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	<title>ottosettembre Archivi - EreticaMente</title>
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	<title>ottosettembre Archivi - EreticaMente</title>
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		<title>Intorno all&#8217;Onore&#8230; – Mario Michele Merlino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 11 Sep 2016 06:00:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ottosettembre]]></category>
		<category><![CDATA[Punte di Freccia]]></category>
		<category><![CDATA[8 settembre]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In più riprese mi sono definito anarco-fascista, precisando d’essere libertario nei diritti, fascista nei valori. E di ciò mi faccio vanto. L’ho dichiarato anche di recente, parlando a Ritorno a Camelot, davanti a un pubblico attento e partecipe di skins. Forse, però, si necessita di qualche rilettura ridefinizione aggiustamento. Robert Brasillach o Céline o l’Evola [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">In più riprese mi sono definito anarco-fascista, precisando d’essere libertario nei diritti, fascista nei valori. E di ciò mi faccio vanto. L’ho dichiarato anche di recente, parlando a Ritorno a Camelot, davanti a un pubblico attento e partecipe di skins. Forse, però, si necessita di qualche rilettura ridefinizione aggiustamento. Robert Brasillach o Céline o l’Evola degli ‘anarchici di destra’, come lo erano i miei amici Mario Castellacci e Antonio Serventi detto il Cobra (figura di vagabondo di nobile di alcolizzato e di poeta), potevano dirsi tali senza timore di ingenerare ed equivoci e forzature e confusioni o di apparire esibizionisti. Io, al contrario, carnefice e vittima di questa tastiera mi trovo a condividere profili e blog indecenti e servili dove la volgarità di simboli, che dovrebbero esserci cari, la fa da padrona con linguaggi che lo stesso Pasolini in Ragazzi di vita avrebbe rifiutato. E ciò che più amareggia è che hanno successo come l’imbecille che si nascondeva in ciascuno di noi, secondo Ennio Flaiano…</p>
<p style="text-align: justify;">Verso le otto di sera, in via Gatteschi, zona Nomentano, una Giulia verde attende. E’ il 17 gennaio 1967. In auto quattro rapinatori. Il loro obiettivo sono i fratelli Silvano e Gabriele Menegazzo, di anni 23 e 19, rappresentanti di gioielli che stanno rientrando a casa con le borse contenenti il campionario. Reagiscono. Sono giovani impulsivi forse tentano di estrarre una pistola. Dall’auto scende uno dei rapinatori spara e li ammazza entrambi. Dalla finestra i genitori dei due giovani assistono impotenti urlando la loro disperazione. ‘Assassini! Assassini!’. Vengono individuati dagli occhiali rotti sull’asfalto durante la breve colluttazione e saranno stanati dopo un conflitto a fuoco con i carabinieri, all’interno di un casale a Monte Mario. Ferito Leonardo Cimino, detto lo Smilzo, accusato d’essere stato l’autore materiale del duplice omicidio. Morirà in carcere dopo mesi di agonia.</p>
<p style="text-align: justify;">Fin qui la cronaca scarna di un delitto che scosse l’opinione pubblica, incredula. La stessa polizia, nei primi giorni successivi, attribuì la responsabilità a banditi venuti da fuori, si disse di gangs milanesi. Il livello di ferocia della malavita romana fece un balzo in avanti, alla vigilia del ’68 e degli anni del terrorismo, stragi e P38, banda della Magliana inclusa… Un intreccio perverso tra criminalità comune ed esordi di brigatismo rosso e nero. Tra le sbarre e i chiavistelli di Regina Coeli si cominciò a respirare aria e parole e vagheggiamenti di una trama romanzesca scritta a quattro mani, con l’eco di rimandi ideologici e tutti gli ingredienti del noir d’autore.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho conosciuto in quei mesi, era l’ultimo anno e mezzo di detenzione trascorso nel reparto di chirurgia – privilegiato –, il detenuto infermiere che s’era preso cura di Leonardo Cimino. Mi confidava come, più volte, l’avesse sollecitato a dire che non era stato lui a premere il grilletto, ma, al contrario, un altro della banda (il tempo ha bruciato parte dei ricordi e ha reso incerta la memoria), che poi era scappato in Grecia portandosi l’intera refurtiva.</p>
