Continuità e maschere di un sacrificio ancestrale
Molto tempo prima che il mythos venisse soppiantato dal lógos – fenomeno storicamente localizzabile soprattutto in Occidente – i miti disegnarono mappe emotive e conoscitive attraverso cui i vari gruppi umani diedero un senso al mondo, alla propria storia e al proprio destino, assolvendo al compito fondamentale di trasmettere e interpretare le esperienze cruciali della vita.
Dal punto di vista antropologico, i miti hanno plasmato le categorie stesse del pensiero e dell’essere, tramandando un patrimonio di «verità» la cui efficacia non risiedeva tanto nell’accuratezza fattuale, quanto piuttosto nella capacità di rivelare aspetti duraturi e universali della condizione umana. Questa architettura cominciò a vacillare con la comparsa dell’uomo-individuo – «un lupo tra i lupi», secondo la celebre definizione hobbesiana -, il quale credette di vedere l’anima nel cuore e il suo corrispettivo materiale – o rituale – nel sangue.
Entrambi gli elementi venivano da dio e a dio facevano ritorno, se pure con modalità differenti: l’anima era prelevata direttamente dalla divinità, mentre il sangue doveva essere in qualche modo estratto dal corpo, che, una volta svuotato del proprio contenuto sacrale, veniva abbandonato all’appetito insaziabile degli animali in una reintegrazione del ciclo biologico che non intaccava la validità del rito.
In questa geografia epistemologica – che mappava il mutamento dei criteri di verità, dall’efficacia simbolica all’accuratezza fattuale – ebbero un ruolo di primo piano il sacrificio della «testa» e il trattamento del «cranio», ovvero della parte del corpo che nel mondo indo-ario rappresentava l’Io dell’ucciso, ed anche, per trasferimento simbolico, quello dell’eroe che eseguiva il taglio.
Si colloca in questo contesto uno dei più celebri miti di fondazione della Nuova Era: la decapitazione del serpente primordiale Vṛtra, un venerando sapiente accusato di provocare «siccità», da intendersi come stagnazione, o «inazione che paralizza l’azione». L’efferato gesto valse al suo assassino – Indra, un dio atmosferico della magia e della guerra – i titoli di «Grande» e «Generoso». Ma la gloria durò poco, poiché il biondo guerriero solare violò la regola della re-integrazione successiva ad ogni dis-integrazione.
A quell’epoca, l’idea del Tempo non era lineare. Le cose non avevano come oggi un inizio e una fine, ma procedevano «circolarmente» per cicli ricorrenti. Discendeva da questa ontologia temporale una conseguenza antropologica inevitabile: ad ogni rivoluzione doveva corrispondere una restaurazione. Dunque, il «regolamento di conti» tra il passato (Vṛtra) e il presente (Indra) poteva dirsi concluso solo nel momento in cui la testa mozzata della vittima fosse stata sottoposta a verifica sociale, dimostrando un’utilità pratica nell’interesse collettivo.
Indra, invece, trattene per sé il trofeo simbolico. Ignorò il rito della «Restituzione della Testa», e così facendo intralciò il naturale moto rotatorio della Storia. La trasgressione non solo gli costò la damnatio memoriae, ma prestò il fianco all’induismo impegnato nella cancellazione di molte vecchie figure dal repertorio narrativo. Nel suo caso, non si trattò di una semplice sostituzione pantheonica, bensì di una vera e propria rimozione attiva del profilo dell’eroe, giudicato incompatibile con il nuovo paradigma etico-rituale.
– La testa: trofeo, oracolo, seme o reliquia?
Con il passare del tempo, i brahmani vedici sostituirono la pratica della decapitazione con lo strangolamento rituale della vittima, un modo ritenuto più “puro” – senza spargimento di sangue – di condurre il sacrificio. Bisogna però arrivare alla tradizione tantrica, e in particolare allo shivaismo, per trovare una vera rielaborazione filosofica dell’intero simbolismo del taglio della testa, ovvero il suo spostamento dal contesto mistico e individuale (Indra) a quello cosmico e sociale (Shiva).
Questo processo trasformò la decapitazione da atto esterno a sacrificio interiore. Un ritorno al passato, in un certo senso, che restituì al rito di sangue la sua caratteristica originaria. Il modello indo-ario, tuttavia, non è l’unico disponibile all’esplorazione contemporanea. Dall’analisi trasversale delle tradizioni mitico-rituali ne emergono altri, tutti ugualmente interessanti e dotati di peculiari relazioni spazio-temporali con la gestione del sacro.
• Mesopotamia – Gilgameš, Ḫumbaba e la testa come trofeo.
