13 Aprile 2026
Filosofia

Don Chisciotte o la pedagogia della visione – Livio Cadè

Le idee migliori non vengono dalla ragione, ma da una lucida, visionaria follia”.
(Erasmo da Rotterdam)

 

C’è nel Don Chisciotte, come nell’Ulisse omerico o nella Commedia di Dante, una sorta di doppiofondo invisibile nel quale si nasconde una verità iniziatica. Ma Cervantes non canta i tempi degli eroi né costruisce edifici teologici. Tiene tale verità sospesa tra l’ironico e il sacro, tra cielo e terra. Ammicca, accenna, butta sassi nell’abisso per saggiarne la profondità.

Usando come un illusionista di quel doppiofondo segreto ci introduce al mistero del vedere. Don Chisciotte insinua in noi un rovesciamento di quella prospettiva che pone su due diversi piani apparenza e verità. Solo che la verità ci vien mostrata sub specie di malattia mentale, di folle ideale. Burlarsi dell’alienazione di Don Chisciotte è solo un ingenuo meccanismo per difendere la nostra normalità. Perché se pensassimo che il Cavaliere agisce in modo sensato dovremmo concludere che siamo noi ad aver perso il senno.

Dunque sorridiamo, convinti che il nostro cervello sia sano e quello di Don Chisciotte squilibrato. Ma il testo, come ogni opera ispirata, elude le nostre certezze e ci fa dubitare di una tale diagnosi. Ci suggerisce che noi stiamo guardando le cose a testa in giù, e tutto ci appare capovolto, mentre Don Chisciotte, in sella al suo cavallo, vede il mondo dall’alto e lo raddrizza. Questa è la verità che non vorremmo vedere, che vorremmo restasse chiusa in quel misterioso doppiofondo.

Don Chisciotte è un visionario, diciamo, come se ciò significasse vedere cose che non esistono o viceversa. Sorridiamo del fatto che egli veda dei minacciosi giganti dove noi vediamo solo degli innocui e redditizi mulini a vento. Come decidere chi ha ragione? La domanda è mal posta. Perché se ci affidiamo alla ragione il giudizio si fa tautologico. La ragione non può che aver ragione, è ovvio.

Dobbiamo sospendere il giudizio, consentire alla ragione di dubitare di sé stessa. Non possiamo escludere d’esser noi, nella nostra apparente obiettività, a restar vittime di un’illusione opposta, a scambiare giganti per mulini a vento. Certo, Don Chisciotte è il solo a negare il senso comune. Ma non basta un principio democratico per decidere di una questione tanto delicata. Novantanove pazzi potrebbero trovarsi d’accordo nel ritenere pazzo l’unico sano di mente presente tra loro.

La vulgata corrente ci dirà – con un totale fraintendimento – che Don Chisciotte è allucinato, che i suoi occhi sono abbacinati da una patologica immaginazione. Non cogliamo la sua lucida chiaroveggenza, e non riusciamo a vedere nella nostra razionale certezza l’effetto di un opportunistico consenso sociale, di uno spirito intorpidito, di una fantasia atrofizzata.

In realtà, io credo che Don Chisciotte sappia bene quanto noi di avere di fronte dei mulini a vento. Ma la sua visione penetra in profondità, scava nell’apparenza. Così, mentre l’occhio della carne gli mostra dei comuni mulini, pale, macine, grano, l’occhio dello spirito lo illumina sul senso simbolico di quella visione. Perché, diversamente da noi, egli sa che tutto è simbolo.

E sa anche che la vita altro non è che una perenne lotta tra il bene e il male. Ma Don Chisciotte non è solo il custode di valori cavallereschi e cristiani. Il suo spirito arcaico ama la natura virginale, la sacra semplicità della terra. E nel suo assalto ai mulini-giganti si manifesta la fondamentale inimicizia tra l’uomo e la Macchina, tra la libertà della natura e l’ingranaggio della tecnica.

Davanti a lui si ergono, sinistri e colossali, i simboli di un Sistema che priva l’uomo della sua innocenza e lo inchioda al ruotare laborioso e implacabile di grandi pale mosse dal vento, lo condanna al determinismo delle Leggi, a processi lavorativi alienanti. Il mulino non macina il grano, non produce semplicemente farina per fare il pane, ma frantuma le coscienze, stritola tra i suoi denti meccanici le vite e i destini della gente.

