A noi, visto il modo in cui l’istruzione scolastica ci ha insegnati e abituati a concepire la storia, può sembrare che la transizione tra l’antichità e il medioevo, il crollo dell’impero romano sia per cause endogene, sia per la pressione delle popolazioni barbariche, sia stata un evento traumatico, una tragedia dopo la quale dovette partire una lunga e faticosa ricostruzione, la scomparsa di una grande civiltà, e in effetti per le popolazioni mediterranee vissute sotto l’egida di Roma fu proprio così, ma per le genti dell’Europa centrale e settentrionale non raggiunte dalla conquista romana, le cose furono alquanto diverse.
Per esse, si può dire che l’antichità non esistette, e abbiamo letteralmente un passaggio dall’Età del Ferro al medioevo. Da questo punto di vista, la situazione del mondo celtico è affatto particolare, e occorre distinguere tra Celti romanizzati e Celti non romanizzati.
Il discorso è, se vogliamo, più complesso di così, perché già prima della conquista romana il mondo celtico, o almeno parte di esso, aveva cominciato a inserirsi nella civiltà antica. Già prima della conquista ad opera di Cesare, si distinguevano una “Gallia togata”, che aveva iniziato ad adottare costumi simili a quelli greco-latini soprattutto per l’influenza della colonia greca di Massilia (attuale Marsiglia), e una “Gallia comata, cioè chiomata”, che aveva mantenuto gli antichi costumi celtici fra cui quello di tenere le chiome lunghe.
Quando Cesare giunse in Gallia, come riferisce nel De bello gallico, gli furono mostrate delle pergamene scritte in lingua celtica usando l’alfabeto greco, ma è noto che i Celti avevano già elaborato una loro forma di scrittura, l’ogham, che però pare fosse principalmente riservata ai druidi e alle pratiche magiche.
Uno dei più bei reperti ritrovati in quell’importante sito celtico che è l’oppidum di Vix, è appunto il cratere di Vix, che è in realtà un grande vaso di fattura greca.
Certamente, e in misura indipendente dalla conquista romana, il mondo celtico ebbe rapporti con le civiltà classiche, ma potremmo dire che in sostanza la sua storia procede secondo una dinamica tutta sua.
Vi faccio un esempio che traggo da “Ancient Origins”, il sito irlandese che è oggi in Europa uno dei più interessanti e completi che esistano in Europa fra quanti si occupano di archeologia, di mitologia e del nostro passato in genere.
Il 18 ottobre 2023 ha pubblicato un articolo di Gary Manners che ci racconta del ritrovamento da parte di un appassionato metal detectorist di una moneta d’oro che porta il nome di un sovrano britannico finora sconosciuto, ESUNERTOS, nome che significherebbe “potente come il dio Esos”, una divinità dei Britanni. Si suppone che Esunertos abbia regnato nell’Hampshire dove la moneta è stata ritrovata.
Ma la cosa sorprendente, almeno per noi, è che Manners colloca questo ritrovamento che risale a 2.000 anni fa nell’Età del Ferro. E’ un concetto duro da mandare giù, almeno per noi che siamo stati abituati dall’istruzione scolastica a una certa scansione della storia, ma potremmo dire che per le popolazioni rimaste fuori o toccate solo marginalmente dall’ecumene classico greco-latino, l’età antica non sia mai esistita, e abbiamo letteralmente un passaggio diretto dall’Età del Ferro al medioevo.
Dobbiamo ammettere che, se per chi viveva all’interno dell’impero romano la caduta di Roma è stata un gran tonfo, per chi viveva fuori da esso, non era accaduto nulla.
Per converso, sull’altro fronte, quello delle popolazioni assorbite bene o male nel mondo romanizzato, l’identità celtica oppose maggiore resistenza a dissolversi nel mondo romanizzato di quel che potremmo pensare.
Nel 2006 l’Associazione Culturale “La Bassa” di Latisana ha pubblicato il volume Kurm (dal nome celtico della Bassa friulana, che si conserva ad esempio nel nome del fiume di Udine, il Cormor), un fondamentale testo sui Celti nel Friuli Venezia Giulia e nell’area triveneta a cura di Roberto Tirelli, e che rimane tuttora un testo ineguagliato per l’approccio multidisciplinare, la serietà scientifica, la corposità e varietà dei contributi in esso contenuti.
In un saggio presente nel volume, Maurizio Buora scrive:
“I Celti ci saranno stati certamente, anche [in età romana], ma il fatto che si vestissero da Romani, mangiassero da Romani, vivessero insomma come Romani, ci impedisce di riconoscere il loro esser Celti“.
Ma un altro saggio dello stesso volume provvede a smentirlo almeno in parte, infatti è ciò che si desume da un bassorilievo aquileiese che si riferisce all’assedio della città da parte di Massimino il Trace (III secolo d. C): la personificazione della città è rappresentata da una figura umana con la testa raggiata identica a come in età celtica era raffigurato il dio Belenus, che era l’equivalente cisalpino di Lug.
