11 Febbraio 2026
Attualità

Dio benedica l’America? Anche no – Roberto Pecchioli

Il direttore di un quotidiano di centrodestra, a proposito del rapimento del presidente venezuelano Maduro, ha firmato un editoriale dal titolo Dio benedica l’America. Anche no, perbacco. Un altro giornale di uguale orientamento ha definito deliri le obiezioni di un generale italiano, mentre il direttore – già capo ufficio stampa del premier in carica – ha spiegato che i colpi di Stato sono buoni e giusti se colpiscono “dittatori”. Quando si definiscono deliri le opinioni sgradite la strada della dittatura è spianata e mai come nell’occasione dell’attacco dei gringos a Caracas è enorme la distanza ideale tra gli intellettuali in qualche modo ascrivibili alla cosiddetta destra e i suoi terminali politici e giornalistici. Prendiamo atto definitivamente che a destra e a sinistra i riflessi condizionati sono specularmente identici. Quelli vedono fascisti dappertutto, questi hanno per bussola il balletto della premier ad Atreju: chi non salta comunista è.

Io non salto e non prendo lezioni di anticomunismo, pagato sulla carne nei decenni difficili di fine Novecento. Basta evocare il fascismo e scatta il riflesso-Bella Ciao dei progressisti; diamo a qualcuno del comunista (Putin, i venezuelani, i palestinesi, persino gli iraniani) e il disciplinato destro terminale non solo ci crede, ma applaude qualunque mascalzonata con l’alibi della lotta al vecchio nemico. Sino al tifo indecoroso per l’America (quella del nord, gli Usa) e a invocare benedizioni celesti sull’amicone a stelle e strisce. In nome, oltreché della stinta bandiera anticomunista, della categoria falsa, spuria, incapacitante di occidente. La terra del tramonto è giardino delle delizie, campo della libertà, oasi della democrazia, sole che scalda solo noi, pochi felici.

No, non benedico l’America. E non solo perché, da italiano memore, ho in mente i bombardamenti subiti in guerra, la sconfitta militare fatta scontare da ottant’anni nonostante la cobelligeranza post 8 settembre 1943 (la resa di Cassibile) le cento e più basi militari Usa sul nostro territorio, pagate da noi, i trattati che ci rendono colonia, le limitazioni di sovranità derivanti dalla condizione di sudditi, camerieri, periferia turistica dell’Impero. Non benedico l’America – quella del potere, altra cosa sono i popoli degli Stati Uniti – perché la mia nazione, la mia cultura, il mio modo di vivere sono stati uccisi dalla proterva american way of life, dal colonialismo materialista, dal falso mondo-spettacolo senza altro scopo che il denaro e il successo, fondato sull’avere e non sull’essere.

Non benedico l’America perché ci ha espropriato di usi, costumi, tradizioni, persino delle nostre lingue. Con il nostro consenso, dobbiamo ammetterlo. Bisogna vivere, organizzare la società, l’economia, finanche parlare come vogliono loro. Se non lo fai, non sei al passo con i tempi. Ti spetta la giusta punizione: gli sceriffi – indistinguibili dai gangsters –   ti esproprieranno di tutto ciò che è tuo. Non solo in termini morali, civili e culturali, ma innanzitutto materiali. Hanno fatto così con le popolazioni native americane e con chiunque si sia trovato sulla loro strada. Esportano la democrazia, cioè il liberalismo economico egoista, monopolista, oggi globalista, unica modalità ammessa nell’universo mondo. Ci impongono – a pagamento, s’ intende – il loro cinema, la loro musica, le loro tecnologie, le loro idee, la loro visione del mondo. E se non la volessimo? E se, sperimentata, non ci piacesse? In questo caso arriva la cavalleria (da noi è già sul posto) e risolve il problema con la forza. Per il nostro bene, per educarci e guidarci verso il progresso. Fanno tutto secondo le regole – da essi stessi stabilite – quindi avremo diritto a un “giusto” processo in cui verremo condannati. Danni collaterali.

Non posso benedire l’America, infine, perché tutto ciò che sta distruggendo la civiltà di cui sono erede viene dagli Stati Uniti. Il globalismo è americano, la privatizzazione di tutto anche. Americana è la fine dei diritti sociali, il “dirittismo” individualista, la centrale di Big Pharma, l’incultura della cancellazione (woke). Sono prodotti americani le follie LGBT, la distruzione della famiglia, la programmazione della denatalità, il culto del denaro, la il consumismo, la diffusione delle droghe. Provengono dagli Usa i cosiddetti “gender studies”, l’omosessualismo, il disprezzo per la storia, la distruzione di ogni modo di vita incompatibile con l’american way of life.

