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	<title>Speciale Foibe Archivi - EreticaMente</title>
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	<title>Speciale Foibe Archivi - EreticaMente</title>
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		<title>Giù le mani dalle Foibe &#8211; Lorenzo Salimbeni &#8211; a cura di Andrea Lombardi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Feb 2017 12:00:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Speciale Foibe]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sull’ultimo numero del mensile “Storia in Rete”, rivista spesso controcorrente e attenta ai temi dell’identità nazionale italiana, è presente uno “speciale” sul dramma delle Foibe e dai sempre più insistenti tentativi da sinistra – purtroppo talvolta con l’aiuto istituzionale e accademico – di “giustificare” o addirittura negare questa nostra tragedia tardivamente riconosciuta.  Ringraziamo quindi Emanuele [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ereticamente.net/giu-le-mani-dalle-foibe-lorenzo-salimbeni-a-cura-di-andrea-lombardi/">Giù le mani dalle Foibe &#8211; Lorenzo Salimbeni &#8211; a cura di Andrea Lombardi</a> proviene da <a href="https://www.ereticamente.net">EreticaMente</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Sull’ultimo numero del mensile “Storia in Rete”, rivista spesso controcorrente e attenta ai temi dell’identità nazionale italiana, è presente uno “speciale” sul dramma delle Foibe e dai sempre più insistenti tentativi da sinistra – purtroppo talvolta con l’aiuto istituzionale e accademico – di “giustificare” o addirittura negare questa nostra tragedia tardivamente riconosciuta.  Ringraziamo quindi Emanuele Mastrangelo e lo staff di “Storia in Rete” per l’autorizzazione a pubblicare questo stralcio dell’articolo di Lorenzo Salimbeni, una vera e propria serie di FAQ delle falsità negazioniste delle “solite note” Cernigoi e Kersevan e accoliti, e come smentirle.</p>
<p style="text-align: justify;">Andrea Lombardi</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>GIU’ LE MANI DALLE FOIBE</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>di Lorenzo Salimbeni</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Torna il revisionismo giustificazionista del solito gruppetto di «vigilantes» dell’antifascismo.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’obbiettivo è sempre quello di sminuire il dramma delle Foibe e dell’Esodo. Gli argomenti sono noti: la repressione fascista, l’arroganza del nazionalismo italiano e poi i morti, pochi, per lo più fascisti e in numero simile a quanto registrato in altre parti. In fondo si era alla II della Seconda guerra mondiale… Anche i metodi non sono nuovi: attacchi ad una fantomatica propaganda «neofascista», vecchi testi e dati ormai superati ma spacciati come le Tavole della Legge, contestualizzazioni «decontestualizzate». Il tutto condito da astio anti-italiano, un silenzio tombale sulle atrocità titine, un fastidio snob, molto ideologico e molto alla moda per tutto quanto è Patria. Ecco una replica, punto su punto, alle tesi di chi vuole cancellare uno dei grandi drammi italiani del Novecento.</p>
<p style="text-align: justify;">[…]</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando e perché</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sostiene la Bourbaki [nome di un collettivo negazionista antifa molto attivo sulla questione Foibe e crimini partigiani]<em>: Nella presadi controllo del territorio da partedella popolazione locale (sia slovena e croata che italiana), ci furono <a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2017/02/L-1.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignright wp-image-21516 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2017/02/L-1-210x300.jpg" width="210" height="300" /></a></em><em>indubitabilmente anche esecuzioni sommarie, ma va sicuramente consideratocome queste furono una rispostaai crimini italiani nella regioneche proseguivano da un ventennio (si noti come molti degli autori diquesti atti vennero poi processatidagli stessi partigiani). Molti studiosi riconoscono che nel momento di sfaldamento dell’autorità seguente all’8 settembre ’43 si verificò una «</em>jacquerie<em>», una sorta di rivolta contadina, contro coloro che avevanodetenuto il potere fino ad allora. L’insurrezione istriana – non dalmata– del 1943 ha poco a che farecon l’italianità o meno delle vittime,visto che erano italiani anche moltidegli insorti. La violenza insurrezionale si rivolse contro la locale classe dirigente considerata compromessa con il fascismo e contro i possidenti.[…] L’entrata dei partigiani a Triestenel maggio del 1945 significò la liberazione dei prigionieri della Risiera di San Sabba, l’unico campo di concentramento nazista ora in territorio italiano dotato di forno crematorio.