<p style="text-align: justify;">‘No. Devo lasciare un nome onorato ai miei figli’, la risposta.</p>
<p style="text-align: justify;">Al di sopra del concetto di giustizia, privo del bene e del male, senza farne lode né trarne pretese giustificatorie o demoniache sentenze inquisitorie. Soltanto un ricordo, un tornare su episodi immagini frammenti, forse marginali, perché ognuno di noi si porta dentro tanta storia. E quel senso ostinato orgoglioso dell’Onore (e lo scrivo in maiuscolo pur se appartiene ad un mondo di riferimenti non miei). Domanda: se l’Onore è un valore – e i valori si esprimono nel loro essere così e non altrimenti con i medesimi caratteri delle idee platoniche e cioè essere veri e giusti e belli – può darsi un tipo o un genere più o meno positivo o un altro disdicevole? Se Leonardo Cimino, dopo l’8 di settembre, avesse indossato l’uniforme della Decima MAS sarebbe stato un secondo Attilio Bonvicini?</p>
<p style="text-align: justify;">Di Attilio Bonvicini racconta Piero Operti in Pagine aperte. Da uomo prossimo alla resistenza, di stampo liberale e monarchico, ebbe occasione di conoscere questo giovane ufficiale del btg. Lupo nell’ospedale di Torino. E i giovanissimi marò che l’andavano a trovare, impazienti di recarsi al fronte e battersi contro gli anglo-americani ‘per riscattare colpe che furono commesse. Così vuole la Storia, e la parola redenzione non ha altro significato’ (parole di Attilio). Ed ancora: ‘… onore è sottrarre la propria condotta alla gravitazione dei fatti. Come la fede religiosa, è una realtà solo per chi lo sente: noi lo sentiamo e ad esso abbiamo consacrato la nostra vita’.</p>
<p style="text-align: justify;">Un medesimo letto di ospedale, in attesa della fine ormai imminente, un sentire che si fa proprio, libero dalle suggestioni del mondo dai suoi richiami dai coinvolgimenti emotivi. Non fraintendetemi: conosco bene la differenza, le diversità, che sussistono tra la scelta di Attilio, già grande invalido sul fronte d’Albania e, dunque, legittimato a restarsene a casa, e Leonardo che avrebbe potuto – dovuto &#8211; darsi ad altra vita ad un lavoro agli affetti tranquilli della famiglia. Ma, nel mondo sconosciuto e profondo dell’animo, chi può separare dare valore o meno a quel sentimento che s’è eretto a giudice unico e severo della propria condotta? L’Onore – e insisto a scriverlo con la maiuscola… per entrambi.</p>
<p style="text-align: justify;">E, poi, senza scomodare i noiosissimi filosofi, c’è un confine assoluto, ben marcato, filo spinato torrette di sorveglianza mitragliatrici puntate, tra libertà e necessità? Se abbiamo la morte quale meta alla stazione d’arrivo, e i binari e le soste e i paesaggi mutevoli e il cielo ora sereno ora grigio e gli occasionali compagni di viaggio sono il segno di ciò che è e non può essere diversamente. Eppure tante sono le banchine e un treno o un altro ci attende alla partenza…</p>
<p style="text-align: justify;">Reminiscenze da studente prima, da professore poi. La lettera alla madre, Luisa di Savoia, di Francesco I, re di Francia, dopo essere stato fatto prigioniero durante la battaglia di Pavia il giorno 24 febbraio 1525. Celebre: ‘Tutto è perduto, fuorchè l’onore’. (Compiutamente, dalla riduzione in forma epigrammatica, la frase si legge: ‘Madame… di tutte le cose mi sono rimasti l’onore e la vita che è salva’). Se il senso dell’onore e la vita sono un tutt’uno, tanto bastano quando non entrano in conflitto fra loro. Se ciò accade, o l’onore o la vita. Attilio Bonvicini e Leonardo Cimino non si sono fatti interrogativo alcuno. Un’esistenza – o la morte &#8211; privata dell’Onore era a loro indegna d’essere messa sul conto. (Forse, in questo modo – l’unico – hanno risolto la frattura fra il principio di necessità e quello di libertà).</p>
