8 Ottobre 2025
Cultura

Di nuovo sulla spianata del Ferdinandeo – Fabio Calabrese

Anche quest’anno 2025, come è ormai consuetudine da un quarto di secolo a questa parte, a fine giugno, più o meno in coincidenza con il solstizio estivo, si è tenuto a Trieste il festival celtico Triskell. Come da molti anni a questa parte, ha avuto sede sulla spianata in cima al colle Ferdinandeo, e ancora una volta vi ho partecipato in veste di conferenziere.

Vi devo premettere però che l’articolo che segue non sarà una cronaca del festival, che del resto ho seguito molto poco, mi limiterò a parlare delle mie conferenze.

Voglio essere sincero. A parte la musica, più o meno celtica che sia, che non è mai stata al centro dei miei interessi, è più che altro una specie di sagra paesana con gente che si aggira in kilt o con le orecchie da elfo, o magari entrambe, con il contorno di bancarelle che vendono chincaglieria, amuleti, rune, altri presunti strumenti divinatori, spade e corazze di plastica e via dicendo.

Per un certo periodo della mia vita, ho provato un forte interesse per il mondo celtico, come esempio di una semi-dimenticata cultura europea formatasi fuori dalla deleteria influenza giudaico-cristiana e una radice storica comune a gran parte dei popoli europei, ma con l’andare del tempo, una cosa mi è apparsa sempre più evidente: che senso ha darsi ad ammirare dolmen e menhir, semplici pietre erette nemmeno squadrate e dimenticarsi dei monumenti della civiltà classica e di quant’altro ci è giunto come testimonianza di una cultura ben più raffinata?

E’ un discorso vecchio che ho affrontato più di una volta, a parte le persone più superficiali per cui ogni occasione è buona per fare un po’ di caciara, quello di inventarsi un’identità fittizia (celtica, ma anche longobarda, mitteleuropea, o nel sud bi-sicula -delle due Sicilie- magna greca o vattelapesca), è un modo per non sentirsi italiani, perché ottant’anni di repubblica democratica e antifascista hanno generato in molti di noi un senso profondo di vergogna per ciò che siamo diventati o ci hanno costretti a diventare.

Queste persone, in genere non hanno, anche perché la scuola non l’insegna, il senso della storia. Essere italiani significa ben altro, la gloria di Roma, il rinascimento, anche la dura lotta dei nostri antenati lungo l’arco di un secolo – dal 1821 ribellione dello squadrone di Nola al 1915, Col Moschin – per cacciare lo straniero e unire la Penisola, più l’immenso patrimonio culturale, artistico, architettonico che i nostri avi hanno generato.

Dicevo dunque di essermi progressivamente disamorato del mondo celtico, o perlomeno di quel genere di ambaradam, ma in questi anni le mie conferenze hanno rappresentato in esso un raro momento culturale che si è guadagnato una fetta di appassionati, e poi gli organizzatori del festival ci contano, e se c’è una cosa che non sopporto, è l’idea di deludere chi fa affidamento su di me, e così eccomi sulla spianata del Ferdinandeo anche quest’anno.

Ho tenuto due conferenze, sabato 21 e domenica 22 giugno. Ho parlato rispettivamente de La preistoria, i megaliti, i Celti e de I Celti e la transizione altomedievale.

Quest’anno, poi, avevo il considerevole vantaggio di non dovermi inventare nulla, mi trovavo ad avere per le mani i testi di due conferenze già pronti, infatti  La preistoria, i megaliti, i Celti l’avevo già tenuta nel 2023 ed era andata quasi deserta e l’ho semplicemente riproposta. I Celti e la transizione altomedievale, originariamente prevista per il Triskell 2024, era poi saltata per un errore del programma.

Questo, diciamolo, è stato un vero colpo di fortuna, perché poco prima mi è capitata la disavventura sanitaria di cui vi ho raccontato in Pubblica insanità, e non so se avrei avuto il tempo e la forza di inventare qualcosa di nuovo, perché, per quanto sia spiacevole doverlo ammettere, una volta che si sono passati i settant’anni, bisogna fare i conti anche con i propri limiti fisici, soprattutto se si è condotta una vita da studioso e non da atleta.

Il testo de La preistoria, i megaliti, i Celti ve l’ho presentato due anni fa, ragion per cui ora mi limiterò a un breve riassunto per sommi capi, mentre più avanti vi presenterò in dettaglio quello de I Celti e la transizione altomedievale, finora inedito sulle nostre pagine elettroniche.

Da quando esista l’Homo sapiens, e sia chiaro che non parliamo di ominidi, ma di esseri umani come noi, è un punto controverso fra gli scienziati, si va da una stima di 200.000 anni a una di 50.000, ma anche attenendoci alla stima più bassa, è chiaro che ciò che chiamiamo preistoria copre la maggior parte del nostro divenire sul nostro pianeta, a confronto della quale i cinque millenni di storia documentata quasi scompaiono.

