Nelle società tradizionali, il tempo storico era percepito come un processo di inesorabile decadimento. Solo il tempo delle origini possedeva un valore autentico e fondante; per questo, la vita quotidiana ruotava attorno a riti e miti che lo rievocavano attraverso celebrazioni collettive e atti sacrificali. Ogni comunità cercava – a modo suo – di non perdere il contatto con la Forza Creatrice del principio (lo status quo originario e sacro), la quale, per quanto fosse possibile ricordare a memoria d’uomo, era sempre stata molto esigente.
A monte dell’umanità, del resto, c’erano esempi inequivocabili.
A cominciare dal Big Bang: un’esplosione assoluta e totalizzante, al contempo deflagrante e disgregante. Era quello l’«Ur-Sacrificio». L’archetipo di ogni violenza che si manifestava per reclamare un nuovo ordine. Sebbene anche la legge che governava i cicli cosmici, a propria volta, mostrasse una sequela ininterrotta di “donazioni” in cui ciascuno yuga doveva sacrificare il proprio ritmo congenito per armonizzarsi con il precedente, anticipando il successivo.
Tutto, insomma, lasciava intendere che l’uomo fosse inserito in una realtà permeata da una logica sacrificale superiore. Non c’era un solo passaggio dal disordine all’ordine privo di un trauma violento, dirompente e travolgente. Cos’altro avrebbero potuto fare i nostri antenati, se non riprodurre lo schema macrocosmico su scala umana (e rituale)?
Ecco perché l’interpretazione tradizionale pone il sacrificio [dal latino sacrificare, composto di sacrum ‘rito sacro’ e –ficare, dal tema di facĕre ‘fare’] alla base di tutte le narrazioni umane successive, riconducendo l’insorgere della violenza al precario equilibrio dell’universo.
– Lo scenario del dramma
Le radici di questa visione potrebbero affondare nell’ultima fase delle distruzioni post-glaciali (tra il Pleistocene e l’Olocene, circa 11.700 anni fa), quando un’umanità provata dalle circostanze, avvilita e decimata, credette di facilitare la ripresa “sacrificando” i residui del passato, e individuò nel sangue il “legante” indispensabile ad impastare le forme del nuovo.
Declinato in chiave geo-storica, lo scenario si addice alla “quiete dopo la tempesta” in cui vennero a trovarsi gli abitanti post-diluviani delle regioni settentrionali, i quali, avendo assistito a spettacoli apocalittici mostruosi, svilupparono una concezione tragica ed eroica dell’esistenza in cui la sofferenza e il sacrificio rappresentavano il prezzo da pagare per la restaurazione dell’ordine.
Se la vita dell’uomo era un prestito degli dèi che prima o poi andava restituito, simbolicamente e/o letteralmente, significava che il precetto “una vita per una vita” rientrava nel piano di liquidazione del debito cosmico. Il luogo di nascita di questa dolorosa cosmovisione è ignoto; tuttavia, esiste tra gli studiosi una convergenza quasi unanime sulla localizzazione di una comune Urheimat o patria originaria nell’Ecumene Settentrionale – già prima dell’Ultimo Massimo Glaciale – dove, appunto, potrebbe essersi formata la logica sacrificale, essenza e fulcro del pensiero arcaico.
Successivamente la carovana di credenze, miti, riti, tecnologie, usi e costumi, viaggiò lungo l’autostrada preistorica che attraversava l’immenso bioma fiorito chiamato dai ricercatori moderni Mammut Steppe. Questa formidabile «via di comunicazione» scomparve del tutto con il riscaldamento dell’Olocene, quando il nord venne invaso dalla taiga (foresta boreale) e il sud dalle steppe più calde. Ma, ormai, conoscenze e credenze avevano messo radici profonde, a cominciare dal vasto repertorio concettuale che comprendeva riti e miti legati ai sacrifici.