Così, finché Don Chisciotte non aprirà il nostro occhio interiore, noi continueremo a vedere semplici mulini a vento, ossia semplici apparati produttivi ed economici, semplici reti bancarie, semplici sistemi democratici, semplici organi mediatici. I politici ci sembreranno dei politici, i filantropi, i giornalisti, gli scienziati, i medici, ci appariranno esattamente quel che dicono di essere, e continueremo a credere che i fatti e le cose sono così come sembrano.

Se i ciclopi antropofagi della plutocrazia e della tecnocrazia, se i colossi mediatici che macinano l’informazione e la svuotano d’ogni verità, ci sembrano utili mulini a vento, se un’indegna schiavitù e i più sordidi compromessi ci appaiono il giusto prezzo da pagare per vivere, è solo perché il nostro sguardo è offuscato da spesse cataratte.

Siamo incantati da un potente sortilegio, in forza del quale il nostro realismo e il nostro bon ton intellettuale – in realtà magiche suggestioni – ci vietano di pensare che esistano cospirazioni maligne e Alleanze sacrileghe ai danni dell’uomo, pena l’anatema come apostati della ragione. Perciò i mulini devono essere mulini e Don Chisciotte un pazzo.

E quasi ci rassicura che Don Chisciotte venga sconfitto, vederlo concio e umiliato, crocifisso come un povero Cristo su quelle pale che ruotano e che ha avuto la folle audacia di attaccare; sapere che non potrà scardinare le immani ruote del potere, abbatterne le bianche mura e mostrarne l’orrido contenuto, contemplare i mostri atterrati e fatti a pezzi, trasudanti dalle ferite mortali il putrido sangue infernale. Perché Don Chisciotte è una terribile minaccia allo status quo.

La sua disfatta – il suo martirio – ci fa sorridere, ci garantisce d’esser normali e di veder le cose come realmente sono. Non scuote la nostra fiacca immaginazione, comodamente adagiata nelle pieghe di un sedicente senso comune. Non vediamo così d’esser vittime di maligni illusionismi, minacciati da enormi orchi sanguinari, da entità perverse e crudeli, sorvegliati dai famigli di Satana.

La follia di Don Chisciotte è credere che altri vedano i numerosi segni di quel combattimento tra bene e male che per lui è l’evidente fondamento del mondo. Egli comprende la realtà meglio di storici, sociologi, geopolitici o di qualsiasi altro esperto. Ma noi crediamo solo alle analisi dei fatti, e non vediamo che la verità va colta per simboli e metafore, e che solo la fede la difende. Don Chisciotte è folle perché crede sveglie persone immerse nei loro sogni. E nei loro sogni è lui il sognatore.

Mi chiedo quindi quale sarebbe la sua reazione se, cavalcando per le strade delle nostre città, vedesse questo lugubre corteo di persone camminare con gli occhi rivolti in basso, fissi su magiche tavolette, chiuse in uno strano mutismo o parlando a esseri invisibili, indifferenti a ciò che sta loro intorno. Non le crederebbe vittime di una fattura, di una diavoleria che li trasforma in sonnambuli privi della ragione? Forse, menando fendenti ridurrebbe in pezzi quegli strumenti luciferini.

O forse, più radicalmente, mozzerebbe quelle teste pendule e infette, ormai succube del Male. Atto che solo il nostro anemico razionalismo potrebbe giudicare barbaro. Don Chisciotte sentirebbe invece in ciò il compimento di un sacro dovere. Che giova guadagnare il mondo se si perde l’anima? E quelle persone sono connesse a tutto fuorché alla propria anima. Occorre dunque liberarle dal maleficio che le tiene prigioniere, strette senza speranza nelle spire di incantamenti simili ai serpenti marini che ghermirono Laocoonte e i suoi figli.

«Questa è macchina contro le nostre mura innalzata, e spierà le case, e sulla città graverà». E forse anche noi siamo stati ammoniti di temere quel dono, che reca in sé il disfacimento di una civiltà. Tuttavia, con stolta imprevidenza, l’abbiamo accettato, accolto nelle nostre case, regalato ai nostri figli, fatto il nostro consigliere e confidente. E ora, i demoni contenuti nel ventre di quell’artefatto ne sono usciti e dilagano nelle nostre coscienze distruggendone fin le ultime vestigia.

