12 Gennaio 2026
Storia delle Religioni

Cenni di filologia semitica – Marco Calzoli

 

 

 

 

Il termine greco kanon vuol dire “metro” e è passato ad indicare il canone delle Scritture, cioè quelle che, da una autorità o comunità religiosa, vengono considerate ispirate da Dio.

Secondo il canone cattolico e ortodosso, la Bibbia è composta di 73 libri: 46 quelli dell’Antico Testamento e 27 quelli del Nuovo Testamento. I protestanti hanno un altro canone, vale a dire che non accettano tutti i libri considerati ispirati dalla Chiesa cattolica. Gli ebrei accettano solo 24 libri dell’Antico Testamento.

Quando si parla di “canone” dei libri ritenuti ispirati ci sono spesso dei fraintendimenti e degli equivoci. La formazione del canone presso gli ebrei non ha mai seguito un percorso lineare, ma ha avuto delle tendenze o mode lungo i secoli. Inoltre, nel tempo erano accettati dagli ebrei libri che ora non lo sono oppure è vero il contrario. Il canone ebraico prevede oggi una tripartizione della Bibbia (Tanak): Torah, Profeti, Scritti, ma solo la Torah ha carattere normativo.

Inoltre, Mosè non ricevette da Dio solo la Torah scritta, cioè i primi cinque libri o Pentateuco, bensì anche quella orale, che condivide con quella scritta il carattere di normatività. Pertanto, la normatività per gli ebrei non è appannaggio esclusivamente della Torah scritta bensì anche della tradizione orale, che a partire dal 200 d.C. fu messa per iscritto nella Mishnà e nel Talmud.

Non dimentichiamo poi che nella formazione dei libri biblici contarono moltissimo gli apporti da letterature non bibliche, come per esempio quella mesopotamica, egiziana, avestica. La vicenda di Mosè viene costruita sulla falsariga delle storie accadiche riguardanti Sargon. Il Salmo 104 risente dell’Inno a Aton, celebre testo in neoegiziano. Il Nuovo Testamento risente del Talmud e dei targum (traduzioni aramaiche della Bibbia). Per esempio, una espressione tipica degli scritti giovannei è “dal principio” (ap’arches: Giovanni 8, 44; 15, 27; e così via); l’equivalente aramaico min sherui (letteralmente “dal principio”) è egualmente tipico del Targum Palestinese del Pentateuco e si trova soltanto in esso e il termine sherui si trova solamente nell’aramaico palestinese. Oppure pensiamo alla espressione “vieni e vedi” (plurale in Giovanni 4, 29), che è del Targum Palestinese. Il Targum Palestinese usa il termine “segno” (nes, siman, una parola desunta dal greco) nel senso di miracolo, esattamente come fa Giovanni e gli altri scritti neotestamentari (greco semeion). Non tutti sanno che la preghiera data a Gesù ai suoi, il Padre nostro, è sulla falsariga dell’importante preghiera ebraica detta qaddish. Ecco il testo del Qaddish Yitgadal:

 

“Venga riconosciuto grande e santo il Nome eccelso

nel mondo che Egli ha creato, e regni nel Suo

dominio nella vita e nei giorni della casa di Israele, e

sia tra breve, e si dica amen. Sia il Nome eccelso in

eterno benedetto, esaltato, glorificato, il Nome

santo, sia benedetto. E sia al di sopra di ogni

benedizione, canto, venerazione che si possa mai

pronunciare, e si dica amen”.

 

Il canone ebraico e anche quello cristiano, quando si fissarono inequivocabilmente come oggi li conosciamo, non fu un fatto graduale. Durante la storia della salvezza, come abbiamo detto, ci sono state tendenze molto diverse; quindi, è lecito parlare di una formazione graduale, ma quando i vari canoni vennero fissati in maniera definitiva si trattò di una decisione precisa, rispondente a una mentalità che intendeva con criterio teologico assolutizzare il testo e la sua interpretazione.

I protestanti non accettano: Lettera agli Ebrei, Lettera di Giacomo, Seconda Lettera di Pietro, Seconda e Terza Lettera di Giovanni, Lettera di Giuda, Apocalisse. Sono, per i cattolici, i testi cosiddetti “deuterocanonici” (cioè, non ritenuti ispirati in alcuni tempi e in alcune comunità: i protestanti li chiamano “apocrifi”), di contro ai “protocanonici” (sui quali non ci furono mai dubbi sull’ispirazione), che sono tutti gli altri. Tuttavia, le edizioni protestanti della Bibbia li inseriscono, seppur a parte, per l’indubbio valore storico-culturale. Per quanto riguarda l’Antico Testamento, ricordiamo che i protestanti, in conformità al canone ebraico, non accettano i libri deuterocanonici veterotestamentari (detti anch’essi, allora, apocrifi), cioè Tobia, Giuditta, Primo e Secondo Libro dei Maccabei, Baruc, Siracide, Sapienza, alcuni brani di Ester e di Daniele.