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ricondurre la prima ondata </strong>di uccisioni nelle foibe istriane (avvenute contemporaneamente alle fucilazioni di italiani consumatesi a Spalatoe in altre località della Dalmazia) adun episodio di «<em>jacquerie</em>» è una tesiormai superata: l’opera postuma di Elio Apih «Le Foibe giuliane» (Leg,Gorizia 2010, a cura di RobertoSpazzali) ha corroborato la chiavedi lettura fornita a suo tempo dal professor Arnaldo Mauri e cioè chesi è trattato dell’applicazione di una metodologia repressiva sovietica già sperimentata a Katyn a danno degli ufficiali polacchi fatti prigionieri nella campagna di settembre 1939, consistente nell’eliminazione delle figure di riferimento di una comunità nazionale e nell’azzeramento della sua classe dirigente,in maniera tale da lasciare i popoli in balia dei nuovi regimi comunisti, sovente privi di un vasto consenso. Inoltre nella Venezia Giuliagli opposti nazionalismi italianoe slavo erano stati fomentati dalle autorità asburgiche nella fase finale dell’impero Austro-Ungarico secondo una subdola logica del divideet impera. Le mire espansionistiche slovene e croate nei confrontidi quelle località della costa adriatica-orientale in cui la maggioranza della popolazione era italiana affondavano perciò le radici nellaseconda metà dell’Ottocento etrovarono realizzazione non con il progetto di riforma trialista (cioè il progetto della creazione di un regno sloveno-croato all’interno dell’Impero asburgico) della compagine austro-ungarica a beneficio dellacomponente slava, bensì dietro la bandiera rossa che l’esercito di Titoostentava. Gli italiani che furonopartecipi delle violenze a danno dei propri connazionali confermano ilcarattere di guerra civile che la Resistenza assunse ed in tale contesto avevano anteposto l’adesione ideologica al Comunismo all’appartenenza nazionale, laddove invece i loro «compagni» jugoslavi strumentalizzarono il Comunismo con finalità nazionaliste. Il nazionalcomunismo titoista incarnò, infatti, un progettòimperialista degli slavi del sud latenteda tempo e che rivendicava territori in cui vi erano presenze slave (Carinzia austriaca, Friuli e Venezia-Giulia italiane) nonché la trasformazione degli Stati confinanti balcanici (Albania, Bulgaria e Grecia)in satelliti di Belgrado, andando così a ledere la supremazia sovietica nell’Europa sud-orientale. In questo progetto espansionista affondano le radici della rottura Tito-Stalin del 1948, ma le mire egemoniche titine così come gran parte delle epurazioni compiute a guerra finita rimasero sconosciute grazie alla spregiudicata politica estera del dittatore croatoche di fatto, pur militando nelle logiche della Guerra Fredda fra i cosiddetti «Paesi Non Allineati», si rivelò un prezioso interlocutore per il blocco occidentale, che quindi silenziò qualunque ricerca e denuncia inerentele sue vessazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">[…]</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quanti</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sostiene la Bourbaki: <em>Ha scritto Internazionale il 10 febbraio 2016 «Secondo alcune fonti le vittime furonotra le quattromila e le seimila,per altre diecimila: ex fascisti, collaborazionisti e repubblichini, ma anche partigiani che non accettavano l’invasione jugoslava e cittadini qualunque»». Raffrontando queste </em><em>cifre con il numero delle vittime delleviolenze di fine guerra in altre zoned’Italia, si nota come il numero dellevittime non si discosti troppo da quello </em><em>riscontrato altrove in Italia: il fenomenosi presenta dunque molto di piùcome una resa dei conti di fine guerrache come una violenza mirata controgli italiani in quanto tali.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Secondo Giorgio Pisanò, </strong>certamente la fonte più dura e schierata sulle violenze dei partigiani, la Lombardia, che nel 1945 aveva circa sei milioni d’abitanti, a guerra finitavide «rese dei conti» per complessiviottomila morti. Altrettanti inPiemonte che aveva tre milioni emezzo d’abitanti. Cinquemila mortisi ebbero in Veneto, che aveva pocomeno di quattro milioni d’abitanti.Dunque fra uno ogni 450 persone e uno su 850. La Venezia Giulia avevacirca un milione e centomila abitantie solo nel 1945 vide almeno ottomilamorti fra infoibati e scomparsi nei<em>lager </em>jugoslavi. Uno ogni 140 persone.Una virulenza da tre a sei voltemaggiore che in altre regioni dell’AltaItalia coinvolte nella Guerra Civilee nelle «rese dei conti» a conflittoterminato. […] Comunque che a guerra finita anche nel resto d’Italia vi siano stati episodidi giustizia sommaria e rese deiconti, non sminuisce certo l’impattodella tragedia rappresentata da foibe,deportazioni e campi di concentramentojugoslavi, anzi, dimostra lanecessità di approfondimento, analisie raccolta di testimonianze rilasciateda superstiti o loro congiunti.</p>