Benché nate in Europa, si sono spostate in America e sono diventate cultura dominante nel resto della periferia chiamata occidente, ideologie distruttive come il liberismo, i post marxismi ibridati con il progressismo liberal, la psicanalisi, la competizione sfrenata che rende nemici. Americano è il culto della performance, l’idolatria verso chi è famoso, la sessualizzazione estrema, la liberalizzazione della pornografia, l’economia come unico destino e la finanza come potere sull’uomo. Di matrice Usa sono il primato della tecnica e il transumanesimo. Hanno sganciato due bombe atomiche su una nazione sconfitta e invaso nazioni per volontà di potenza e appropriazione di risorse. Su tutto questo dovrei invocare la benedizione di un Dio malvagio. Conta poco la dissidenza individuale, ma non ci sto. E chiedo scusa a me stesso per aver condiviso tratti di strada con servi, ammiratori e tifosi dell’America, la squadra avversaria.

3 Comments

  • UnUomo.InCammino 8 Gennaio 2026

    I vasi di coccio europei si sono trovati e ancora si trovano in mezzo, tra i due imperi, gli SUA e la Russia.
    Gli invasori statunitensi hanno avuto un approccio morbido rispetto a quelli russi. Forse solo una magra consolazione.
    Giusto osservazione quella sulla prima forma di colonizzazione, quella linguistica.
    Spesso sul (giornale radio nazionale,) 1o canale RAI, dopo la solita, orribile sfilza di termini inglesani, passano servizi di pubblicità, ohps, scusate, informativi su questo o quel cantante, gruppo, statunitense, colle loro orribili musichette di plastica. Come se ci fosse necessità di portare quattrini a quelli e non ai nostri artisti.
    Ecco come inculcare il servilismo a partire dalle teste, dalle piccole menti scadenti, per dirla alla Gurdjief. Servi giulivi.

  • Claudio Antonelli 11 Gennaio 2026

    Mondialismo all’americana
    Fino a che gli USA combattevano in prima linea contro l’imperialismo sovietico e il comunismo liberticida e affamatore, io vedevo in loro i ben armati, temibili guerrieri a noi alleati in questa guerra. Ma a comunismo morto è difficile simpatizzare con chi continua, in virtu’ della sua schiacciante superiorità militare messa al servizio di un nazionalismo della piu’ bell’acqua, a voler mantenere ed estendere la propria egemonia attraverso il pianeta. Mirando inoltre, sempre in nome del proprio patriottismo, a sopprimere i normali patriottismi altrui che cercano di dar continuità al passato della propria nazione; il quale quasi sempre poggia su stili di vita e valori lontani dall’”american way of life”.
    Anche l’Europa, ormai pesantemente americanizzata, dimostra di credere nel globalizzazione, nella fusione di popoli, nell’abbattimento di barriere doganali e di confini nazionali, in nome di una civiltà planetaria a corsia unica. Anzi ad alveo unico, nel quale scorrono impetuosamente e “democraticamente” americanismo, consumismo, edonismo, individualismo, diritti umani, multiculturalismo, uguaglianza assoluta dei sessi e delle “preferenze” sessuali.
    L’ultima guerra mondiale, dove il bene trionfo’ definitivamente sul male, ha sancito per sempre, senza tanti distinguo, i ruoli sullo scacchiere mondiale. E gli USA sono i liberatori, apportatori del bene anche quando bombardano. Come non hanno mai cessato di fare, anche dopo il crollo definitivo del comunismo, quando ci si aspettava l’inizio di una nuova era nei rapporti tra blocchi e nazioni.
    L’Italia è in prima linea in questo sgambettare e sculettare al suono della tarantella americana, che ha soppiantato la tarantella nativa. Cosa volete, il nostro paese è abitato da un popolo che eccelle nell’imitazione servile dei piu’ forti, piu’ famosi, piu’ ricchi, piu’ belli, soprattutto se stranieri.
    Il matrimonio omosessuale puo’ essere visto in molti ambienti in Europa e in USA come una ammirevole conquista, ma in altri paesi e continenti puo’ appare un’oscenità. E ugualmente, la pornografia, cosi’ diffusa attraverso il pianeta in nome della libertà d’espressione, non puo’ essere gradita da paesi con culture che non condividono il culto della libertà d’espressione ad ogni costo, esistente invece in Occidente
    Vi è anche chi critica la nozione di un multiculturalismo di Stato che appare espressione di bontà, di tolleranza e di rispetto del diverso, e che in realtà contiene frutti tossici perché l’incoraggiare i nuovi venuti a permanere nei loro rigidi schemi di comportamento, di valori, di “passati” nazionali, spesso del tutto opposti a quelli del paese da cui i “migranti” sono stati attratti e che ufficialmente hanno voluto far proprio, rischia di avere risultati molto dannosi per la coesione della società di accoglimento. Infatti, questa cosiddetta tolleranza è l’antitesi dell’integrazione e dell’assimilazione – nozione quest’ultima che vedo come esito finale, a lunga scadenza, se non per l’immigrato stesso per i suoi discendenti – e nei fatti propone la frammentazione del Paese in tante comunità tribali, contrarie all’idea di una Nazione unitaria basata su valori condivisi e su un progetto comune.

