29 Ottobre 2025
Appunti di Storia

ESALOGIA. Parteggiants Wars – La guerra dei parteggianti. III^ parte La vendita dei Seth

di Gianluca Padovan


 

Il brevetto parteggiante.

Nel corso della Seconda Guerra Mondiale e, come dice il già citato Carlo Simiani nelle precedenti puntate, dopo l’8 settembre 1943 taluni partecipano alla “resistenza”. Per quale motivo? Fede politica, propria coscienza, fuga per non essere tradotti in Germania o comunque in un campo di lavoro o di concentramento. Simiani aggiunge anche: «individui tra i quali si immischiavano elementi dal passato dubbio e persone che speravano di procurarsi con poca fatica un certificato per l’avvenire» (Carlo Simiani, I “giustiziati fascisti” dell’aprile 1945, Edizioni Omnia, Milano 1949, p. 11).

In genere non si considera che a guerra finita divengono automaticamente parteggianti anche gli uomini inquadrati nella Regia Marina Italiana: ovvero tutti quelli passati agli “anglo-americani” consegnando -senza sparare nemmeno un tappo di prosecco- l’intera flotta da guerra. Assieme a costoro ricevono il «Brevetto di Partigiano» a guerra conclusa anche coloro che si sono battuti in talune circostanze.

 

La vendita della carta.

Nel volume XV dell’Ufficio Storico della Marina Militare Giuliano Manzari scrive che «parteciparono alla Resistenza (Corpo Volontari della Libertà): 700 ufficiali e 19500 sottufficiali e marinai (compresi i 9000 combattenti delle Isole dell’Egeo e 2059 internati). Secondo la relazione “Le Forze Armate nella lotta per la Liberazione”, tenuta a Milano, il 7 aprile 1975, dal colonnello Rinaldo Cruccu, capo dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, i partigiani combattenti della Marina (esclusi quelli di Lero) furono 7511 (500 ufficiali e 7011 sottufficiali, sottocapi e comuni), di cui 846 caduti (51 ufficiali e 795 sottufficiali, sottocapi e comuni con, rispettivamente, 31 e 400 fucilati o, comunque, condannati a morte)» (Giuliano Manzari, La partecipazione della Marina alla guerra di liberazione -8 settembre 1943 – 15 settembre 1945-. 1945-2015. 70° anniversario della fine della Seconda Guerra Mondiale. 1945-2015, Bollettino d’Archivio dell’Ufficio Storico della Marina Militare, Anno XXIX, Marzo 2015, Ministero della Difesa, Roma 2016, pp. 253-254).

 

L’impavido parteggiante italiano.

Ovviamente non si deve dire che tra i “parteggianti” combatterono con funzioni dirigenziali numerosi stranieri, tra cui francesi, appositamente inviati da “organizzazioni” straniere. Sarebbe utile condurre indagini, ad esempio, sul cambio della guardia avvenuto nelle dirigenze parteggianti delle terre bresciane: chi sono stati quegli stranieri che d’autorità andarono a sostituire gli “italiani” nella direzione degli attentati, delle “epurazioni” e delle varie piccole stragi passate forzatamente nel dimenticatoio?

Inoltre: «Tra i partigiani è invece quasi certo che combatterono almeno 5.000 ex prigionieri sovietici, cioè ex militari dell’esercito sovietico liberati dai campi di prigionia italiani» (Adriana Cantamutto, Nico Sgarlato, La guerra in Italia. Da Roma al 25 aprile, Delta Editrice, Parma 2010, p. 132).

Sugli ex-militari sovietici dell’Armata Rossa, poi ex-detenuti nei campi di prigionia in Italia, poco si dice a ancor meno si scrive. Pertanto si sa che c’erano e assieme a loro hanno combattuto numerosi altri ex prigionieri stranieri, ma in definitiva non se ne conosce l’esatto numero. Scappati dall’internamento si diedero alla macchia e costituirono unità “partigiane” in cui affluirono anche italiani, ma a guerra conclusa calò su di loro la damnatio memoriae. Uno di coloro che hanno condotto tali unità è stato Nicola Pankov, fatto uccidere dal commissario comunista italiano Leonardo Speziale detto “lo zolfataro”: «Nella vicenda Pankov, il Pci bresciano è messo sotto pressione dal centro del partito e dalla Delegazione “Garibaldi”» (Mirco Dondi, La Resistenza tra unità e conflitto: vicende parallele tra dimensione nazionale e realtà piacentina, Bruno Mondadori Editore, Milano 2004, p. 119).

Ma questi non erano i soli “parteggianti” stranieri ed è significativa la storiellaccia di James Danskin Veitch detto “Giacomino l’inglese” che ha combattuto in Valtrompia (Bergamo). Io non ve la racconto, pensateci voi.