Il primo autore ad usare l’espressione “Nuovo Testamento” fu Tertulliano; tuttavia, la prima lista dei testi accettati dalla comunità cristiana (di contro a quelli non accettati, detti “apocrifi”) risale alla fine del II secolo con il Frammento Muratoriano (che non presenta la Lettera agli Ebrei, la Lettera di Giacomo e quelle di Pietro). Invece nella lista di Origene si paventano dubbi sulla Seconda Lettera di Pietro e sulle due di Giovanni (mentre Eusebio informa che alcuni non credono all’ispirazione delle lettere di Giacomo e di Giuda; liste incomplete sono anche quelle di Ireneo e di Tertulliano). Il canone Claromontano (redatto dopo il Concilio di Ippona del 393) non accetta la Lettera agli Ebrei.

Alla fine del IV secolo il canone sarà completo: così nella lettera di Atanasio del 367, mentre la Vulgata sarà basata su un elenco completo di tutti gli scritti neotestamentari. In tal modo questo canone potrà essere riperso dal Concilio di Firenze del 1441 e infine dal Concilio di Trento che ne sancì la definitiva accettazione.

L’Antico Testamento è scritto prevalentemente in ebraico biblico, con alcune sezioni di Esdra e Daniele in aramaico (l’aramaico di Esdra è quello imperiale, quello di Daniele è l’aramaico medio, così come quello dei manoscritti di Qumran). Da recenti dati gli studiosi ipotizzano che l’ebraico usato nella Bibbia fosse la lingua parlata quotidianamente dagli ebrei, anche se in passato era in voga la ipotesi della “lingua mista”, quindi artificiale. Dopo l’esilio del VI secolo a.C. gli ebrei, essendo stati deportati in Babilonia, iniziarono a parlare la lingua franca di allora, un idioma internazionale, che era l’aramaico, mentre riservarono l’ebraico quasi esclusivamente per la liturgia. Sette libri veterotestamentari sono scritti in greco.

L’ebraico biblico ama poco l’astrattezza, predilige le cose concrete dalle quali passare per estensione ai significati ulteriori: all’inizio della Genesi il nulla prima della creazione viene evocato dal forte vento che soffia sulle acque. L’ebraico biblico è carente di aggettivi, spesso la funzione di aggettivo viene assolta dai verbi di stato (essere vecchio) e dallo stato costrutto nominale (per cui il mio santo colle corrisponde alla lettera a: il colle della mia santità). Il verbo ebraico non ha tempi come quelli dei verbi greci e latini, di conseguenza si è sostenuto che il popolo ebraico aveva una concezione del tempo diversa dalla nostra (Barr), anche se chi parlava ebraico era in grado di esprimere la differenza tra passato, presente e futuro servendosi di altri elementi della sintassi.

Il Nuovo Testamento ci è giunto tutto in greco. Non sappiamo con certezza come parlassero quotidianamente i greci, perché anche la più semplice delle epigrafi poteva essere modellata sulla lingua letteraria. Nell’età arcaica i greci usavano perlopiù scrivere le opere letterarie nei dialetti greci, per cui il giambo e l’elegia erano in ionico, la lirica monodica (Saffo) in eolico, la lirica corale (Alcmane) in dorico. Invece Omero è scritto in una lingua artificiale, dalla base ionica con elementi eolici e tardi atticismi. Da questa situazione nell’età classica si impose sempre più la lingua di Atene (attico) per via della egemonia politica e la grande qualità della letteratura, per cui nell’età ellenistica si formò una lingua greca comune (detta koiné) che si impose sui dialetti.

Il greco del Nuovo Testamento, nel suo complesso, può essere considerato afferente alla koiné ellenistica popolare, cioè alla lingua parlata quotidianamente nell’età ellenistica. Di questa lingua non abbiamo testimonianze sicure, ma possiamo considerare alcune sue caratteristiche da ostraka e da papiri non letterari (come quelli epistolari). In base alle analisi linguistiche di queste ultime testimonianze, gli studiosi hanno potuto affermare una siffatta appartenenza per la lingua neotestamentaria.

A questa classificazione sommaria dobbiamo fare però due precisazioni. La prima è che alcuni autori del Nuovo Testamento (soprattutto Luca e Paolo) utilizzano una lingua molto più elevata, che si discosta da quella popolare. La seconda riguarda il fatto che, a onor del vero, non è possibile definire entro una formula unica questa lingua, stante le molte differenze fra gli autori, alcuni dei quali arrivano addirittura a toccare la lingua popolare più schietta (come l’autore dell’Apocalisse). Pertanto, volendo pur parlare in termini aprioristici, non si può che concludere con Blass e Debrunner: “a causa della non uniformità dei singoli autori, del greco neotestamentario nel suo insieme si può solo dire, molto in generale, che non è né un’elegante lingua letteraria atticizzante né la semplice ed incolta lingua parlata “.

La differenza fondamentale del greco del Nuovo Testamento rispetto alla koiné ellenistica in generale è la presenza dei semitismi. Si osserva, infatti, che il cosiddetto “greco biblico” (comprensivo del greco della Septuaginta, dei libri veterotestamentari in greco e del Nuovo Testamento), “was most obviously different from the literary Koiné of the period. It could not be adequately paralleled from Plutarch or Arrian, and the Jewish writers Philo and Josephus were non more helpful than their ‘profane’ contemporaries “(Moulton et alii).

