30 Gennaio 2026
Religione

Ex Oriente Lux, ma sarà poi vero?, trentanovesima parte – Fabio Calabrese

Rileggendo i miei scritti più recenti, In ordine sparso, seconda parte, pubblicato su “Ereticamente” il 13 ottobre, ed Ex Oriente Lux, ma sarà poi vero?, trentottesima parte pubblicato su “Ereticamente” il 20 ottobre, mi è venuto da pensare che qualcuno di voi potrebbe credere che io abbia per l’India una particolare antipatia, infatti nel primo articolo ho scritto:

A complicare psicologicamente le cose da parte nostra, c’è il mito ariano, vale a dire la leggenda secondo la quale l’India sarebbe stata l’Urheimat, la patria ancestrale degli indoeuropei, e molti hanno visto, o vedono ancora oggi nell’induismo un’alternativa alle religioni abramitiche che disgraziatamente dominano l’Occidente. Io mi aspetto che a questo punto a più di uno venga in mente la figura di Savitri Devi, ma mi chiedo se alla conversione all’induismo di questa donna, in realtà di nazionalità francese, si debba dare maggior peso di quella di Renè Guenon all’islam”.

Non senza prima aver pesantemente criticato la, a mio parere enormemente sopravvalutata figura del Mahatma Gandhi e la dottrina della non violenza, perché, a mio parere:

In un mondo di lupi non conviene essere pecore.

E nel secondo:

Che l’India possa essere stata l’Urheimat indoeuropea, diverse cose lo rendono non solo improbabile, ma inverosimile: il fatto che nonostante la sua enorme estensione il subcontinente indiano occupi un’area tutto sommato periferica dell’ecumene indoeuropeo, e soprattutto il fatto che già ben prima dell’arrivo degli Ariani, esso era fittamente popolato da popolazioni scure parlanti lingue del tutto diverse, di ceppo dravidico.

Il sistema delle caste, caratteristico della società indiana, fu palesemente concepito in origine per tenere separate le due popolazioni, e questo è un forte indizio a favore del fatto che gli Ariani si presentarono tardivamente in India come invasori e conquistatori”.

Tutta la questione, io penso, richiede un’ulteriore messa a punto.

Comincerò con il dirvi qualcosa su un argomento che ho toccato soltanto incidentalmente in In ordine sparso, seconda parte, ossia Renè Guenon e il guenonismo, dato che le osservazioni in proposito torneranno utili anche per inquadrare meglio il problema indiano.

La maggior parte di noi è stata battezzata, cioè, iscritta d’ufficio quando ancora non aveva la minima possibilità di dire la sua, nei ranghi di una religione abramitica, il cristianesimo cattolico, e dipende dall’educazione che ha ricevuto, dalla personalità che ha sviluppato, quale peso dare a questo atto. Per quanto mi riguarda, dato che la mia volontà cosciente non ne ha avuto parte alcuna, lo ritengo privo di qualsiasi valore.

È chiaro, però, che, se qualcuno, da adulto, aderisce coscientemente a una variante di una delle tre religioni abramitiche, ebraismo, cristianesimo, islam, questa scelta ha tutt’altro peso.

E scusatemi la franchezza, se, come Guenon, qualcuno finisce per aderire all’islam, non può essere considerato un Maestro della Tradizione, vuol dire che fin da principio c’era qualcosa di sbagliato nel suo concetto di Tradizione. È quasi superfluo sottolineare il carattere fortemente antieuropeo della religione del Profeta.

È un vero peccato che Guenon non abbia mai letto lo splendido scritto di Silvano Lorenzoni Cos’è l’islam e dove lo si deve collocare fra i nemici dell’Europa.

C’è tuttavia una attenuante che va riconosciuta a Renè Guenon, a Savitri Devi, a quanti altri abbiano compiuto scelte analoghe, il fatto che “il pensiero” e “la scienza” occidentali (di un Occidente che almeno dal 1945 vede l’Europa in condizioni di totale subalternità) va palesemente contro tutti i nostri valori e tutto il nostro mondo, da qui la scelta – logica quanto disperata – di molti, di cercare un’alternativa in forme di pensiero extraeuropee, nell’esoterismo o in entrambe le cose.

E’ un equivoco e un tranello nel quale è facile cadere, almeno finché non si acquisisce la consapevolezza che io ho cercato di diffondere tramite i sei articoli intitolati Scienza e democrazia pubblicati su “Ereticamente” e nell’omonimo saggio che li riassume che ho inserito nel libro Ma davvero veniamo dall’Africa?, che “la scienza” occidentale, democratica, progressista, quale è stata imposta a livello planetario dopo il 1945, non è scienza, se per scienza intendiamo la ricerca obiettiva della realtà naturale di cui il mondo umano fa parte, ma fuffa, imbroglio, ciarlataneria.