– Agli antipodi dell’Io sovrano
L’idea dell’uomo preistorico di rimettersi in carreggiata “sacrificandosi”, può apparire un controsenso: come se le immani catastrofi legate alla deglaciazione würmiana non avessero già inflitto all’umanità sufficienti dolori e sofferenze. Ma mettiamoci per un momento nei panni di quei lontani antenati di fronte alla realtà dei fatti: i culti praticati fin dal Paleolitico Superiore (circa 30.000 anni fa) per propiziarsi le Forze Elementali non erano serviti a nulla, né il cielo aveva esitato a distruggere la civiltà degli antichi dèi (vedi il Ragnarök).
Evidentemente, la devozione non bastava.
Per evitare ritorsioni cosmiche (maremoti, terremoti, eruzioni vulcaniche, inabissamento di quasi il 15% della superficie terrestre), bisognava alzare la posta in gioco, ovvero stipulare un nuovo patto Uomo-Dio, Terra-Cielo. Fino ad allora era stata sufficiente la relazione “doppia” (sopra ↔ sotto), ma adesso ci voleva un’alleanza “tripla” (donare → ricevere → ricambiare). Gli uomini si rivolsero così ai nuovi dèi: “noi vi onoriamo, voi risponderete in maniera proporzionale alle offerte ricevute “.
Inaugurando la società economica (circa 12.000 anni fa), la rivoluzione agricola del Neolitico suggellò l’accordo con il sangue, ritenuto la miglior garanzia possibile. Le conseguenze di quella scelta, pesano ancora sulle nostre teste e oggi vengono studiate dall’«antropologia sacrificale» o «antropologia del sangue», la quale, rivolgendosi a menti disabituate al sacro, ha concentrato il percorso in tre fasi archetipiche, ciascuna corrispondente ad altrettanti stadi di sviluppo della coscienza umana e della civiltà nel suo complesso.
1. Fase della Necessità e della Materia.
Il passaggio dal Caos indifferenziato (rivoluzione idrogeologica post-glaciale) al Cosmo ordinato (il riassesto) richiede il sacrificio fisico ed esistenziale del gigante cromagnoide. Questo atto di fondazione materiale, suggella il passaggio dall’indistinta unità originaria (il mondo naturale, Mesolitico-Neolitico) alla molteplicità (la nuova realtà, o Protostoria).
1. Fase della Legge e della Società.
L’instaurazione dei nuovi codici di comportamento e giustizia reclama il “sacrificio” della precedente visione olistica, fornendo in cambio una serie di regole che permette la convivenza tra gli éthnos. Inizia la civiltà basata sulla legge, sulla parola data e sulle alleanze.
2. Fase della Conoscenza e della Trascendenza.
La ricerca dolorosa e volontaria del significato, del destino e dei segreti ultimi dell’esistenza, instaura un regime di “sacrificio perenne”. Il quotidiano diventa così una continua concessione la cui contropartita è la comprensione delle leggi più profonde dell’universo, del destino (örlög) e dei saperi occulti (magia/scienza).
– Il sacrificio del macroantropo
Dopo avere patteggiato con le Forze Superiori per entrare nel Nuovo Mondo, l’uomo si mise alla ricerca delle giustificazioni. È scritto nel Vāstusūtra Upaniṣad: “In questo mondo mortale l’Essere esiste nell’atto più importante del sacrificio” (I, 6). Nasce così il mitema del macroantropo primordiale – universo potenziale e vivente – il cui corpo sarà la materia prima da cui deriveranno tutte le cose e le creature del mondo.
In India, la prima scelta sacrificale è riconducibile al creatore tardo vedico Prajapati, il quale fa a pezzi il gigante Purusha [puruṣamedha] per originare una società già separata in caste, ovvero ordinata e più confacente alle nuove esigenze.