 

Uno sterminato esercito di brevetti stampati.

Ora bisogna chiedersi quanti furono i “parteggianti”. Ecco una possibile risposta: «Anni fa si parlò di 300.000 uomini, ma è probabile che in questa cifra si considerino anche i simpatizzanti e i sostegni logistici. Alcuni minimalisti parlano di 100.000 uomini, dei quali solo 10.000 combattenti» (Adriana Cantamutto, Nico Sgarlato, La guerra in Italia. Da Roma al 25 aprile, op. cit., p. 131).

Più prima che poi sarà indispensabile fare un computo dei “parteggianti” che imbracciarono un’arma e piegarono il dito sul grilletto almeno una volta e contro un avversario armato e pronto, non già contro la schiena di un portatore di andicap, di un inerme o di chi s’era appena arreso. Occorrerà, pertanto, calcolare quanti furono gli effettivi “parteggianti” che hanno combattuto nel corso della Seconda Guerra Mondiale e fino alla data del 7 maggio 1945. Attenzione: che non si considerino gli assassini e i delinquenti che operarono sia prima sia dopo tale data e contro la gente inerme. Inoltre da tale conteggio si scorporino (finalmente!) quei marinai della Regia Marina che senza nulla fare hanno ottenuto il “brevetto di partigiano”. Se i veri combattenti parteggianti sono stati più o meno diecimila, o anche il doppio, si dovrà rammentare che almeno cinquemila circa erano stranieri. Pertanto, quando in Italia si blatera a pappagallo di “resistenza” ma, senza riferirsi al componente elettrico, si vuole finalmente dire di che cosa si stia parlando e con cifre sensate alla mano?

Personalmente, con fare birbantello, propongo una cifra per tutte: 500 (cinquecento)!

 

Un colpo di timone.

Il 14 agosto 1942 Giorgio Bocca scrive in prima pagina del settimanale della Federazione dei Fasci di Combattimento della sua città natale: «Sono i “Protocolli dei Savi anziani di Sion” un documento dell’internazionale ebraica contenente i piani attraverso a cui il popolo Ebreo intende giungere al dominio del mondo. La logica costruzione del testo trae ragione e causa da un esame critico e profondo della realtà del mondo e della natura umana. Non vi sono perciò ragionamenti aprioristici ed astratti, ma solo studio, critica, deduzione e, come ultimo risultato, la proposizione. Il povero “gojm” o “gentile” così il testo chiama i non Ebrei, leggendo quei “Protocolli” rimane al tempo stesso stupito ed atterrito [etc.]» (Giorgio Bocca, I “Protocolli„ dei Savi Anziani di Sion, ne La Provincia Grande, Settimanale della Federazione dei Fasci di Combattimento, Anno II, N. 33, 14 Agosto, Cuneo 1942, p. 1).

Scritto da Giorgio Bocca, Laterza pubblica nel 1966 il libro Storia dell’Italia partigiana. “Però!”, verrebbe da esclamare! Mica male. Nella terza di copertina di una recente ristampa dell’Editore Feltrinelli si legge: «Scritta con felicità di racconto e l’acutezza nell’osservazione e nella descrizione del grande cronista, questa Storia rimane, a distanza di decenni, uno dei migliori libri che siano stati scritti su quel periodo, per l’equilibrio dello sguardo e per la chiarezza con cui questo momento fondamentale della storia repubblicana viene restituito al lettore nella sua drammaticità, ma anche nella sua importanza. “Bocca è stato soprattutto un partigiano. Sono stati quei ‘venti mesi’ di guerra partigiana che l’hanno rivelato a sé stesso: che ne hanno fatto quello che poi sarà e che noi abbiamo conosciuto”, scrive Marco Revelli nella sua Prefazione a questo volume. In decenni che ormai scivolano verso una generale dimenticanza dei valori della resistenza, dei suoi eroi e delle sue tragedie, sempre più spesso si è assistito al tentativo di fare del revisionismo sulla guerra partigiana, e non sempre a un sufficiente livello scientifico e culturale. La Storia dell’Italia partigiana di Bocca è senza dubbio un potente antidoto a questa deriva» (La terza di copertina del libro è a firma di Cristiano Guerri, in Giorgio Bocca, Storia dell’Italia partigiana. Settembre 1943 – maggio 1945, Feltrinelli Editore, Milano 2012).

Ma chi è stato Giorgio Bocca (Cuneo 1920 – Milano 2011)? Scrittore e giornalista amato dalla sinistra italiana del dopoguerra, è stato iscritto al Gruppo Universitario Fascista e al Partito Nazionale Fascista. Ha pubblicato sui giornali di regime numerosi articoli. Con l’8 settembre 1943 Giorgio Bocca cambia “fede” e passa alle formazioni “parteggianti”.

 

 

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