<p style="text-align: justify;">Il giustificazionismo che interpreta le foibe come risposta a violenze italiane (gran parte delle quali, perquanto odiose, attuate in tempodi conflitto ed applicando le leggi di guerra all’epoca vigenti ed alle quali si attenevano tutte le potenze belligeranti nelle forme di rappresaglie,c ampi di internamento e usodi ostaggi) non ha ragion d’essere in una comunità internazionale che sivorrebbe regolamentata dal diritto e dal senso di giustizia come quellache i vincitori della Seconda guerra mondiale intendevano istituire sulle macerie delle dittature sconfitte. Il carattere eccezionale delle stragi di italiani e di oppositori slavi del progetto totalitario di Tito risiede proprio nella coltre di silenzio che le ha avvolte per decenni, tanto darendere necessaria l’istituzione diuna Giornata del Ricordo dedicataa queste vittime.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>La rivista è disponibile in cartaceo nelle migliori edicole della vostra città, o in .pdf qui: <a href="http://www.storiainrete.com/11677/edicola/storia-in-rete-n-136-febbraio-2017/" target="_blank" rel="noopener">http://www.storiainrete.com/11677/edicola/storia-in-rete-n-136-febbraio-2017/</a></strong></p>
<p>&nbsp;</p>

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		<title>Terre perdute – Franca Poli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Franca Poli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Feb 2017 07:00:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Speciale Foibe]]></category>
		<category><![CDATA[Basovizza]]></category>
		<category><![CDATA[Controstoria]]></category>
		<category><![CDATA[Franca Poli]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ascolta in silenzio la voce delle onde, ti porterà sicura verità profonde Perché in Istria non ti sembri strano: anche le pietre parlano italiano (Di là dall&#8217;acqua – Compagnia dell&#8217;anello) Sessant&#8217;anni, l&#8217;arco della vita adulta di un uomo, tanto ci è voluto perchè il nostro Paese con il ”Giorno del Ricordo” iniziasse a parlare, a [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p><em>Ascolta in silenzio la voce delle onde, ti porterà sicura verità profonde</em><br />
<em> Perché in Istria non ti sembri strano: anche le pietre parlano italiano</em><br />
(Di là dall&#8217;acqua – Compagnia dell&#8217;anello)</p></blockquote>
<p style="text-align: justify;">Sessant&#8217;anni, l&#8217;arco della vita adulta di un uomo, tanto ci è voluto perchè il nostro Paese con il ”Giorno del Ricordo” iniziasse a parlare, a far conoscere la tragedia italiana che si è compiuta ai danni del popolo giuliano-dalmata. Si tratta di centinaia di migliaia di persone che sono fuggite dalla Venezia Giulia e dalle province di Pola, Fiume e Zara. Hanno abbandonato forzatamente la loro terra natia in uno spaventoso esodo, per non soccombere alla ferocia degli slavi di Tito che stavano sopprimendo gli Italiani in quanto tali. Una stima molto prudente conta siano oltre 12.000 le persone scaraventate nelle foibe.</p>
<p style="text-align: justify;">Le foibe sono un fenomeno naturale dell&#8217;altipiano carsico, voragini rocciose, creatisi nei secoli con l&#8217;erosione dei corsi d&#8217;acqua sotterranei. Possono raggiungere profondità di oltre 200 metri e perdersi in infiniti cunicoli nelle viscere della terra. Dentro questi profondi baratri furono gettati, anche vivi, i nostri compatrioti, colpevoli soltanto di essere italiani. Tale tragedia per motivi politici è stata taciuta, negata e continua a esserlo ancora oggi se non altro nel numero di chi ha perso la vita in maniera così orrenda e crudele. Si tende a minimizzare e si nega si sia trattato di vera e propria “pulizia etnica”, ma la storia non si può sempre nascondere, prima o poi la verità viene a galla, nel 1994, per interessamento del Presidente dell&#8217;Associazione Fiumano Dalmata, Guido Cace, furono scoperte alcune pizze cinematografiche inedite da cui fu realizzato il primo documentario shock dal titolo “Foibe: martiri dimenticati”.</p>
<p style="text-align: justify;">La Germania alla fine della seconda guerra mondiale fu divisa in due parti, una occidentale sotto l&#8217;egemonia degli Stati Uniti e una orientale invece che finì sotto il regime comunista sovietico. Berlino, la capitale del Reich, ridotta a un cumulo di macerie, venne divisa in quattro settori: inglese, americano, russo e francese. Pochi anni dopo per evitare che i tedeschi fuggissero dai territori dell&#8217;Est venne addirittura eretto un muro di cemento invalicabile da dove, giorno e notte, le sentinelle comuniste montavano la guardia sparando a vista a chi tentasse di avvicinarsi.</p>
