10 Agosto 2026
Archeostoria

Celti e Mediterranei – Fabio Calabrese

Come vi ho annunciato, quest’anno non metterò on line su Ereticamente i testi delle conferenze che ho tenuto quest’anno al festival celtico triestino Triskell, e i motivi ve li ho già spiegati, la prima, sull’heroic fantasy, presenta scarsi agganci con un discorso politico, la seconda, Mondo celtico, è basata su materiale che vi ho già presentato su Ereticamente, e che non mi sembra corretto rivendervi.

In sostituzione di ciò, ho pensato di presentarvi l’articolo che avete sotto gli occhi. Lo scrissi anni fa per il portale celtico Celticworld di cui, finché è esistito, sono stato attivo collaboratore, ma poi rinunciai a mandarglielo, pensando alle polemiche che avrebbe suscitato, perché un punto ne emerge con solare chiarezza: contrariamente a quanto affermato da un certo razzismo, artefici della civiltà europea non sono stati solo i biondi nordici, ma anche noi, bruni mediterranei.

Il nome della città di Milano contiene un piccolo enigma la cui corretta soluzione potrebbe forse fornirci la chiave per rispondere ad enigmi di più vasta portata. Per i latini, il nome del capoluogo lombardo era Mediolanum che alle loro orecchie suonava come mezza lana, ed avevano posto come simbolo della città una scrofa tosata a metà. E’ inverosimile che questa fosse la derivazione corretta; al contrario è probabile che si sia trattato di un simbolo inventato per spiegare in maniera fantasiosa l’etimo del nome cittadino (anche se il simbolismo della scrofa, del maiale o del cinghiale rimanda alle tradizioni celtiche nelle quali questo animale era associato al dio Lug).

 E’ più credibile che si tratti di un etimo celtico: Mid-land, ossia “Nel mezzo della pianura”.

Solo che a questo punto, c’è qualcosa che non torna.

Un etimo simile, infatti, ci suona molto più germanico che non celtico.

Avanzo un’ipotesi: può essere che anteriormente alla storia documentata, diciamo mille anni avanti Cristo, le lingue celtiche e quelle germaniche fossero molto più affini fra di loro di quanto comunemente non si pensi?

Attualmente, le lingue celtiche tuttora in uso, le lingue gaeliche: irlandese, gallese, bretone, scozzese, cornish, sono parlate in un’area molto ristretta e marginale di quello che fu l’antico Lebensraum celtico, e per di più da un numero ristretto di parlanti; presumere di risalire da esse al celtico antico, è un po’ come voler ricostruire il latino sulla base del sardo o del friulano. Oltre tutto dobbiamo anche tenere conto del fatto che le popolazioni celtiche si erano diffuse all’epoca della loro massima espansione su di un’area enorme che andava dalla Britannia alla penisola anatolica, e questo non lascia presumere un’uniformità della parlata, anche considerando il fatto che quest’espansione fu opera di popolazioni reciprocamente indipendenti che non diedero mai vita a uno stato centralizzato.

Proviamo ora a ribaltare la nostra argomentazione: i linguaggi celtici, germanici, il greco, il latino, le lingue romanze derivate da questo, appartengono tutti al ramo occidentale, centum, dei linguaggi indoeuropei; se alle soglie dell’età storica le parlate celtiche e germaniche erano ancora simili o perlomeno reciprocamente intellegibili, cosa ha provocato una precoce differenziazione del greco e del latino?

La risposta alla questione si presenta spontanea e, verrebbe da dire, ovvia: il sostrato mediterraneo rappresentato dalle popolazioni già insediate nella penisola italica ed in quella ellenica precedentemente alla discesa degli indoeuropei.

Quando una popolazione ne assoggetta e ne assimila un’altra, quest’ultima, di solito non scompare completamente, lascia tracce che a volte possono essere molto consistenti, dal punto di vista fisico-antropologico, da quello della cultura, da quello della lingua. Pensiamo a un caso esemplare: quello della Gran Bretagna e della formazione della lingua inglese: qui abbiamo uno strato germanico (anglo-sassone) che va a sovrapporsi ad un sostrato celtico, ed anche un super-strato franco-normanno che, con la conquista dell’Inghilterra ad opera dei normanni francesizzati di Guglielmo il Conquistatore nel 1066, è alle origine delle molte espressioni francesi che si sono trapiantate nella lingua inglese.

Un altro concetto importante che è opportuno ribadire, è che la coincidenza fra lingua ed etnia non è perfetta: gli afro-americani degli Stati Uniti parlano inglese, che è una lingua germanica, quelli dell’America meridionale spagnolo o portoghese, lingue neolatine; gli stati del Nordafrica, dal Marocco all’Egitto hanno come lingua ufficiale l’arabo, ma la loro popolazione è perlopiù berbero-camitica.

Tuttavia, se procediamo a ritroso nel tempo, fenomeni come la tratta degli schiavi, la creazione dell’impero arabo califfale con la correlativa diffusione della religione islamica (che ha imposto l’arabo come lingua liturgica), o ancora la creazione dell’impero romano che ha portato la lingua latina a diffondersi molto al di fuori della penisola italica e posto le premesse per la nascita delle moderne lingue romanze, si fanno sempre più rari, e la correlazione lingua-etnia diventa quindi molto più attendibile.

Tradizionalmente, si considerano i linguaggi delle popolazioni caucasiche suddivisi in tre rami principali: indoeuropeo, che comprende la pressoché totalità delle lingue parlate oggi in Europa con le eccezioni dell’ungherese, del finlandese e del basco, oltre alle lingue indiane ed iraniche; semitico, che comprende le lingue del Medio Oriente: arabo ed ebraico, ma anche un copioso numero di linguaggi antichi: accadico, caldeo, babilonese, assiro, fenicio; e camitico che comprende i dialetti berberi, l’antico egizio, il copto parlato dai cristiani dell’Egitto odierno, e l’antico cananeo parlato in Palestina.

Tuttavia, ci possiamo chiedere se questa classificazione creata dai linguisti dell’ottocento sia davvero funzionale, rispondente alla realtà, o non rappresenti l’ennesima palla al piede al progresso della nostra conoscenza creata dal presupposto della veridicità scientifica e storica della bibbia: tre dovevano essere i rami delle lingue caucasiche perché tre erano i figli di Noè, e due prendono i nomi dai rampolli del patriarca-navigatore-vignaiolo: Sem e Cam.

Quando si esamina da vicino la storia dell’Europa antica, ci si imbatte in un numero sorprendente di popolazioni “non indoeuropee” ma neppure semitiche o camitiche, e non si tratta di popolazioni oscure riguardo alle quali abbiamo nozioni vaghe, ma di popoli spesso portatori di una cultura di livello elevato; basti pensare per tutti agli Etruschi od ai Cretesi minoici.

Quanto meno, sembra che si debba ipotizzare un quarto ramo delle lingue e delle popolazioni caucasiche, un ramo per indicare il quale il termine “mediterraneo” sembrerebbe essere appropriato, ed a cui sarebbero appartenuti Etruschi, Minoici, Liguri, Iberi, Pelasgi della Grecia pre-ellenica e svariate altre popolazioni.

 Precedentemente alla conquista romana e prima ancora all’invasione celtica della Valle Padana e alla colonizzazione greca e cartaginese dell’Italia meridionale, la nostra Penisola non era divisa tanto fra nord e sud, quanto fra un’Italia orientale ed una occidentale, seguendo approssimativamente il crinale dell’Appennino: un est indoeuropeo ed un ovest non-indoeuropeo che possiamo forse definire mediterraneo: nell’angolo nord-orientale i Veneti, poi più a sud gli Italici propriamente detti, i latino-osco-umbri, nella Puglia e penisola salentina, popolazioni di ceppo illirico: Iapigi e Messapi, tutte genti di ceppo indoeuropeo; nell’Italia occidentale, invece, Liguri, Etruschi, Sardi, Corsi, giù fino alla Sicilia, divisa fra non-indoeuropei, Elimi e Sicani nella parte occidentale e Siculi, indoeuropei di ceppo italico, in quella orientale. Naturalmente, non è una suddivisione rigorosa: troviamo popolazioni non indoeuropee ad oriente, ad esempio gli Euganei in Veneto, e gli stessi Etruschi erano presenti nella Valle Padana fino all’Adriatico; in compenso i territori italici-indoeuropei di Latini ed Oschi si affacciavano sul Tirreno in Lazio ed in Campania.