Come è intuibile dal titolo stesso di questo mio libro, io ritengo che la presunta origine africana della nostra specie, sia un esempio addirittura da manuale di questa falsa scienza democratica, dietro alla quale stanno trasparenti motivazioni ideologiche, in questo caso, la negazione dell’esistenza delle razze umane e il tentativo di creare un clima favorevole o almeno acquiescente verso l’immigrazione/invasione che oggi ci sommerge dal Terzo Mondo e minaccia di farci sparire come popoli.

Volendo, si potrebbe avere anche una riprova visiva del fatto che certi atteggiamenti, sia pur dettati dalla lodevole intenzione di liberarsi dalla gabbia mentale del cristianesimo – che rimane fondamentalmente un’eresia ebraica, una religione mediorientale sostanzialmente estranea all’Europa – finiscono per risolversi in un atteggiamento antieuropeo.

Basterebbe vedere le foto di Renè Guenon dopo la conversione all’islam, agghindato al modo mediorientale, o di Savitri Devi in sari (Questa donna era in realtà di nazionalità francese, e prima di sposare un indiano, i chiamava Maximiane Portas), per capire o, meglio, vedere, che costoro rinnegarono persino l’abbigliamento europeo.

Il fatto che Savitri Devi è stata considerata una sorta di sacerdotessa o di vestale del nazionalsocialismo, a mio parere, non dovrebbe fare testo. I nazionalsocialisti, a prescindere da qualsiasi altra considerazione, erano gente dalle idee parecchio confuse. In teoria, sulla carta, sarebbero dovuti essere più lontani di qualsiasi altro dall’influenza mentale abramitica, ma si sa che invece si prodigarono in una ricerca accanita e spasmodica delle principali reliquie ebraico-cristiane: la Santa Vehme (la presunta punta della lancia con cui Longino avrebbe trapassato il costato di Cristo sulla croce, conservata a Vienna, l’unica di cui entrarono effettivamente in possesso), il Santo Graal, l’Arca dell’Alleanza.

Fa quasi meraviglia che dopo l’8 settembre 1943 e l’operazione Alarico con cui occuparono l’Italia ancora non invasa dagli angloamericani, non abbiano pensato di mettere le mani sulla Sacra Sindone conservata a Torino, di cui allora potevano facilmente impadronirsi.

Figuratevi le Waffen SS marciare con alla testa l’Arca dell’Alleanza, magari con l’assistenza di un rabbino. Io non riesco a immaginare nulla di più grottesco e contraddittorio.

Ciò che caratterizza, o quanto meno ha caratterizzato la società indiana per un lunghissimo arco di secoli, è il sistema delle caste oggi formalmente abolito. Da un lato, verrebbe quasi voglia di ispirarsi a esso, in contrapposizione a tanto e tanto sbandierato egualitarismo democratico e marxista. Dall’altro occorre constatare che il sistema delle caste non funziona.

Ai tempi di Mohenjo Daro e della cultura della Valle dell’Indo, la civiltà indiana era probabilmente una delle più avanzate che esistessero su questo pianeta, ma da allora sono seguiti secoli e millenni di decadenza. Fino a tempi recentissimi, la miseria dell’India, punteggiata da ricorrenti carestie che causavano la morte di milioni di persone, era leggendaria, e ancora oggi si può dubitare che l’atavica povertà sia stata realmente sconfitta o soltanto mascherata dalla crescita del PIL a due cifre percentuali. Sappiamo che quest’ultimo è più spesso un artificio contabile che non un dato che rifletta la situazione reale dell’economia.

Senza porci necessariamente in un’ottica di tipo democratico, egualitario, illuminista, dobbiamo chiederci cosa c’è che non va nel sistema delle caste, cosa c’è che a lungo andare lo rende disfunzionale.

In teoria, molto in teoria, esso dovrebbe materializzare la concezione della persona giusta al posto giusto, all’appropriato livello sociale, poi i figli di quest’ultima, che hanno ricevuto la medesima impronta ereditaria (anche se gli antichi indiani non conoscevano la genetica, avranno pure osservato l’accoppiamento e la riproduzione di animali domestici, conoscevano certamente le forme di selezione empirica che gli allevatori praticavano su di essi da millenni), poi ai loro figli subentreranno i figli dei figli, e così via per tutte le generazioni a venire.

Quello che non va, ciò che alla lunga rende il sistema delle caste disfunzionale, è il fatto che l’essere umano è una creatura geneticamente complessa. Ognuno dei nostri geni, e ne abbiamo miliardi, ha un allele, cioè il gene corrispondente nella coppia di cromosomi composta dalle eredità di ciascuno dei due genitori, che potrebbe essere recessivo, esprimere un carattere diverso da quello visibile, dominante. Quando nella roulette della riproduzione due geni recessivi si incontrano, sono i rispettivi alleli, e il carattere fin allora dominante nelle generazioni precedenti, che svanisce.