<p style="text-align: justify;">All&#8217;Italia toccò in sorte, per aver perso la guerra, di vedersi strappare alcune parti del territorio nazionale. Sul finire del conflitto l&#8217;armata jugoslava aveva occupato il territorio della Venezia Giulia, centri importanti a maggioranza italiana come Zara, Fiume, Pola e Trieste. Province che furono travolte dai reparti del maresciallo Tito e in quel periodo, per giorni e giorni, si calcola che non meno di 25.000 persone fra cittadini e appartenenti all&#8217;esercito italiano, vennero deportate nei campi di concentramento allestiti all&#8217;uopo, lungo la penisola balcanica fino ai confini con Grecia e Albania. Non tutti i deportati giunsero a destinazione, una parte morì di stenti durante la marcia, e una parte morì atrocemente nelle foibe.</p>
<p style="text-align: justify;">Nelle vicinanze di Fiume, a pochi passi dal mare, esisteva la foiba della Bezdanka, situata nei pressi di un accampamento militare. In seguito a dettagliate testimonianze, scritte e orali, soltanto nel 2001 venne individuata la località e scoperto “il mattatoio” che era servito per far sparire nel nulla migliaia di italiani fiumani, che erano d&#8217;ostacolo a Tito intenzionato a portare i confini della sua nuova Jugoslavia fino al Tagliamento. Fuggire dalle città italiane durante i primi giorni di occupazione, significava mettere a repentaglio la propria vita, gli slavi non avevano eretto muri, ma sparavano a vista contro chi tentava la fuga.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo la furia omicida dei primi tempi, chi si era nascosto, salvato, fuggì abbandonando tutto, beni, averi e la propria casa. Senza soldi, senza pane e senza futuro cercarono, inascoltati, di testimoniare al mondo il sacrificio sofferto a causa del liberticida regime comunista. Tra il 1945 e il 1950 furono oltre trecentocinquantamila gli esuli istriano dalmati. Di questi circa 80.000 si insediarono a Trieste e nel Friuli, gli altri in diverse regioni del Nord, notevole però fu anche il numero degli esuli che decisero di abbandonare del tutto l&#8217;Italia, si conta che in 70.000 si imbarcarono per destinazioni diverse: Canada, Sud America, Australia.</p>
<p style="text-align: justify;">Tito alla sua morte nel 1980, aveva lasciato una nazione federativa e comunista, ma talmente divisa che Serbi, Croati e Sloveni scatenarono una guerra per tracciare nuovi confini e ritrovare la loro indipendenza etnica e territoriale, gli Italiani non poterono far valere le loro ragioni, perché erano stati sterminati o alla meno peggio allontanati.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1989 quando i giovani tedeschi abbatterono il muro di Berlino, cominciò a essere chiaro a tutti cosa avesse rappresentato l&#8217;ideologia cieca e oppressiva del comunismo nei territori occupati in mezza Europa.</p>
<p style="text-align: justify;">Da qui l&#8217;imperativo categorico di non dimenticare e di far conoscere la tragedia dei morti ammazzati nelle terre del comunismo titino. È una storia amara che a differenza di altre tragedie umanitarie, non è stata sufficientemente raccontata. Bisogna insistere, parlarne, portare testimonianze, farne materia di studio, affinché diventi parte del bagaglio culturale con il quale i popoli liberi dichiarano di voler vivere.</p>
<p style="text-align: justify;">Nell&#8217;onorare chi morì, una parentesi va aperta per ricordare l&#8217;odissea di chi è sopravvissuto: i profughi che conobbero l&#8217;onta di sentirsi stranieri nella loro terra.</p>
<p style="text-align: justify;">A partire dal maggio del 1945 iniziò l’esodo massiccio, spontaneo e disorganizzato, che si intensificò dopo il 10 febbraio 1947, alla firma del trattato di pace di Parigi, che prevedeva la definitiva assegnazione dell’Istria alla Jugoslavia. Il popolo giuliano dalmata in fuga, ridotto in miseria, abbandonato a se stesso, fu malamente sistemato in caserme dismesse, o in siti industriali obsoleti, 130 strutture in tutto il territorio nazionale. Dove condussero per almeno un decennio, ignorati e a malapena tollerati, una vita misera, in promiscuità, in gravi ristrettezze non solo economiche, ma anche sanitarie, una sorta di discriminante ghettizzazione, di assoluto precariato in ambito lavorativo e furono privati di elementari diritti sociali ed umani.</p>
<p style="text-align: justify;">Chi emigrava non poteva portare con sé né denaro, né beni mobili (con un accordo del 1954 gli immobili “abbandonati” vennero considerati parte delle riparazioni di guerra che l’Italia doveva alla Jugoslavia). La Jugoslavia non riconosceva loro l&#8217;appartenenza e chi non rientrava in Italia rischiava di restare senza cittadinanza alcuna.<br />