Quello che rende difficile collocare questa serie di popolazioni “non indoeuropee” in un unico contesto “mediterraneo”, è il fatto di non essere supportati da dati linguistici. La lingua degli Etruschi, contrariamente a quel che spesso si crede, non è “un mistero” se non per il fatto che si possiedono poche iscrizioni, perlopiù di soggetto funerario, dove si ripete un numero limitato di formule stereotipate, e non si dispone quindi di un lessico sufficiente a farsene un’idea con chiarezza, tranne per il fatto che non appare né una lingua di tipo indoeuropeo, né semitico, né camitico.

Dalla Creta minoica ci sono pervenute parecchie tavolette incise con due scritture di tipo sillabico, la lineare A e la lineare B. La lineare B è decifrata ed i testi scritti con questa grafia sono in un greco arcaico risalente all’età micenea; essa è con ogni verosimiglianza derivata dalla lineare A – concepita per annotare una lingua del tutto diversa – adattata per annotare la lingua greca dei conquistatori micenei; la lineare A rimane non decifrata.

Se per questo aspetto l’antico mondo mediterraneo ci rimane “muto” ed enigmatico, però, altri aspetti ci fanno pensare ad una civiltà notevolmente evoluta già prima delle invasioni indoeuropee, e con non pochi tratti in comune; l’arte etrusca e le pitture parietali minoiche ci permettono non solo, in entrambi i casi, di intravvedere una società in possesso di una cultura notevolmente raffinata, ma in cui, a differenza delle patriarcali società indoeuropee, la donna doveva godere di notevole spazio. Degli Iberi sappiamo molto meno, ma forse non è un caso che una delle più belle sculture dell’antichità pre-classica arrivata fino a noi sia una statua raffigurante probabilmente una sacerdotessa iberica, la dama di Elche. In Italia i Veneti mutuarono probabilmente da una popolazione non indoeuropea, forse gli Euganei, una dea, Reitia, che divenne la divinità principale del loro pantheon. Quella mediterranea era forse una cultura matriarcale, o forse riconosceva sostanzialmente la parità fra uomo e donna.

Dei Sardi e Corsi ci restano principalmente le mute testimonianze delle costruzioni nuragiche, ma sicuramente una cultura capace di dare vita ad un complesso nuragico come quello di Barumini che è forse l’esempio più imponente che ci rimane di “città” europea dell’epoca preistorica, doveva essere tutto meno che arretrata.

L’area di diffusione di queste culture mediterranee sembra essere stata piuttosto vasta: Pelasgi e Minoici nella penisola ellenica e nelle isole dell’Egeo, Etruschi e Sardi in Italia, Liguri che occupavano non solo l’angolo nord-occidentale della nostra Penisola, ma il cui dominio si estendeva un tempo ben oltre le Alpi fino a comprendere – forse – buona parte dell’Aquitania, ossia la parte meridionale di quella che è oggi la Francia sotto il corso della Loira, gli Iberi nella Penisola Iberica, forse i Pitti delle Isole Britanniche.

Quali rapporti hanno avuto i Celti con questo insieme di popolazioni? Frequenti, ramificati e molto stretti, come è facile comprendere.

L’espansione dei Celti indoeuropei li ha portati a contatto con Liguri ed Etruschi nelle Gallie ed in Italia, un contatto che assunse in prima battuta certamente l’aspetto del conflitto armato, ma non si rimase sempre a questo livello. Insediandosi nella Valle Padana i Celti si trasformarono in popolazione urbana: Torino prende il nome dai Galli Taurini, e a sud del Po, l’etrusca Felsina divenne Bononia, la città dei Galli Boi, oggi Bologna. Liguri ed Etruschi non furono scacciati dalle loro sedi, ma si integrarono con la popolazione celtica, dando luogo a comunità che erano già notevolmente civili al momento della conquista romana. La stessa cosa avvenne in Aquitania e nella Gallia Narbonese, dove all’epoca di Cesare la popolazione celto-ligure era già altamente civile, anche per l’influenza della colonia greca di Massilia (Marsiglia).

Nella Spagna, i Celti si fusero con gli Iberi dando luogo alla popolazione mista dei Celtiberi.