<p style="text-align: justify;">L’ho scritto e l’ho detto parlando di Goffredo Coppola. Vi fu un tempo eroico in cui gli uomini si fecero un tutt’uno tra la propria vita la sua condotta i valori informatori le idee da esprimere e difendere e per cui combattere e morire. Fu il tempo in cui gli uomini e gli dei coabitarono sulla terra (magari questi ultimi simili ad angeli caduti e volutamente fattisi carne ossa e sangue). Terribile disperata liberatoria rivelazione dell’uomo folle ‘Dio è morto!’ altro non è che la consapevolezza di come ognuno di noi porti in sé il divino e che in ognuno di noi questa sacralità si rende nulla (ecco il senso di quel nichilismo attivo – ‘uno schianto, non una lagna’).</p>
<p style="text-align: justify;">Attilio muore nell’ospedale di Merano nel maggio del ’45, attorniato dai fratelli, un testimone appunto di quel tempo eroico in cui gli dei, chiamati alla battaglia, vanno ad immolarsi o uomini capaci di pensarsi ‘divinità mortali’. Il crepuscolo scende e si instaura, coltre mefitica, sui cieli d’Europa. Nietzsche scrive: ‘Dove ci sono sepolcri lì vi sono resurrezioni’. Illuso egli stesso, svelatore di maschere?</p>
<p style="text-align: justify;">Leonardo muore tra le sbarre e i chiavistelli, guardie alla porta, le guardie a capo del letto, sordo ad ogni richiamo in ostinato mutismo, solo. Non è un eroe, non possiede bandiere alla cui ombra proteggersi, è soltanto un assassino, lasciato Girifalco, terra di Calabria, venuto a Roma a cercare la scorciatoia per ottenere facile denaro. Non chiede assoluzione, non la merita probabilmente…</p>
<p style="text-align: justify;">In Attilio tutto è luminoso, quel richiamo esplicito nella divisa con lo scudetto della XMAS e il teschio con la rosa fra i denti; in Leonardo un bisbiglio parole smozzicate che non forano le barriere del mondo, dettate a testamento solo a se stesso. Eppure mi piace pensare che, per entrambi, la parola ‘Onore’ possa essere scolpita con la maiuscola. Legittimamente. E che, nei meandri degli inferi – il cielo s’è reso opaco e vuoto – risieda comunque e nonostante tutto il principio della riscossa…</p>

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		<title>L’Aquila nel cuore</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Sep 2013 10:14:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Onore]]></category>
		<category><![CDATA[ottosettembre]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">
Dare voce a chi scelse dopo l’8 settembre di andare a combattere dalla “parte sbagliata”. Così concludevo la volta precedente il pezzo  che vuole essere un tributo a  persone che ho amato, Tommaso e Costanza appunto, ma non solo.  Dare voce a chi non cambiò casacca al cambiare del vento, non è cosa facile. O quanto meno non lo è cercare di far capire a chi legge che, per comprendere veramente,  bisogna superare  dei tabù culturali oltre che ideologici. Questo perché per anni ci è stato insegnato a scuola e abbiamo letto nei libri di storia che i giovani che si unirono a Mussolini nell’estremo tentativo di salvare l’onore d’Italia erano degli esaltati o vi furono costretti. Tommaso e Costanza, semplicemente due giovani innamorati, sposarono  la  causa del loro Paese e  non si arresero davanti alle difficoltà di quei giorni tristi.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Scrive Renzo De Felice:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><em>“Molti di coloro che aderirono al Pfr e alla Rsi lo fecero mossi dal patriottismo, dal “senso dell’onore”, dal desiderio di riscattare l’Italia dal “tradimento” consumato dal re e da Badoglio, dal “rispetto” verso se stessi. […] Sentimenti che oggi possono apparire incomprensibili, assurdi, sbagliati, ma che allora furono condivisi da molti italiani. Da giovani cresciuti nel clima fascista e della guerra (e persino in famiglie non fasciste o antifasciste), ma anche da più anziani</em><em>”</em></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Ci è stato inculcato negli anni  che l’Italia in quei giorni fu invasa dai Tedeschi. E’ un equivoco che va chiarito:i Tedeschi non invasero il nostro territorio, c’erano già.