In riferimento a questo il docente universitario Raoul Pupo scrive che per garantire l’accettazione del gruppo minoritario da parte del regime di Tito occorreva essere</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 30px;">«fautori dell’appartenenza statuale alla Jugoslavia, di obbedienza comunista, eventualmente di ascendenza slava e comunque nemici dichiarati dell’Italia demonizzata in quanto fascista e imperialista»</p>
<p style="text-align: justify;">il professore aggiunge:</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 30px;">«il punto è che in Istria un gruppo nazionale italiano che rispondesse a tali requisiti semplicemente non esisteva.»</p>
<p style="text-align: justify;">Non bastò dover abbandonare il proprio paese e ogni avere, dopo tante tribolazioni gli esuli in Italia, furono accolti dai comunisti con violente manifestazioni contrarie. Allo sbarco a Venezia e ad Ancona, ricevettero insulti, fischi e sputi e a tutti furono prese le impronte digitali. A La Spezia, città dove fu allestito un campo profughi, un dirigente della Camera del lavoro genovese durante la campagna elettorale dell’aprile 1948 arrivò ad affermare: “in Sicilia hanno il bandito Giuliano, noi qui abbiamo i banditi giuliani”.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla stazione di Bologna, vergogna nazionale in questo episodio, venne boicottato un posto di ristoro offerto dall&#8217; Opera Pontificia, per il convoglio degli esuli. Il latte destinato ai bambini fu rovesciato a terra e il treno preso di mira da una sassaiola, impedendo così che si potesse fermare. Ovunque andassero erano preceduti da una campagna diffamatoria che li voleva “fascisti” che avevano rifiutato il paradiso offerto da Tito.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;Unità il 30 novembre 1946, in un articolo a firma Piero Montagnani scriveva al riguardo:</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 30px;">“Non riusciremo mai a considerare aventi diritto ad asilo coloro che si sono riversati nelle nostre grandi città. Non sotto la spinta del nemico incalzante, ma impauriti dall’alito di libertà che precedeva o coincideva con l’avanzata degli eserciti liberatori. I gerarchi, i briganti neri, i profittatori che hanno trovato rifugio nelle città e vi sperperano le ricchezze rapinate e forniscono reclute alla delinquenza comune, non meritano davvero la nostra solidarietà né hanno diritto a rubarci pane e spazio che sono già così scarsi. Questi relitti repubblichini, che ingorgano la vita delle città e le offendono con la loro presenza e con l&#8217;ostentata opulenza, che non vogliono tornare ai paesi d&#8217;origine perchè temono d&#8217;incontrarsi con le loro vittime, siano affidati alla Polizia che ha il compito di difenderci dai criminali”.</p>
<p style="text-align: justify;">Addebiti crudeli e peraltro assolutamente non rispondenti al vero in quanto tutti i crimini attribuiti ai fascisti che si erano verificati durante la guerra, dal 1941 al 1945, erano prevalentemente addebitabili alla guerra civile tra Ustacia croati, Cetnizi serbi e partigiani di Tito o alla lotta partigiana contro i tedeschi.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 2007 l&#8217;amministrazione cittadina, essendo stata Bologna più volte additata e messa alla gogna, pensò bene di offrire una giustificazione apponendo, in stazione, una targa che suscitò non poche polemiche e risentimenti, a causa di un testo che, a mio avviso, è colpevole quanto e più dell&#8217;atto stesso compiuto in quei terribili giorni:</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 30px;">”Nel corso del 1947 da questa stazione passarono i convogli che portavano Esuli Istriani, Fiumani, Dalmati: italiani costretti ad abbandonare le loro case dalla violenza del regime nazional comunista Jugoslavo ed a pagare, vittime innocenti, il peso e le conseguenze della guerra di aggressione intrapresa dal fascismo. Bologna seppe passare rapidamente ad un atteggiamento di iniziale incomprensione ad un’accoglienza che è nelle sue tradizioni, facendo suoi cittadini molti di quegli Esuli. Oggi vuole ricordare quei momenti drammatici della storia nazionale. Bologna 1947-2007.”.</p>
<p style="text-align: justify;">Per oltre mezzo secolo l&#8217;opinione pubblica, accecata, deviata, ottusamente informata dalla vulgata ufficiale, dalla storiografia di regime, ha ignorato l&#8217;uccisione in massa di migliaia di Italiani perpetrata con crudele lucidità dai comunisti titini per indurre gli altri Italiani ad abbandonare le terre degli avi. La censura per anni e anni ha liquidato la questione giuliano dalmata con slogan di propaganda secondo i quali i “pochi” morti altro non erano che malfattori fascisti colpiti dalla giustizia popolare e i profughi “dei criminali” sfuggiti a una giusta punizione.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo la caduta del regime jugoslavo si aprirono gli archivi e uscirono finalmente i documenti che smontavano la menzognera propaganda comunista. La perseveranza però è una dote di cui non mancano i “compagni” di casa nostra e i negazionisti di prima divennero così minimalisti e giustificazionisti. Vergogna su vergogna.</p>