Don Chisciotte sa ciò che noi non vogliamo sapere, cioè che la nostra visione della realtà è soggetta agli incantamenti di stregoni dediti al Male. Per esprimerci in termini più attuali potremmo dirla filtrata da apparati mediatici prostituiti alle menzogne e alla aberrazioni più abominevoli. Perciò non vediamo quanto vengano corrotti i nostri naturali sentimenti, come la nostra coscienza sia presa in una rete di inganni ed esposta a ogni sorta di diabolica tentazione.

Si obietterà che quei volti chini sul Nulla non esprimono la sofferenza e l’angoscia di un Laocoonte, né il suo disperato sforzo di sottrarsi al mortale viluppo. Sembrano al contrario immersi in un torpore ipnotico, in un oblio indolore. Dunque perché interrompere brutalmente i loro sogni? È che Don Chisciotte nutre una radicale, istintiva ostilità verso ogni stregoneria.

V’è in lui la vocazione a rettificare un’immagine del mondo che è uscita dal suo baricentro, a ripristinare l’ordine sano della creazione. Ma noi, ormai assuefatti a vedere ogni cosa al contrario, pensiamo che Don Chisciotte agisca per folle esaltazione. In realtà egli usa la logica e trae le giuste deduzioni. Solo, parte da premesse che noi abbiamo col tempo dimenticate o snaturate.

La sua volontà, sottomettendosi ai presupposti idealistici della fede, si libera dalle pastoie di una logica sensuale e in ciò illusoriamente realistica. Non v’è dubbio che i suoi pensieri sono acuti, integri, disciplinati. Non perde mai la fondamentale sanità e solidità dell’antico senso comune, ma in lui il realismo viene liberato della sua terrena gravità, separato delle ombre della materia.

Così egli può vedere in una rozza contadina una nobile dama. Questo non significa che l’amore lo renda cieco. Semmai gli permette di vedere ciò che altri non vedono. Don Chisciotte sa che la sopravvalutazione dell’oggetto amato è cosa necessaria alla vita. Perciò il suo cuore non è, come tanti cuori comuni, alla mercé di un’infatuazione passeggera, ma al servizio di un’idea dell’amore e, ancor più, di una indefettibile volontà d’amare.

Molto più di noi, egli è uomo concreto, uomo d’azione. È la vivente antitesi dell’uomo moderno, il quale, ossessionato dalla sicurezza, cerca di prevedere gli effetti di quello che fa, senza sapere realmente perché lo fa. Don Chisciotte, tutt’al contrario, non si attarda a calcolare le conseguenze delle sue azioni – il che farebbe di lui uno spirito debole – ma ha sempre presente la ragione su cui si fonda e che disciplina la sua condotta.

Così, quando si imbatte nei galeotti in catene, non ha esitazioni nell’anteporre la Libertà alla Legge, spregiando le ragioni di una società oppressiva. Non si cura di norme sociali né del pericolo che lui stesso corre liberando dei pendagli da forca, avanzi di galera che ragionevolmente meriterebbero la loro pena. Benché ineducabili gaglioffi, il suo spirito li vede vittime di una prevaricazione delle Istituzioni sull’uomo, sul suo inalienabile diritto di viver liberamente.

In lui il sapere e l’agire sono due effetti immediati e combacianti della fedeltà a quella immagine di sé che gli impone d’essere un cavaliere errante e di combattere le ingiustizie. L’esser soggetto agli incantesimi di potenti e invisibili negromanti che vogliono ostacolarlo e confonderlo non gli fa perdere il senso della realtà – come accadrebbe a menti più deboli – ma lo rende più consapevole, stimola la sua vigilanza e gli indica il senso profondo della condizione umana.

Egli sa di dover conciliare in sé due mondi contigui e discordanti, trarre le sue decisioni mediante il difficile equilibrio tra realtà contraddittorie. Emblematico è in tal senso è l’episodio in cui il Cavaliere discute col barbiere la complessa questione dell’elmo di Mambrino. È qui che egli pone i fondamenti di una pedagogia della visione.

Per il barbiere, archetipo dell’ottusità ragionevole, non è affatto un elmo ma molto più banalmente il bacile che gli è stato rubato. «Se questo bacile è un elmo» dice indicando un basto d’asino «anche questo basto d’asino dev’esser bardatura di cavallo». Don Chisciotte risponde a tanta presunzione scientifica con illuminante umiltà filosofica. A lui pare si tratti di una bardatura, ma non si impunta su tale opinione. Sa che il suo mondo è soggetto a incantamenti. Dunque non se la sente di «affermare positivamente alcunché».

