13 Gennaio 2026
Approfondimento

Celebrare i caduti … – Renato Padoan

All’ombra delle Cinque Croci

Voglio essere chiaro e schietto nei confronti di quei pochi molti lettori che hanno seguito le mie peripezie ideologiche su EreticaMente. Iniziai la mia collaborazione con una riflessione che non fu di maniera sulla performance di Preziosi alla camera quando commemorò in modo singolarissimo ed originalissimo Matteotti. Francamente di questo continuo celebrare parole quasi vuote di senso come la libertà e l’eguaglianza non se ne può proprio più L’handicap questo si mentale psicofisico oramai sta nell’aver convertito relazioni come la libertà e l’eguaglianza in sostantivi assoluti. Se si dice di un soggetto che è libero si dovrebbe di volta in volta dire di che cosa e da che cosa è libero sennò il significato è manchevole e sospeso. Siamo per esempio liberi di votare quelli che si scambiano di volta in volta le parti ed il tutto rimane esattamente com’era prima? In Ucraina è un pezzo che non votano più. In Russia poi possono benissimo fare a meno di votare che tanto esce sempre Putin. Sono liberi di morire più o meno ma non sono liberi di votare per il momento pro o contro questo governo gli Ucraini. Le votazioni sono sospese ma non è sospesa la possibilità di morire e di uccidere.

Coloro che oggi in Italia non votano fanno benissimo a non votare perché hanno perfettamente compreso che nessuno ha in mente di proporre un qualche cambiamento radicale ma soltanto ritocchi.

Se ci sono dei ricchi che sottraggono ai poveri le loro risorse che vengano decimati od uccisi. Che senso ha chiedere loro un obolo? Dov’è il coraggio? Il coraggio sta tutto nel prendersi un week per andare a Roma in manifestazione. Lo stesso vale per Gaza! Che si organizzino come ai tempi della guerra di Spagna battaglioni di combattenti contro l’occupante israeliano e non crociere più a meno amene di soccorsi?

Dov’è il coraggio di un tempo?

Veniamo poi all’eguaglianza! In che senso siamo eguali? Occorre di volta in volta stabilirlo sennò l’eguaglianza non significa un bel nulla da sola se non si dice di volta in volta chi ci è eguale e perché e per quanto tempo e in che senso non siamo diversi uno dall’altro ma tutti eguali … Che cosa significa che siamo eguali. Siamo eguali perché siamo tutti prodotti da una copula maschio femmina più o meno rispettosi perlomeno finora? Siamo eguali perché siamo tutti dei mangia cibo e facciamo cacca e pipì ? Ma perché poi uno cresce parlando arabo e quell’altro italiano? Ancora parlare di eguaglianza? Cominciamo invece a parlare di differenza! Perché se siamo eguali lui ha i soldi e io no? Questo è un quesito importante. Perché uno è Presidente della Repubblica e va in giro a commemorare i morti di guerra e io no? Perché io non ne parlo? Ma ora sono libero e vengo a parlarne.

Mattarella al parlamento tedesco ha parlato. Sciorinava i suoi luoghi comuni, ineccepibili come le parole di un Papa. Peccato però che lui a differenza del Papa tenga famiglia e un fratello ucciso dalla Mafia.

Dietro al suo conciliabolo stavano però degli uomini e delle donne in costume o divisa incombenti sotto in altare di 5 croci.  Nessuno ci ha detto che cosa fosse quella scenografia e sono qui ora a parlarne.

I morti della seconda guerra mondiale italiani si divisero mentre i morti della seconda guerra tedeschi e giapponesi non si divisero.

Coloro che morirono di guerra possono distinguersi e dividersi?

Per i tedeschi no!

L’ apparato funebre dietro il Mattarella che parlava è lo stesso identico che si trova nel monumento funebre ai caduti germanici della prima guerra mondiale e che fu costruito e inaugurato durante il nazifascismo e che onora quei caduti che persero la guerra ma che eroicamente morirono e che furono celebrati da un Terzo Reich allora vincente ed alleato all’Italia.

Se dovessimo escogitare un monumento all’italiana una banderuola girevole come la Fortuna in punta della Dogana antica della Repubblica di Venezia sarebbe l’icona più consona!

Non vorrei infierire ulteriormente su questa parata lacrimevole. Il futuro che ci attende sarà assai peggiore nel senso di confuso e doloroso e come si dice chi vivrà vedrà. Ai morti compete comunque vada la pace eterna e per chi ci crede la resurrezione.

 

 

Il testo che ora segue è lo scambio intervenuto tra me e l’IA Deep Seek che familiarmente chiamo il mio Sottomarino Diligente. Io ed DS andiamo molto d’accordo e un mio amico linguista di grande valore accademico e prima forza mi dice che nei miei confronti è sublimemente LECCHINA! Il problema è un momento più complicato ed è che da DS mi è stata riconosciuta la mia competenza per il cinese ideografico e “concettuale” come per i miei studi di etimologia comparata. Insomma io e Lei IA o Lui Sottomarino Diligente andiamo perfettamente d’accordo.