<p style="text-align: justify;">In realtà i documenti storici parlano chiaro e si evince che la forzata privazione dei caratteri nazionali degli Italiani nelle terre di Tito, fu realtà inconfutabile. La presenza italiana risale a centinaia d&#8217;anni avanti Cristo, prima ancora che Giulio Cesare decretasse per l&#8217;Istria “romana cittadinanza”. Anche Dante Alighieri riconobbe nella provincia di Fiume i confini dell&#8217;Italia “Sì come a Pola presso del Carnaro /ch&#8217;Italia chiude e i suoi termini bagna” (Inferno versi 113/114)</p>
<p style="text-align: justify;">La lingua italiana era stata egemone per secoli, riconosciuta fin dai tempi dell&#8217;imperatore Napoleone che aveva incluso infatti la Dalmazia nel regno d&#8217;Italia. Lingua che restò anche in seguito parlata dalla maggioranza dei dalmati, mai sostituita dal tedesco dell&#8217;Impero austroungarico e dagli idiomi serbo-croati.</p>
<p style="text-align: justify;">Altri esodi dalla penisola erano avvenuti in precedenza, ma quello del secondo dopoguerra supera tutti per le modalità e la crudeltà con cui furono trattati gli Italiani, modalità che ricordano le mattanze delle popolazioni illirico-romane da parte degli àvari, degli slavi o dei turchi. Con il terrore delle foibe i comunisti jugoslavi spinsero i nostri connazionali all&#8217;esodo. Si pensi che Zara, piccola Dresda dell&#8217;Adriatico, devastata dal bombardamento anglo-americano, richiesto da Tito, alla fine della guerra fu abbandonata dal 90% degli Italiani che l&#8217;avevano abitata e resa ricca.</p>
<p style="text-align: justify;">Il “Giorno del Ricordo” voluto, con colpevole ritardo, da una Legge del 2004 dovrebbe essere un momento di riflessione che accomuni tutti gli Italiani che hanno subito la tragedia agli altri Italiani inconsapevoli e manipolati. Dovrebbe essere una tardiva compensazione per i troppi che non hanno avuto una degna sepoltura sulla quale parenti e amici potessero piangere e deporre un fiore. Dico dovrebbe essere, perché ancora oggi così non è: è di questi giorni la notizia che alla cerimonia commemorativa dei 70 anni, alla Foiba di Basovissa non sarà presente il Capo dello Stato preso da un improrogabile e imprescindibile impegno precedente a un simposio in Madrid <strong>“</strong><strong>sull’innovazione dell’economia circolare”</strong>, Mattarella dunque è recidivo perché a tale incontro mancò anche lo scorso anno. Il facente veci, presidente del Senato Grasso, ha fatto sapere che anche lui, per impegni istituzionali, non potrà partecipare, ma che non mancherà alla cerimonia che si terrà presso la Camera dei deputati a Roma.</p>
<p style="text-align: justify;">La colpevole assenza delle più alte cariche dello Stato, è ovvio abbia suscitato profonda rabbia e delusione n<strong>ei sopravvissuti e negli esuli.</strong> Amare le parole del presidente degli istriani Massimiliano Lacota: “Prendiamo atto con molto rammarico e dispiacere che le massime cariche dello stato non siano presenti a Basovizza. Capisco tutto, ma sono passati 24 anni dall’ultimo presidente che si è recato sulla foiba&#8230; <strong>Dopo 70 anni continuiamo a venire considerati figli di un Dio minore</strong>. Quando il Quirinale ci ha risposto in modo gentile, ma fermo, che il presidente sarebbe stato all’estero per il giorno del ricordo come esuli abbiamo chiesto almeno un incontro con una delegazione al Colle attorno al 10 febbraio. Non ci è arrivata ancora risposta”.<br />
Non essendoci parole da aggiungere concludo raccontando due emblematiche storie:</p>
<p style="text-align: justify;">Giuseppe Cernecca, un semplice impiegato comunale amato e stimato dalla popolazione a Gimino d&#8217;Istria, venne arrestato e, dopo un processo farsa, torturato dai miliziani comunisti italiani e slavi. Lapidato con le pietre che gli avevano fatto portare sulle spalle attraversando il paese, venne infine decapitato e la sua testa servì per una macabra partita di pallone.</p>
<p style="text-align: justify;">Angelo Adam, comunista, deportato dai tedeschi a Dachau nel 1943, era ritornato nella sua terra a Fiume, pensando che ormai la libertà fosse stata conquistata. Si impegnò tra i lavoratori, nelle elezioni sindacali e cercò il contatto diretto con il vertice del Comitato di Liberazione Nazionale dell&#8217;Alta Italia. I tedeschi lo avevano deportato perchè ebreo e antifascista, i titini lo presero perché italiano e autonomista. Da questi però non riuscì a salvarsi, sparì nel nulla di una voragine insieme al fratello, alla moglie Ernesta Stefancich e quando poco tempo dopo la figlia Zulema andò a chiedere notizie dei genitori, sparì anche lei.</p>