Non si può a questo punto non menzionare il libro di Maurizio Pasquero, I Celti della Valle del Po negli eserciti di Roma (ausiliari, legionari, pretoriani dal II secolo a.C. al III secolo d.C.), pubblicato nel 2012 dalla casa editrice “Il Cerchio” di Rimini, e che si avvale della prefazione di uno studioso di fama internazionale quale Vencelslav Kruta.
Il testo riporta una citazione di Sallustio:
«Con i Galli [nel senso di “contro i Galli”] si combatte per la propria salvezza, non per la gloria».
I Celti erano famosi per il loro ardore bellico, ed è quindi naturale che una volta assimilati al mondo romano trovassero il loro posto soprattutto nella carriera militare. Se questo vale per i Celti cisalpini, varrà, forse a maggior ragione per quelli transalpini. E’ una parte importante del nostro discorso, perché possiamo constatare come al disotto del velo della romanizzazione l’identità celtica non si fosse affatto dissolta, e questo è molto importante nel momento in cui andiamo a considerare la sorte del mondo celtico nel momento della dissoluzione dell’impero romano e della transizione antichità-medioevo.
Dobbiamo però considerare anche quali parti del mondo celtico furono effettivamente annesse da Roma e quali invece ne rimasero fuori, e anche qui le cose non sono forse esattamente come ci hanno perlopiù raccontato.
Nel libro Alla scoperta del mistero di re Artù, Steve Blake e Scott Lloyd richiamano la nostra attenzione sul fatto che il confine orientale del Galles, il confine fra il Galles e la regione inglese della Mercia (il cui nome risale proprio probabilmente all’anglosassone-germanico Mark che significa “confine” è delimitato da due lunghi terrapieni di età sassone noti come argine di Wat e argine di Offa.
In realtà questi due re sassoni non li avrebbero eretti ma ciascuno avrebbe solo restaurato la sezione a cui avrebbero dato il nome, di quello che era in origine un vallo romano, una costruzione non in muratura come quelli di Adriano e di Traiano, ma a terrapieno, tuttavia in compenso lungo ben 212 chilometri che tagliava l’Isola Britannica da nord a sud, dalla penisola di Wirral al canale di Bristol, il vallo di Severo, oggi dimenticato. Le cronache locali riportano che da scavi effettuati sui due argini è emerso materiale, frammenti di vasellame e altro, di chiara origine romana.
Ora, basta rifletterci un attimo: per quale motivo i Romani avrebbero dovuto costruire un vallo se non, come è avvenuto col ben più noto vallo di Adriano, per impedire scorrerie da parte delle popolazioni non sottomesse nelle terre da loro conquistate?
A questo punto la deduzione è ovvia, anche il Galles, come la Scozia non è mai stato davvero conquistato dai Romani, così come sappiamo che incerto e precario fu il loro dominio sull’Hibernia, l’Irlanda.
Scozia, Galles, Irlanda. E’ una circostanza sulla quale vale la pena di riflettere, le parti delle Isole Britanniche sfuggite alla dominazione romana sono quelle che hanno mantenuto una fisionomia celtica e la mantengono ancora oggi, mentre quelle romanizzate hanno ceduto all’invasione anglosassone.
In un testo fra i più largamente usati nelle scuole superiori, lo storico Scipione Guarracino parla della “rinascita delle culture indigene” che si situerebbe fra il ritiro delle legioni romane dalle aree più periferiche dell’impero e la successiva sommersione delle rinate culture indigene a opera delle popolazioni barbariche in arrivo. In concreto però fa un solo esempio, e dubito che ve ne siano molti altri: la rinascita dello spirito celtico attestataci dal Ciclo Bretone e dal mito arturiano.
Sappiamo che le legioni romane abbandonarono spontaneamente la Britannia, richiamate da Roma per difendere aree meno periferiche e ritenute più vitali dell’impero, inoltre, sappiamo che è estremamente probabile che il mito di re Artù abbia una base storica.
Nel V secolo l’invasione anglosassone dell’Isola e la marcia degli invasori da est verso ovest subirono un’interruzione di circa un settantennio. E’ verosimile che un capotribù, un “re” sia riuscito a riunire le sparse tribù celtiche e a organizzarle in modo da opporre una valida resistenza all’invasore, si chiamasse effettivamente Artù o meno.
Ma questa rinascita celtica non ebbe soltanto un significato politico, fu, almeno temporaneamente, una rinascita dello spirito celtico in senso pieno, compresi i suoi aspetti religiosi. Merlino, ad esempio, sotto un velo di cristianizzazione, è in realtà un druido, come dimostra il suo rapporto con gli elementi naturali. Una mistica celtica che più tardi, non senza qualche forzatura, i poemi di Chretien de Troyes cercheranno di estendere all’intera cavalleria europea. Un’eco che, frammista a tradizioni germaniche, giungerà fraintesa fino a Richard Wagner.
Nel quadro dei sommovimenti che accompagnarono le invasioni barbariche e la caduta dell’impero romano, la Bretagna occupa una posizione affatto particolare: questa regione non solo riuscì a resistere, ma rimase autonoma fin dentro l’impero carolingio, e ha mantenuta intatta fino al presente la sua fisionomia celtica. Questo fu dovuto in buona parte all’apporto di popolazioni celtiche esuli dall’Isola britannica per sottrarsi all’invasione anglosassone, i cosiddetti Armoricani. E’ interessante osservare che il primo duca di Bretagna riconosciuto da Carlo Magno come tale, era di stirpe celtica, Numinoe, il cui nome riecheggia la mitica Numinor.
Torniamo però a considerare la Britannia vera e propria, cioè l’Isola inglese. Qui, il discorso di Guarracino della rinascita delle culture indigene con l’allontanamento delle legioni romane, varrà a maggior ragione. Sappiamo che di fronte alla bellicosità delle tribù locali i Romani avevano rinunciato a proseguire la conquista del nord dell’Isola, ponendo tra esso e il resto della Britannia conquistata il vallo di Adriano. In questa parte settentrionale che coincide grosso modo con l’odierna Scozia, vivevano i Pitti, ma i Pitti chi erano?
Questa è una questione attorno alla quale è stata fatta una grossa confusione. Si è supposto che si trattasse di una popolazione affatto diversa dai Britanni, di origine pre-celtica. A questo proposito, i romanzi di Robert Howard che ha fatto dei Pitti i nemici per eccellenza del suo eroe Conan, non hanno davvero aiutato, ma un conto è l’invenzione letteraria e tutt’altro conto è la realtà storica.
Il termine viene dal latino “picti”, cioè dipinti, e si riferisce all’usanza delle tribù britanniche di dipingersi la faccia al momento di scendere in battaglia, usanza che si è ovviamente persa nella Britannia romanizzata, ma è stata mantenuta dalle tribù scozzesi non sottomesse, la ritroviamo ancora in Braveheart, frutto di una ricostruzione storica che si riferisce a un periodo molto più tardivo.
Direi che questo termine, Pitti, non è una ragione per pensare che questi antichi scozzesi fossero meno celti di tutti gli altri Britanni.
Che i Pitti fossero semplicemente quei Britanni che i Romani non erano riusciti a sottomettere, è la tesi che troviamo anche nel relativamente recente libro The Picts (Wiley Blackwell 2014) di Benjamin Hudson, professore di storia e studi medievali alla Penn State University (USA).
La loro immagine di barbari incivili, legata più che altro alla reputazione di feroci guerrieri, va rivista. Costoro sono stati protagonisti di una cultura tanto interessante quanto ancora poco conosciuta. Si pensa che i pittogrammi che troviamo sui monumenti principalmente funebri pittici fossero una forma di scrittura, ecco quanto riporta in un recente articolo che è in sostanza una recensione del libro di Hudson, il sito “Ancient Origins”:
“Una delle eredità più durature dei Pitti sono le loro pietre simbolo finemente scolpite. Queste pietre erette presentano disegni complessi che si ritiene trasmettano messaggi importanti o commemorano eventi significativi nella loro società…. I monumenti sono adornati con simboli che devono ancora essere tradotti.
“Nonostante le affermazioni contrarie, nessuno ha ancora trovato una traduzione dei simboli dei Pitti che soddisfi tutti gli altri”, dice Hudson. “Stiamo guardando pittogrammi o stiamo guardando qualcosa d’altro”.
Come era logico aspettarsi, il ritiro delle legioni romane dalla Britannia diede modo ai Pitti di avventurarsi a sud del vallo di Adriano per compiere scorrerie e saccheggi.
Una figura importante di questo periodo sembra essere stato il re dei Pitti Drust I (o Drosso nella versione latinizzata), figlio di Erp, menzionato in una Cronaca dei Pitti redatta sotto il regno del re di Scozia Kenneth II fra il 971 e il 995, quindi posteriore di quattro-cinque secoli rispetto agli eventi narrati. Costui era noto come “re delle cento battaglie”, ma è verosimile che più che di battaglie, si trattasse di scorrerie a sud del vallo di Adriano.
Le scorrerie dei Pitti ebbero comunque la conseguenza fondamentale di indurre i Britanni romanizzati ad arruolare mercenari anglosassoni per combatterle e in questo modo iniziò l’invasione anglosassone della Britannia.
E’ una storia che ha avuto parecchi parallelismi. Gli stessi Romani presero ad arruolare mercenari germanici nelle legioni, e alla fine si trovarono sottomessi ai Germani che divennero i nuovi signori dell’impero. La stessa cosa fecero gli arabi del periodo califfale arruolando mercenari turchi, e alla fine il sultanato ottomano rimpiazzò il califfato arabo. L’invasione longobarda dell’Italia fu involontariamente causata dai Bizantini che arruolarono mercenari longobardi nella guerra contro i Goti.
I cittadini delle prospere città stato dell’età comunale avevano sempre meno voglia di impugnare le armi e si affidarono per la loro difesa alle compagnia di ventura, con il risultato che i capitani di ventura divennero i signori dell’epoca signorile, mettendo fine alle libertà comunali. Tutto ciò ci dimostra una regola ben precisa: colui che porta le armi finisce per diventare il padrone.
NOTA: Nell’illustrazione, il vallo di Adriano.



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