7 Luglio 2026
Cultura

Conflitti culturali e criminalità – Claudio Antonelli

-I-

Premessa. A Modena si è verificato un grave episodio di violenza di tipo terroristico, ad opera di un italo-marocchino nato a Bergamo, animato da un profondo odio e da un desiderio di vendetta verso gli italiani tutti. Le cause? Gravi frustrazioni, forte disagio esistenziale, problemi psichici. L’odio antitaliano di questo individuo ha tra le sue cause, secondo me, un patologico conflitto culturale.

Per capire meglio il fenomeno della criminalità degli stranieri in una data società è utile mettere a fuoco la nozione di “conflitto culturale”. Tradizionalmente si è vista nell’immigrazione una causa non trascurabile di aumento della criminalità. Il sentimento di xenofobia che attribuisce l’origine di tutti i mali – disoccupazione, epidemie, ecc. – all’arrivo di stranieri avrà certamente fornito il suo contributo all’edificazione di una tale tesi, ma non mancano i fondamenti seri che la giustificano. Gli indesiderabili di ogni paese hanno talvolta la tendenza a scegliere migliori lidi, a cambiare aria insomma, recandosi in paesi più prosperi, e anche più tolleranti, del loro. Fenomeno quest’ultimo visibilissimo oggi in Italia, dove chiunque vi giunga illegalmente per via mare è non solo accolto, confortato e nutrito, ma è considerato un essere moralmente superiore alla massa degli italiani, senza che neppure si accertino i suoi antecedenti.

La sua diversità è un suo grande titolo di merito nel paese dove la dichiarazione “Io non mi sento italiano” è un’ammissione paradossale d’italianità fatta da tantissimi rinnegati italiani. Il nuovo arrivato può inoltre decidere di vivere nell’illegalità, compiendo reati anche in serie senza dover temere gravi conseguenze, grazie al buonismo di una buona parte dei preposti al funzionamento dello Stato di Diritto, trasformatosi ormai da tempo in uno Stato di diritti, privilegi, favori, agevolazioni, eccezioni, indulgenze, sanatorie, e di aperture al diverso.  Potrà quindi dedicarsi al crimine, senza temere di essere rispedito a casa sua.

In questa beatificazione dello straniero un ruolo importante è svolto dall’ecumenismo vaticano, dall’internazionalismo marxista, dal sentimento antinazionale che anima molti progressisti, e da quel particolare fenomeno che è l’a-nazionalismo, fenomeno sconosciuto nel resto del mondo e invece molto diffuso in seno alle masse della penisola, isole comprese.

Per la teoria del conflitto culturale, il fattore di rilievo favorente gli atti devianti da parte dello straniero è dato dallo choc tra norme di condotta diverse, cioè dallo scontro tra culture dissimili.

Già nel 1889 un criminologo francese aveva osservato che le zone di frontiera, in Francia, presentavano un alto tasso di criminalità. In tali zone, infatti, si verificano frizioni causate dall’incontro di opposte culture. Ma questo attrito culturale avviene ugualmente nel corso del processo d’integrazione che l’immigrato conosce nella società che lo accoglie. Processo che talvolta è di lunga durata. La fase finale sopravviene solo al momento della disintegrazione o comunque della forte attenuazione della cultura e delle norme di comportamento originarie, che infine cedono il posto a nuove regole di comportamento e a un nuovo sistema di valori. Ma prima che ciò avvenga, l’immigrato subisce una serie di conflitti a carattere culturale iniziati nel momento stesso in cui, poggiato il piede sul suolo del paese adottivo, egli cerca di raccapezzarsi nel nuovo universo di codici di comportamento e di simboli cui si è trovato confrontato, tra questi innanzitutto la lingua.

Secondo tale tesi, l’indice di criminalità sarebbe più alto tra quegli immigrati che subiscono più fortemente il conflitto culturale, mentre sarebbe inferiore tra coloro che continuano a vivere alla maniera antica, protetti da un sistema di valori che funziona quasi da cuscino nei confronti del “nuovo mondo”.

-II-

Sia in USA sia in Canada sia in Europa, inclusa forse, oggi, anche l’Italia, la mancata integrazione di chi è diverso per origine etnica e cultura puo’ essere la causa scatenante di gesti di cieca violenza.

La tesi che ravvisa nel conflitto culturale, dovuto all’immigrazione, una possibile causa di devianza, si basa sull’idea che abitudini di vita, comportamenti, e valori del nuovo arrivato si scontrino con quelli della popolazione maggioritaria. E i figli degli immigrati, situati quali essi sono alla confluenza di due mondi conflittuali, e vittime quindi del contrasto tra le due culture e della conseguente crisi d’identità che questa posizione ambigua comporta, sarebbero particolarmente proclivi ai comportamenti di natura deviante.

Il disagio di molti immigrati nei confronti del paese ospitante è piu’ evidente in alcuni paesi rispetto ad   altri. Questo disagio rischia di divenire cronico quando l’immigrazione avviene all’insegna dell’improvvisazione, dell’abusivismo e del caos; senza una selezione preliminare e senza un piano d’integrazione lavorativa e culturale come purtroppo avviene in Italia; dove “gli immigrati non ci amano” è ormai il giudizio di una parte consistente dei nativi.

Non posso non menzionare poi un fattore che, secondo me, contribuisce a mantenere, all’interno di un paese multiculturale come il Canada, una sufficiente coesione sociale. Questo paradossale fattore è la polizia: in caso di necessità, si assiste qui in Canada al rapido intervento degli agenti di polizia, i quali sono poco loquaci, sono assai poco diplomatici, ma sono rispettati e soprattutto temuti da tutti i cittadini, senza eccezione. In Italia, invece, l’aggressione fisica ai poliziotti, da parte di sbandati – spesso degli stranieri senza fissa dimora – è un fenomeno alquanto frequente.

I nuovi arrivati, in Canada, se commettono atti criminosi e se non hanno ancora la cittadinanza, rischiano di essere rispediti a casa loro. In Canada l’accettazione da parte del governo di un immigrato comporta una lunga serie di obblighi per quest’ultimo.  E l’indulgenza non è certamente una qualità canadese. Ma il Canada a sua volta assolve egregiamente gli impegni assunti verso il nuovo arrivato.

 L’espatrio, il trapianto, il vivere in un mondo creato da altri creano in taluni un’esasperazione del legame con il luogo d’origine, dando persino nascita, in certi casi, ad un sentimento d’odio verso coloro che, nel paese che li ha accolti, essi considerano nemici della loro nazione e della loro religione. Infatti, il vero islamico o piuttosto il vero islamista vede nella gente da cui è stato accolto degli infedeli, degli avversari che hanno un ordinamento giuridico che contrasta con la vera legge: la Sharia.

Studiando l’azione dei combattenti per l’affermazione di uno stato nazionale o per un’altra causa ad esso collegata, si è colpiti da un fenomeno al quale non tutti danno il dovuto rilievo: il ruolo non minore svolto in queste lotte dagli espatriati. Dall’estero provengono, infatti, molti dei fondi che alimentano i movimenti cruenti patriottici attivi in tante aree del globo. Vi è ad esempio il fenomeno, sempre in Canada, del nazionalismo esasperato di una porzione dei Sikh qui trapiantati, che sognano l’avvento del Khalistan. Fenomeno ben piu’ grave è, in Europa, il terrorismo portato avanti da individui che combattono la guerra santa nel nome di Allah.  E in questo ruolo i figli degli espatriati si guadagnano i galloni. Colui che è considerato il leader della squadra della morte che dirottò gli aerei lanciandoli contro le Twin Towers, l’egiziano Atta, risiedeva da immigrato in Germania. E non vi sono solo gli islamisti in questa lista particolare di attivisti e combattenti: quando la Jugoslavia cominciò a disfarsi lungo le sue cuciture etniche, non pochi espatriati serbi e croati decisero assieme ai loro figli nati all’estero di rientrare nelle antiche patrie, a combattere contro i loro nemici di sangue.

Lontano dagli occhi lontano dal cuore… tale detto vale forse per gli innamorati, ma non sempre per chi vive lontano dalla sua Patria d’origine. Anzi, in certi casi la lontananza amplifica e rafforza la fedeltà all’identità collettiva originaria.

-III-

Vi è tutta una letteratura basata sulla perdita del suolo patrio e sull’apparizione nell’intimo dell’espatriato, per effetto di questa perdita, dei valori trascendenti connessi alla terra natale. Un fenomeno di rafforzamento dell’ascendente che ha sull’animo il suolo patrio lo si constata anche tra gli emigrati italiani. E così non è raro udire degli emigrati affermare, rientrando nella patria adottiva dopo una vacanza in Italia: “I veri italiani siamo noi…”, alludendo a quello ch’essi vedono come un biasimevole disinteresse, da parte degli italiani della penisola, nei confronti della patria comune, che andrebbe invece amata e rispettata. Non dovrebbe essere difficile per gli studiosi della psiche capire perché in certi trapiantati avvenga un tal fenomeno di rimpianto e d’amore per la terra dei padri.

Ma accanto all’idealizzazione della terra lasciata, quando i valori morali e religiosi originari (Terzo Mondo islamico) sono in aperto conflitto con quelli della società d’accoglienza (Europa laica) può sorgere nei nuovi venuti o anche nei loro discendenti un sentimento di ostilità verso il paese adottivo. Inadeguatezza, frustrazioni, invidia, fedeltà al passato, problemi psichici, rifiuto dei valori estranei alla propria cultura, fanatismo religioso, propaganda degli Imam: sono questi gli ingredienti di certe macerazioni dello spirito che sfociano talvolta in episodi di violenza stragista contro la popolazione locale.

Il conflitto di culture è inoltre la causa indiretta di una diffusa microcriminalità o comunque di condotte antisociali, realtà questa ben evidente nei paesi europei, Italia compresa, dove l’immigrazionismo ha modificato la composizione etno culturale del Paese e ha tolto forza attrattiva ai valori, usanze, comportamenti della popolazione locale.

In Italia, in una frazione non trascurabile d’immigrati provenienti dall’Africa o da altrove, avviene la scelta del microcrimine come mezzo di sostentamento e di affermazione. Scelta facile in un paese dove la magistratura dimostra una grande comprensione verso il diverso, e dove la polizia deve stare attenta a non usare la maniera forte anche di fronte ad energumeni che avanzano minacciosi brandendo un machete.  In Italia, come la cronaca vergognosamente ci insegna, si possono aggredire gli agenti dell’ordine con la quasi certezza che questi non faranno ricorso a metodi sbrigativi di autodifesa, come avverrebbe qui in Canada. E similmente, i borseggiatori, onnipresenti e visibilissimi, assaltano e depredano a man salva italiani e turisti, senza che la polizia intervenga. E questi professionisti del borseggio neppure rischiano di subire, se presi in flagrante, un’immediata, energica reazione da parte del malcapitato e degli astanti. Nei paesi di cui sono originari questa reazione sarebbe addirittura violenta.

Il buonismo dei progressisti italiani incoraggia il diverso, giunto da altrove, a mantenere la propria diversità ed anzi ad accentuarla. Una differenza abissale con l’esperienza di noi immigrati italiani del Canada, dove fin dal primo giorno dovemmo adattarci alle regole locali di quel tempo, anche le più stupide, per non incorrere nella reazione sia delle autorità sia della popolazione, entrambe intransigenti nel far rispettare i valori della propria cultura.

Ho voluto semplicemente esprimere le mie idee su certi aspetti di una realtà che mi tocca da vicino. Quando ritorno in Italia, infatti, devo subire la presenza di personaggi, giunti da altri continenti, che si comportano in maniera spesso arrogante e persino aggressiva nei miei confronti. Gli episodi da me vissuti sono troppo numerosi perché io ne parli qui. Dirò semplicemente che trovandomi, lo scorso aprile, in vacanza in Italia, sono stato braccato, ancora una volta, dai borseggiatori; che nella totalità o quasi sono degli stranieri, spesso irregolari.

Sdegno, umiliazione, rabbia: questi i miei sentimenti verso un’Italia dove i tentativi del governo, volti a regolamentare l’immigrazione, sono vanificati dalla magistratura, dall’Ue, e dai numerosissimi italiani “amanti del diverso” (purché il diverso sia uno straniero); e cui dobbiamo questa caotica immigrazione degna di un grottesco, autolesionistico “Spaghetti Western” alla Sergio Leone.

3 Comments

  • UnUomo.InCammino 27 Giugno 2026

    Ineccepibile.
    Grazie

  • UnUomo.InCammino 27 Giugno 2026

    Solo su alcuni dettagli.
    La xenofobia non esiste.
    Sarebbe come parlare di una grave malattia, la normotermia.
    La normotermia colpisce un numero elevatissimo di persone la cui temperatura corporea è di trentasette gradi centigradi.

    Il ribaltamento della realtà , la sinistra, gli oikofobici, i razzisti anti italiani, anti europei, gli antifà e vari altri poveretti e sbalestrati, hanno inventato la “xenofobia” come patologia.
    La normoterrmia, la xenofobia non esistono, come non esiste il problema della “bagnanza” dell’acqua o del fatto che l’aria calda, in quanto più leggera, stia sopra a quella a temperatura inferiore, etc. etc. .