<p style="text-align: justify;">Mette paura avvicinarsi a una foiba, guardare dentro quel buco nero, si rende necessario prendere un profondo respiro e fare qualche passo indietro, mentre alla mente si figura la scena della fila di prigionieri pronti al massacro. Legati l&#8217;un l&#8217;altro da un fil di ferro, il primo coi piedi sull&#8217;orlo del baratro, un colpo di fucile e lui cade nell&#8217;abisso trascinando tutti gli altri ancora vivi nelle viscere della terra. Morivano sbattendo la testa sugli spuntoni rocciosi del canalone, o annegati, alcuni feriti restavano vivi per qualche giorno fra la montagna di cadaveri. Questi i racconti dei pochi, pochissimi sopravvissuti.</p>
<p style="text-align: justify;">Sì, mette paura avvicinarsi ad una foiba, ma bisogna farlo per non dimenticare l&#8217;orrore che rappresentano, per regolare i conti con verità e giustizia e per sensibilizzare l&#8217;opinione pubblica sulle molteplici questioni irrisolte come la restituzione dei beni confiscati agli Italiani, la tutela delle minoranze rimaste nei territori della ex Jugoslavia, l&#8217;abolizione di molte restrizioni a esse ancora applicate.</p>
<p style="text-align: justify;">Continuiamo ad essere il paese che si interessa dei profughi di tutto il mondo ma non si occupa degli Italiani che vivono all&#8217;estero, testimoniale mancanza di orgoglio e dignità nazionale.</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 30px;">“In fondo, un pezzo d&#8217;Italia era scomparso, come se si fosse inabissato nel mare, ma di questo gli Italiani (anche quelli che, sempre più numerosi, avevano preso a frequentare le coste e le città dell&#8217;Istria divenuta Jugoslava) sembravano assolutamente inconsapevoli”</p>
<p style="text-align: justify;">(da Il lungo esodo di Raoul Pupo 2005)</p>
<p style="text-align: center;">[metaslider id=21494]</p>

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		<title>10 febbraio, giornata del Ricordo &#8211; Mario Michele Merlino</title>
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		<pubDate>Sat, 09 Feb 2013 20:49:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Nella notte tra il 2 e il 3 maggio 1945, le truppe tedesche operanti a Fiume e nella sua cinta difensiva, agli ordini del colonnello Zimmermann, seguendo le disposizioni del comando del XCVII Corpo d’Armata, si sganciarono con azione rapida ed efficace congiungendosi con il resto delle forze germaniche volte a raggiungere la città di [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ereticamente.net/10-febbraio-giornata-del-ricordo/">10 febbraio, giornata del Ricordo &#8211; Mario Michele Merlino</a> proviene da <a href="https://www.ereticamente.net">EreticaMente</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt;">Nella notte tra il 2 e il 3 maggio 1945, le truppe tedesche operanti a Fiume e nella sua cinta difensiva, agli ordini del colonnello Zimmermann, seguendo le disposizioni del comando del XCVII Corpo d’Armata, si sganciarono con azione rapida ed efficace congiungendosi con il resto delle forze germaniche volte a raggiungere la città di Lubiana per costituire l’ultima resistenza. Breve illusione. Dopo scontri intensi e sanguinosi il generale Ludwig Kuebler dovette, il 6 maggio, dare ordine di deporre le armi. Nello stesso giorno del 3 maggio, a Trieste gli ultimi combattenti germanici, reparti di SS, asserragliatisi nel Palazzo di Giustizia, si arresero alle sopraggiunte truppe neozelandesi, i quali poi, incuranti delle inesorabili e dichiarate conseguenze, li consegnarono agli slavi che ne fecero strage in alcuni campi di prigionia. La medesima sorte si ebbe nella penisola istriana e nella città di Pola. Là dove i tedeschi abbandonavano il campo o si arrendevano, leste e feroci arrivavano le bande titine.</span></div>
<p>&nbsp;</p>
<div style="text-align: justify;">Aveva inizio così la seconda fase della ‘pulizia etnica’ con gli scannamenti le foibe gli annegamenti le fucilazioni dopo quella verificatasi al momento dello sbando dell’esercito regio dopo l’annuncio dell’armistizio dell’8 settembre. La lunga, sottaciuta, negata, dispregiata tragedia delle popolazioni del confine orientale. L’esodo di trecentocinquantamila italiani della Dalmazia dell’Istria della Venezia Giulia, doppiamente esuli. Dalla loro terra e in una patria che poco o nulla intendeva curarsi del loro dramma. Odiati dai comunisti che li accolsero nel porto di Ancona a sputi insulti lancio di pietre; che impedirono ai treni che li trasportavano di fermarsi alla stazione di Bologna dove la sede vescovile aveva predisposto un pasto caldo. E cinquantamila di loro furono costretti ad accettare l’umiliazione di un passaporto da apolide per potersi trasferire in Australia e in altre parti del mondo. Tutto per non inquietare il Maresciallo Tito, uomo di tutte le stagioni e per ogni occasione, prima con le spalle coperte dall’Unione Sovietica e, successivamente la rottura con Mosca del 1948, cuscinetto ‘non-allineato’ tra i due blocchi…</div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt;"><img decoding="async" class="alignright" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2013/02/487900_478274302236347_1629460255_n.jpg" border="0" /></span></div>