Il capitolo più interessante della nostra storia, perché è anche il più misterioso, è probabilmente quello che riguarda i Pitti.

 E’ un fatto accertato che prima della colonizzazione celtica, le Isole Britanniche erano state popolate da genti di origine mediterranea; ancora oggi in Gran Bretagna il tipo antropologico mediterraneo è considerevolmente più frequente rispetto all’Europa continentale alle stesse latitudini. E’ probabilmente a questa popolazione che si deve l’erezione dei complessi megalitici di età neolitica anteriori all’insediamento celtico. La cosa è certamente più incerta e più controversa, ma forse è a queste popolazioni pre-celtiche che risalgono anche le origini del druidismo, dottrina che, ci racconta Giulio Cesare nel De Bello Gallico, fu scoperta in Britannia e solo più tardi raggiunse la Gallia continentale. E’ forse a questo sostrato che si devono le peculiarità che distinguono la cultura celtica da quelle delle altre popolazioni indoeuropee, ad esempio il fatto di far cominciare la giornata al tramonto, o il fatto che le principali festività celtiche non coincidono coi solstizi e gli equinozi dell’anno solare, ma con le date intermedie fra essi.

I Pitti sono forse un residuo di questo antico popolamento. Al riguardo, le informazioni di cui disponiamo non sono molte.

Consultando la voce “Pitti” su Wikipedia, si trova quanto segue:

“ I Pitti (di incerta origine, forse pre-celtica) erano una confederazione  di tribù stanziate, prima ancora della conquista romana, in quella che più tardi diventerà la Scozia orientale e settentrionale, fino al X secolo. Si opposero strenuamente all’invasione di Roma, e per ben tre volte riuscirono a passare il Vallo di Adriano,  nel III secolo”.

Una delle poche cose sicure che sappiamo sui Pitti, è che il nome con cui li conosciamo, fu dato loro dai Romani, “Picti”, cioé “dipinti” per l’usanza di tingersi la faccia allo scopo di avere un aspetto più minaccioso al momento di scendere in battaglia (usanza che gli Scozzesi hanno conservato fino all’età moderna, come attesta anche Braveheart), che erano guerrieri estremamente temuti e temibili, e che i Romani non riuscirono mai a sottometterli.

A volte delle informazioni di grande interesse possono venire da una fonte del tutto imprevista. Anni fa, mi capitò di ascoltare alla televisione un’intervista con l’ex beatle Paul McCartney. McCartney raccontò di essere molto benvoluto e ricercato dai suoi amici … soprattutto a capodanno, perché una superstizione tradizionale della Gran Bretagna vuole che se si incontra uno scozzese il primo giorno dell’anno, l’annata in arrivo sarà senz’altro fortunata.

Il vero scozzese, ci tenne a precisare McCartney, non è di pelo biondo o rossiccio; il vero scozzese è di pelame nero, come lo stesso McCartney; è quindi, potremmo arguire noi, un pitta di antica origine mediterranea.

Anche il carattere bene augurante attribuito agli Scozzesi offre il destro ad interessanti considerazioni: il pitta visto da una radicata tradizione come “uomo magico”, partecipante di una dimensione nello stesso tempo subumana e sovrumana, perché più a contatto del normale britanno con il mondo naturale. Periodi di meditazione nelle selve facevano parte anche dell’iniziazione dei druidi.

Le connessioni che si aprono a questo punto sono davvero troppo complesse e troppo vaste, perché la stregoneria in età medievale può essere vista come una continuazione del druidismo (chiave, in questo ruolo, una figura – storica o mitica che sia – come quella di Merlino), che a sua volta potrebbe affondare le radici nell’antica religione naturalistica-matriarcale di origine mediterranea.

Ciò che possiamo sensatamente dire, è che le radici delle genti europee, e quindi anche le nostre, sono molto antiche, forse più di quel che pensiamo.

NOTA: Nell’illustrazione, a sinistra un bassorilievo con la rappresentazione dell’etimo attribuito dai Romani al nome di Milano, una scrofa tosata per metà, al centro l’idolo iberico noto come Dama di Elche, a destra un’insolita immagine barbuta di diversi anni fa dell’ex beatle Paul McCartney.

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