<strong><em> </em></strong>Dopo la caduta di Mussolini,  il governo Badoglio aveva chiesto aiuto all’alleata Germania per contrastare gli anglo americani che nel frattempo erano sbarcati in Sicilia. I soldati italiani e i tedeschi avevano combattuto  spalla a spalla contro l’invasore americano fino all’8 settembre ’43 e, quando poi, con estrema disinvoltura il Re e Badoglio, passarono armi e bagagli dalla parte del nemico, scatenarono l’ira di Hitler. Il maresciallo Badoglio, non solo aveva cambiato bandiera, ma non avendo ancora dichiarato guerra alla Germania, lo fece più di un mese dopo, aveva  trasformato i suoi uomini in traditori, agli occhi dell’alleato tedesco<em>.</em> Il feldmaresciallo Kesserling, interpretando un sentimento diffuso, si espresse in tal modo  con i suoi soldati: “il governo italiano, nel concludere alle nostre spalle l’armistizio con il nemico, ha commesso il più infame dei tradimenti… Le truppe italiane dovranno essere invitate a proseguire la lotta al nostro fianco appellandosi al loro onore, altrimenti dovranno essere disarmate senza alcun riguardo… Non vi è clemenza per i traditori!”</p>
<p style="text-align: justify;">Il disarmo dei militari italiani avvenne all’insegna del tradimento. Ci furono coloro che scelsero di non scegliere, e solo di attendere senza agire la fine della guerra, cercando di sopravvivere e basta. Una zona grigia che non è riconducibile all’antifascismo e neppure alla resistenza. Si parla di circa 800.000 soldati che non accettando di combattere a fianco dei tedeschi, vennero fatti prigionieri, trasferiti via mare e via treno in Germania, in campi di lavoro, dove fu riservato loro un trattamento duramente punitivo. Internati Militari Italiani (<em>italienische Militär-Internierte</em> &#8211; IMI) fu il nome ufficiale dato dalle autorità tedesche ai soldati italiani catturati.</p>
<p style="text-align: justify;">Apro una piccola parentesi per ricordare che il generale Borghese riuscì in quel terribile frangente, a sottrarre alla deportazione centinaia di uomini, fermandoli per la coscrizione nella X MAS. Arrivati in sede a chi non voleva realmente arruolarsi, venne consegnato regolare congedo e lasciapassare affinché potesse raggiungere la sua famiglia. Nel suo battaglione, il più eroico, combatterono solo volontari!</p>
<p style="text-align: justify;">Gli IMI non sono stati, non tutti, un esempio di ignavia e di opportunismo, ma nemmeno un modello di resistenza e di consapevole antifascismo da  prendere a esempio. Più semplicemente, sono stati lo specchio del paese, nelle ore drammatiche del tradimento, lo specchio della crisi di una generazione, delle sue lacerazioni, del difficile e tormentato trapasso. Per questo motivo, di fronte alle giustificazioni che si vogliono  trovare a chi mancò il coraggio, cresce il valore di coloro che, al contrario, pur potendo aspettare che la tempesta passasse, non lo fecero e preferirono continuare a combattere a volto scoperto, in nome di quel senso di onore che oggi si fatica a comprendere, spesso consapevoli che le sorti del conflitto erano segnate e che difficilmente ne sarebbero usciti indenni.</p>
<p style="text-align: justify;">In quei giorni avvenimenti sconvolgenti si susseguivano senza sosta, il 17 settembre Mussolini, liberato dai tedeschi e condotto in Baviera,  proclamò attraverso Radio Monaco (un&#8217;emittente captata in buona parte dell&#8217;Italia settentrionale) la prossima costituzione del nuovo Stato fascista, che riprendeva il programma dei Fasci italiani di combattimento del 1919, richiamandosi a Mazzini e cercando nelle  origini i contenuti repubblicani e socialisti.  La Repubblica Sociale Italiana, fu formalizzata il giorno 23, con la  riunione del primo Governo a Roma. La nascita della Repubblica Sociale Italiana e la ricostituzione di un esercito “lealista” cui aderirono in 600.000, secondo uno studio di Silvio Bertoldi, frenò i propositi di Hitler che aveva previsto il totale smantellamento e trasferimento in Germania del nostro apparato industriale e la deportazione di tutto l’esercito italiano.</p>