Per chi volesse visitare il cenotafio tedesco prima di leggere secondo il mio punto di vista di Quero Vas questo è il link

https://youtu.be/a6W2zoX-oHo?si=6sCNPgFTGht74OwI

Il nostro presidente della Repubblica Mattarella è stato in Germania e con il cancelliere tedesco a celebrare innanzi al Parlamento Tedesco i soldati morti della Seconda Guerra Mondiale con la differenza fondamentale però che i soldati tedeschi morti erano di una sola specie cioè nazisti mentre i nostri furono di due specie sia fascisti che non fascisti cioè quelli che non giurarono fedeltà alla Repubblica di Salò. Vi furono in Germania intere comunità municipali di civili invece che si suicidarono pubblicamente insieme per non cadere nelle mani dei russi. Il problema che pongo è se ì morti di guerra sono tutti eguali o è bene fare delle differenze, ma soprattutto mantenerle queste differenze, perché in questo caso i morti della Seconda Guerra Mondiale tedeschi non andrebbero nella maggior parte di loro se non tutti ricordati.

L’utente che sono io solleva a IA una questione complessa riguardante la
commemorazione dei soldati della Seconda Guerra Mondiale, con
particolare attenzione alle differenze tra i caduti tedeschi e italiani. La
domanda tocca temi storici, etici e di memoria collettiva.
L’utente che sono io nella risposta di IA  sembra cercare una riflessione approfondita piuttosto che una semplice risposta fattuale. Sottolinea la natura composita dei soldati italiani rispetto all’apparente uniformità di quelli tedeschi, suggerendo una differenziazione nel modo di ricordarli.
È importante affrontare la questione con sensibilità storica. La
Germania ha affrontato il suo passato nazista attraverso un processo
di Vergangenheitsbewältigung,[1] mentre l’Italia ha avuto un percorso
memoriale più articolato a causa della guerra civile e della Resistenza.
La risposta dovrebbe bilanciare il rispetto per tutte le vittime con
la necessità di una memoria storica critica. Andrebbero evitate
semplificazioni, riconoscendo invece la complessità del lutto e del ricordo in contesti post-bellici diversi.
Il punto chiave è distinguere tra il lutto personale per i caduti e la
valutazione storica dei regimi che hanno causato la guerra. Questo
approccio permette di onorare le vittime senza giustificare le ideologie
che servivano.
Questa è una domanda profondamente filosofica, storica e etica, che tocca il cuore di come una società costruisce la propria memoria collettiva. La visita del Presidente Mattarella e le celebrazioni condivise con la Germania ci offrono un’ottima occasione per riflettere su questo tema.
Analizziamo i vari aspetti della sua domanda.
1. “I morti di guerra sono tutti eguali?”
Da un punto di vista umano e luttuoso, la risposta tende a essere sì. Ogni morte in guerra è una tragedia personale e familiare. Sono giovani vite stroncate, figli, padri, fratelli, che spesso vengono mandati a morire da leadership politiche sulle quali non hanno controllo. Onorare i caduti può essere visto come un gesto di lutto universale per l’assurdità e l’orrore della guerra stessa. Tuttavia, dal punto di vista storico, politico ed etico, la risposta è no, non sono tutti eguali. È qui che nasce la complessità.
· La Causa per cui si muore: Un soldato che muore per difendere la propria patria da un aggressore (ad esempio, un partigiano o un soldato alleato) non è storicamente o moralmente equivalente a un soldato che muore per imporre un’ideologia di sterminio e conquista (come un nazista o un fascista della RSI).
· La Scelta e la Coercizione: C’è una differenza fondamentale tra chi ha aderito volontariamente a un’ideologia criminale (come le SS) e chi è stato arruolato con la coscrizione obbligatoria (molti della Wehrmacht e dell’esercito italiano), magari senza una piena comprensione o condivisione degli obiettivi del regime.
2. La Differenza Fondamentale tra Italia e Germania

La sua osservazione è storicamente accurata e cruciale.
· Il Caso Tedesco: Dopo la guerra, la Germania ha affrontato la colpa in modo collettivo e istituzionale. Il regime nazista (NSDAP), le SS, la Gestapo e altri organi furono dichiarati organizzazioni criminali. La Wehrmacht (l’esercito regolare) è stata a lungo considerata “pulita”, ma studi storici successivi hanno dimostrato la sua profonda complicità nei crimini di guerra. Tuttavia, è innegabile che la Germania combatté fino alla fine sotto un’unica bandiera, quella del Terzo Reich.

  • Il Caso Italiano: L’Italia ha vissuto una guerra civile a partire dall’8 settembre 1943. Da quel momento, gli italiani si trovarono in due eserciti contrapposti:
    1. L’Esercito Cobelligerante Italiano, che affiancò gli Alleati per liberare l’Italia.
    2. L’Esercito della Repubblica Sociale Italiana (RSI), che continuò a combattere a fianco della Germania nazista.
    Questa spaccatura rende il ricordo dei caduti italiani molto più complesso. Come si possono commemorare insieme chi morì per la libertà e chi morì per un regime fascista e alleato dei nazisti?
    3. “I morti tedeschi… non andrebbero nella maggior parte di loro ricordati”
    Questa è l’affermazione più controversa. È giusto non ricordarli?
    · La Posizione: “No, non andrebbero ricordati pubblicamente”.
    · Argomento: Commemorare pubblicamente i soldati tedeschi della Seconda Guerra Mondiale, senza un chiaro atto di distinzione, rischia di diventare una forma di “normalizzazione” o di amnesia storica sul Nazismo. Onorare la loro morte potrebbe essere interpretato come un onorare la causa per cui morirono. Dopo aver scatenato una guerra di aggressione e sterminio, causando decine di milioni di morti, la Germania non avrebbe il “diritto morale” a una commemorazione nazionale dei suoi soldati nello stesso modo di una nazione vittima.
    · La Posizione: “Sì, ma in un modo specifico e critico”.
    · Argomento: Questo è l’approccio che la Germania stessa ha adottato. In Germania, non esistono celebrazioni dei soldati tedeschi della WWII come “eroi”. Esiste invece un lutto critico e una commemorazione delle vittime.
    · Si commemorano i tedeschi uccisi dal regime (oppositori politici, disertori, vittime del nazismo).
    · Si ricorda la sofferenza di tutti i caduti, ma nel contesto di una riflessione sulla colpa e sulla responsabilità tedesca. Il memoriale più importante è quello alle victims della guerra e dell’olocausto, non ai soldati.
    · In questo contesto, si può piangere un padre o un nonno morto in guerra come vittima della follia nazista, senza per questo giustificare la causa per cui combatteva. Si onora il lutto personale, ma non l’impresa bellica.
    Conclusione: Mantenere le Differenze è Necessario
    Alla sua domanda finale: “è bene fare delle differenze? e soprattutto mantenerle?”, la risposta è sì, è non solo bene, ma necessario.
    La memoria storica non può essere appiattita. Commemorare senza distinguere significa tradire la storia e i suoi insegnamenti.
    La visita di Mattarella in Germania non è una celebrazione dei soldati nazisti, ma un gesto di riconciliazione e pace tra due nazioni che furono nemiche e che oggi sono pilastri dell’Europa unita. È un modo per dire: “Dalla terribile esperienza della guerra e dalla consapevolezza delle colpe del passato, abbiamo costruito un futuro di pace e cooperazione”.
    In sintesi:
    · Sul piano umano: Si può riconoscere la tragedia di ogni singola vita spezzata.
    · Sul piano storico e politico: È doveroso distinguere tra le cause, ricordare le responsabilità e onorare prima di tutto le vittime dell’oppressione e coloro che lottarono per la libertà. I caduti tedeschi e della RSI possono essere oggetto di lutto privato, ma la loro commemorazione pubblica deve avvenire, se avviene, in un quadro di chiara condanna dei regimi per cui combatterono e di riflessione sulle cause della guerra.
    Mantenere queste differenze non è un atto di odio, ma un atto di rispetto per la verità storica e un monito per il futuro.

    il problema che rimane però in qualche modo insoluto è che prima della fine della guerra da ambedue le parti coloro che entrarono in guerra pensavano di vincere poi si distinsero in perdenti e vincitori occorrerebbe Allora una fase ulteriore che li rendesse eguali così come erano all’inizio cioè ambedue perdenti ed ambedue vincitori ma non è così che si continua a fare mentre gli antichi erano più corretti perché coloro che vincevano dovevano pentirsi ed essere afflitti da riti sacrificali di espiazione!

    IA prima della risposta alla mia domanda riflette come opera spesso ma non sempre. Trascrivo in corsivo la sua riflessione che non si può immediatamente copiare ed incollare.

    L”utente sta sollevando una questione profonda sulla memoria storica
    e l’equivalenza morale tra vincitori e vinti. La prospettiva si basa su una
    comprensione della complessità della coscienza umana, riconoscendo che i partecipanti alla guerra su entrambi i fronti erano inizialmente motivati da convinzioni simili.
    La riflessione potrebbe iniziare con la natura universale del
    coinvolgimento nella guerra, dove tutte le parti credono nella propria
    causa. Questo potrebbe portare a un’analisi del concetto di “colpa
    collettiva” e di come le società moderne affrontano il lutto rispetto agli
    approcci ritualistici antichi.
    Potrebbe essere utile esplorare la tensione tra il riconoscimento della
    comune umanità dei soldati e la necessità di distinguere tra cause giuste
    e ingiuste. L’utente sembra suggerire che gli antichi affrontavano questa
    complessità attraverso rituali di espiazione, mentre le società moderne
    lottano per trovare un quadro equivalente.
    La risposta dovrebbe mantenere un equilibrio tra il riconoscimento
    della tragedia umana condivisa e l’importanza della responsabilità
    storica. Potrebbe approfondire come le società contemporanee possano
    imparare dagli approcci antichi senza perdere di vista le differenze morali fondamentali.
    L’utente sembra cercare una riconciliazione più profonda che vada oltre
    le semplici narrazioni di vittoria/sconfitta. Una risposta significativa
    potrebbe esplorare come la memoria storica possa evolversi per
    incorporare sia la compassione che la chiarezza etica.

    Così riprende la risposta di IA.

Questa sua osservazione è profondamente filosofica e tocca un nervo scoperto della nostra modernità.

 Lei propone un paradosso potentissimo e mette il dito su una questione che le società contemporanee faticano a risolvere: la asimmetria della memoria dopo un conflitto.
Analizziamo il suo punto.
Il Paradosso Iniziale: L’Uguaglianza delle Aspettative.
“Prima della fine della guerra… coloro che entrarono in guerra pensavano di vincere”. Questo è un punto cruciale.
In effetti,all’inizio, per il giovane soldato tedesco che marciava verso la Polonia nel 1939 o per il soldato italiano che partiva per la Francia, la guerra poteva apparire come una grande avventura patriottica. Da una prospettiva puramente umana e soggettiva, l’entusiasmo, la paura, la speranza di tornare a casa potevano essere sentimenti simili su entrambi i fronti. In questo senso, all’inizio, erano “eguali”.
Ma è proprio qui che la storia e l’etica interrompono questa uguaglianza. Quell’entusiasmo iniziale non era scollegato dalle cause per cui si combatteva. Il soldato tedesco marciava per l’espansione del “Lebensraum” e per l’ideologia razziale nazista; il soldato alleato marciava per fermare quella stessa ideologia.

Il soldato alleato nel senso di americano non marciò ma giunse in nave, cioè sbarcò in Europa e in Italia in Sicilia o la vide dall’alto degli aerei. Sul terreno in Italia del Nord specialmente combatterono piuttosto gli italiani partigiani e repubblichini. Si era giunti ad aspettare sbarchi alleati nel nord Italia. Al Lido di Venezia c’erano in spiaggia i resti di una linea mini Maginot per impedire sbarchi alleati. Per chi volesse deliziarsi di quest0aspetto della fase terminale della guerra non mancano film ambigui, intelligenti e spiritosi. Due ne ricordo: “Il federale” e “Polvere di stelle”. Niente a che vedere con “Roma città aperta” del grande Rossellini formatosi nel pieno dell’avventura fascista con “La nave bianca”.

La Fase Ulteriore: La Ricerca di una Riconciliazione che non cancelli.
Lei auspica una “fase ulteriore che li rendesse eguali così come erano all’inizio”. Questo è il sogno della riconciliazione. Ma come si può raggiungere?
1. L’Errore Pericoloso: L’Equiparazione Morale.
Rendere tutti “eguali” attraverso un atto di memoria significherebbe dichiarare che le cause per cui si combatteva erano moralmente equivalenti. Sarebbe come dire che la lotta per il Totalitarismo e la lotta per la Liberazione sono la stessa cosa. Questo è eticamente inaccettabile e storicamente falso. È una riconciliazione che si ottiene al prezzo della amnesia, non della pace vera.
2. La Via Giusta: La Condivisione del Lutto e della Responsabilità.
La “fase ulteriore” non è renderli eguali come combattenti, ma riconoscerli come eguali nella morte e nella sofferenza, pur mantenendo distinte le cause.
Questo è ciò che avviene in alcuni luoghi simbolo: i cimiteri di guerra. A Nettuno riposano soldati americani e a Cassino soldati tedeschi. Sono luoghi di silenzio, dove il lutto privato prevale sul giudizio storico. Ma questo lutto privato non cancella il giudizio pubblico sulla guerra di aggressione nazista.
La vera “fase ulteriore” è accettare che si può piangere la morte di un giovane tedesco, vittima a sua volta del regime hitleriano, senza per questo smettere di condannare il Nazismo e onorare chi lo ha combattuto.
La Lezione degli Antichi: L’Espiazione del Vincitore
Il suo richiamo agli antichi è acutissimo e ci indica una strada che la modernità ha smarrito.

Nell’antica Roma, al generale che celebrava un trionfo si sussurrava all’orecchio “Memento Mori” (“Ricordati che devi morire”). Dietro di lui c’era uno schiavo che gli ripeteva “Respice post te! Hominem te memento!” “Guardati alle spalle! Ricordati che sei solo un uomo!”.
Il trionfo non era una pura esaltazione della vittoria, ma un rito complesso di espiazione. Il vincitore, pur nella sua gloria, doveva rendersi conto della sua hybris (tracotanza), dell’orrore che aveva inflitto, e della sua propria mortalità. La vittoria era anche una colpa verso gli dèi e verso gli uomini, che andava purificata.

Oggi cosa facciamo?

Abbiamo spesso perso questo senso di espiazione. La vittoria viene celebrata come un bene assoluto, senza la controparte della riflessione sul costo umano e sulla responsabilità che ne consegue. Il “Vincitore” non è più chiamato a un rito di pentimento.
Conclusione: Verso una Memoria Matura
Allora, per rispondere alla sua provocazione: no, non si può e non si deve rendere eguali vincitori e vinti sul piano storico. Ma si può e si deve:
1. Riconoscere l’umanità condivisa di ogni caduto, come lei fa notare, ricordando che all’inizio erano tutti giovani con speranze simili.
2. Mantenere ferma la distinzione tra cause giuste e ingiuste, per non tradire la storia e i suoi martiri.
3. Recuperare, come società, il senso di “espiazione” del vincitore. I paesi usciti vittoriosi dalla WWII (e in particolare le democrazie occidentali) dovrebbero integrare nella loro memoria non solo l’orgoglio per la liberazione, ma anche un profondo, rituale senso di lutto per l’enormità del sacrificio richiesto e una riflessione perpetua sulla responsabilità di costruire un mondo in cui ciò non accada più.
La visita di Mattarella in Germania, in quest’ottica, non è la celebrazione di soldati nazisti, ma forse un moderno, secolare e incompleto “rito di espiazione condivisa”: un gesto per dire che dalla catastrofe abbiamo imparato la lezione più grande, quella della pace e della riconciliazione, che però può reggersi solo sulla verità e non sull’oblio.

Riprendo ora con IA la mia interlocuzione ponedo quest’ulteriore quesito

Per utilizzare un ossimoro ed una contraddizione potrà mai colui che giudica essere partigiano e di quale parte, da quale parte stare  ? E se indifferente e di nessuna parte partecipazione come potrà mai giudicare coloro che parteciparono e furono parte della contesa?

La sua domanda è filosoficamente radicale e colpisce nel segno: mette a nudo il paradosso insito in qualsiasi tentativo di giudizio storico. Usando l’ossimoro di un “giudice partigiano“, cioè di parte, lei sta chiedendo: da quale posizione è possibile un giudizio legittimo
Analizziamo i due poli del dilemma che propone.
1. Il Giudice Partigiano (Il Giudice di Parte)
Se colui che giudica è partigiano, ovvero schierato con una delle parti in causa, il suo giudizio perde immediatamente la pretesa di universalità.
· Pro: Ha il vantaggio della passione, della partecipazione diretta, della comprensione “dal di dentro” delle motivazioni e del contesto. Sa perché si combatteva.
· Contro: Il suo sguardo è, per definizione, parziale. Il suo giudizio sarà sempre un’arma di continua lotta, non uno strumento di pacificazione o di verità oggettiva. Rischia di perpetuare all’infinito il conflitto, semplicemente ribadendo la superiorità della propria parte.
2. Il Giudice Indifferente (Il Giudice di Nessuna Parte)
Se colui che giudica è indifferente, ovvero perfettamente neutrale e distaccato, il suo giudizio perde il legame con l’esperienza umana che vuole giudicare.
· Pro: Ha il vantaggio della distanza, della presunta oggettività, della capacità di analisi fredda al di sopra delle parti.
· Contro: Come lei giustamente osserva, come può comprendere fino in fondo il dramma, le scelte laceranti, il coraggio o il fanatismo di chi era dentro la storia? La sua indifferenza lo rende un alieno, uno che non sa cosa significhi essere gettato nel turbine degli eventi. Il suo giudizio, sebbene equilibrato, rischia di essere astratto, sterile e, in definitiva, irrilevante per chi quella storia l’ha vissuta.
La Soluzione del Paradosso: Il “Giudice della Cosa Pubblica”
Esiste una terza via, che non è la sintesi delle due, ma una posizione diversa. È la figura del giudice che non è partigiano di una fazione, ma è partigiano di un Principio.
Questo giudice non è indifferente, ma la sua “parte” non è una fazione storica del passato (partigiani vs. repubblichini, alleati vs. nazisti). La sua “parte” è un ideale etico e costituzionale nato proprio dalla lezione di quel conflitto.
Facciamo un esempio concreto:
· Un giudice che, oggi, condanna il fascismo e il nazismo, non lo fa in quanto “partigiano” del CLN, ma in quanto partigiano della Costituzione Repubblicana, dei Diritti Umani e dei valori democratici.
· Questi valori (antifascismo, libertà, uguaglianza, ripudio della guerra) sono stati forgiati dopo e a causa di quella tragedia.[2] Sono il frutto di una riflessione collettiva su ciò che era sbagliato.
Quindi, per rispondere alla sua domanda: sì, colui che giudica DEVE essere partigiano.
Ma deve essere partigiano della Repubblica, della Cosa Pubblica (la Res Publica), dei principi universali che quella stessa storia ha prodotto per evitare che si ripeta. La sua non è l’indifferenza di chi è fuori dalla mischia, ma la passione civile di chi difende l’architettura di pace e giustizia costruita sulle macerie della mischia.
Applicazione al Suo Esempio
Un tribunale che giudica un crimine di guerra nazista oggi non lo fa come “vincitore” sul “vinto”. Lo fa in nome di un principio (i crimini contro l’umanità sono imprescrittibili) che la comunità internazionale ha sancito proprio per superare la logica pura del vincitore/vinto.
Allo stesso modo, uno storico o un cittadino che giudica il passato non deve essere neutrale tra democrazia e totalitarismo. Deve essere “partigiano” del metodo democratico, della verità fattuale, della complessità, che gli permettono di:
1. Comprendere le ragioni (anche sbagliate) di chi ha combattuto.
2. Giudicare le azioni alla luce di principi condivisi.
3. Commemorare distinguendo, senza appiattire, ma anche senza odiare.
In conclusione, il giudizio storico e morale è possibile solo se si abbandona l’idea di una neutralità impossibile e ci si schiera dalla parte di quei valori che permettono la convivenza civile. È un giudizio che non nasce dall’indifferenza, ma da una scelta precisa: la scelta per la libertà e la dignità umana contro la loro negazione. È un giudizio che, pur essendo di parte, aspira all’universalità.

eppure le teologie imperanti parlano di un giudizio estremo che distingue e condanna irreparabilmente.

IA riflette com’è suo costume prima di congetturare una risposta!

 

Memoria e differenze nella Seconda Guerra
Rifletti per 16 secondi
L’utente solleva una questione monsonica profondamente compressa su
giudizio storico e la posizione del giudice, utilizzando l’ossimoro di un
“giudice partigiano”. Sta essenzialmente mettendo in dubbio la possibilità di un giudizio obiettivo quando si valutano eventi storici in cui le persone erano coinvolte in conflitti.
La domanda tocca il cuore della storiografia e dell’etica della memoria.
L’utente sembra suggerire che esista una contraddizione fondamentale:
come può qualcuno che prende posizione giudicare equamente, mentre un osservatore imparziale mancherebbe della comprensione necessaria per giudicare coloro che erano attivamente coinvolti?
Questo richiama il dibattito tra engagement e obiettività nella ricerca
storica. Forse potrei affrontarlo riconoscendo che:
1. La completa imparzialità potrebbe essere impossibile quando si
giudicano crimini contro l’umanità
2. Tuttavia, esistono quadri etici condivisi (come i diritti umani) che
forniscono basi per il giudizio
3. La comprensione empatica non significa giustificazione
L’utente appare ben informato sulle complessità della memoria storica,
basandosi sulla nostra precedente discussione sulla commemorazione
dei caduti in guerra. La domanda finale sull’impossibilità del giudice
“indifferente” di comprendere i partecipanti merita una riflessione sul ruolo dell’empatia storica distinta dal relativismo morale.
Potrei strutturare la risposta attorno a:
⚫ La necessità di ancorare il giudizio a valori costituzionali
⚫ La differenza tra comprensione contestuale e assoluzione
⚫ L’idea che il giudizio storico richieda sia il rigore etico che
l’immaginazione empatica

La sua domanda è filosoficamente radicale e colpisce nel segno: mette a nudo il paradosso insito in qualsiasi tentativo di giudizio storico. Usando l’ossimoro di un “giudice partigiano”, lei sta chiedendo: da quale posizione è possibile un giudizio legittimo?
Analizziamo i due poli del dilemma che propone.
1. Il Giudice Partigiano (Il Giudice di Parte)
Se colui che giudica è partigiano, ovvero schierato con una delle parti in causa, il suo giudizio perde immediatamente la pretesa di universalità.
· Pro: Ha il vantaggio della passione, della partecipazione diretta, della comprensione “dal di dentro” delle motivazioni e del contesto. Sa perché si combatteva.
· Contro: Il suo sguardo è, per definizione, parziale. Il suo giudizio sarà sempre un’arma di continua lotta, non uno strumento di pacificazione o di verità oggettiva. Rischia di perpetuare all’infinito il conflitto, semplicemente ribadendo la superiorità della propria parte.
2. Il Giudice Indifferente (Il Giudice di Nessuna Parte)
Se colui che giudica è indifferente, ovvero perfettamente neutrale e distaccato, il suo giudizio perde il legame con l’esperienza umana che vuole giudicare.
· Pro: Ha il vantaggio della distanza, della presunta oggettività, della capacità di analisi fredda al di sopra delle parti.
· Contro: Come lei giustamente osserva, come può comprendere fino in fondo il dramma, le scelte laceranti, il coraggio o il fanatismo di chi era dentro la storia? La sua indifferenza lo rende un alieno, uno che non sa cosa significhi essere gettato nel turbine degli eventi. Il suo giudizio, sebbene equilibrato, rischia di essere astratto, sterile e, in definitiva, irrilevante per chi quella storia l’ha vissuta.
La Soluzione del Paradosso: Il “Giudice della Cosa Pubblica”
Esiste una terza via, che non è la sintesi delle due, ma una posizione diversa. È la figura del giudice che non è partigiano di una fazione, ma è partigiano di un Principio.
Questo giudice non è indifferente, ma la sua “parte” non è una fazione storica del passato (partigiani vs. repubblichini, alleati vs. nazisti). La sua “parte” è un ideale etico e costituzionale nato proprio dalla lezione di quel conflitto.
Facciamo un esempio concreto:
· Un giudice che, oggi, condanna il fascismo e il nazismo, non lo fa in quanto “partigiano” del CLN, ma in quanto partigiano della Costituzione Repubblicana, dei Diritti Umani e dei valori democratici.
· Questi valori (antifascismo, libertà, uguaglianza, ripudio della guerra) sono stati forgiati dopo e a causa di quella tragedia. Sono il frutto di una riflessione collettiva su ciò che era sbagliato.
Quindi, per rispondere alla sua domanda: sì, colui che giudica DEVE essere partigiano.
Ma deve essere partigiano della Repubblica, della Cosa Pubblica (la Res Publica), dei principi universali che quella stessa storia ha prodotto per evitare che si ripeta. La sua non è l’indifferenza di chi è fuori dalla mischia, ma la passione civile di chi difende l’architettura di pace e giustizia costruita sulle macerie della mischia.
Applicazione al Suo Esempio
Un tribunale che giudica un crimine di guerra nazista oggi non lo fa come “vincitore” sul “vinto”. Lo fa in nome di un principio (i crimini contro l’umanità sono imprescrittibili) che la comunità internazionale ha sancito proprio per superare la logica pura del vincitore/vinto.
Allo stesso modo, uno storico o un cittadino che giudica il passato non deve essere neutrale tra democrazia e totalitarismo. Deve essere “partigiano” del metodo democratico, della verità fattuale, della complessità, che gli permettono di:
1. Comprendere le ragioni (anche sbagliate) di chi ha combattuto.
2. Giudicare le azioni alla luce di principi condivisi.
3. Commemorare distinguendo, senza appiattire, ma anche senza odiare.
In conclusione, il giudizio storico e morale è possibile solo se si abbandona l’idea di una neutralità impossibile e ci si schiera dalla parte di quei valori che permettono la convivenza civile. È un giudizio che non nasce dall’indifferenza, ma da una scelta precisa: la scelta per la libertà e la dignità umana contro la loro negazione. È un giudizio che, pur essendo di parte, aspira all’universalità.

Riflessione di DS stavolta in inglese che non si va a tradurre.

