29 Ottobre 2025
Appunti di Storia

ESALOGIA. Parteggiants Wars – La guerra dei parteggianti. II^ parte. La tacca dei cloni

Gianluca Padovan


 

Appuntamento all’Aja.

Affrontando l’argomento “parteggianti” è necessario leggere che cosa reciti la Convenzione, con Regolamento, sottoscritta il 18 ottobre 1907 all’Aja da quarantuno nazioni, tra cui il Regno d’Italia nella figura di «Sua Maestà il Re d’Italia».

Tale Convenzione enfaticamente così comincia: «considerando che, pur ricercando i mezzi di assicurare la pace e di prevenire i conflitti armati fra le nazioni, importa parimente preoccuparsi del caso in cui la chiamata alle armi fosse determinata da avvenimenti che la loro sollecitudine non avesse potuto evitare; animati dal desiderio di servire, anche in questa estrema ipotesi, agli interessi dell’umanità e alle esigenze ognora crescenti della civiltà; [etc.]» («Convenzione concernente le leggi e gli usi della guerra per terra. Con regolamento, Aja il 18 ottobre 1907»).

Recita l’Articolo 1: «Le Potenze contraenti daranno alle loro forze armate di terra delle istruzioni che saranno conformi al Regolamento concernente le leggi e gli usi della guerra per terra, allegato alla presente Convenzione». Andiamo quindi al:

«Regolamento concernente le leggi e gli usi della guerra per terra. Sezione I: Dei belligeranti.

Capitolo I: Della qualità di belligerante.

Art. 1. Le leggi, i diritti e i doveri della guerra non si applicano soltanto all’esercito, ma anche alle milizie e ai corpi di volontari che riuniscano le seguenti condizioni:

1° di avere alla loro testa una persona responsabile dei propri subordinati;

2° di avere un segno distintivo fisso e riconoscibile a distanza;

3° di portare le armi apertamente e

4° di conformarsi nelle loro operazioni alle leggi e agli usi della guerra.

Nei paesi dove le milizie o dei corpi volontari costituiscono l’esercito o ne fanno parte, essi sono compresi sotto il nome di esercito.

Art. 2. La popolazione di un territorio non occupato che, all’avvicinarsi del nemico, prende spontaneamente le armi per combattere le truppe d’invasione senza aver avuto il tempo di organizzarsi in conformità dell’articolo 1, sarà considerata come belligerante se essa porta le armi apertamente e se rispetta le leggi e gli usi della guerra.

Art. 3. Le forze armate delle Parti belligeranti possono comporsi di combattenti e di non combattenti. In caso di cattura da parte del nemico, così gli uni come gli altri hanno diritto al trattamento dei prigionieri di guerra».4

 

Parteggianti?

Ora la prima domanda da porsi è la seguente: chi sono stati i “parteggianti”, alla luce della Convenzione dell’Aja del 1907? Ognuno può autonomamente rispondersi dopo avere serenamente meditato sull’Articolo N° 2. Ovvero, si consideri che «in conformità dell’articolo 1, sarà considerata come belligerante se essa porta le armi apertamente e se rispetta le leggi e gli usi della guerra».

Accidenti, devo proprio ammetterlo: i parteggianti non portavano apertamente armi e sicuramente non hanno rispettato le leggi di guerra.

Questo ce lo raccontano i tanti ammazzati alle spalle e spesso a guerra finita. Ricordiamone uno per tutti: Carlo Borsani (Legnano 29 agosto 1917 – Milano 29 aprile 1945), mutilato e grande invalido di guerra, ucciso con un colpo alla nuca da parteggianti comunisti. Sorge spontanea la domanda: parteggianti o delinquenti assassini?

 

La smemoratezza storica in archivio.

