Tradizionalmente, alcune civiltà sono più portate di altre per gli studi scientifici: fattori storici, educativi e strategici hanno creato nel corso del tempo visioni divergenti. Per questo, gli analisti contemporanei non si limitano a considerare il quadro geo-strategico dal punto di vista dello sfruttamento delle risorse e del potenziale bellico, ma valutano anche la «geopolitica della scienza», allargando l’osservazione all’evoluzione culturale, e quindi religiosa, degli Stati nazionali.
Quando la fede incontra il potere, nasce il vero gioco.
La religione non è solo una questione spirituale, bensì un insieme di dinamiche che coinvolgono identità culturali, modellano alleanze e scatenano conflitti. Non per niente la geopolitica è uscita dall’ordalia di pirati e stregoni dell’Impero Britannico, ovvero da un’isola di massoni e circoli esclusivi, dove geografia e potere si intrecciano da secoli con il linguaggio cifrato delle società segrete.
Sia in chiave funzionale (uso strategico di simboli e narrazioni) sia sotto il profilo storico-fenomenologico (persistenza di modelli interpretativi legati a correnti occultiste o iniziatiche), la provenienza esoterica della geopolitica è un fatto assodato. Il linguaggio dei simboli e dei riti le è famigliare, né potrebbe essere altrimenti vista la sua relazione con gli spazi storico-geografici dove si incontrano bisogni spirituali e materiali.
Storicamente i deserti hanno favorito l’essenzialità dei monoteismi (es. Islam, Ebraismo), i mari hanno dato enfasi a patti e accordi (protestantesimo calvinista), mentre i continenti sconfinati hanno cercato di non disperdere la tradizione degli Avi (dall’induismo popolare, al cristianesimo ortodosso). Ne consegue che sarebbe riduttivo considerare il credo transumanista come un mero «strumento del globalismo finanziario», pensando che il caso lo abbia fatto crescere negli Stati Uniti e in Cina.
Nessuno nega che le tecnoscienze generino ogni anno enormi flussi di capitali. Al loro interno, tuttavia, un cuore antico batte all’unisono con quelli di milioni di «fedeli» che non possono essere trattati da semplici clienti/utenti, essendo altrettanti «risultati» di società storicamente legate al materialismo pragmatico, le quali, a loro volta, hanno fornito un certo tipo di risposte alla tendenza a trascendere i limiti umani attraverso l’innovazione.
Molte volte negli ultimi secoli gli scismi religiosi sono confluiti in sfide tecnologiche o intellettuali contro l’autorità tradizionale (scienza vs dogma). Tra gli ultimi esempi ci sono gli Stati Uniti, fondati da puritani, quaccheri e avventurieri fuggiti oltreatlantico lungo le rotte già conosciute da corsari come Francis Drake (forse sbarcato nell’odierna Drake’s Bay, a nord di San Francisco), i quali, una volta sbarcati nel Nuovo Mondo, hanno applicato il loro evangelicalismo alla dottrina del Destino Manifesto per creare redditizie venture capital tra industria e istituti universitari di tecnologia (P. Khanna, Connectography. Le mappe del futuro ordine mondiale, Fazi, Roma, 2016).
Alle spalle di queste genti c’era uno dei rottamatori più famosi della proto-modernità: Enrico VIII re d’Inghilterra, fondatore dell’Anglicanesimo (1534, Atto di Supremazia). Ma soprattutto sua figlia – Elisabetta I – che sfidò la Chiesa scegliendosi come guida spirituale e materiale lo stregone-scienziato John Dee (1527–1608/9), studioso di cabala e alchimia, al quale si fa risalire il termine “Impero Britannico” (British Empire).
Proprio l’ascendente esercitato sulla corte da costui, preparò il terreno al ritorno sull’isola delle grandi famiglie di origine ebraica, le sole autorizzate ad esercitare l’usura e pertanto in grado di elargire sostanziosi prestiti ai bellicosi sovrani dell’epoca, sempre a caccia di fondi per finanziare le loro ambiziose campagne militari.
Dal sodalizio tra l’ebraismo cabalistico (diverso dall’ebraismo talmudico, privo di enfasi sull’evoluzione radicale) e il calvinismo capitalistico, nacque la volontà di dominio che ancora oggi definisce l’Occidente finanziario, padrino dell’individualismo moderno, un retaggio dell’antico Tikkun Olam, (da tikkun = riparazione del mondo, o rottura dei vasi).
Se le scritture dicevano che l’uomo era stato autorizzato a dominare la Terra (Genesi 1:26-28), significava che poteva anche ingegnarsi a «ripararla», ossia modificarla a proprio uso e consumo. Non l’«uomo» in senso lato, sia chiaro, ma il «prescelto» da dio. Si riallaccia a questo approccio elitista sia il fenomeno dell’alto numero di scienziati statunitensi di ascendenza ebraica, sia il fatto che circa il 20% dei premi Nobel in discipline scientifiche sia stato vinto da ebrei, nonostante essi rappresentino meno dello 0,2% della popolazione mondiale.