In Cina, dove il mito indo-ario si sviluppa probabilmente in seno alla civiltà tokhariana (bacino del Tarim), il soffio di Pangu diventa vento e nuvole, il suo occhio destro il Sole, il suo occhio sinistro la Luna, i suoi quattro arti i quattro angoli del mondo, il suo sangue e il suo sudore il Fiume Giallo e il Fiume Azzurro. Mentre nei mitologemi mesopotamici Tiamat, la mostruosa gigantessa che vive nell’Apsû o Abzû, il mondo inferiore, viene assassinata dal giovane dio Marduk, intenzionato a rivoluzionare lo status quo.
Molto antica è anche la narrazione iranica che vede al centro il gigante Gayomart – il primo dei viventi – ucciso e fatto a pezzi da Ahriman (il Demiurgo) per forgiare i metalli. Dal suo seme, versato nella terra, spunta un albero dal quale prendono forma un uomo e una donna, Mašī e Mašanī, i progenitori della nuova umanità (Bundahishn XV: 1-3).
Analogamente nel Gylfaginning (parte dell’Edda in prosa di Snorri Sturluson), il nuovo ordine mondiale si forma quando il gigante cosmogonico Ymir – capostipite dei Giganti della Brina – viene smembrato dai fratelli Odino, Vili e Vè per costruire il nuovo mondo. Quest’ultima figura, in particolare, offre interessanti riflessioni.
– Il prezzo della civiltà
Snorri Sturluson racconta (Prose Edda > Gylfaginning, 7) come dal sangue sgorgato copioso dalle ferite di Ymir si produca il diluvio nel quale vengono sterminati i giganti primordiali (tranne Bergelmir e sua moglie, ma questa è un’altra storia). A quale diluvio si riferisce la narrazione, e di quali giganti parla? Oggi sappiamo che tra i 15.000 e i 7.000 anni fa il catastrofico susseguirsi delle inondazioni flagellò la Terra, perciò c’è solo l’imbarazzo della scelta.
In ogni modo, ne fece le spese l’antenato cromagnoide, l’ultimo ad esistere senza uno scopo apparente. Ymir rappresenta un retaggio di questa figura ancora pregna di un’essenza caotica e potente: il jötunn (gigante) intrattiene con il creato una relazione “doppia” (sotto ↔ sopra) e vive senza problemi nutrendosi con il latte della vacca Auðumbla, che a sua volta si alimenta leccando i blocchi di ghiaccio salati del Ginnungagap (il mondo glaciale). Così, per enne millenni; finché i suoi assassini – Odino e fratelli – sentono il bisogno di una nuova «realtà magica», o tecnologica, destinata ad alzare sensibilmente il prezzo del sacrificio.
Questo quadro concettuale, è condiviso dalla maggioranza dei popoli indoeuropei: in un contesto antropologico completamente rinnovato, una schiera di nuovi dèi impone il proprio dominio sul mondo dopo averlo strappato a una più antica “generazione divina”. Gli emergenti respingono il sacrificio divino fondativo (es. Purusha nel mondo indo-ario), né intendono seguire l’esempio del precedente percorso cosmogonico (es. Pangu, Gayomart, Tiamat). Invece, sono disposti ad assumere il peso cosmico della propria epoca in cambio della conoscenza magica.
Donare → ricevere → ricambiare.
Disincantata e ambiziosa, la generazione di Odino aspira a “plasmare la realtà”, una volontà che la rende compatibile con il mondo contemporaneo. Inizia la fase post-diluviana: un’epoca fondata sul ricordo del sacrificio di un essere semidivino che definisce una nuova realtà (Ymir), mantenuta in essere dal sacrificio di una classe guerriera che stabilisce la necessità di patti e alleanze (Týr), proiettata verso il futuro ma nostalgica delle “antiche cose” (magiche), pur di ottenere le quali è disposta a sacrificarsi in prima persona (Odino).