Nel Poema di Gilgameš, l’eroe sumero e il suo compagno Enkidu decapitano il guardiano della foresta dei cedri, Ḫumbaba. La testa mozzata viene offerta al dio sole Šamaš e quindi esposta come trofeo. A differenza di Indra, Gilgameš non viola alcuna regola poiché la testa, nella cultura mesopotamica, non va né riappropriata né riconsegnata al ciclo, ma esposta o sepolta ritualmente. Questo modello testimonia il passaggio dall’economia del dono all’economia della gloria: in assenza di un esplicito meccanismo di reintegrazione ciclica, la testa diventa monumento, trofeo, feticcio personale, mentre l’eroe si fa predone.
• Scandinavia germanica – Mímir e la testa come oracolo.
Nel mito norreno, Odino conserva la testa mozzata del saggio Mímir, la imbalsama con erbe profumate e periodicamente la interroga per ottenere consigli profetici. In questo modello la testa non viene restituita né alla terra, né al ciclo, né alla comunità perché il decapitato non è «veramente morto», ma solo passato a un altro stato fisico e spirituale, conservando le capacità cognitive e linguistiche. In pratica, si è trasformato in un oracolo permanente al servizio del divino. Inoltre, il fatto che Odino violi l’antica regola indo-aria della “Restituzione della Testa” senza subire alcuna conseguenza, dimostra che nel sistema norreno il sapere magico è più importante del mantenimento dell’ordine cosmico.
• Grecia antica – Perseo e Medusa: la testa come arma.
Perseo decapita Medusa (una Gorgone il cui sguardo pietrifica) e conserva la testa, usandola successivamente come arma contro i suoi nemici, per poi donarla ad Atena, che la fissa sulla propria egida. Anche qui: nessuna restituzione al ciclo, ma trasformazione in oggetto tecnico-sacrale. La testa non torna a Medusa (non c’è un ciclo Medusa → Perseo), ma entra in un nuovo ordine cosmico, quello olimpico.
• Area celtica – la testa come reliquia e sede dell’anima.
I Celti arcaici conservavano le teste dei nemici uccisi in battaglia, le impregnavano di olio di cedro e le esponevano all’ingresso dei villaggi. Secondo Diodoro Siculo e Strabone, non cedevano la testa di un nemico neppure per il suo peso in oro. Lungi dall’essere un mero trofeo (come quella di Ḫumbaba), qui la testa decapitata rappresenta la sede dell’anima, del potere profetico e regale. La sua conservazione è un gesto simbolicamente potente che implica la sottomissione perpetua dell’anima nemica.
• Area mesoamericana – decapitazione e rigenerazione agricola.
Presso i Maya e gli Aztechi, la decapitazione rituale (talvolta associata al gioco della palla) simboleggia il ciclo agricolo: la testa tagliata corrisponde al seme che cade nel terreno per rigenerarsi. Il dio del mais, ad esempio, viene spesso rappresentato decapitato, e dalla sua testa mozzata germogliano nuove piante. Il sangue versato, mescolato alla terra, garantisce la fertilità. Il rapporto alla base del dono, in questo modello, non è tra passato e presente, ma tra cultura e natura. In un simile contesto, nessuna presa di posizione individuale (Indra) è strutturalmente possibile.
– La testa e il rito: dalla violenza cosmica alla grazia
La storia dei rituali di sangue fondati sulla decapitazione, non appare tanto come un susseguirsi di eventi volti al progressivo «addomesticamento» della violenza, quanto più come una perdita progressiva e inarrestabile del quadro rituale.
– Nel modello indo-ario classico, prevale l’economia del dono e della restituzione.
– In altri modelli arcaici (es. norreno, mesoamericano), la violenza si integra in una cosmologia che le assegna un posto preciso e una funzione costruttiva.
– Nei successivi modelli di conservazione strategica, il trofeo o feticcio serve a stabilizzare il potere politico.
Infine: nel predatore o tagliatore di teste seriale, il gesto si emancipa da ogni cornice rituale, divenendo pura esibizione di forza. Qui, il decapitatore non rispetta più alcuna economia del sacro, non restituisce l’Io (modello indo-ario), non costruisce il mondo (modello norreno), non interroga oracoli né espone trofei con funzione sociale (modello celtico-greco-sumero).
Decapita serialmente in modo insensato perché l’atto stesso è diventato autotelico – un gesto che non produce ordine, non rigenera il ciclo, non garantisce fertilità, non accumula potere simbolico, ma semplicemente ripete sé stesso come pura affermazione di suprematismo. Da questa dimensione ultima, deriva la guerra psicologica utilizzata oggi dalle organizzazioni terroristiche di matrice jihadista (Isis, Al-Qaeda): pur mantenendo una parvenza di cornice rituale, la decapitazione viene usata come mezzo per restituire al gesto, nell’era della comunicazione globale, un’immagine spettacolare e mediatica. La viralità subentra alla trascendenza, ma gli effetti di manipolazione collettiva sono identici.