<p style="text-align: justify;">Tommaso e Costanza avevano vissuto con ansia le vicende dell’arresto di Mussolini, della sua prigionia, quando fu loro annunciata l’avvenuta liberazione da Campo Imperatore a opera degli alleati tedeschi per loro si rianimarono le speranze e aderirono con fermezza alla nuova Repubblica Sociale fondata dall’uomo in cui credevano e di cui si fidavano. Costanza amava raccontare come un’avventura quello che fu il suo primo viaggio fuori dalle mura romane. Ricordava con occhi velati di nostalgia la sosta che, durante il viaggio, fecero a Perugia. La sua prima volta in una stanza di albergo, e chissà (ce lo siamo sempre chiesto) la prima volta sola col suo uomo.</p>
<p style="text-align: justify;">Francesco Maria Barracu, già presidente del Fascio della Sardegna (PNF), dopo l’8 settembre rimase  fedele a  Mussolini e partecipò alla fondazione della Repubblica Sociale Italiana. Nominato sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri, ebbe notevole ruolo sul trasferimento al nord dei funzionari dei ministeri e nell&#8217;organizzazione dell&#8217;amministrazione repubblicana<strong>.</strong>  Materialmente fu un funzionario del Comando tedesco della comunicazione, il direttore generale delle ferrovie germaniche Huber, a coordinare da Roma, nell’ottobre 1943, il trasferimento al nord dei ministeri fascisti.  A piazza della Croce Rossa, presso il Ministero delle Comunicazioni, Huber, assistito da un funzionario per ogni ministero, predispose i treni-passeggeri sui quali sarebbero saliti i funzionari con le loro famiglie  e soprattutto allestì i vagoni-merci per il trasporto degli archivi. Ogni funzionario fu invitato a portare con sé l’essenziale: un solo bagaglio a mano per 8 giorni e viveri per 48 ore. Il resto sarebbe seguito sui treni merci. Si lavorò alacremente perché le disposizioni erano che l’operazione &#8211; ministeri ed enti &#8211; andava conclusa entro il 15 ottobre. Meticolosa cura fu dedicata al trasferimento degli archivi, impresa che richiese energie particolari di precisione e competenza. Funzionari esperti furono inviati in ricognizione al Nord per selezionare le sedi e rendersi conto delle difficoltà logistiche per le nuove sistemazioni all’arrivo.</p>
<p style="text-align: justify;">Edoardo Moroni, già Presidente della Federazione Italiana Consorzi Agrari a Roma, fu il Ministro dell&#8217;Agricoltura e Foreste della RSI che, col suo trasferimento condusse  Tommaso e Costanza al nord. Il suo dicastero ebbe sede inizialmente a Treviso, loro insieme ad altri dipendenti presero casa a Oderzo, un paese vicino alla città veneta. In seguito al  grande bombardamento  avvenuto nell’aprile del 1944, da parte degli aerei americani che distrusse buona parte degli edifici cittadini e fece circa 1000 vittime fra i civili,  il Ministero venne spostato a San Pellegrino Terme, in provincia di Bergamo. Ne conseguì che  alcuni fra i  dipendenti si trasferirono a Tagliuno, frazione di Castelli Calepio. Dopo una frugale cerimonia, Tommaso e Costanza iniziarono qui la loro vita comune, da coppia finalmente sposata. Erano felici nonostante tutto, nonostante la guerra, la lontananza dalle loro case, la difficoltà della vita di ogni giorno e il pericolo che aumentava col passare dei mesi di cadere in qualche imboscata o di rimanere sotto le macerie dei sempre più frequenti bombardamenti. Tommaso, nella sua caserma della Milizia Forestale, fu milite addetto alla mensa, in maniera specifica incaricato degli approvvigionamenti. Ogni giorno usciva  e doveva convincere i contadini delle campagne e delle colline circostanti   a vendergli qualcosa che servisse a sfamare la truppa.  