Poiché per questo immenso arco di tempo non disponiamo di documenti scritti, gli archeologi si basano sulla cultura materiale dei reperti, e la preistoria è suddivisa in Età della Pietra ed Età dei Metalli. A loro volta, l’Età della Pietra è suddivisa in paleolitico, mesolitico e neolitico, e quella dei Metalli in Età del Rame, del Bronzo, del Ferro.

Tuttavia, questa classificazione non deve ingannare. Per prima cosa, il paleolitico da solo copre un arco temporale di gran lunga più vasto di tutte le altre epoche preistoriche e storiche messe assieme. Secondariamente, questo processo non è stato affatto lineare, non solo perché non si è verificato dovunque nello stesso tempo, ma perché è stato intrinsecamente più complesso.

Per farvi un esempio, il più antico attrezzo di ferro conosciuto dell’antico Egitto, è un pugnale di ferro meteorico che è stato ritrovato fra le bende della mummia di Tutankhamon. Tuttavia, Tutankhamon appartiene al Medio Regno, quindi ben dopo l’epoca della costruzione delle piramidi. A quel tempo, gli egizi conoscevano e usavano la scrittura, siamo in età storica, eppure – metallurgicamente – ancora all’Età del Bronzo.

Il paleolitico è l’età della pietra scheggiata, nella quale l’umanità era composta da bande di cacciatori nomadi, alle cui esigenze il corredo di strumenti litici era pienamente adeguato. Specialmente riguardo al paleolitico superiore, non dobbiamo pensare a qualcosa di rozzo, le elaborate asce magdaleniane che sono state definite “trine di pietra” o le punte di freccia della cultura Folsom delle Americhe, ci smentiscono.

Rispetto ad esso, il mesolitico, caratterizzato dalla produzione di un gran numero di piccoli dentelli di pietra, è a lungo sembrato un passo indietro, fino a che non si è capito che inseriti in un ramo curvo, formavano un’efficiente falce. E’ l’epoca della scoperta dell’agricoltura, che ha modificato profondamente la vita umana, permettendo la nascita di comunità stanziali.

L’ascia in pietra levigata, strumento caratteristico del neolitico, non è un perfezionamento dell’ascia in pietra scheggiata paleolitica, serve per abbattere alberi. Le comunità umane si stanno espandendo, non si accontentano più di coltivare le pianure aperte, ma guadagnano nuova terra abbattendo le foreste.

Un esempio importante per capire come fosse la società neolitica, lo troviamo vicino a Stonehenge. Qui è stata rinvenuta una sepoltura collettiva che ha restituito i resti di sei persone, che sono stati detti gli arcieri di Boscombe. Si trattava di tre uomini, un adolescente e due bambini. Il fatto che fossero tutti maschi ha fatto escludere che si trattasse di un gruppo familiare. L’analisi degli isotopi di ossigeno contenuti nello smalto dentario ha permesso di stabilire che provenivano dalle Praseli Hills del Galles, cioè la stessa zona da cui vengono le pietre blu del secondo cerchio di Stonehenge. Erano artigiani specializzati nel trasporto e nella posa in opera delle pietre. I bambini probabilmente seguivano i padri per imparare il mestiere. Maneggiando monoliti del peso di svariate tonnellate, un incidente in cui possono essere rimasti vittime tutti e sei, era tutt’altro che improbabile.

Tuttavia, questo ci svela un fatto importante, a differenza delle comunità di cacciatori nomadi, con la scoperta dell’agricoltura, è diventato possibile avere classi di persone non direttamente impegnate nella produzione di cibo: carpentieri, vasai, tessitori, ma anche sciamani, maghi, sacerdoti, militari e politici.

Il passaggio all’Età dei Metalli si spiega probabilmente con un ulteriore aumento demografico. Per un artigiano, produrre un crogiolo poteva essere più lungo e laborioso che produrre uno strumento di pietra, ma una volta realizzato, si poteva usare per decine, centinaia, migliaia di fusioni, era quanto occorreva per produrre gli strumenti per far lavorare un numero crescente di braccia.

Come entrano i Celti in questo contesto? C’è una questione che travaglia da sempre l’archeologia celtica. I costruttori dei grandi complessi megalitici che troviamo disseminati un po’ in tutta Europa, ma soprattutto sulla costa atlantica e nelle Isole Britanniche, erano pre-Celti, cioè una popolazione poi sommersa dall’arrivo dei Celti, o proto-Celti, cioè antenati dei Celti storici? Beh, a quanto pare, una risposta ora la abbiamo.

Noi siamo abituati a collocare il mondo celtico soprattutto nella parte nord-occidentale dell’Europa, Isole Britanniche e Bretagna, ma le loro origini si trovano più a est, nell’Europa centrale e orientale. La cultura celtica più antica conosciuta è quella di Hallstatt, in Austria.