  • Claudio Antonelli 11 Gennaio 2026

    Il comportamento di Trump nei confronti del Canada e’ profondamento rivelatore della confusione psichica che affligge il presidente americano. Io, da italiano che risiede in Canada, nel valutare la logica dell’evoluzione delle strategie di Trump, non posso non ritornare, ogni volta, all’incredibile sputo in faccia ricevuto dai canadesi ad opera di Trump, rivelatosi un individuo che ignora totalmente il sentimento di dignita’ nazionale dei suoi alleati.
    Ecco una rflessione da me fatta all’indomani di quello sputo in faccia:

    Le parole di Trump sul Canada
    —————
    Donald Trump ha esordito nel peggiore dei modi nei confronti del Canada, suo fedelissimo alleato. Il neoeletto presidente ha minacciato tariffe del 25% sulle importazioni dal Canada; che ha trattato inoltre da assistito economico degli USA e da parassita e scroccone sul piano militare perché godrebbe, a sbafo, della protezione statunitense. Ha quindi proposto che il Canada abbandoni la propria sovranità e diventi il 51o stato USA.
    Certe stravaganze del presidente USA si associano ad un’imprevedibilità che sfiora l’irrazionalità.
    Trump non sembra avere gran rispetto di uno Stato-nazione come il Canada, suo confinante ed amico, che ha una propria identità storica ben distinta: l’indipendenza canadese, al contrario dell’americana, non ha richiesto una rivoluzione né ha conosciuto una guerra civile.
    Credo che Trump con questa sue estemporanee uscite sul nostro Canada abbia perso una notevole dose di credibilità anche presso coloro che non disdegnavano la sua irruenza contro il politicamente corretto, la sua difesa dei valori tradizionali e la sua implicita difesa dell’uomo bianco occidentale, assurto nell’epoca odierna a personificazione del male. Il suo tono e le sue parole nei confronti del Canada rassomigliano, purtroppo, allo stile di uno spregiudicato palazzinaro che, intenzionato a concludere un colossale affare immobiliare, ricorresse a velate minacce condite però di qualche lusinga.
    Il messaggio di Trump dovrebbe suonare la diana del risveglio e suscitare un sentimento di coesione e di unità tra i canadesi. Sarebbe anche l’occasione per sottoporre a vaglio critico i risultati di una certa ingegneria politico sociale, voluta da Pierre Trudeau e perfezionata dal figlio Justin, che abbonda di universalismo e di mondializzazione attraverso il culto dei diritti umani e un individualismo di stampo britannico che difetta di spirito unitario. Diciamolo: il gran pericolo per il Canada è di apparire sempre più come un contenitore di nazionalismi importati, i cui aderenti sono pronti a confrontarsi e a scontrarsi nel nome delle loro lontane patrie di origine.
    I temi che andrebbero approfonditi per una migliore comprensione di ciò che è l’identità canadese e di quanto sta accadendo tra il Canada e gli USA sono vasti: i rapporti tradizionali USA-Canada, i fattori dell’identità canadese tra cui il dualismo francese-inglese, il patto federativo, il multiculturalismo di Stato, il bilinguismo, i rapporti tra le province, un certo comunitarismo di stampo tribale, la tragedia degli aborigeni, l’immigrazionismo, la mondializzazione consumistica e culturale, il crollo dei miti tradizionali di fondazione del Paese, un passato storico che il “wokismo” odierno considera un insieme di nefandezze, l’idea dello Stato transnazionale cara a Justin Trudeau, il colonialismo culturale americano, ecc.
    Un Canada 51o stato USA segnerebbe inoltre la fine della realtà politica, sociale, culturale che il Canada ha ereditato dalla Nouvelle France. In effetti, il mare anglofono da cui i francofoni del Canada sono circondati, come essi spesso ripetono, rischierebbe di divenire per loro un oceano dove è facile l’annegare. Come è avvenuto per il carattere francese della Luisiana. Che si rifletta quindi sull’importanza che il Québec e i franco-canadesi hanno nella definizione dell’identità del Canada intero. Il carattere francese del Québec, provincia canadese, è al cuore stesso della diversità del nostro Paese rispetto agli USA.
    ========

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *