La giustizia è come il timone
dove la giri, va.
Franco Freda
Negli stati moderni vige perlopiù il principio del bilanciamento dei poteri – The Balancement of Powers – formulato già nel XVII secolo dal filosofo inglese John Locke, in modo che si controllino a vicenda e nessuno di essi abbia la possibilità di diventare tirannico.
Questo principio largamente applicato nell’ordinamento di tutti gli stati europei e occidentali, trova in Italia una singolare eccezione, infatti c’è un potere svincolato da qualsiasi forma di controllo da parte di qualsiasi altro e – ovviamente – dal giudizio dei cittadini, del popolo che eufemisticamente e umoristicamente è definito sovrano, il potere giudiziario, la magistratura.
Tanto è stabilito dalla “nostra” costituzione, “la più bella del mondo” secondo il detto di un celebre comico che con questa battuta ha toccato un vertice di ineguagliato umorismo.
Si potrebbe pensare in un attimo di generosa ingenuità, che i “padri costituzionali” stabilendo ciò, siano incorsi in un grossolano errore, ritenendo a torto che una magistratura indipendente sarebbe stata con ciò una magistratura imparziale, errore che otto decenni di esperienza hanno ormai rivelato come tale.
Io penso tuttavia che ciò non sia affatto un errore, ma una delle tante trappole, anzi una delle più importanti, disseminate nella costituzione “più bella del mondo” per vanificare in concreto quel potere sovrano che teoricamente essa riconosce ai cittadini.
In pratica, noi viviamo in quella che si potrebbe definire una dittatura giudiziaria. Gli interventi politici della magistratura per sovvertire o vanificare il responso delle urne elettorali e la volontà popolare tutte le volte che essi portino a un risultato sgradito alle sinistre, sono cosa all’ordine del giorno nella nostra Italia un tempo patria del diritto.
La geniale trovata di sabotare per via giudiziaria il tentativo del governo di spostare i CPR in Albania allo scopo di alleggerire almeno un poco la pressione che subiamo quotidianamente a causa dell’immigrazione clandestina, è stata solo l’ultima operazione di messa dei bastoni fra le ruote a governi sgraditi alla sinistra.
E si noti la situazione che sarebbe umoristica se non fosse tragica. Dopo aver vanificato l’operazione per mezzo delle “toghe rosse” sul suo libro paga, la sinistra ha accusato il governo per lo spreco e l’inefficienza da essa creati, un po’ come un killer che accusi la vittima di essersi messa sulla traiettoria della sua pallottola. D’altronde, falsità, ipocrisia, distorsione dei fatti, sono da sempre le armi della sinistra.
Ma naturalmente questa è stata solo l’ultima manipolazione giudiziaria delle toghe rosse intesa a sovvertire gli esiti della volontà popolare quando si esprime in forma diverse da quelle che le centrali del potere rosso desiderano.
E’ relativamente paradossale che quest’azione di distorsione del quadro politico per via giudiziaria abbia finito in un caso per dare una mano all’attuale maggioranza di governo, è successo con l’incriminazione e la condanna a una pena detentiva con motivazioni pretestuose e ridicole dell’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno, allo scopo di impedire la formazione di un nuovo movimento a destra di Fratelli d’Italia ormai sempre più spostato verso posizioni centriste e democristiane, in ogni caso di obbedienza cieca, pronta, assoluta ai padroni yankee e alla UE.
Ma naturalmente il beneficio che ne può aver tratto il centrodestra è stato un caso fortuito, un effetto di rimbalzo certamente non voluto. Le interferenze nella politica della magistratura – rossa ovviamente – sono sempre dirette a danneggiare gli avversari della sinistra. Non sarà difficile ricordare il caso davvero grottesco della nave Diciotti e il tentativo di incriminare, relativamente a quella vicenda il ministro Matteo Salvini.
Bene, possiamo dire che tutto ciò rientra in una lunga tradizione di abuso giudiziario, di interferenza indebita nella politica quando la volontà popolare si esprime in senso contrario ai desideri della sinistra. Non sarà difficile ricordare la lunga catena di pretestuose azioni giudiziarie tutte conclusesi con un nulla di fatto, contro Silvio Berlusconi, tutte allo scopo preciso di affossare governi di centrodestra nel momento in cui questi godevano dell’appoggio popolare, compreso un avviso di garanzia consegnato all’allora presidente del Consiglio nel mezzo di un summit internazionale, cosa che ha rappresentato una bella palata di fango gettata sulla credibilità dell’Italia. Ma d’altra parte, agire in danno dell’Italia come nazione è una costante nell’azione politica dei sinistri nostrani.
Tutto questo, però, a sua volta non faceva che inserirsi in una prassi vecchia e consolidata. Ai più giovani probabilmente non è giunta che un’eco distorta di cosa fu realmente la famosa inchiesta “Mani pulite” che non liberò affatto l’Italia dalla corruzione, ma ne sconvolse profondamente il quadro politico.
Si era nel 1991. Con la caduta dell’Unione Sovietica era caduto anche il veto statunitense a che il PCI, che era il più forte partito comunista esistente in una democrazia parlamentare, entrasse in una coalizione di governo, ma questo non bastava ai comunisti nostrani che diedero il via a una serie di trasformazioni di facciata con cui il PCI diventò (prese l’etichetta di) PD, volevano essere la forza egemone come lo era stata a lungo la Democrazia Cristiana.
C’era un problema: il PSI di Bettino Craxi. Craxi aveva avvicinato il socialismo italiano al modello delle socialdemocrazie europee, e mirava a creare una sinistra con un partito socialista egemone che potesse essere un’alternativa di governo credibile rispetto alla DC, un progetto niente affatto risibile che avrebbe allineato la situazione italiana a quella della maggior parte degli stati dell’Europa occidentale.
Per stroncare questo progetto che avrebbe comportato sia una notevole riduzione della forza elettorale del PCI sia la fine dell’inamovibilità democristiana al governo, fu scatenata la campagna giornalistica e giudiziaria cosiddetta di “Mani pulite”, e il PSI di Craxi, stretto fra i colossi comunista e democristiano, si trovò come un facocero schiacciato tra due elefanti.
In realtà ben prima di allora tutti sapevano che, eccezion fatta per la destra nazionale, tutti i partiti del cosiddetto arco costituzionale beneficiavano di un largo sistema di corruzione e tangenti.
Personalmente nei confronti di Craxi non emerse nulla ma si disse che “non poteva non sapere” e si montò una campagna diffamatoria tale da costringerlo a rifugiarsi in Tunisia dove rimase per il resto della vita.
In compenso le acrobazie dei giudici di “Mani pulite” per nascondere sotto il tappeto il marcio in casa comunista, furono spettacolari e dimostrarono che le loro mani non erano meno sporche di quelle dei loro indagati.
Ne diede un esempio il Grande Inquisitore Francesco Saverio Borrelli cacciando dal pool di sedicenti “Mani pulite” Ilda Bocassini che aveva osato indagare sulla Lega delle Cooperative, l’organo economico del PCI.
Ancora, i magistrati russi vennero in Italia per consegnare un dossier sui finanziamenti illeciti del partito comunista sovietico al PCI, non trovarono nessun giudice italiano disposto a riceverlo.
Ancora, fino al 1991, tutti sapevano che le aziende italiane che volevano commerciare con l’Europa dell’est comunista, dovevano pagare la tangente al PCI, dopo di allora non se n’è trovata traccia. Come ebbe a commentare il “Candido” allora diretto da Giorgio Pisanò, era come se all’est i nostri imprenditori avessero commerciato in lenzuola coi fantasmi.
“Mani pulite” non servì a eliminare o ridurre la corruzione in Italia, non era questo il suo scopo, come poi i numerosi casi di corruzione in casa PD hanno dimostrato, ma a fare del PCI trasformato in PD e nel quale – bontà loro – è stato permesso anche ad alcune schegge democristiane di confluire, la nuova forza egemone del centrosinistra.
Tornando al presente, possiamo dire che l’Italia ha fatto scuola, anche se riguardo a ciò non possiamo provare il minimo senso di fierezza. I giudici americani di sinistra, seguendo l’esempio venuto dall’Italia hanno cercato di sovvertire il risultato elettorale incriminando il presidente Donald Trump, finora con scarsi risultati. Non hanno imparato bene la lezione. Forse dovrebbero venire in Italia a prendere un po’ di ripetizioni.
I pochi magistrati che invece di dedicarsi a indebite intromissioni nella politica hanno cercato di fare il loro dovere combattendo la criminalità, sono stati lasciati soli, salvo farne dopo la loro morte dei comodi simboli agiografici, come è successo con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, e riguardo a Borsellino, ovviamente si nasconde che era un uomo di destra, per anni colonna del FUAN siciliano.
Sarebbe davvero strano se una magistratura così poco imparziale, così orientata a sinistra non usasse ogni mezzo, anche il più truffaldino per ostacolare gli esponenti dell’opposizione nazionale che danno più fastidio. Oltre al recente caso di Gianni Alemanno di cui vi ho detto, si possono ricordare i casi di Paolo Signorelli e di Franco Freda.
Paolo Signorelli si è trovato coinvolto in una lunga e kafkiana odissea giudiziaria di procedimenti tutti regolarmente finiti nel nulla, al punto di dover dire di sé stesso con amara ironia “professione imputato”. Simile e ancor più tragica la vicenda giudiziaria di Franco Freda, l’editore delle edizioni di Ar, colpa gravissima in una democrazia in cui solo “i compagni” hanno il diritto di fare cultura e, in generale, la libertà di parola.
Con un’odissea giudiziaria ancor più kafkiana, una lunga storia di processi fatti, disfatti e poi rifatti, si è cercato di addossargli la responsabilità della strage di piazza Fontana, dopo aver rimesso in libertà il vero colpevole, l’anarchico Pietro Valpreda.
Il titolo di questo articolo riprende appunto una lapidaria frase di Freda, “La giustizia è come il timone, dove la giri, va”. Verissimo, la sua vicenda umana dimostra che essa è infinitamente manipolabile.
Penso che vi sarà capitato piuttosto spesso di provare un senso di indignazione alla notizia che tale stupratore, tale assassino, tale rapinatore era un pruripregiudicato con una fedina penale simile a un elenco telefonico, e nonostante ciò, libero di circolare. Forse non sapete però che tale situazione è permessa da una legge che è una vera e propria anomalia giuridica, che consente di lasciare libero un imputato fino a che il terzo grado di giudizio, primo processo, appello, cassazione, è passato in giudicato, una legge che – altra stranezza – non è ricordata con il nome del suo proponente, ma dell’uomo che ne è stato il primo e più importante beneficiario, la legge Valpreda.
Dopo che con questa legge che ha devastato e praticamente vanificato il nostro ordinamento penale, il PCI ha ottenuto la liberazione dell’anarchico, lo ha anche messo al sicuro dalla prosecuzione dell’azione penale dandogli un seggio in parlamento, mentre Franco Freda iniziava il suo calvario giudiziario.
La vicenda di piazza Fontana ci rimanda a uno dei capitoli più bui della nostra storia, quello della cosiddetta strategia della tensione, riguardo al quale ancora oggi si continuano a presentare al grosso pubblico indegne mistificazioni.
(E’ quasi ironico, ma significativo che l’espressione strategia della tensione sia nata come ricalco di “strategia dell’attenzione” che nella terminologia democristiana indicava il progetto di coinvolgere i comunisti nella maggioranza di governo).
Sentiamo spesso ancora oggi, relativamente a quegli anni, una favola, quella dei “servizi segreti deviati”. Nessuno stato, nemmeno uno stato peracottaro come quello italiano, può permettersi di avere nei servizi segreti uomini di fedeltà meno che assoluta a chi detiene in potere. Potete essere certi che anche quando hanno progettato attentati, non l’hanno fatto per destabilizzare il quadro politico, ma al contrario per stabilizzarlo.
In quest’ottica tutto diventa chiaro. In quegli anni era effettivamente in corso, con metodi terroristici, un “attacco al cuore dello stato”. Quello delle Brigate Rosse. L’esperienza soprattutto sudamericana aveva già dimostrato che il risultato dell’azione dei movimenti terroristici come i Tupamaros, i Montoneros, Sendero luminoso, era stato quello di spostare a destra le opinioni pubbliche di quei Paesi, creando un consenso per soluzioni autoritarie senza il quale i golpe militari non sarebbero stati possibili o si sarebbero risolti in un flop grottesco come quello tentato dal colonnello Tejeiro in Spagna.
Come impedire che qualcosa del genere avvenisse anche in Italia? La soluzione era ovvia, creare artificialmente un terrorismo “nero” che apparisse come speculare e simmetrico in modo da tenere l’opinione pubblica ferma “al centro”. All’uopo bastava reclutare qualcuno dei più sprovveduti ai margini dei movimenti di destra e persuaderlo che mettendo qualche bomba da qualche parte, avrebbe fatto “la rivoluzione”.
Un caso addirittura da manuale, è stato quello della strage di piazza della Loggia a Brescia, il cui autore materiale, Ermanno Buzzi era addirittura un ritardato mentale, poi ucciso “misteriosamente” in carcere prima che potesse rivelare alcunché dei mandanti.
Poi, a parte false attribuzioni della matrice degli attentati, come nel caso di piazza Fontana, qualche colpo di fortuna può sempre capitare, come nel 1980 alla stazione di Bologna, dove deflagrò accidentalmente un carico di esplosivo verosimilmente destinato alla guerriglia palestinese. Subito si montò la storia della “strage fascista” sebbene non fosse emerso alcun indizio in questo senso.
Più avanti, l’allora presidente della repubblica Francesco Cossiga presentò pubbliche scuse ufficiali al MSI per la campagna calunniosa di cui erano stati oggetto esso e gli ambienti di destra, ma ovviamente la magistratura non ne ha tenuto alcun conto, e ha incriminato per la strage militanti di destra detenuti per altri reati, senza alcuna prova, ovviamente.
Possiamo dire che apparati dello stato, magistratura, media “di informazione” hanno lavorato alacremente insieme per costruire il fantasma di un’inesistente eversione nera.


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