Chi possiede un’impronta differente, proviene comunque da ambienti universitari dove gli ebrei sono in maggioranza (es. Silicon Valley, MIT). La stessa religione implicita transumanista, conta tra le sue fila numerosi teorici/profeti appartenenti a questa etnia. Si pensi a Max More (fondatore dell’Extropy Institute), Ray Kurzweil (dirigente di Google e padre teorico del transumanesimo), Aubrey de Grey (gerontologo), eccetera. Ovviamente, tale precisazione non sottintende l’esistenza di un «gene dell’intelligenza ebraica», che sarebbe un’idiozia in termini, ma registra semplicemente la presenza di precisi fenomeni socio-economici e specifici contesti culturali più incisivi di altri nelle dinamiche del potere.
In modo particolare, l’ebraismo ashkenazita ha favorito nella Silicon Valley un efficace approccio “problem-solving” verso il potenziamento umano e l’immortalità, mentre le correnti ebraiche più misticheggianti (es. il Chabad) si sono orientate verso il ruolo attivo dell’uomo nel favorire l’avvento di un’Era messianica contraddistinta dalla venuta della Singolarità Tecnologica (Y.N. Harari, Homo Deus. Breve storia del futuro, Bompiani, Milano, 2018).
Proprio partendo da una posizione di presunta superiorità – premessa ideologica per la creazione di una casta di «potenziati» o cyborg con intelligenza aumentata – negli ultimi decenni molte aziende statunitensi hanno esternalizzato le proprie produzioni in paesi dove la pianificazione strategica puntava a formare «menti scientifiche» da mettere al servizio della collettività (es. Cina, Giappone, Corea del Sud), perdendo così interi segmenti di mercato.
In misura minore, ma comunque superiore al resto del mondo industrializzato, anche altri Stati imperniati sul modello dirigista (es. Germania) hanno investito ingenti capitali nello sviluppo tecnologico (IA, hardware, software), mantenendo però un basso profilo. Tutti gli altri si sono limitati a muoversi in simbiosi con le scelte dell’imprenditoria, adeguandosi agli interessi economico-finanziari del momento.
Dietro queste dinamiche economiche non ci solo algoritmi e capitali, ma un humus culturale e religioso che può spiegare perché proprio negli Stati Uniti e in Cina, non altrove, sia fiorito il pensiero transumanista. Un credo dotato di un incontestabile sottotesto mistico con tanto di «luoghi di culto» (Silicon Valley, Alibaba DAMO Academy), «testi sacri» (a proposito di Singolarità, Kurzweil parla di “Dio 2.0“) e profeti che ripropongono con abiti nuovi (es. immortalità, IA cosciente) teorie salvifiche già viste in passato.
L’Europa «senza dio» del dopoguerra non era spiritualmente pronta. Infatti è rimasta a guardare chi andava avanti per riscattare la propria povertà attraverso piani quinquennali e programmi del Partito (Cina e culture confuciane), e chi sognava di trasferire la mente su un computer per dominare il mondo, aspirando a colonizzare Marte (anglosfera).
Su ogni singolo attore, ha pesato l’eredità religiosa.
Ad esempio: il pragmatismo angloamericano era saldamente legato alla religione ebraica di YHWH, il dio burbero dei Patriarchi (XVI-XIX sec. a.C. circa), mentre il pragmatismo cinese discendeva dal culto di Shangdi (il dio supremo della dinastia Shang, XI-XVI sec. a.C. circa), ovvero dal mandarinato. Entrambi condividevano l’impostazione di base fondata sulla concretezza e sull’utilitarismo, unitamente al taglio autoritario e funzionale connesso a un ordine stabilito, ma le filosofie di supporto e i metodi di applicazione erano radicalmente diversi.
Nell’ebraismo patriarcale:
• la religione era un patto finalizzato a benedizioni materiali (se obbedisci a dio, avrai successo – se lo tradisci, sarai punito).
• L’ordine era affidato al patriarca, erede dell’alleanza tra dio e il suo popolo, la cui autorità era definita da rapporti clanici basati su relazioni personali all’interno di una rete tribale.
Nel culto di Shangdi:
• la religione garantiva il potere regale e la stabilità dello Stato.
• L’ordine era insieme politico e cosmico. Mediatore unico tra Cielo e Terra, il re-sacerdote officiava riti per evitare squilibri (principalmente, calamità naturali).
Nel primo caso, la linea guida pragmatismo→ ordine→ autorità trovò casa nei five eyes (Regno Unito, Stati Uniti, Canada, Australia, Nuova Zelanda), culturalmente predisposti a rompere con la narrativa tradizionale e più inclini alla devianza religiosa, come dimostrano sia la tendenza alla frammentazione del protestantesimo che l’alto numero di sette presente in quei paesi.
Nel secondo caso, le innovazioni finirono per essere assorbite e normalizzate dal Partito, mantenendo, comunque, uno stretto legame con la religione. Ne è una prova il transumanesimo cinese (es. Chen Qiufan, He Jiankui, Southern University of Science and Technology), che mostra una netta maggioranza han (92-94 %) e manifesta forti accenti confuciani, riassumibili nel precetto pragmatico: “Studiare senza pensare è inutile, pensare senza studiare è pericoloso” (Analetti, 2.15).