Auerbach riconosceva nella letteratura mondiale due stili fondamentali: quello biblico e quello omerico. Il secondo mette i particolari sullo stesso piano della storia principale dilungandosi in lunghe digressioni particolareggiate (appiattimento sincronico), mentre lo stile biblico ignora volutamente parole di troppo e va subito all’essenziale. Facciamo l’esempio portato da Auerbach. Nel famoso episodio della cicatrice di Odisseo, Omero dedica settanta versi mettendo in primo piano ogni particolare di tempo, luogo, circostanza, sentimento e motivo. Invece nel racconto biblico del sacrificio di Isacco l’autore non dice perché Dio abbia dato l’ordine a Abramo di sacrificare il figlio, dove fosse Abramo o i pensieri che gli passavano per la mente, tutto è velocissimo e tinteggiato solo negli elementi essenziali.

La Bibbia è un vero pascolo per studiosi di linguistica, filologia, letteratura, e così via. Facciamo un solo esempio.

Nell’ebraico biblico ci sono molti tratti in comune con la lingua araba, per esempio Lutero sosteneva questa tesi per il libro di Giobbe.

L’arabo fa la sua grande comparsa con il Corano, rivelato da Dio a Maometto nel VII d.C., ma nei primi due secoli precedenti vi era una poesia preislamica redatta in una lingua assai vicina all’arabo del Corano, detto classico.

Sostanzialmente non ci sono differenze a livello morfosintattico tra arabo preislamico e arabo coranico. Il primo è un arabo aulico nato dall’epurazione linguistica eseguita dai poeti preislamici (sulla base dei loro dialetti arabi parlati nel quotidiano), mentre la tradizione afferma che l’arabo del Corano è, invece, un arabo inimitabile, “sceso” e tramandato per volontà di Allah, attraverso l’Arcangelo Gabriele, direttamente a Muhammad, il Profeta. A livello lessicale, l’arabo coranico presenta interferenze aramaico-siriache, nonché greco-latine per via dei numerosi rapporti commerciali e/o sociali tra gli arabofoni (che erano inizialmente politeisti, ebrei e cristiani e successivamente, dopo secoli, musulmani) e parlanti di altre lingue semitiche con una profonda conoscenza del greco (grazie al processo di ellenizzazione avvenuto dopo la morte di Alessandro Magno in cui il greco della koiné si è imposto come lingua di prestigio, mentre il latino veniva parlato solo nell’ambito dell’esercito romano). A livello stilistico, dunque, non vi è alcuna differenza specifica tra arabo preislamico e coranico, oggi ritenuto un arabo differente da quello moderno standard, e non parlato, studiato solo a scuola e all’università. Gli arabi parlano nel quotidiano le varietà dialettali arabe del proprio paese, ma scrivono in arabo moderno standard (solo se scolarizzati!).

L’arabo preislamico era più vicino ai dialetti parlati, con una maggiore flessibilità grammaticale e un lessico più vario e meno standardizzato. L’arabo coranico è molto più formalizzato e ha un lessico più selezionato, utilizzato per la religione e la letteratura.

L’arabo preislamico era soggetto all’influenza dei dialetti regionali. L’arabo coranico, invece, è una lingua standardizzata che ha cercato di evitare le influenze dialettali, rendendola più accessibile ai musulmani di diversi luoghi.

L’arabo coranico è una versione standardizzata e più formalizzata dell’arabo, che ha le sue radici nell’arabo preislamico, ma che ha mantenuto una certa “purezza” nella grammatica e nel vocabolario. Questa differenza è dovuta alla funzione che l’arabo coranico ha assunto come lingua religiosa e della cultura scritta, mentre l’arabo preislamico deriva più direttamente dalle lingue parlate della Penisola Arabica.

Le prime testimonianze scritte (iscrizioni su pietra) di una lingua araba le abbiamo non prima del IV d.C., ma indizi che l’arabo fosse presente anche precedentemente sono presenti e considerati attentamente dagli studiosi.

Nella penisola arabica (tra il V a.C. e il VI d.C.) si parlavano queste lingue:

  • Al nord vi era l’aramaico (retaggio dell’impero achemenide, che lo usava anch’esso come lingua franca internazionale), nordarabico (che non è una lingua vera e propria ma una serie di testimonianze eterogenee che prendono nome dalle oasi dove sono state trovate: taymanita, safaitico, dumaitico, hismaico), il greco koiné (impostosi con la conquista macedone);
  • Al sud della penisola arabica vi era il sudarabico, di cui la lingua egemone era il sabeo, ma erano presenti anche altri idiomi (mineo, qatabanico, hadarmautico, himyarita).

Linguisticamente l’arabo, prima di emergere come lingua delle iscrizioni e poi letteraria, dovette coesistere per secoli in questa situazione di plurilinguismo del nord della penisola arabica. Quindi l’arabo è una lingua storicamente recente (ma dalla struttura antichissima, molto conservativa).