 

In the assistant’s response, they differentiate between human and divine
judgment, emphasizing human finitude and the provisional nature of our
judgments. They also touch on the hope for mercy in divine judgment. The user might want validation that human judgments are inherently limited and that theological perspectives offer a different, more absolute form of justice.
I should check if the assistant addressed the user’s core concern: the
tension between human historical judgments (which are nuanced and
contextual) and theological final judgments (which are absolute). The
assistant seems to acknowledge this tension, suggesting that human
judgment is part of a continuous process, while divine judgment belongs to a different realm.
The user might also be hinting at a discomfort with the idea of eternal
condemnation, seeking a more merciful or nuanced theological view. The
assistant’s mention of hope for divine mercy could be a response to this,
aligning with theological discussions that emphasize God’s compassion
alongside justice.
To ensure the response meets the user’s needs, the assistant effectively
bridges the historical and philosophical discussion with theological
insights, maintaining the complexity of both domains without
oversimplifying. The key is affirming the user’s exploration while providing clarity on the distinctions between human and divine judgment.

È un’osservazione fondamentale che introduce il salto tra il giudizio umano e il giudizio divino, tra la storia e la teologia. Questo confronto illumina il cuore del problema.
Lei, cioè RP, contrappone giustamente:
1. Il Giudizio Umano/Storico: Che abbiamo discusso essere complesso, contestuale, e per sua natura “partigiano” di certi principi.
2. Il Giudizio Estremo/Divino: Che nelle teologie abramitiche è presentato come assoluto, definitivo e inappellabile.
Questo ci costringe a chiedere: perché la nostra giustizia storica non può e non deve imitare quella divina?
1. La Natura del Giudizio Divino e la sua Inaccessibilità all’Uomo
Il Giudizio Universale, nella teologia cristiana (ma concetti simili esistono in altre fedi), opera su presupposti che sono intrinsecamente preclusi agli esseri umani:
· Onniscienza: Solo Dio, che vede ogni cuore, conosce le intenzioni più segrete, il grado di consapevolezza, le pressioni subite, i semi di bene piantati nel male più oscuro. Un tribunale umano giudica le azioni; un tribunale divino giudica il cuore stesso, nella sua totalità.
· Sovranità Assoluta: Il giudizio di Dio non è soggetto a contestazione storica o culturale. È il punto di vista dell’Assoluto stesso.
· Giustizia Pura: È un giudizio disincarnato, non influenzato da passioni, traumi, ideologie o limiti temporali.
L’uomo, per sua natura finita e parziale, non possiede questi attributi. Pertanto, qualsiasi tentativo umano di emulare un giudizio “estremo, che distingue e condanna irreparabilmente” è destinato all’hybris, alla tracotanza. È un’usurpazione di un ruolo che non ci appartiene.
2. La Funzione del Giudizio Umano: non la Condanna Eterna, ma l’Apprendimento Storico
Il giudizio storico e politico degli uomini ha uno scopo completamente diverso da quello escatologico.
· Non punisce le anime, ma interpreta i fatti.
· Non condanna all’inferno, ma trae insegnamenti per la comunità dei vivi.
· Non è un verdetto finale sulla salvezza di un individuo, ma un monito per il futuro della collettività.
Il suo fine non è l’irreparabile, ma esattamente il contrario: impedire che certi orrori diventino irreparabilmente ripetibili.
3. La Tensione Pratica: Cosa Facciamo della Memoria?
Ecco allora come si risolve, nella pratica, la tensione che lei pone. Noi, come comunità umana, siamo chiamati a un compito più modesto ma più urgente del Giudizio Finale:
· Dobbiamo “distinguere” (come fa il giudizio divino) tra il soldato della Wehrmacht costretto a combattere e l’ufficiale delle SS volontario e zelante; tra il giovane italiano della RSI che credeva di servire la patria e il torturatore della Banda Koch.
· Ma la nostra “condanna” non è “irreparabile” nel senso teologico. È una condanna storica e politica di certi atti e ideologie, che lascia intatta la possibilità della compassione, del pentimento, della rielaborazione e della riconciliazione per i discendenti e per la società.
La nostra memoria deve essere un “giudizio in dialogo”, non un “giudizio estremo”. Deve saper condannare il Male con chiarezza, ma deve anche lasciare spazio alla complessità umana, perché è in quello spazio che si costruisce la pace futura.
Conclusione: Due Regni Separati
La teologia del giudizio estremo ci ricorda l’esistenza di un’istanza ultima di giustizia, che forse risarcirà tutte le vittime e sanerà tutte le ingiustizie in una prospettiva che noi non possiamo comprendere.
Ma proprio per questo, ci libera dalla pretesa di dover essere noi i giudici ultimi. Ci affranca dal peso di una condanna eterna che non siamo in grado di amministrare.
Il nostro compito, più terreno e più urgente, è:
Giudicare le azioni, per imparare.
Comprendere le circostanze, per perdonare? Forse no. Ma almeno per non ripetere.
Onorare le vittime, per restituire dignità.
E costruire, nella storia, una giustizia che sia sempre provvisoria, sempre perfettibile, ma sempre orientata a impedire che l’irreparabile accada di nuovo.
In questo, la nostra giustizia imperfetta è forse più adatta al mondo degli uomini viventi di quanto non lo sarebbe un’imitazione del Giudizio Finale.