    Una persona intelligente potrebbe iniziare a pensare come mai quelli scocomerati continuino ad usare ‘sto termine scemo, perché essi siano afflitti da xenofilia.

    È sufficiente avere due nozioni due di etologia, di zoologia, di sociologia, di ecologia, per sapere che difesa del territorio, contenimento o conflitti con gli esemplari non de branco/comunità sono la norma nella gran parte del mondo animale superiore.

    Purtroppo scienza e conoscenza sono rese strame dalla follia di sinistranti e dementi affini, dalle loro sette impazzite.

  • Claudio Antonelli (Montréal) 2 Luglio 2026

    LE DIFFERENZE TRA RAZZISMO E XENOFOBIA
    La frenesia dell’omologazione globale di popoli e civiltà che anima i nostri buonisti, con l’abbattimento delle frontiere e con l’apertura al Diverso, incarnazione del bene assoluto – in Italia si batte ogni record in questa duplice operazione di autodenigrazione e di esterofilia – è basata su un’idea falsa dell’essere umano considerato interscambiabile e inoltre malleabile e ristrutturabile in funzione di un mondo senza frontiere e senza radici.
    Nel 1971 Claude Lévi-Strauss, nel corso della conferenza intitolata “Razza e cultura”, tenuta all’UNESCO, osò dire che vi era differenza tra razzismo e xenofobia. Spiegherà in seguito così la sua presa di posizione, allora tanto criticata: “Reagii contro la tendenza che consiste nel banalizzare la nozione del razzismo – dottrina falsa ma precisa – e che consiste altresì nel denunciare come razzisti l’attaccamento a determinati valori e la non predilezione per altri valori (atteggiamenti scusabili o biasimevoli, ma profondamente radicati nelle comunità umane)”.
    Ciò che l’antropologo ci dice è che si dovrebbe tener conto dell’uomo qual esso è e non quale esso “dovrebbe essere”. Io aggiungerei che l’uomo può essere lentamente “migliorato” ma non certo riplasmato, cambiandone i meccanismi psicologici fondamentali, quasi fosse un robot. I nostri rivoluzionari rossi vi hanno provato, andandoci giù pesante, ma con risultati all’incontrario. Ed oggi, per risanare, rieducare (democraticamente), far tornare alla normalità i popoli che hanno vissuto sotto un regime comunista occorrono un paio di generazioni. Il gran male che il comunismo arreca è di causare danni alla fibra morale della gente, che si abitua alla menzogna, al calcolo opportunistico, al rispetto timoroso della nomenklatura, e all’esistenza di due verità: quella ufficiale e quella ufficiosa.
    Secondo Lévi-Strauss “l’umanità ha saputo trovare la sua originalità solo in un certo equilibrio tra isolamento e comunicazione. Era necessario che le culture comunicassero, altrimenti si sarebbero sclerotizzate. Tuttavia, non dovevano comunicare troppo rapidamente per darsi il tempo di assimilare, di far proprio quello che attingevano all’esterno. La scommessa è che, secondo me, questo continuerà”. Egli previde che “man mano che vedremo l’umanità omogeneizzarsi, al suo interno si creeranno nuove differenze”. E indicò nella proliferazione delle sette in California e nella “crescente difficoltà di comunicazione tra le generazioni” i primi sintomi di questo fenomeno.
    Più la società si fa grossa – spiegò – e meno trasparente e permeabile diviene al suo interno.
    In un Occidente omogeneizzato all’americana, io vedo manifestarsi questo fenomeno nella proliferazione del multiculturalismo e del “comunitarismo”, che spezzetta la Nazione in clan, comunità etnoreligiose, centri di interesse, movimenti, sette, gruppi transnazionali… Oggi su tutte spicca la “comunità” LGBTQ+ di fronte alla quale inginocchiarsi è d’obbligo. Secondo Lévi-Strauss, la lotta “contro ogni forma di discriminazione”, pur in apparenza lodevole, si inscrive nella stessa dinamica che “convoglia l’umanità verso una civiltà mondiale, distruttrice di quei vecchi particolarismi ai quali spetta l’onore di aver creato i valori estetici e spirituali che aggiungono valore alla vita, e che noi raccogliamo preziosamente nelle biblioteche e nei musei perché ci sentiamo di meno in meno capaci di produrli”.
    Scrisse inoltre che “L’etnologo esita a credere, benché vi si senta spinto da ogni dove, che la diffusione del sapere e lo sviluppo della comunicazione tra gli uomini riusciranno un giorno a farli vivere in buona armonia, nell’accettazione e nel rispetto della loro diversità”.

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