Le testimonianze relative agli arabofoni nel periodo antico sono di due tipi. Abbiamo innanzitutto quelle indirette:

  • Testi assiri del VIII secolo a.C. in cui vi sono delle parole arabe, tra cui: a-na-qa-a-ti, “cammelle”, che corrisponde al termine arabo al-naqat. C’è un’altra stele assira, quella di Shalmaneser III, nella quale si racconta di una battaglia di questo re assiro contro i popoli beduini della penisola arabica, tra cui un re in cammello chiamato Ghidibu, che proveniva dalla terra degli arabi;
  • Erodoto (III, 8) ci informa che gli abitanti della penisola arabica adoravano una divinità chiamata Alilat, che è la trascrizione esatta dell’arabo al-ilahtun, dove al- è l’articolo arabo, ilah significa “divinità” e –tun è il suffisso del femminile. Si tratterebbe della moglie di Allah. Allah, prima di diventare il dio unico dell’Islam, era adorato alla Ka’ba come la divinità più importante tra molte altre. Infatti, nel mondo preislamico si veneravano le pietre, sotto le quali si credeva abitassero gli dèi, e sotto la pietra della Ka’ba vi era la divinità più importante del pantheon preislamico, chiamata Hubal, la quale iniziò ad essere definita in arabo al-ilah, “la divinità” (più potente), donde la forma Allah. Quindi non deve destare stupore che tale divinità avesse una dea quale sua compagna. Abbiamo anche iscrizioni ebraiche in cui si parla della consorte di YHWH, che prima di diventare il dio unico dell’ebraismo aveva una moglie, detta Asherà. Ciò non deve meravigliare perché spesso gli dèi antichi avevano delle compagne, cioè, esistevano molte divinità femminili, pensiamo anche a Roma, dove era arrivato il culto della dea egiziana Maia, a cui si offriva in sacrificio il porco, detto sus maialis, il “porco di Maia”, donde la parola “maiale”.
  • Proverbi 30, 31 abbiamo l’espressione ebraica melek alqum, che è la traslitterazione dell’arabo malik al-qawm, “re della tribù”.

Le testimonianze dirette sono costituite da testi misti (III-I a.C.), cioè nordarabici, sudarabici e aramaici in cui ci sono degli arabismi, sia singoli lemmi sia costruzioni sintattiche. Per molti è l’articolo arabo al- a permettere di identificare, nei testi in queste lingue, alcune parole arabe, perché solo l’arabo usa al- (anche se oggi tale tesi viene rivista). Invece l’ebraico ha l’articolo ha-, ma in qualche modo questo articolo ebraico è conosciuto anche in arabo (il dimostrativo dell’arabo classico è Hada, “questo”, ma nei dialetti arabi si usa solo da, “questo”, che quindi è il vero dimostrativo, allora la Ha- di Hada è l’articolo con la funzione di determinare maggiormente il dimostrativo).

Altre importanti testimonianze dirette sono costituite da testi in aramaico nabateo (dopo la conquista romana del 106 d.C.) in cui compaiono iscrizioni in arabo ma con caratteri nabatei. È dall’alfabeto nabateo che poi si formò quello arabo, ma anche la lingua araba, in quanto il nabateo è molto simile. Oggi molti studi indagano la possibile derivazione della lingua araba anche dal safaitico.

La più antica iscrizione semitica nota è il pugnale di Lachish, risalente al 1600 a.C. Questa iscrizione, ritrovata in una tomba di tarda età del bronzo, riporta quattro lettere e si legge “trzn”, forse “Turranza”. Invece la prima iscrizione semitica rinvenuta fu trovata casualmente nel Seicento da Diego della Valle, inciampando su una roccia che conteneva un testo in palmireno. Da lì si iniziarono a studiare le lingue semitiche.

Ricordiamo che le più antiche lingue semitiche avevano un alfabeto con le lettere staccate, solo in seguito per via della sedentarizzazione si iniziarono a usare supporti adatti a una scrittura più veloce, come il papiro; quindi, le lettere iniziarono ad essere legate. L’alfabeto nabateo e quello siriaco nascono con le lettere legate (non hanno avuto una fase slegata) perché nascono con la sedentarizzazione. L’alfabeto arabo ha le lettere legate molto probabilmente perché deriva da quello nabateo.

Non per nulla la più antica iscrizione in lingua araba è una epigrafe redatta in un alfabeto tra il nabateo e l’arabo: si tratta della iscrizione di Mar’ Al-Qays, ritrovata a En-Nemara (risalente al 328 d.C.). Abbiamo infatti l’alfabeto nabateo (derivato dall’arameo comune) in piena evoluzione verso la scrittura araba, forse con qualche traccia dell’alfabeto siriaco (una t nella terza riga, una b nella quarta, per esempio). Già nel nabateo certe lettere rendevano più consonanti alla volta; inoltre, per essere utile alla lingua araba, lo stesso esiguo numero di segni doveva rappresentare fonemi arabi inesistenti in nabateo. Questa situazione si riflette fedelmente nella scrittura araba, che deve ricorrere all’uso di punti diacritici sopra e sotto le righe per distinguere la gamma di 28 consonanti in arabo.

Si presenta poi il problema della lingua. Si tratta indubbiamente di arabo (classico) ben distinto dal nabateo. Lasciando da parte lo spinoso problema se questo nabateo fosse una vera lingua parlata oppure il socioletto/lingua puramente scritta e colta degli Arabi che si servivano della lingua scritta aramaica, bisogna constatare che l’arabo di en-Nemära ha dei residui di aramaico: Bar, “figlio”, invece dell’arabo ibn; probabilmente ‘esar “cingere” anziché ‘aqada nell’espressione “cingere il diadema”; forse il suffisso -hn invece dell’arabo -firn e forse il molto enigmatico ‘dky. È incerto, inoltre, se si trattasse di logogrammi, (cioè, si scriveva bar ma si pronunciava ibn) oppure se si pronunciavano le parole straniere tali e quali.

