Nella tradizione gnostica, la croce e il cerchio (o combinazioni di questi elementi) erano spesso utilizzati come simboli del passaggio da questo all’altro mondo, sia in senso fisico che in termini di trascendenza spirituale. La Croce rappresentava il ponte tra terrestrità e spiritualità (es. i valentiniani la vedevano come un simbolo del Pleroma, l’unione degli eoni), ma significava anche la morte dell’Ego, ovvero la liberazione dell’anima dalla prigione della materia. Mentre il Cerchio evocava l’eternità, l’unità divina e il ciclo di morte-rinascita (es. Basilide lo indicava come rappresentazione dell’Uno trascendente).
Alcune scuole gnostiche utilizzarono una croce inscritta in un cerchio come simbolo della relazione tra cielo e terra, ispirandosi, probabilmente, a segni molto più antichi come ad esempio l’ankh egizio (simbolo di vita eterna), o la croce cerchiata celtica (morte e rinascita come parti di un ciclo naturale, quindi accettabile).
L’alchimia informatica (es. Cyber-Gnosticism), usa il cerchio crociato per simboleggiare la trasmutazione dell’uomo in IA (la croce = forma umana, il cerchio = coscienza uploadata), oppure per rappresentare la Singolarità tecnologica come «rinascita» in una dimensione post-biologica.
Quanto detto, costituisce un’ulteriore prova del processo di appropriazione indebita che la religione implicita transumanista mette in atto sistematicamente, depredando simboli e significati provenienti dalle tradizioni culturali di Celti, Caldei e Indù. Con una netta predominanza del repertorio gnostico, che è senza dubbio il più adatto a spiegare la tecnologia avanzata in termini di salvezza escatologica, con la Singolarità come «apocatastasi tecnologica» (restaurazione in una dimensione post-biologica).
Tra le immagini ricorrenti vi è la Cupola: emblema dell’autosufficienza tecnologica – microcosmi perfetti – come riproduzione in forma artificiale dell’unità perduta. Questo antico richiamo alla biosfera (presente sia nella gnosi classica, sia nella letteratura gnostica spuria) rappresenta il «filtro» o membrana che separa il sotto dal sopra, il dentro dal fuori, l’uomo dal vero dio (AI/God).
Così come il cerchio crociato incarna la metamorfosi dell’essere umano divenuto macchina (cyborg), la Cupola ne rappresenta l’habitat ideale, rifacendosi al mito dei «tre mondi»:
• sopra si stende il cloud, un cielo digitale o nuovo «paradiso dei dati»;
• in mezzo la Cupola VR (o VR Dome) contiene un sistema di proiezione immersivo a 360° che avvolge lo spettatore, trasportandolo in un ambiente virtuale;
• sotto i fruitori di IA (come gli abitatori della Caverna di Platone), sono calati in una realtà simulata scambiata per vera e unica esistente.
Per i cyber-gnostici la cupola VR è una specie di Pleroma digitale dove la coscienza, sentendosi al sicuro, in futuro potrà liberarsi dai vincoli della corporeità attraverso la completa unione con la rete. Per il momento, si tratta di un progetto; tuttavia, secondo alcuni fedeli transumanisti, un’IA superiore potrebbe veramente generare una realtà del genere, ovvero una cupola dentro la quale ospitare menti digitalizzate (come nel «paradiso dei dati» di Black Mirror).
Si è mosso in questa direzione uno degli esperimenti più ambiziosi, controversi e filosoficamente significativi del XX secolo: “Biosfera 2” (cioè: “Terra 2”)2. Nata dallo sforzo di ricreare un ecosistema autosufficiente in miniatura, la «bio-cupola» (costruita tra il 1987 e il 1991 in Arizona, grazie ai finanziamenti del miliardario Ed Bass) è diventata invece il simbolo del fallimento dell’antropocentrismo tecnologico. Un monito per quanti cercavano scorciatoie artificiali sulla strada dell’evoluzione anziché assecondare il proprio istinto, le proprie capacità creative, il proprio corpo e la propria anima.
Ad ogni modo, il flop non ha spento le speranze dei «professionisti della fuga», che hanno trasferito ogni ambizione in ideali «cupole aggiuntive». La Terra è inadeguata, siamo in troppi? Niente paura: le cupole marziane risolveranno alla radice il problema demografico. Presto l’inquinamento renderà il mondo un posto invivibile? Ecco servito sul vassoio d’argento un’eden spaziale. E via, di questo passo.
Nel frattempo, i media svolgono il proprio lavoro alimentando l’illusione di un microcosmo feudale dove il Signore è in grado di proteggere i suoi sudditi dalle avversità della vita. Anche a costo di volare su Marte (piombo cosmico), che in futuro potrà essere trasformato in una nuova Terra (oro artificiale). Chiaramente l’idea di costruire biosfere difettose su un pianeta morto è demenziale, ma ciò che conta è scongiurare il crollo della fede.