La sua risposta indica una ponderata saggezza, tanto più se la raffrontiamo all’arroganza con cui l’uomo moderno si illude di poter “affermare positivamente” qualunque cosa. Don Chisciotte vede con il suo occhio chiaroveggente il trabocchetto che l’oggettività tende allo spirito, specie quando si è votato al bene, voltando le spalle alla logica del mondo.

«Mettermi ora a dare il mio parere in cosa di tanta incertezza, sarebbe rischiare di cadere in giudizio temerario». Lascia perciò che siano altri a disputare di basti e bardature. Forse loro, non coinvolti come lui in storie di cavalleria e di maghi, sapranno giudicare delle cose «come esse sono realmente e veramente, e non come a me son parse». C’è qui un sublime distacco, un aristocratico disinteresse per le baruffe scientifiche sulla natura delle cose.

Don Chisciotte sa meglio di ogni altro che l’uomo può nei suoi giudizi essere sviato dalle passioni, tradito dai sensi, ingannato dai pregiudizi, venire incantato e illuso da forze che lo opprimono e lo incatenano. Ma sa anche come trovare rifugio in sé stesso, nella nobiltà della sua fondamentale intuizione, ovvero nella fede in quella santità possibile che la vita gli offre.

Sospende perciò il giudizio su ciò che è oggetto di congettura, rifiuta la comune inclinazione ai discorsi vani e inconcludenti. D’altro canto, è certo di ciò che è bene e giusto fare. Sa di dover sacrificare le pretese della sua natura carnale e razionale al compito che gli indica lo spirito. Non pone il senso della vita nell’utilità delle cose ma nel porsi al servizio della Virtù.

Non può quindi dubitare che quel bacile sia l’elmo di Mambrino, perché ciò significherebbe rinnegare sé stesso, farsi sordo alla chiamata dell’Oltre. E quando i suoi sensi e la sua intelligenza gli dicono che Dulcinea è solo una zotica, volgare contadina, egli ne conclude d’esser vittima di un nuovo subdolo incantamento, e di dover quindi astrarre dalla realtà corporea, dalla Maya che lo inganna, per cogliere la verità nascosta dietro il magico velo.

Il positivista, vincolato a dati oggettivi, dirà che il Cavaliere si illude, perché quello non è un elmo ma un bacile di barbiere, e quella ragazza non è una principessa ma solo una rozza campagnola, senza una goccia di nobiltà nel sangue. Ma è questa la vera follia, non vedere che Questo in sé è nulla, un puro non-essere, finché non viene interpretato e reso simbolo di Quello. Com’è futile e vuota la nostra obiettività!

Nessun oggetto esiste indipendentemente dalla coscienza che lo pensa. Il nostro mondo non è un ‘dato’ ma un’opera d’arte in fieri, alla quale incessantemente cooperiamo. Conoscere il mondo non è classificare le cose che contiene ma creare un universo in noi e abitarvi. Non possiamo quindi deprecare che sia un “brutto mondo” senza deprecare noi stessi, perché noi facciamo la realtà non meno di quanto ne siamo fatti.

Possiamo credere che il mondo sia abitato da forze spirituali, che sia uscito dalla mente di un Dio, che sia teatro di un’eterna battaglia tra la luce e le tenebre. O rifiutare simili idee come frutto di “assurde superstizioni” e preferire la fede cieca nella Materia, in dogmi scientifici che spesso non comprendiamo e dei quali, se indagassimo più a fondo, potremmo certo dubitare.

Si creano in tal modo due mondi radicalmente diversi, come uno stesso volto umano ritratto da un pittore barocco o romantico, impressionista o cubista. Non basta allora chiedersi quale di questi visi sia più bello – perché certo nell’uomo v’è anche corruzione e deformità – ma quale ci ispiri sentimenti più intensi, quale più ci evochi la profondità dell’essere e più ci inclini alla verità dell’uomo.

Ma noi, ammaliati dagli abracadabra della tecnologia, della scienza, della politica, del Mercato, siamo diventati ciechi ai segni dell’anima – e questo lo diciamo esser intellettualmente evoluti. Più siamo confusi dai dati, dalle statistiche, dalle ipotesi senza fondamento, più crediamo di vedere rettamente le cose. La nostra libertà si fa conformista e ubbidiente, la nostra logica si siede sulle apparenze, la nostra etica si riduce alla soddisfazione di qualche desiderio.