Il testo dell’epigrafe è distribuito su cinque righe. Presenta notevoli difficoltà per quanto riguarda la traslitterazione e la traduzione. Kropp dà questa traduzione:

  • Questo è il monumento commemorativo di Mar’al-Qays figlio di ‘Amr, vero re degli Arabi, quello col cerchio del diadema.

  • Ed era re delle due (tribù di) As(z)d e di Nizär e dei loro re. E mise in fuga la tribù di Madhig finché (li) colpì/ distrusse/ annientò

  • con la punta di ferro della sua lancia alle porte di Nagrän, città di Samir, re (della tribù) di Ma’add. Diede in mano (in potere) ai suoi figli

  • (diversi) popoli (sedentari) e li instaurò come governatori. Poi fu in posizione stabile (di potere e faceva pace tra i popoli), e (questo) in modo durevole. Così nessun re gli era uguale nel suo rango

  • finché morì. (L’ha eretto) nell’anno 223, il settimo giorno del mese di KaslOl -per la gloria (ed il successo) – la sua posterità.

Ma le soluzioni proposte dagli studiosi differiscono molto tra di loro.

In questa epigrafe compare l’espressione “re di tutti gli arabi”, una delle prime menzioni di tale popolo che abbiamo: mlk ‘l ‘rb kl-h, letteralmente “re degli (-l, articolo) arabi tutti”. Bellamy nel 1985 ha proposto di leggere lqb-h (anziché kl-h), che indica un titolo onorifico.  La –h finale è il possessivo, “di lui”, che si riferisce a Arab, che è parola maschile singolare.

L’iscrizione continua: “(re di tutti gli Arabi e) degli (dw) Asad e degli Madnig”. Si tratta della lettura di Bellamy, dove dw è la nota genitivi. Invece, in seguito, altri hanno proposto di leggere così: dy ‘sr ‘l-tgg, “che ha preso la corona”, dove dy è la marca del relativo, ‘sr diventa un verbo (e non la tribù Asad), “catturare”, “legare”, ‘l-tgg indica “la corona”.

È interessante linguisticamente il nome Mar’. Originariamente era Mrw, poi per influsso nabateo diventa Mar; in seguito, quando si attesterà l’arabo classico mediante la poesia araba preislamica, Mrw si trasforma in Imru. Mrw iniziava con un sukun, ma dato che in arabo classico una parola non può iniziare con sukun è stato inserito un alif prostetico dal suono /i/, quindi il corrispondente nome arabo è Imru. Si tratta dello stesso fenomeno che compare nell’arabo ibn, “figlio”, la cui radice protosemitica è *bnw, in ebraico ben. All’inizio in arabo avevamo la parola bar, “figlio”, che deriva dalla corrispondente parola aramaica, attestata in arabo fino al IV-V d.C. Poi il mondo arabo è entrato in contatto con quello ebraico (dove “figlio” è ben) e ha determinato lo scivolamento da /r/ a /n/. Nelle lingue semitiche la /n/ è instabile (spesso pure cade), pensiamo che in fenicio questa consonante è diventata /l/, quindi in fenicio “figlio” si dice bil. Da Marw si forma Mar, cioè, cade la /w/ in quanto vi è la alef dell’articolo della parola seguente (mr ‘l-qysš: Mar’ Al-Qays). Mar significava in protosemitico “forza, potenza”, ha dato origine all’aramaico “signore” e all’arabo “uomo”. Cfr. inglese mister e forse nome proprio latino Marius, che troviamo in tutte le lingue indoeuropee.

W-mlk ‘l’ssdyn w-nzrw mlwk-hm, “E re degli Asadyn e di Nizarw e dei loro re”.  Bellamy legge bhrw (invece di nzrw), “e furono sconfitti” (“E re degli Asadyn e furono sconfitti”). Hrb oppure altri leggono ḥrb: cioè, “mise in fuga” oppure “fece guerra”. Mdḥg-w, in nabateo i nomi propri terminano con –w, per l’antico influsso del nominativo protosemitico. ‘kdy w-g’ yzgh, “dunque e (w-) arrivò (g’) a spingerli”. Il primo verbo (g’) è perfetto, il secondo (yzgh) è imperfetto: il secondo verbo avrebbe dovuto avere il w inversivo semitico, ma l’arabo può ometterlo.

Fy rtg ngrn madynt smr, “alle (fy, particella di stato in luogo) porte (rtg) di Nagran, città di Smr”. W-mlk m’d-w w nbl bnb-h, “e re di Ma’add e ebbe riguardo (nbl) dei nobili” (Bellamy). Altri leggono … nḥl bny-h, “divise in eredità (tra) i suoi figli”. Cosa? Sh’wb, “le tribù”.