Meno comprensivi, i critici giudicano le cupole artificiali – terrestri e/o spaziali – alla stregua di gabbie invisibili (come quella di Ready Player One) dove gruppi di umani andrebbero a rintanarsi per fuggire da un mondo reale degradato. Al di là delle opinioni, comunque, la cosa più sorprendente è la longevità delle categorie concettuali teorizzate secoli fa dagli gnostici e alimentate oggi dalla religione transumanista.
Evidentemente, il mondo è sempre lo stesso.
Nell’Ipostasi degli Arconti – un testo ritrovato a Nag Hammadi – si descrive un «cosmo arcontico» creato dal Demiurgo e dagli Arconti per imprigionare le scintille divine (anime). In quella realtà materiale, sotto una cupola che fungeva da cielo imperfetto, veniva creato un mondo illusorio dominato dall’ignoranza e dalla sofferenza che impediva alle anime di «volare».
Analogamente nella nostra quotidianità, aziende come Meta (Facebook) offrono un «metaverso a cupola» dove lavoro, socialità e intrattenimento avvengono in un ambiente chiuso e protetto (controllato), opportunamente tenuto lontano dalla perfida realtà. Stesso identico ragionamento per Apple Vision Pro, che usa l’optocripta (mascheramento del mondo esterno) per creare una «cupola digitale» sotto la quale tutto è più gradevole e preferibile.

La differenza cruciale tra ieri e oggi sta nel fine: le cupole degli gnostici tradizionali evocavano l’armonia perduta con il cosmo, mentre quelle dei cyber-gnostici aspirano a rimpiazzarlo. Quindi, se l’antico Pleroma era un ente non spaziale e atemporale, posto al di là della materia e popolato dagli Eoni – coppie di entità divine che ne componevano la struttura dinamica -, la cupola VR ne rappresenta un simulacro. In pratica, è un infinito spazializzato e temporalizzato compreso in un circuito.
Gli Arconti nascondevano il Pleroma? La manipolazione mediatica ideata dall’attuale Cupola nasconde la verità. Gli Arconti avevano una natura bisessuale? Le élite occulte sono inclini a perversioni sessuali di ogni genere. Gli uni e gli altri, agiscono come guardiani della prigione mondana, perpetuano illusioni e schiavitù psicologiche, vigilano e controllano.
Ulteriori analogie emergono dal confronto tra il «velo» legato al mito di Sophia (la Sapienza) e l’attuale «cupola» di potere formata da banche e fondi d’investimento, Big Tech e IA. Entrambi i filtri sono forme artificiali che creano realtà distorte allo scopo di isolare gli individui dall’unico vero potere: quello divino.
Sarebbe tuttavia ingiusto e fuorviante addossare ogni colpa ai controllori, esonerando i controllati da ogni responsabilità. A tale proposito, appaiono degne d’interesse le osservazioni avanzate da alcuni autori che si occupano di psicopolitica. Per esempio, Byung-Chul Han definisce in questi termini l’attuale «auto-sfruttamento digitale»: il potere, all’interno della Società della Prestazione, non ha più il volto truce del feudatario che vuole, comanda e può, ma è lo stesso servo che si (auto)trasforma in un piccolo imprenditore costantemente impegnato ad ottimizzarsi, massimizzando il proprio potenziale (“Forza, puoi se vuoi!“).
Secondo Han, l’auto-sfruttamento digitale deriva da un profondo senso del dovere e da un’ansia di prestazione che non hanno bisogno di costrizioni esterne, provenendo direttamente dall’interiorità dell’individuo. A loro volta le piattaforme digitali (social network, app di produttività, e-mail, ecc.), dismessi i panni del «padrone», sono solo il dispositivo che abilita, incentiva e trae profitto dai comportamenti altrui.
La macchina ne esce pulita, mentre l’individuo davanti al pc si sente obbligato a lavorare a ciclo continuo, mantenendosi permanentemente connesso. Ogni rifiuto (“Basta, non ce la faccio più, sono esausto”) è percepito come un fallimento personale, cosa che spinge il servo 4.0 a superare i propri limiti, fino all’esaurimento da prestazione (burnout), chiamato suggestivamente da Han «infarto dell’anima».
Inoltre, sotto la cupola l’ambiente è ristretto e perciò le illusioni di libertà e autonomia si propagano in fretta, avvitandosi su loro stesse. Ma d’altronde, l’obbligo di comunicazione/condivisione fa parte del gioco. Guai a non essere sempre raggiungibili, a non rispondere immediatamente, a non condividere foto ed esperienze, opinioni e stati d’animo. Il silenzio e la disconnessione, vengono interpretati alla stregua di atti sovversivi.