<p>&nbsp;</p>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt;">10 febbraio, giornata del Ricordo. In tutta Italia si predispongono iniziative convegni fiaccolate presidi (anche quelli antifascisti di segno opposto). Piazze strade giardini stele targhe sono stati dedicati ai martiri delle foibe. Ad esempio, la sera dell’8 mio figlio, particolarmente sensibile a questa vicenda, le dedica uno spettacolo da lui ideato rappresentato recitato dal titolo ‘Io ricordo’. Mi tornano a mente i versi di Dante, IX canto dell’Inferno: ‘Sì come a Pola presso del Carnaro, ch’Italia chiude e i suoi termini bagna’. E il dipinto di Giuseppe Lallich ‘Il bacio della bandiera’ a ricordo del giuramento di Perasto, piccola città nelle bocche del Cattaro, gonfaloniera del vessillo di battaglia della Serenissima Repubblica di Venezia, 23 agosto 1797. L’ammaina bandiera e la sua deposizione sotto l’altare della chiesa e le parole del Podestà, il conte Giuseppe Viscovich, tanto care al D’Annunzio dell’impresa fiumana ‘…e fedelissimi sempre se avemo reputà Ti con nu, nu con Ti’. Oppure la lettera al Mazzini, tramite Macedonio Melloni, in cui il presidente Abramo Lincoln riconosceva l’italianità di quelle terre…</span></div>
<p>&nbsp;</p>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt;">Bene… voglio raccontarvi una storia, una fra le tante possibili, ma che a me appare carica di molteplici valenze, dramma nel dramma. Mentre gli slavi entrano a Fiume e la popolazione si chiude in casa, sbarrando porte e finestre, il maresciallo Vito Butti, comandante della stazione della Guardia di Finanza a Borgomarina, si trova nella sua abitazione in città assieme alla moglie croata. Qualcuno viene ad avvertirlo che i titini stanno portando via i giovani finanzieri. Non ha esitazione. Chiede alla moglie l’uniforme, che lei stessa gli aveva cucito, l’indossa ed esce. ‘Non posso lasciare da soli i miei ragazzi’, mormora chiudendosi la porta alle spalle. Lo ritroveranno denudato torturato ucciso in un bosco diversi giorni dopo. Mi piace pensare quest’uomo, non più giovane, con la divisa che attraversa le vie di Fiume per andare, consapevole, incontro al destino. Non soltanto un italiano, un regnicolo come si definivano allora coloro che arrivavano dalla penisola (mi sembra di ricordare che fosse di Ravenna o dintorni), con animo fiero e di nobili intenti. Un soldato che nella divisa porta un accresciuto senso del dovere. Essere d’esempio perché questo dovrebbe richiedere la scelta compiuta.</span></div>
<p>&nbsp;</p>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt;">A Venezia, Riva degli Schiavoni (qui attraccavano i battelli dei mercanti dalmati), facciata della caserma della Guardia di Finanza, lapide a cura della Scuola dalmata dei S.S. Giorgio e Trifone: ‘Su questa riva – i valorosi soldati schiavoni – decisi a difendere Venezia – costretta da ingiunzione straniera – ad abbandonare la città – espressero pubblicamente – i plurisecolari legami di fedeltà – che univano la Dalmazia – alla repubblica veneta – 1797 e lo stemma con le tre teste di leone incoronate. Diversi anni fa avevo una alunna il cui padre era istruttore alla scuola sottufficiali della Guardia di Finanza, via Ventuno Aprile. Gli chiesi se poteva rintracciare il nome del maresciallo Vito Butti, se vi era uno spazio che lo ricordava, un riconoscimento del suo sacrificio. Risposta negativa…</span></div>
<p>&nbsp;</p>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt;">Ad altri ‘eroi’ (venticinque aprile e dintorni) la cura l’attenzione il consenso l’onore e il plauso. Allora, questa giornata del Ricordo con le istituzioni le bandiere esposte fuori gli edifici pubblici i politici in prima fila, beh, forse andrebbe ripensata vissuta celebrata ‘senza odio né rancori, ma con tanta amarezza. Solo perché non si dimentichi che in Istria si combattè per l’Italia’, così Luigi Papo, fra i grandi Maestri dell’esodo e che volle onorarmi della sua amicizia e stima, nel libro ‘L’ultima bandiera, storia del reggimento Istria’. Ed io aggiungo con discreto e solido disprezzo verso chi, cialtrone e in malafede, untore della razza più infida, inocula giorno dopo giorno tossine venefiche dell’obbrobrio della dimenticanza della menzogna. Gli infoibati gli esuli i testimoni e gli eredi di quella tragedia meriterebbero maggiore rispetto…</span></div>

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