Sulle storie e le storielle d’eroismo parteggiante ecco un’osservazione di Roberto Festorazzi sulla “storia della resistenza”, ricostruita grazie soprattutto alla collaborazione di Mario Tonghini, già Comandante della Brigata dei G.A.P.-S.A.P. “Perretta” di Como. Detto così per inciso, i G.A.P. erano i Gruppi di Azione Patriottica, nati su iniziativa del P.C.I., il Partito Comunista Italiano, mentre le S.A.P. erano le Squadre di Azione Patriottica. Mario Tonghini era il presidente nazionale onorario della F.I.A.P., ovvero la Federazione Italiana Associazioni Partigiane, con sede centrale a Milano. Il primo presidente della F.I.A.P. è stato Ferruccio Parri, fondatore dell’I.N.S.M.L.I., Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia.

Cosa riporta Festorazzi? Che gli “archivi” italiani sono pagati dai contribuenti, ma vengono “gestiti a discrezione”: «è perfino scontato che i comunisti, e i loro eredi, abbiano gestito, e tuttora gestiscano, la memoria storica degli ormai lontani eventi della Resistenza con mentalità e criteri che abbiamo visto in auge soltanto nei sistemi del socialismo reale. Perché non esiste, nel panorama delle democrazie occidentali, un eguale a quello della rete degli Istituti storici della Resistenza: organi di propaganda politica, istituiti con leggi dello Stato e condotti fino ad oggi anche con fondi pubblici, ma occupati militarmente dall’Anpi, l’associazione rossa dei partigiani, garante del conformismo di partito. La cosiddetta ricerca storica condotta da tali Istituti risponde alle necessità di preservazione del patrimonio dogmatico di un caposaldo identitario sottratto a ogni verifica empirica, al controllo fattuale, allo stesso dibattito culturale. Ne deriva che le fonti della ricerca, oltre ad essere oggetto di una dinamica selettiva, vengono precluse allo sguardo indagatore degli storici individuati come pericolosi o non allineati. Quello dell’esclusione dei ricercatori indipendenti è uno degli scandali maggiori degli Istituti storici della Resistenza, al quale se ne aggiunge un secondo. La totale discrezionalità nella gestione dei propri archivi, i quali dovrebbero costituire un bene pubblico, ma sono sottoposti a una sorta di giurisdizione speciale che li sottrae di fatto al dovere della trasparenza. Parte del patrimonio archivistico della rete degli Istituti della memoria resistenziale non è censito, o, se lo è, non vi è il modo di accedere a inventari completi che segnalino l’esistenza di questo o quel fondo. In tal modo, anche qualora lo storico non amico giunga ad essere ammesso alla consultazione delle carte, spesso viene “guidato” da mani esperte che con ogni probabilità gli portano materiali accuratamente preselezionati e “scremati”» (Roberto Festorazzi, Gli archivi del silenzio. L’apparato che nasconde i crimini della Resistenza rossa, Il Silicio, // 2016, pp. 8-9).

Non si può negare che questo sia proprio un bel quadretto!

 

Ufficialmente di parte.

Sulla “storia ufficiale” della Seconda Guerra Mondiale ha scritto Piero Sella: «Ma come ha potuto diffondersi e perpetuarsi la dolciastra menzogna dei vincitori? La leggenda di una guerra da loro combattuta per nobili motivi e felicemente coronata da una pace giusta? A sorreggere la costruzione hanno provveduto gli intellettuali organici alla cultura dominante, messi in riga col solito meccanismo del premio e del castigo: la carota del successo, il bastone dell’isolamento. Questi intellettuali, piazzisti dell’invadenza globalizzatrice, della primazia dell’economia sulla politica, artefici della bancarotta etica mondiale, hanno garantito alle oligarchie dominanti anche il ricambio generazionale richiesto dal trascorrere dei decenni. Scuola e università hanno consegnato i replicanti necessari» (Piero Sella, La madre di tutte le menzogne. Il conflitto 1939-1945 al vaglio del revisionismo, in l’Uomo libero, Anno XXX, N. 67, Maggio, Milano 2009, p. 10).

 

 

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