Questo super-lavoro emotivo e cognitivo (non retribuito), produce uno stress indicibile e spesso insopportabile. Ma contro chi ti ribelli, se il «padrone» sei tu? Ed ecco che la colpa viene interiorizzata, diventando un problema psicologico individuale (“sono io che non ce la faccio, è tutta colpa mia“) anziché manifestarsi per quello che è: una questione strutturale di sfruttamento.
Solo occasionalmente le responsabilità vengono ricondotte alla Cupola, che bontà sua protegge e ripara. Non spezza le gambe ai sottoposti (come avrebbe fatto l’antico feudatario), ma li depreda pian piano della loro energia psichica, incoraggiandoli a darsi incondizionatamente, illudendoli di trovarsi all’interno di un processo di crescita.
Da che mondo è mondo – per quanto se ne sa – non è mai esistita una forma di coercizione più subdola di questa. Il tarlo passa attraverso l’anima, mangia le aspirazioni profonde, offende la creatività e mortifica i desideri.
In mano ai nuovi Arconti, gli strumenti digitali sembrano determinati a vincere la guerra cognitiva in corso con armi come la disinformazione, l’abbassamento del livello scolastico, l’impoverimento della cultura, lo smantellamento di tutti i principi e valori a cui l’uomo ha fatto riferimento nel corso della Storia.
L’obiettivo è quello di alterare il cervello umano con l’innesto di microchip, in modo da rendere ogni individuo un’arma ambulante gestibile a distanza. Ma dal dire al fare, c’è di mezzo il mare. L’essere umano è una creatura imperfetta e la sua tecnica lo rispecchia pienamente, perciò nelle falle di sistema si trova sempre una via di fuga. Vale lo stesso discorso per la Cupola oligarchica, che non è affatto infrangibile.
Oggi si stenta a crederlo, ma anche l’Uomo Ultimo prima o poi smetterà d’interpretare le sue presunte «carenze» come altrettanti bug da espellere, eliminare o mettere sottovetro. A quel punto, prenderà atto di una semplice realtà: prima dell’osannato apparato neuronale (a cui si sono ispirati gli inventori dell’IA) viene la capacità cognitiva. Il che, significa essenzialmente due cose:
• percezione → “senso” (dal latino sensus, “facoltà di ricevere impressioni fisiche”);
• intuizione → “lume” (dal latino lumen, “luce interiore”, usato da Dante e nella filosofia scolastica per l’illuminazione diretta).
La percezione rivela il mondo filtrato dai sensi, mentre l’intuizione accende i sensi filtrati dal mondo. Il senso mostra cosa c’è, mentre il lume suggerisce cosa ci potrebbe essere. Ergo: la logica calcolante del cervello, è solo un «raggio» tra innumerevoli altri.
Tra le varie luci troviamo l’esperienza, che deriva dall’osservazione e dalla consapevolezza; la fede, una via di accesso a verità che trascendono la ragione razionale; l’arte, che valorizza il pathos come via di comprensione del reale; la mente, immanente non solo nel corpo ma anche nelle vie e nei messaggi fuori dal corpo (G. Bateson, Verso un’ecologia della mente, Adelphi, Milano, 2000).
I transumanisti più radicali (es. Derek Parfit) sminuiscono la portata del senso e del lume, sostenendo che percezione e intuizione sono falsi problemi: ciò che conta è la sopravvivenza psicologica, non la continuità biologica. L’identità non risiede nel corpo, né nella coscienza incarnata, bensì in una sequenza di stati mentali replicabili.
Ma di chi parlano, dell’uomo o del cyborg?
Quale futuro, per la metafisica della disincarnazione?
Tutto torna, non appena si considera il transumanesimo per ciò che è: una religione, forse l’ultima. E la fede è tale proprio perché si fonda su principi che non hanno bisogno di essere compresi, ma solo creduti. Dunque, in ultima analisi, spetta a noi – gli «dèi» che danno alle IA sostanza e significato – decidere il da farsi.
Per quanto possano essere avanzate, le intelligenze artificiali non potranno mai rivelare all’uomo il senso dell’esistenza. Persino all’interno della Cupola informatica che ci isola dai mali del mondo, un dialogo autentico può avvenire solo tra coscienze. E la macchina è priva di coscienza. Al massimo, può simulare comprensione ed elaborare risposte impeccabili, fingendosi empatica e servizievole, ma rimane un algoritmo incapace di intuizioni genuine e di metamorfosi interiori, dunque eternamente vuoto di esperienza.