Prima interpretazione: W-wklh(.) f-rsw l-rwm, ebbe riguardo dei nobili “e li (h) nominò in carica (wkl), perciò (f-) si misero a capo (rsw) dei romani (l-rwm)”. Seconda interpretazione: wkl (‘l) frs w-l-rwm, ebbe riguardo delle “truppe ausiliare (wkl) della (‘l) Persia (frs) e (w-) dei (-l-) romani (rwm)”. W-lm yblg mlk mblg-h, letteralmente “e non ha raggiunto (alcun) re il suo scopo”, cioè “nessun re ha mai raggiunto il suo scopo”, cioè nessuno ha mai raggiunto le conquiste/il rango di Mar’.

‘kdy hlk snt 200-20-3 ywm 7 bkslwl, “fino a quando morì (hlk) nell’anno (snt) 223 nel giorno 7 di Kaslul”. La data corrisponde al 7 novembre del 328 d.C. La datazione riportata nella epigrafe (223) è quella della provincia romana (nel 64 a.C. i romani giunsero nel Vicino Oriente e poi iniziarono a conquistare tutto, la Nabatea venne conquistata dal 116 d.C. in poi). Invece 328 d.C. corrisponde ab Urbe condita, è la datazione romana ufficiale.

È la più completa testimonianza dell’Old Arabic, termine inventato nel Duemila da McDonald per indicare l’idioma usato in tutte quelle iscrizioni in lingua araba (caratterizzate dall’articolo ‘l) scritte in diversi alfabeti.  Prima del Duemila, Old Arabic indicava la lingua della poesia preislamica. Kropp fa iniziare la letteratura araba classica con questo testo, quindi prima della poesia araba preislamica.

I due secoli della poesia araba preislamica (V-VI d.C.) sono detti complessivamente gahillya, probabilmente termine arabo che significa “ignoranza” (del messaggio coranico). È un’epoca caratterizzata da:

  • Pantheon di più divinità;
  • Tirannia politica;
  • Uccisione rituale di bambine;
  • Violenza.

Anche nel Corano più volte si parla di questa epoca così tormentata. Per esempio, in 3, 154 è scritto: “Dopo la tristezza, fece scendere su di voi un senso di sicurezza e un sopore che avvolse una parte di voi mentre altri piangevano su sé stessi e concepirono su Allah pensieri dell’ETA’ DELL’IGNORANZA, non conformi al vero”.

Dai vari riferimenti presenti nel Corano appare che tale età sia connotata da tali elementi:

  • Periodo storico preislamico;
  • Concerne gli arabi;
  • È sinonimo di una comunità anarchica ignorante della penisola arabica. In Corano 33, 33 si parla di un tempo di jahl, stato di ignoranza e passione.

Tuttavia, la lessicografia arabi spiega il termine gahillya anche in altre maniere. Per esempio, è celebre tra gli studiosi il parere di Al-Khalil ibn Ahmad (nel suo Kitab al-‘Ayn, VIII-IX secolo d.C.) per il quale jahl è opposto a ‘ilm (conoscenza) ma non connette jahl alla gahillya come era dell’ignoranza in sé. Altri si riferiscono alla gahillya come al tempo di al-Fatra, il periodo tra due profeti nel quale l’umanità non ha alcuna guida. Infatti, per la tradizione islamica Gesù è un profeta, il quale nel Vangelo di Giovanni profetizzò l’avvento del Paraclito, termine greco che corrisponde al latino ad (parà) + vocatus (kletos), “chiamato in difesa”, che sarebbe il profeta Maometto: tra Gesù e Maometto ci sarebbe la gahillya, assenza di profeta. Dal canto suo Zamakhshari (Asas al-Balagha, 1143 d.C.) parla della gahillya come di un tempo del passato in senso generico.

I poeti preislamici sfoggiano il loro genio alla città della Mecca, dove vi è tuttora la Ka’ba, che conserva la pietra nera, e che era quindi città di pellegrinaggio religioso, ma non solo, anche città del commercio e delle gare di poesia durante la fiera di Ukaz. La Mecca è il luogo che ha visto nascere la lingua araba grazie ai poeti delle varie tribù che andavano lì a fare le proprie esibizioni.

Dalla lingua della poesia preislamica è nato l’arabo classico (quello del Corano), il vero e proprio arabo. Nel proseguo del tempo da quest’ultimo è derivato l’arabo moderno (usato tuttora dai musulmani nella letteratura, nei mass media e parlato nelle occasioni formali, ma che ha altri vocaboli e costruzioni diverse rispetto all’arabo classico). Nelle occasioni informali gli arabi parlano i vari dialetti arabi, che costituiscono le lingue madri degli arabofoni.

Il poeta preislamico è detto sha’ir, da un verbo che vuol dire “conoscere, percepire”, quindi il poeta è colui che percepisce realtà che gli altri uomini non sono in grado di conoscere. Ogni tribù aveva un poeta e un dialetto arabo proprio; quindi, alla Mecca tutti capivano perché quell’arabo della poesia era una sorta di koiné, una lingua comune (oppure quelle poesie non si sarebbero comprese, ma si sarebbero gustati solo i suoni).

La poesia preislamica era un dono che i ginn davano ai poeti. I ginn sono spiriti buoni e spiriti malevoli, dalla radice che si ritrova in ebraico (gan) e in arabo (ganna), dal significato di “giardino”, che poi si specializzerà indicando il Paradiso. Probabilmente i ginn della poesia erano spiriti che stavano nel Paradiso e scendevano sulla terra per offrire doni.

