
Ba’al Hammon privatizza e laicizza il patto. La ricchezza della città (e del sovrano) dipende dall’applicazione statuale del sacrificio. L’élite è tenuta al versamento periodico del tributo di sangue, ma per ottenerlo deve darsi una legittimazione di tipo iniziatico e cosmico, che trova nel rapporto con forze trascendenti, ambivalenti, capaci tanto di garantire l’ordine quanto di esigere vittime.

 

L’ipotesi “neo-eliocentrica”
Da tempo immemorabile la gestione del potere si configura come una catena obbligazionale asimmetrica, che, nei termini della teoria maussiana del dono (Mauss, 1923-24), può essere così descritta: il favore divino – che si manifesta come stabilità politica, fertilità del suolo, successo bellico – si ottiene a fronte di offerte, umane e/o simboliche capaci di “avvolgere” riceventi e donatori in un circuito di reciprocità gerarchica.
L’élite non è semplicemente sottoposta a tale meccanismo: ne è cooptata, e chi condivide il segreto iniziatico del sacrificio ne diventa complice. Mentre gli esclusi dalla convergenza dei fili intrecciati, si espongono alla potenza minacciosa del nume, o Superiore (tremendum et fascinans, secondo la definizione di Otto).

A differenza di una comune struttura delinquenziale basata sul ricatto, questo meccanismo non è soggetto a deterioramento in quanto si riproduce endociclicamente, incuneandosi tra una fase di crisi profonda e la rifondazione dell’ordine successivo. Puntualmente, in ogni notte della Storia, la divinità divoratrice si ripresenta: Varuna segnò il passaggio dal pensiero magico a quello religioso, Kronos consegnò il vecchio mondo al nuovo, mentre Ba’al Hammon sta ancora combattendo per mantenere la propria egemonia.

La struttura arcaica non è stata eliminata ma solo riformulata, come suggeriscono l’antropologia delle religioni e la sociologia dei rituali (Eliade, 1957; Girard, 1972; Caillois, 1939). Soggetti sociali differenziati – indipendentemente dal loro status – continuano a manifestare comportamenti apotropaici attraverso pratiche di espiazione indiretta e meccanismi di ricerca del capro espiatorio.

Il fatto che oggi consumare sacrifici umani sia vietato dalla legge, oltre che moralmente inaccettabile, non significa che le pratiche cruente siano scomparse. L’ipocrisia contemporanea le ha solo sottratte alla vista, ma la struttura del patto resiste. Non è un mistero, del resto, che i sacerdoti della «tecnomagia» o «magia dell’innovazione» venerino nelle cattedrali del transumanesimo Saturno/Kronos e si nutrano di profezie pseudo-sacre, sperando che la Singolarità li conduca nella sfera del divino.
Chiaramente le lobby tecno-religiose non credono più nel Diavolo in quanto tale, però continuano ad usarne le caratteristiche come simboli di potere, libertà assoluta e godimento sfrenato. E adesso che il vaso di pandora è stato scoperchiato, aspettiamoci che escano allo scoperto fatti scioccanti e pratiche abominevoli appositamente concepite per creare “legami”.

A tale proposito, appare pertinente la teoria di Alexandr Dugin che ha sostituito alla piramide di Maslow una sorta di neo-eliocentrismo. Da almeno cinque secoli, sostiene il filosofo e politologo russo, il potere occidentale – iniziato con il Rinascimento, continuato con la Riforma Protestante e sfociato nel transumanesimo – funzionerebbe come un enorme corpo celeste capace di esercitare una forza di attrazione costante sulle sfere più disparate del potere: economia, politica, media, moda, cinema, istruzione, arte e cultura, scienza, servizi segreti e circoli militari.

In questo vortice, la “vera élite” non sarebbe definita dalla mera accumulazione di ricchezza né dall’acquisizione di titoli ufficiali, bensì dal grado di avvicinamento al nucleo di attrazione, il solo spazio in cui è possibile raggiungere il “pieno successo”. Ne consegue che l’ideologia meritocratica data in pasto agli studenti di mezzo mondo, è una fandonia: dunque, gli esclusi dal meccanismo di convergenza verso il nucleo si rassegnino a “girare” sullo sfondo.
Non va meglio per gli “attirati” nell’orbita, che non possono più uscirne. Ogni tentativo di fuga significa non già liberarsi dai lacci, ma essere fissati in un nodo ancora più secco: pietrificati e immobili, alla mercé del centro che tutto vincola. Quo usque tandem …? Quanto ancora durerà l’assedio dei fantasmi evocati dalla pratica del sacrificio?

 

3 – continua

Ricercatrice indipendente, scrittrice e saggista, Rita Remagnino proviene da una formazione di indirizzo politico-internazionale e si dedica da tempo agli studi storici e tradizionali. Ha scritto per cataloghi d’arte contemporanea e curato la pubblicazione di varie antologie poetiche tra cui “Velari” (ed. Con-Tatto), “Rane”, “Meridiana”, “L’uomo il pesce e l’elefante” (ed. Quaderni di Correnti). E’ stata fondatrice e redattrice della rivista “Correnti”. Ha pubblicato la raccolta di fiabe e leggende “Avventure impossibili di spiriti e spiritelli della natura” e il testo multimediale “Circolazione” (ed. Quaderni di Correnti), la graphic novel “Visionaria” (eBook version), il saggio “Cronache della Peste Nera” (ed. Caffè Filosofico Crema), lo studio “Un laboratorio per la città” (ed. CremAscolta), la raccolta di haiku “Il taccuino del viandante” (tiratura numerata indipendente), il romanzo “Il viaggio di Emma” (Sefer Books). Ha vinto il Premio Divoc 2023 con il saggio “Il suicidio dell’Europa” (Audax Editrice). Altre pubblicazioni: "La vera Storia di Eva e il Serpente. Alle origini di un equivoco" (Audax Editrice, 2024). Attualmente è impegnata in ricerche di antropogeografia della preistoria e scienza della civiltà.

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