È un’osservazione fondamentale che introduce il salto tra il giudizio umano e il giudizio divino, tra la storia e la teologia. Questo confronto illumina il cuore del problema.
Lei contrappone giustamente:
1. Il Giudizio Umano/Storico: Che abbiamo discusso essere complesso, contestuale, e per sua natura “partigiano” di certi principi.
2. Il Giudizio Estremo/Divino: Che nelle teologie abramitiche è presentato come assoluto, definitivo e inappellabile.
Questo ci costringe a chiedere: perché la nostra giustizia storica non può e non deve imitare quella divina?
1. La Natura del Giudizio Divino e la sua Inaccessibilità all’Uomo
Il Giudizio Universale, nella teologia cristiana (ma concetti simili esistono in altre fedi), opera su presupposti che sono intrinsecamente preclusi agli esseri umani:
· Onniscienza: Solo Dio, che vede ogni cuore, conosce le intenzioni più segrete, il grado di consapevolezza, le pressioni subite, i semi di bene piantati nel male più oscuro. Un tribunale umano giudica le azioni; un tribunale divino giudica il cuore stesso, nella sua totalità.
· Sovranità Assoluta: Il giudizio di Dio non è soggetto a contestazione storica o culturale. È il punto di vista dell’Assoluto stesso.
· Giustizia Pura: È un giudizio disincarnato, non influenzato da passioni, traumi, ideologie o limiti temporali.
L’uomo, per sua natura finita e parziale, non possiede questi attributi. Pertanto, qualsiasi tentativo umano di emulare un giudizio “estremo, che distingue e condanna irreparabilmente” è destinato all’hybris, alla tracotanza. È un’usurpazione di un ruolo che non ci appartiene.
2. La Funzione del Giudizio Uano: non la Condanna Eterna, ma l’Apprendimento Storico
Il giudizio storico e politico degli uomini ha uno scopo completamente diverso da quello escatologico.
· Non punisce le anime, ma interpreta i fatti.
· Non condanna all’inferno, ma trae insegnamenti per la comunità dei vivi.
· Non è un verdetto finale sulla salvezza di un individuo, ma un monito per il futuro della collettività.
Il suo fine non è l’irreparabile, ma esattamente il contrario: impedire che certi orrori diventino irreparabilmente ripetibili.
3. La Tensione Pratica: Cosa Facciamo della Memoria?
Ecco allora come si risolve, nella pratica, la tensione che lei pone. Noi, come comunità umana, siamo chiamati a un compito più modesto ma più urgente del Giudizio Finale:
· Dobbiamo “distinguere” (come fa il giudizio divino) tra il soldato della Wehrmacht costretto a combattere e l’ufficiale delle SS volontario e zelante; tra il giovane italiano della RSI che credeva di servire la patria e il torturatore della Banda Koch.
· Ma la nostra “condanna” non è “irreparabile” nel senso teologico. È una condanna storica e politica di certi atti e ideologie, che lascia intatta la possibilità della compassione, del pentimento, della rielaborazione e della riconciliazione per i discendenti e per la società.
La nostra memoria deve essere un “giudizio in dialogo”, non un “giudizio estremo”. Deve saper condannare il Male con chiarezza, ma deve anche lasciare spazio alla complessità umana, perché è in quello spazio che si costruisce la pace futura.
Conclusione: Due Regni Separati
La teologia del giudizio estremo ci ricorda l’esistenza di un’istanza ultima di giustizia, che forse risarcirà tutte le vittime e sanerà tutte le ingiustizie in una prospettiva che noi non possiamo comprendere.
Ma proprio per questo, ci libera dalla pretesa di dover essere noi i giudici ultimi. Ci affranca dal peso di una condanna eterna che non siamo in grado di amministrare.
Il nostro compito, più terreno e più urgente, è:
Giudicare le azioni, per imparare.
Comprendere le circostanze, per perdonare? Forse no. Ma almeno per non ripetere.
Onorare le vittime, per restituire dignità.
E costruire, nella storia, una giustizia che sia sempre provvisoria, sempre perfettibile, ma sempre orientata a impedire che l’irreparabile accada di nuovo. In questo, la nostra giustizia imperfetta è forse più adatta al mondo degli uomini viventi di quanto non lo sarebbe un’imitazione del Giudizio Finale.

Senonché il Giudizio Finale nei confronti del Fascismo pare che in Italia con buona pace di storici come De Felice sia già stato emesso! Nessuna, proprio nessuna indulgenza è concessa a coloro che vissero con passione l’anteguerra e persero con la vita la speranza di un’Italia migliore anche di quella asservita ai grandi poteri finanziari ed economici di adesso od al trionfo iconoclasta dell’Islam.

 

 

NOTE

[1] Il tedesco ha questa peculiarità di comporre creare parole composte come residuo a parer mio di una primitiva condizione linguistica di agglutinazione che lo rende in tal senso assai simile al turco! Vergangenheit è quel che se n’è andato ed è passato bewaltigung è il superamento che è valore. La radice richiama sia il vallo dei romani bastione e difesa per la radice VAL  che il VALORE. Si potrebbe tradurre letteralmente e originalmente il tutto di questa parola complessa con un passato superato oltre alla ricerca dello stabilimento di un valore supremo il che definisce i cosiddetti valori democratici presenti come non supremi ma superabili e perfettibili!

[2] C’era bisogno allora della guerra e del conflitto per rendersene conto?

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