Come può l’uomo moderno, assuefatto ai ricatti e ai sotterfugi della società, schiavo di umori fatui e di sensi piccini, vedere quello che Don Chisciotte vede? Non può. Anche quando intravediamo, lontani, i vasti e liberi territori del cuore, quando ci affascinano le nobili gesta, anche allora una oscura malia ci impedisce di uscire dal castello incantato delle parole, dove tutto appare e niente è.

Siamo legati a fili invisibili, come burattini. Noi stessi lo diciamo: questo è solo il burattino di quello, ma quello è solo il burattino di quell’altro e così via. Ci perdiamo come teologi medievali in sottili e astruse questioni di burattinologia, e ancora una volta è necessario, come nel caso dei mulini a vento, che Don Chisciotte intervenga per ristabilire la naturale prospettiva.

Il nostro abbaglio è di vedere dei burattini dove vi sono degli esseri umani. Questo toglierebbe loro ogni responsabilità. Don Chisciotte, con più senno, vede in quei burattini degli esseri umani e li combatte, li scompiglia, sconquassa il loro teatrino, perché sono colpevoli, perché permettono a dei burattinai di agire e di parlare attraverso di loro, perché non spezzano i fili che li muovono.

Per esser liberi occorre un cuore senza paura come quello di Don Chisciotte. Ma a noi pare contrario al buon senso compiere atti di coraggio, o di rinuncia e dura penitenza. Non ci lanciamo in alcuna impresa temeraria contro esseri disumani, non sfidiamo chi priva il prossimo della libertà, non puniamo chi attenta alla virtù, non ci sentiamo chiamati a portare la giustizia nel mondo.

La nostra è una follia tiepida e accomodante. Non attinge all’ascetismo della cavalleria errante e della fede in Dio, non ruota più sul perno della Trascendenza. L’uomo di oggi cerca una vita ragionevole, fondata su un sicuro 2+2=4, una vita dove anche le ragioni del cuore diventino geometriche, soggette all’immanenza di un calcolo. E tale razionale follia è il contrario dell’audacia. È una forma di senile, circospetta e opportunistica prudenza.

Perciò è facile prevedere che accetteremo una sempre più completa sottomissione, se ci verrà detto che sottomettersi è logico e ragionevole. Infine, macchine molto più logiche e ragionevoli di noi, prive di coscienza e sentimenti, incapaci di provar dolore ed empatia, si incaricheranno di risolvere i nostri problemi, di decidere per noi, e forse ci convinceranno d’esser strumenti di quella libertà di cui rappresentano invece l’estrema negazione.

Inutile sperare che Don Chisciotte salvi un mondo nel quale «la virtù è più perseguitata dai tristi che amata dai buoni». A lui basta incarnare la Legge dello spirito, quel dovere morale che ha due semplici comandamenti: fa’ il bene, combatti il male. E tuttavia, quando vedo il mondo sul precipizio di un’incombente rovina, penso che se una ragione malata ci ha portati alla follia, occorre forse che una sana follia ci riporti alla ragione.

4 Comments

  • lorenzo merlo ekarrrt 22 Marzo 2026

    L’incantesimo positivista, razionalista e scientista è tenace, al punto da far fraintendere queste parole, questa lungimiranza, questa libertà, fino rendere utopiche e donchisciottesche le persone che sanno tracciarlo con tale circolarità.
    Forse esso è un’esorcismo alla pusillanime solitudine?
    Oppure il coraggio che esso annienta potrà nutrire per sempre gli uomini che lo hanno rotto?
    Grazie Livio.

    • Livio Cadè 22 Marzo 2026

      Grazie a te Lorenzo.

  • jose ignacio vivas 22 Marzo 2026

    “La libertad, Sancho, es uno de los más preciosos dones que a los hombres dieron los cielos; con ella no pueden igualarse los tesoros que encierra la tierra ni el mar encubre; por la libertad así como por la honra se puede y debe aventurar la vida, y, por el contrario, el cautiverio es el mayor mal que puede venir a los hombres.”
    Hoy un día, esclavos del teléfono celular y sus tonterías…
    Muy buena reflexión Don Livio Un cordial saludo

    • Livio Cadè 22 Marzo 2026

      Sì, Don Chisciotte è un evangelista della libertà…
      Muchas gracias

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