Alle estremità dell’arco di possibilità di cui si è detto, cioè tra «restituzione» e «depravazione», esistono tuttavia due modelli che esulano per originalità e completezza dagli schemi tradizionali di trattamento della testa: quello di Ymir o gigante primordiale (Jötunn), e l’altro della Vergine madre di Cristo.
Il primo, precede e fonda tutti i miti successivi che riguardano la decapitazione sacrificale, in quanto la calotta cranica del gigante assume una dimensione cosmica: va a formare la cupola celeste che poggia su quattro personificazioni nanesche (magiche) dei punti cardinali (Norðri, Suðri, Austri e Vestri), mentre dal cervello nascono le nuvole. In questo caso la violenza non è trasgressione (come per Indra), né gestione del sacro (come per i Celti), né rigenerazione ciclica (come per i Maya). È puro atto ordinatore: la testa della vittima – espressione di un passato che si vuole archiviare – non viene esposta, conservata o interrogata, bensì «riciclata» nella costruzione del nuovo mondo. Così facendo, diventa lo spazio stesso del rito.
Nel secondo modello, non si assiste neppure a una reale decapitazione in quanto la Vergine «schiaccia» la testa del serpente sotto il suo piede. Si tratta di una novità che riabilita, indirettamente, la figura del Nemico Assoluto, il quale torna ad essere ciò che è sempre stato: un avversario di pari dignità.
Decapitare significa separare: nello scambio sacrificale, l’azione obbedisce alla logica del “dare per avere”. Schiacciare, invece, vuol dire tenere a bada senza uccidere, cioè domare, ri-educare, ammaestrare. L’azione, in buona sostanza, mira all’instaurazione e al mantenimento di una gerarchia stabile.
A partire dallo «schiacciamento», infatti, il quadro simbolico cambia radicalmente: l’altare diventa un trono e l’economia del dono lascia il posto all’economia della grazia, che non si contraccambia. Si accetta, o si rifiuta. Ma neppure la grazia ha la facoltà di sopprimere la violenza, che dipende unicamente dal libero arbitrio dell’uomo.
– Tra scaramanzia e superstizioni
Oltre alla dimensione mitologica e religiosa, il cranio – e più in generale la testa – assunse anche una funzione apotropaica e oracolare. Era pressoché scontato che l’uomo, dopo avere utilizzato per secoli la testa del gigante primordiale come canovaccio del cielo, iniziasse a rivestire i crani d’oro per infondere alla cupola ossea un potere divinatorio e magico.
Allo stesso modo in cui s’interrogava la volta stellata, si interpellavano le teste mozzate. Presso numerose civiltà preistoriche la validità della «cefalonomanzia» (dal greco kephale, testa, e manteia, divinazione) era sostenuta dalla credenza che la conformazione fisica della testa – specchio del cielo – rivelasse il destino o il carattere dell’individuo (Lombroso docet).
Un esempio straordinario di “cranio divinatorio” è attualmente conservato presso il British Museum. Viene dall’emisfero australe, e precisamente dalle Isole dello Stretto di Torres: la parte superiore è colorata di rosso, dalla fronte in giù la cera d’api crea una sorta di maschera, gli occhi sono fatti di conchiglia di madreperla, al posto dei denti anteriori spiccano inserti di legno.
In Cina, la pratica dell’osso oracolare è attestata almeno dalla tarda dinastia Shang (circa 1250-1046 a.C.), ma probabilmente è molto più antica. Scendendo verso sud-ovest, s’incontrano i Sabei di Harran – i «figli delle stelle» -, anch’essi esperti nell’uso delle «teste parlanti» a scopo divinatorio. Mentre in Grecia la testa mozzata di Orfeo si rivelò così potente da «cantare» anche dopo essere stata gettata nelle acque del fiume Ebro, dove fu ritrovata dalle sacerdotesse di Lesbo, che la misero in una caverna per farne un oracolo.
Un serpente (o concorrente magico?) tentò di divorarla, e probabilmente ci sarebbe riuscito se il dio più antico tra gli antichi – l’iperboreo Apollo – non avesse impedito lo scempio tramutando la testa in pietra. La sua presenza spezza una lancia a favore dell’origine nordatlantica del repertorio riguardante la decapitazione rituale. Ma del resto, lo stesso Ymir si presenta come un’entità uscita dall’incontro/scontro del ghiaccio con il calore – forse, un riferimento a uno degli eventi apocalittici che caratterizzarono lo scioglimento della coltre glaciale Fennoscandiana, circa 12.000-10.000 anni fa.