La probabilità che i caratteri che hanno indotto a selezionare le persone appartenenti a un certo gruppo, svaniscano nelle generazioni successive, è tanto più alta se la selezione è stata effettuata su un solo sesso genitoriale, quello maschile, senza contare, e, conoscendo la natura umana, ci sarebbe veramente da meravigliarsi se ciò non fosse mai avvenuto, di quando in quando ci saranno state relazioni clandestine fra donne di una casta e uomini di un’altra, e i nati da questi rapporti saranno stati attribuiti al marito della donna anziché al padre biologico e inseriti per nascita nella casta di appartenenza della madre.

Insomma, accadrà piuttosto spesso, e con una probabilità crescente nel tempo, che in una determinata casta nascano individui privi dei requisiti fisici, caratteriali o morali richiesti in essa, bramini privi di inclinazione verso la spiritualità, guerrieri pusillanimi e via dicendo, nonché, e questa è la cosa peggiore, servi e membri delle caste inferiori le cui attitudini in un altro contesto avrebbero permesso loro di aspirare a posizioni sociali più elevate. La rigidità del sistema imporrà loro di rimanere nella casta, laddove sistemi a mobilità sociale più aperta avrebbero consentito loro di spostarsi in ruoli più confacenti alle loro attitudini.

Alla lunga, il sistema delle caste si rivela l’ideale per disperdere vanamente lungo la scala sociale qualità, inclinazioni, attitudini, l’esatto contrario di ciò che possiamo supporre i suoi creatori si fossero prefissi.

Se vogliamo aspirare alla creazione di società elitarie, è piuttosto al modello disegnato da Platone nella Repubblica che dobbiamo guardare, e soprattutto ricordare bene che la selezione va ripetuta a ogni generazione, senza mai escludere la possibilità di accedere alle classi superiori i nati nelle classi subalterne che presentino le giuste attitudini, anzi assicurandosi che una condizione svantaggiata di partenza, ad esempio un’inferiorità economica non sia un limite al loro sviluppo.

Proprio mentre stendevo queste note, ho avuto una sorta di intuizione. Se guardiamo a quello che in teoria dovrebbe essere il modello assolutamente opposto, cioè l’egualitarismo forzato dei sistemi comunisti, vediamo che si arriva a una condizione convergente e analoga, cioè un sistema a mobilità sociale bloccata che si può considerare altrettanto bene un sistema di caste, malamente nascosto dietro il dito dell’ideologia marxista dalla negazione teorica dell’esistenza di classi sociali in questo tipo di società, anche se l’esistenza di una casta dominante è celato dietro il pudico termine di nomenklatura.

C’è tuttavia una differenza non da poco: il sistema delle caste indiano ha impiegato millenni per dimostrare i suoi effetti perversi. L’Unione Sovietica proclamata nel 1917 ha da allora iniziato una parabola discendente molto più rapida e si è dissolta nel 1991 con un processo di collasso endogeno che ha ben pochi precedenti nella storia umana. Un arco di tempo, come si vede, che una singola vita umana sarebbe stata sufficiente a coprire, e non ci soffermiamo ora sul terrore, la violenza, le centinaia di milioni di morti, l’oppressione tirannica che sono costati il tentativo di instaurare l’utopia comunista.

Ma torniamo ora al nostro argomento principale. Nei confronti dell’induismo ho cercato di essere un giudice severo ma equo, riconoscendone anche aspetti positivi. In In ordine sparso, seconda parte, ho scritto:

Questo, naturalmente, non significa che l’induismo sia tutto da buttare. I pensatori tradizionalisti si sono ispirati a esso per la dottrina delle quattro età, e non dimentichiamo il saggio di Tilak. La dimora artica nei Veda, che ci illumina sulla natura nordica delle nostre lontane origini”.

Io direi che la lezione che si può desumere a questo punto, è che le cose non sono mai così semplici come appaiono a prima vista. Il tentativo di produrre una società perfetta dove ciascuno abbia un ruolo corrispondente alle proprie attitudini e capacità, mediante il sistema delle caste, ha ottenuto il risultato contrario, di disperdere lungo la scala sociale e sprecare capacità e talenti. Al contrario, l’egualitarismo forzato delle società comuniste, oltre a una quantità difficilmente immaginabile di terrore, oppressione, violenza e morti, è sfociato in un sistema di classi chiuse che ben si possono definire caste, tra i più rigidi ed elefantiaci che la storia umana abbia mai conosciuto.

Occorre essere molto attenti, esercitare al massimo le proprie capacità critiche, ma è questo il prezzo che bisogna pagare se si vuole uscire dalla dimensione della politica fatta solo di simboli e di slogan.

NOTA: Nell’illustrazione, a sinistra Renè Guenon dopo la conversione all’islam, a destra Savitri Devi. In entrambi i casi, la rinuncia ad abiti di tipo europeo evidenzia anche fisicamente l’allontanamento spirituale dall’Europa di queste persone. Al centro il Taj Mahal. Questo monumento funebre eretto da un sovrano Moghul per la moglie morta di parto è oggi uno dei simboli più noti e riconoscibili dell’India.

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