Grazie all’uso dei droni, gli archeologi hanno scoperto in Europa centrale e orientale un gran numero di circoli neolitici a terrapieno, che hanno chiamato semplicemente roundel, circoli, che sembrano precorrere quelli megalitici. L’antichissimo circolo megalitico di Gosek in Germania risalente a 7.000 anni fa sembra proprio segnare la transizione fra il roundel e il megalitismo classico, nel momento in cui il circolo a terrapieno viene rinforzato con pietre erette.

Il movimento da est a ovest dei circoli megalitici e delle culture celtiche coincidono troppo bene perché si tratti di un caso.

Vorrei però evidenziare che si tratta di un movimento del tutto interno al nostro continente, e che non ha nulla a che fare con quella leggenda dell’ex Oriente lux che vorrebbe attribuire un’origine orientale a qualunque cosa, e che ho più volte criticato su queste pagine. A questo proposito, mi sono soffermato su un punto importante. Gli indoeuropei, e della famiglia indoeuropea i Celti fanno innegabilmente parte, sono suddivisi in un ramo occidentale che comprende Celti, Germani, Latini e Greci, e uno orientale di cui fanno parte Slavi e Indo-iranici.

I linguisti tedeschi dell’ottocento identificarono erroneamente l’India come Urheimat, patria ancestrale degli Indoeuropei. Inverosimile, dato che essa è anche fittamente abitata da popolazioni “scure” parlanti lingue dravidiche, era sempre l’ex Oriente lux che cacciato dalla porta, rientrava dalla finestra. E’ invece probabile che gli indo-iranici abbiano avuto origine da popolazioni affini agli slavi provenienti dall’angolo sudorientale d’Europa. Lo stesso termine Indoeuropei è scorretto. Euro-indo-iranici sarebbe più appropriato.

Riguardo alla seconda conferenza, I Celti e la transizione altomedievale, mi riprometto di darvene quanto prima il testo su queste pagine, tuttavia è ora il caso di mettere su ciò una nota. La transizione altomedioevale è semplicemente il passaggio all’alto medioevo dall’antichità o dall’Età del Ferro per le popolazioni rimaste fuori dall’ecumene classico greco-romano.

L’anno scorso avevo dato ai miei ascoltatori qualche anticipazione sulla conferenza saltata e che mi riproponevo, come ho fatto, di presentare quest’anno. Su ciò, vi ho relazionato nell’articolo Sulla spianata del Ferdinandeo. Bene, quest’ultimo è stato uno dei pochi fra quelli che metto settimanalmente sulle pagine di “Ereticamente”, che ha ricevuto più che commenti, reazioni indignate.

Un punto sul quale mi ero soffermato, è che i Celti romanizzati che vivevano a sud del vallo di Adriano, dopo il ritiro delle legioni, ingaggiarono mercenari anglosassoni per difendersi dalle incursioni dei Pitti, e in questo modo aprirono la strada alla conquista anglosassone dell’Isola. E’, facevo notare, una situazione che si è ripetuta molte volte nella storia. I Romani del basso impero finirono per dipendere sempre più da mercenari germanici per la loro difesa, e alla fine i Germani divennero i loro padroni. La stessa cosa fecero gli Arabi del periodo califfale con i Turchi, e alla fine divennero sudditi dell’impero ottomano. Le élite mercantili italiane dell’età comunale si affidarono sempre più per la propria difesa alle compagnie di ventura, e alla fine i capitani di ventura divennero i Signori, ponendo fine alle libertà comunali.

La morale è molto chiara: chi ha le armi, è colui che alla fine ha il potere. Non potevo esimermi dal fare il paragone con la situazione attuale, che vede l’Europa fortemente dipendente dalla NATO, cioè dagli USA in materia di difesa, una situazione nella quale gli eserciti europei sono tuttalpiù inseriti come zuavi di rincalzo, anche se la propaganda di regime cerca di far passare per un’alleanza alla pari quella che invece è un’umiliante dipendenza.

Qualcuno si è sentito punto nel vivo da questa affermazione, del resto basata su dati storici inoppugnabili, perché – guardiamoci in faccia – i lunghi anni della Guerra Fredda in cui l’anticomunismo era la massima priorità, hanno finito per creare e diffondere una mentalità destro-atlantista che, a ben guardare, è la negazione totale di ciò che realmente siamo o dovremmo essere.

In occasione del 4 luglio è girata in internet una foto dove si vedono i leader del centrodestra posare su uno sfondo di bandiere a stelle e strisce. Il massimo dello squallore.

A tutti, vorrei ricordare Nietzsche: “Ribellione è la nobiltà dello schiavo”.

 

NOTA: Nell’illustrazione, una suggestiva locandina del Triskell.

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