Il cranio o testa ebbe un ruolo fondamentale anche nel culto degli antenati, dove i teschi dei defunti venivano conservati nelle abitazioni o in luoghi dedicati affinché continuassero a proteggere il clan famigliare. Non meno importanti erano i riti di fertilità e propiziazione in ambito agrario, testimoniati da numerose scoperte archeologiche, non soltanto in Mesoamerica ma anche nel Baluchistan e nel Sind (IV millennio a.C. circa), dove le decapitazioni rituali servivano a garantire la fertilità della terra.
La trasversalità del rito, dimostra come l’uomo-individuo che inaugurò la Nuova Era abbia riposto nella testa tutte le sue speranze, ritenendola la sede della forza vitale e dell’intelletto; e ancora oggi continuiamo a ronzare attorno a questo presunto «fulcro dell’umano» – inteso come simbolo di identità, potere e vita psichica superiore – senza nutrire il minimo dubbio che potrebbe trattarsi del fiore sbagliato.
– Il bersaglio immutabile
Policentrico e polimorfico, il processo evolutivo del rito della decapitazione non risparmia al ricercatore moderno curiosità e stranezze. Per esempio, i Celti ottenevano dal cervello cementato dei nemici uccisi una specie di palla (il tathlum) con cui trastullarsi nelle pause tra un combattimento e quello successivo. Perché limitarsi a conservare la testa del nemico come trofeo, quando si poteva trasformarla in un oggetto ludico (usanza condivisa, del resto, da Maya e Aztechi)? Bastava prendere il cervello, mescolarlo con la calce (o, secondo altre fonti, con il sangue e la terra), solidificarlo e farne una palla con cui giocare.
Il gesto non era affatto infantile, ma condensava in sé diversi strati di significato.
1) – Massima degradazione dell’avversario.
Non uccidi l’altro e ne esponi i resti, ma lo riduci a oggetto di svago. In pratica, fai capire alla controparte che non la temi, ma, anzi, giudichi il confronto con essa un gioco da ragazzi. E intanto te la ridi, “palleggiando” in un gioco senza fine l’essenza del guerriero abbattuto (il cervello, sede del pensiero e del coraggio).
2) – Trionfo dell’ambivalenza.
Il tathlum è insieme un oggetto profano (serve a trastullarsi) e un oggetto sacro (contiene la sostanza vitale del nemico). È difficile pensare a un ossimoro più perfetto: la reliquia giocattolo.
3) Appropriazione ironica della potenza.
Giocare con il cervello del nemico significa non smettere di misurarsi con la sua forza. L’umiliazione post-mortem, in questo caso, raggiunge vette di crudeltà poetica ineguagliabili. Ma è altresì un modo per prendersi gioco dell’idea di “potenza”, ridotta a materia inerte, a oggetto da scagliare e perdere.
Ciò che appare, in conclusione, è che la testa non sia mai stata un punto di arrivo e/o partenza, bensì un paradigma. Nel corso del tempo le trasformazioni non hanno riguardato “cosa” colpire, ma “come” farlo. La crescente ipocrisia sociale ha solo spinto l’uomo moderno a “igienizzare il patibolo” per spogliarlo di quel tono macabro che oggi lo renderebbe sgradevole.
Fermo restando il bersaglio, sono cambiate le armi per colpirlo: dalla spada del guerriero dell’Età del Bronzo alla ghigliottina della Rivoluzione Francese, fino alla perforazione cranica attraverso le interfacce cervello-computer (BCI) che mira al potenziamento cognitivo.
Nel corso del tempo, la visione complessiva è rimasta tale e quale – ogni tecnologia sufficientemente avanzata, del resto, è indistinguibile dalla magia (Arthur Clarke) -, la diversità sta semmai nella postura dell’umano: il guerriero celtico giocava a palla con il cervello fisico del nemico, mentre il transumanista gioca con il cervello funzionale dell’individuo, trasformato in interfaccia.
Il primo sapeva di essere crudele – senza dimenticare il sacro -, mentre il secondo si sopravvaluta al punto di credere che i suoi proiettili digitali riusciranno, prima o poi, a sopprimere ogni individualità residua. Quindi, dalla lezione del tathlum c’è ancora molto da imparare.
A cominciare dal fatto che l’ironia, anche quella più nera, è una forma di intelligenza e come tale va preservata. Il riso è libertà; tutto il resto è subordinazione. Per questo l’idea di trasformare il nemico in una palla con cui giocare possiede una sua logica – ridimensiona la paura e addomestica l’orrore della morte – mentre l’obbedienza dello yes-man non ne possiede alcuna.
Ancora più sconcertante appare la perversione – fisica, morale, spirituale – di un pugno di umani affetti da messianismo che interfacciano cervelli e computer nell’ottica dell’annientamento totale dell’Altro, mirando al comando dell’universo. Per fare cosa? E per dominare chi? Forse nemmeno loro lo sanno. Ma di certo non sono capaci di ridere.