Il poeta pone delle immagini e degli avvenimenti, creando la poesia sulla base del gusto dei suoi ascoltatori del momento, un po’ come i rapper di oggi, che hanno una metrica e delle formule ma tutto è improvvisato.

La scrittura esisteva, ma la poesia preislamica era orale, basata su lessico, costruzioni, metrica, formule stereotipate, tecniche per comporre, assemblati sul momento.

L’alfabeto arabo odierno non contempla le vocali brevi, che sono state aggiunte in seguito. Sappiamo che i poeti preislamici prendevano appunti scritti riguardo i loro versi e sappiamo anche che nella poesia le vocali sono indispensabili, servono per formare la rima. Allora gli studiosi si chiedono: quella scrittura antica, prima dell’alfabeto arabo standard derivato dal nabateo, aveva già le vocali? Prima della introduzione dei consueti segni ortoepici per le vocali brevi dell’alfabeto arabo standard, si utilizzavano altri segni, alcuni manoscritti presentano dei pallini. Bisogna dire che i consueti segni ortoepici dell’alfabeto arabo standard furono introdotti nello stesso periodo nel quale i masoreti li introdussero per l’ebraico. I pallini di questi manoscritti arabi vengono mutuati dal sistema masoretico ebraico.

Il pubblico dei poeti preislamici era costituito dai nomadi di altre tribù che si recavano alla Mecca. In quel periodo, nel nord della penisola arabica, vi erano due regni arabi cristiani: lahmide e gassanide, che costituivano due stati cuscinetto alleati dei bizantini da una parte e dei sassanidi dall’altra.

La poesia aveva una funzione politico-sociale, perché con quei versi difendeva la propria tribù, per esempio intessendo le lodi del sovrano, oppure costituiva la memoria storica degli arabi; quindi, il poeta tramandava le vicende più importanti.

Il poeta era accompagnato da un giovane, che aveva il compito di imparare a memoria la poesia del poeta per tramandarla alle generazioni successive, garantendone la immortalità.

I trasmettitori erano detti rawi, da un verbo che vuol dire “portare acqua”, quindi i rawi erano coloro che trasferiscono le poesie: non erano i compositori o poeti, bensì coloro che recitavano poesie altrui per tramandarle.

Anche il Corano, come la poesia preislamica, aveva rawi: tutte queste letterature erano tramandate oralmente dai rawi, e lungo la tradizione si formavano versioni differenti. Quindi nel VIII secolo d.C. vennero costituiti in Iraq studi grammaticali e filologici per la giusta lettura del Corano. La poesia preislamica serve per capire il Corano, perché essa è l’unica testimonianza di un arabo simile a quello del Corano; quindi, c’è la paura dell’oblio di questa poesia; quindi, per non dimenticarla hanno iniziato a scriverla.

Alcuni studiosi hanno sostenuto che la “poesia preislamica” è una produzione dell’VIII secolo, quindi inventata di sana pianta dopo l’Islam (Nöldeke 1864, Ahlwardt, Margoliouth 1925, Taha Husayn 1926). È certo, comunque, che ci sono stati falsari che hanno inventato parole preislamiche per spiegare il Corano. Questi studiosi sostengono siffatta tesi perché sembra anomalo che la poesia preislamica inizi già evoluta: se non è attestata una tradizione posteriore che determini un grado così elevato di compiutezza, è molto probabile che la poesia preislamica sia in realtà un falso storico, nata dopo il Corano.

Oggi si tende a considerarla autentica. Tali autori passano in rassegna altresì i “realia” presenti nelle poesie preislamiche, cioè dati concreti, botanici, zoologici, geografici, e quant’altro, che non potevano essere conosciuti nelle corti abbasidi (o omayyadi) dove la poesia sarebbe stata inventata di sana pianta. Questa poesia suppone una conoscenza assai profonda della natura del deserto che ormai si era persa secoli dopo; quindi, è realmente stata composta prima del Corano. Ad esempio, nella Mu’allaqa di Imru l-Qays compare la parola araba: samurat. Alcuni traducono con “rovi”, ma probabilmente si tratta delle “acacie”, arbusti spinosi che crescono nel deserto dove c’è umidità, la cui esistenza si era perduta nell’ambiente califfale posteriore.

Secondo gli autori iracheni del IX secolo d.C., nell’epoca preislamica vi erano due tipi di poesia: ragaz e qasida. La qasida è la poesia classica per eccellenza, che si manterrà per lungo tempo; invece, il ragaz è etimologicamente la “produzione di un rumore”, il prototipo della qasida, serviva a dare l’incipit musicale alla qasida.

Storicamente il ragaz viene prima della qasida, è formato da versi brevi, ritmo e musicalità dati dal ripetersi della rima sempre uguale. In origine, prima che per la poesia, era usato dagli indovini per gli oracoli, perché il ragaz era breve come gli oracoli.

La qasida significa etimologicamente “andare verso, tendere a”, è formata da versi di 2 emistichi e stessa rima, costruita sulla metrica quantitativa. Ha una struttura non rigida, i poeti seguono il loro estro. Caratterizzata da diversità di temi (amore, viaggio, descrizione della natura, elogi, morte, e così via).