Come si può notare, anche i sacrifici del Mesolitico – pallido mimema rituale dei prototipi divini del Paleolitico – si ammantano di significati religiosi e sociali, pur tuttavia non riescono a raggiungere la potenza originaria, di cui finiscono per diventare un’ombra autoreferenziale. Ma l’uomo nuovo è troppo intelligente e scaltro per accettare di procedere come un’anatra zoppa, perciò alza la posta in gioco: all’offerta di sé aggiunge l’olocausto di altri, pensando, forse, che anche nel sacrificio l’unione moltiplichi la forza, procurando potenza.
– L’inizio della disuguaglianza permanente
Apparentemente, quanto detto sembra avere solo un’importanza storica, ovvero – nella lingua corrente – nessuna importanza. Ma l’apparenza inganna. Sempre. Infatti, l’atto sacrificale è ancora vivo nel mondo di oggi, nonostante l’«uomo flessibile» del XXI secolo (Richard Sennett) abbia respinto i valori sacri che lo sostenevano.
Sono cambiate le regole d’ingaggio, ma il gioco è lo stesso.
Dunque, gli strumenti dell’antropologia sacrificale risultano sempre validi per decifrare i meccanismi profondi della società, inclusi i piccoli “sacrifici” della vita quotidiana. Ne sono esempi tangibili l’atleta disposto ad auto-infliggersi enormi sofferenze per la gloria della vittoria; i “tagli e sacrifici” entrati nel linguaggio della politica economica; il concetto di “farsi in quattro” per il bene di qualcun altro; il prezzo di sangue (uccidere o subire torture) pagato per entrare a far parte di una cerchia esclusiva.
Ogni sacrificio, dal più sopportabile al più cruento, assolve la medesima funzione: cucire e rinsaldare il tessuto della coesione interna. È un patto: la società ci permette di esistere come esseri umani (con diritti, doveri, un’identità riconosciuta), ma esige in cambio la rinuncia dell’individualità, e perciò “chiunque si ad-socia ad altri, da quel momento, cessa di poter essere totalmente sé stesso” (Mauss).
L’antichità dell’accordo ci permette di seguire il sottile filo rosso sangue che si dipana dalla preistoria fino alle attuali oligarchie tecno-finanziarie, passando per gli gnostici che contrapposero la propria superiorità all’inferiorità della massa, giudicata “difettosa” in quanto plasmata dal Demiurgo con la sola materia bruta (hylé), e quindi “sacrificabile”.
Innumerevoli volte, nel corso del tempo, quel filo è stato teso fino a spezzarsi. Ma sempre qualcuno lo ha riannodato, e il cammino è proseguito, intrufolandosi nei giorni nostri. La domanda però è un’altra: continueremo a fare nodi per l’eternità, o escogiteremo nuove forme di relazione? Non siamo fuori tempo massimo? Tra l’altro, non condividiamo più nulla della visione cosmica del sacrificio arcaico, che era un Patto Sacro, un legame collettivo volto ad ordinare sia le leggi fisiche – come la gravità – sia quelle spirituali.
Il nuovo patto che l’uomo si accinge a stringere con la macchina, manca della ceralacca che un tempo suggellava la promessa: il sangue. Il fuoco prodotto dalla combustione dei dati è un fuoco freddo, che non scalda né purifica, rivelandosi incapace di generare alcunché. Separa solo il “sacrificante” dal “sacrificato”, ufficializzando il criterio di disuguaglianza permanente.
Muovendosi in modo scomposto all’interno del simulacro vuoto dell’antico patto tra uomini e dèi, lo “smembramento rituale” del XXI secolo scimmiotta le forme esteriori dell’originale (testimoniando, così, l’inconsistenza di un’architettura priva di fondamenta), ma è troppo debole per stare in piedi sulle proprie gambe. La “sovranità algoritmica” non può competere con l’”Io sovrano”, con il quale mantiene un solo punto in comune: lo spargimento di sangue.
1 – continua