L’evoluzione tecnologica degli Stati Uniti sarebbe stata impossibile senza lo spirito mercantile calvinista, come quella della Cina non avrebbe raggiunto gli attuali risultati senza il contributo del mandarinato (meritocrazia, disciplina, pragmatismo), giunto all’apice sotto le dinastie Ming (1368-1644) e Qing (1644-1912). Ne consegue che la religione ebraica di YHWH (la venuta di Mashiach – Gesù non conta – ricondurrà gli eletti allo splendore e alla gloria) ha fornito allo sviluppo tecnologico statunitense la necessaria spinta trasformativa e ottimista, mentre la vasta cultura dei mandarini – dalle scienze, a conoscenze sapienziali ed esoteriche – ha preparato il terreno alla gestione centralizzata del potere che conosciamo.
Tutt’altra strada (con tappe e risultati differenti) ha seguito la visione tecnologica russo-europea, contraddistinta da una profondità filosofica che ha delineato molteplici percorsi (non uno soltanto) verso il divino. Essa partiva, d’altra parte, da una prospettiva geo-storica più complessa, riconducibile all’estensione verso occidente dell’induismo vedico (XV-V sec. a.C. circa), che affacciandosi alle coste del Mediterraneo incontrò l’antica religione ellenistica (VIII-VII secolo a.C.), politeista e di larghe vedute, nella quale si riconobbe.
Senza entrare nel merito della diatriba che oggi oppone gli studiosi convinti che la Russia sia una civiltà distinta, né europea né asiatica (es. Aleksandr Dugin), ai testimoni storici del comune sviluppo culturale (da Tolstoj a Čajkovskij), limitiamoci a considerare la diversità di questo mondo da quello sino-californiano.
Il transumanesimo russo-europeo, discende dal cosmismo ottocentesco: una specie di comunismo utopico e teurgico (predicato da sacerdoti come Nikolaj Fëdorov e Alexandr Bogdanov) che mescolò la tradizione cristiana ortodossa (con l’idea di resurrezione) a concetti di unità cosmica risalenti alla non-dualità dell’Advaita Vedanta induista. Non ultime, certe influenze «europee» di un universo ordinato e razionale (neoplatonismo e stoicismo),
Questo miscuglio di spiritualità, bolscevismo ed alta tecnologia, ebbe un ampio seguito tra gli astronauti russi, grazie soprattutto agli approfondimenti di Konstantin Ciolkovskij, padre dei programmi spaziali sovietici che anticiparono, in un certo senso, internet e il digitale. Senza, però, creare colossi finanziari, perché in piena Guerra Fredda gli scienziati dell’Urss non godevano dei finanziamenti stellari che invece alimentavano le startup statunitensi.
Fin dall’inizio il capitalismo rampante mostrò simpatia per la visione individualista (es. “Io voglio diventare cyborg“), manifestando disinteresse per quella collettivista (es. “La tecnologia al servizio della società“). Gli investitori erano attratti dall’idea magica di «potenza», non certo dalla prospettiva di accompagnare l’umanità verso il raggiungimento di una «trasformazione quasi-divina» per via tecnologica. Una missione inconciliabile con la mentalità mercantilistica del profitto e degli affari.
Oggi la religione transumanista ha molti seguaci negli States, pochi in Cina e meno ancora in Russia, dove può contare sulla sopravvivenza di qualche gruppo minoritario dotato di una forte componente escatologica, cioè animato dall’idea di una trasformazione quasi divina dell’umanità (es. Russian Transhumanist Movement, KrioRus, 2045 Initiative).
Nel resto d’Europa, tengono banco soprattutto le perplessità e le discussioni etiche sullo sviluppo dell’IA. Alcuni paesi altamente tecnologizzati, come ad esempio la Germania, osservano gli sviluppi a distanza, mentre realtà forsennatamente atlantiste (es. Estonia) si sono buttate a capofitto nel tech altrui, non avendone uno proprio. Come sempre, l’Italia si barcamena: esiste l’Associazione Italiana Transumanisti (AIT) fondata da Riccardo Campa, ma quasi nessuno la conosce.
Tutto era più semplice quando l’umanità credeva che la destinazione ultima di ogni anima fosse il frutto di un disegno divino, anziché la creazione fantasmatica di spazi digitali che le tecno-scienze promettono di migliorare. Ma chissà … un domani, di sicuro, non sarà facile scendere dall’albero sephirothico di gangli interconnessi, in cui l’essere umano è dato e informazione.
Se fosse ancora vivo, Dante assegnerebbe la montagna del Purgatorio al «mondo misurabile», sottolineando l’impossibilità per il “geomètra … misurar lo cerchio” (Pd XXXIII, 133-35), mancandogli il principio fondamentale: dio. L’uso della ragione (Virgilio) e della fede (Beatrice) possono essere dei validi percorsi complementari per approfondire la conoscenza dei fenomeni, ma da quale punto di partenza iniziare a considerare la realtà, o fino a dove arrivare, lo si capisce solo quando l’umano trova il suo compimento nel divino, e per ora la ricerca è ferma a metà strada.


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