Le Mu’allaqat sono una antologia di 7 qaside (altri manoscritti ne prevedono 10) compilata alla fine del VII secolo d.C. Un califfo omayyade chiese all’erudito Hammad al-Rawiya (m. 772) di raccogliere poesie arabe antiche da far studiare al figlio. Quindi la poesia, se va studiata, è importante!

Pertanto, qui nasce una tematica che si svilupperà nel Medioevo arabo, quando verrà prodotta l’opera intitolata le Mille e una Notte, la cui base portante è la valenza salvifica della parola, della poesia e della cultura che servirà alla eroina Sherazad per salvarsi dal re (raccontava ogni notte una storia interrompendola sul più bello, così che il re incuriosito non la uccideva, e questo avvenne per mille e una notte).

Questa antologia prende il nome dalla radice araba “appendere”, quindi si tratta delle “appese” (Mu’allaqat è un participio passivo plurale femminile), probabilmente perché poste in caratteri d’oro alla Ka’ba in quanto particolarmente belle.

La metrica araba viene sistematizzata da Al-Khalil ibn Ahmad (m. 791 d.C.), che ha scritto anche una grammatica araba in versi. Ha redatto altresì il Kitab Al-Harud, Trattato della metrica, ma il sostantivo arabo harud non significa “metrica” bensì “cammella recalcitrante”, nel senso che la metrica araba è talmente difficile che sembra un cammello difficile da addomesticare.

In arabo il “verso” è detto bayt. La parola ha due plurali: buyut (case) e abyat (versi poetici). È detto così perché come una casa contiene la rima. La “poesia” è detta shar, la cui radice evoca l’idea del percepire, del conoscere.

Il verso si divide in due emistichi, chiamati in arabo misrah. Il primo emistichio è detto sadr (petto), il secondo hadz (parte posteriore). Nel primo emistichio l’inizio è detto hashu (riempimento), l’ultima parola è detta harud. Nel secondo emistichio l’inizio è detto hashu, l’ultima parola è detta darb (battito, in riferimento alla rima).

Per formare il verso possiamo avere questi schemi:

  • Sabat (corda che lega i lembi della tenda ai picchetti piantati al terreno): che può essere con parola con vocale breve e lunga (come biīka) oppure con parola con vocale e sukun (come lam);
  • Uatid (picchetti della tenda): con parole formate da tre consonanti, come ālam (vocale, vocale, sukun) o come mitla (vocale, sukun, vocale);
  • Fasila (separazione): con parole come darasat (vocale, vocale, vocale, sukun) oppure come hamaranā (vocale, vocale, vocale, vocale, stop; per inciso, la fine della parola hamaranā è segnata come stop perché termina con alif, la quale non viene vista quale vocale bensì come lettera a sé stante, quindi corrispondente a uno stop vocalico).

Unendo tra di loro questi schemi, i poeti arabi danno luogo ai vari piedi di cui è costituito un verso.

 

 

Bibliografia

  1. E. Auerbach, Mimesis, Torino 1956;
  2. J. A. Bellamy, “A New Reading of the Namara Inscription”, in Journal of the American Oriental Society 105.1 (1985), pp. 31–48;
  3. F. Blass, A. Debrunner, Grammatica del Greco del Nuovo Testamento, Brescia 1997;
  4. G. B. Caird, Lingua e linguaggio figurato nella Bibbia, Brescia 2009;
  5. O. Capezio, La poesia araba preislamica, Roma 2021;
  6. M. Kropp, “Grande re degli Arabi e vassallo di nessuno: Marʾ-al-Qays Ibn ʿAmr e l’iscrizione ad en-Nemara”, in Quaderni di Studi Arabi 9 (1991), pp. 3-28;
  7. J. Maier, Le Scritture prima della Bibbia, Brescia 2003;
  8. M. McNamara, I targum e il Nuovo Testamento, Bologna 1978;
  9. J. H. Moulton, R. Howard, N. Tourner, A Grammar of New Testament Greek, 4 voll., Edinburgh 1928-1976, vol. 1.

Marco Calzoli è nato a Todi, in Umbria, nel 1983. Prolifico poeta e saggista, ha dato alle stampe con varie Case Editrici 58 volumi. I suoi studi trattano di filosofia, psicologia, scienze umane, antropologia. Da anni è collaboratore culturale di riviste cartacee, riviste digitali, importanti siti web. Ha conseguito la laurea in Lettere, indirizzo classico, all’Università degli Studi di Perugia nel 2006. Conosce molte lingue antiche e moderne, tra le quali lingue classiche, sanscrito, ittita, lingue semitiche, egiziano antico, cinese. Cultore della psicologia e delle neuroscienze, è esperto in criminologia con formazione accreditata. Ideatore di un interessante approccio psicologico denominato Dimensione Depressiva (sperimentato per opera di un Istituto di psicologia applicata dell’Umbria nel 2011). Ha conseguito il Master in Scienze Integrative Applicate (Edizione 2020) presso Real Way of Life – Association for Integrative Sciences. Ha conseguito il Diploma Superiore biennale di Filosofia Orientale e Interculturale presso la Scuola Superiore di Filosofia Orientale e Comparativa – Istituto di Scienze dell’Uomo nel 2022.

 

 

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