Il suo carattere allegro e “compagnone” fece sì che si creasse buone amicizie fra gli introversi e ostili abitanti del luogo,  riuscì a vincere la diffidenza di molti  che li vedevano  proprio loro, i più italiani di tutti, come estranei e invasori. Lui chiedeva, senza pretendere, pagava bene e spesso raccoglieva le confidenze dei contadini che gli raccontavano di essere vittime delle razzie che “gli sbandati” compivano nelle loro stalle e nei loro pollai. Così chi si dichiarava disposto a fornire i suoi prodotti all’esercito, veniva, per sua iniziativa, in qualche modo protetto. Dopo la guerra, ricordando quel periodo, raccontava ridendo che lui stesso rimaneva,  a volte, a far di guardia la notte a un  pollaio con “dentro il suo pranzo del giorno dopo”. Questo rapporto privilegiato, in special modo  con alcuni coloni  del bergamasco gli servì in seguito per salvare se stesso e la sua famiglia dalla furia cieca dei partigiani. Costanza invece continuava a lavorare all’ufficio ministeriale, raggiungendone  ogni mattina la sede con la sua sgangherata bicicletta, lo fece per mesi, fino al giorno in cui si accorse di aspettare il suo primo figlio. Potè usufruire in quel periodo delle garanzie  previste da una delle Leggi sociali più all’avanguardia  la “tutela della maternità” legge n. 1347 del 5 luglio 1934. Godendo, fin dai primi mesi, causa la sede disagiata e il pericolo oggettivo che correva per recarsi al lavoro, di assentarsi  fin dalla sesta settimana. In realtà i sacrifici affrontati in quel periodo furono più dettati dalle conseguenze della guerra, dai bombardamenti, dalla mancanza di materie prime,   che non dallo scontro coi movimenti “di liberazione” come si  vorrebbe far credere.</p>
<p style="text-align: justify;">“Guerra non significa solo combattimento, significa anche una lunga serie, a volte massacrante, a volte spossante, di rinunce silenziose, di sacrifici quotidiani privi di importanza. Dunque la virtù si forgia nel medesimo modo. Le privazioni, l’attesa umile e sterile di fronte alla morte, il servizio durante il quale, lontano da ogni clamore, si gioca la vita in mezzo a campi e boschi sconosciuti… uomini che non conosceranno la gloria strepitosa e che, se non moriranno, torneranno nei loro paesi col volto chiuso, le labbra serrate, perché non verrebbe compreso di quanti strazi e di quante rinunzie si sia composto il loro oscuro eroismo…” Lèon Degrelle.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli Italiani sono stati ubriacati di bugie in merito  alla “resistenza”, ma chi era sul posto, chi ha vissuto personalmente quelle ore sapeva  perfettamente che fino alla primavera del ’45, le  unità partigiane (almeno lontano dalla linea gotica) erano sparute e poco attive, soprattutto durante il freddo e lungo inverno del 1944. Il numero dei partigiani scesi in armi, solo a liberazione avvenuta, aumentò fino a quattro o cinque volte rispetto a  quelli realmente operanti nel territorio. La favola degli antifascisti autentici che si opposero al regime prima e alla repubblica sociale poi si è arricchita negli anni di episodi di eroismo e di stoica resistenza, ma furono pochi coloro che nella realtà,  si batterono armi in pugno per la libertà e la democrazia di cui tutti si sono riempiti la bocca negli anni a venire.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel gennaio del 1945 in pieno inverno, vide la luce il primo figlio di Tommaso e Costanza, la loro gioia, toccò il culmine e battezzarono il  bambino Roberto, Romano, Italo. Tre nomi che testimoniavano la loro incrollabile fede nell’idea e nella scelta fatta fino a morire, se necessario, per i loro ideali, nelle ultime Termopili d’Italia.</p>
<p style="text-align: justify;">(continua)</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Franca Poli</strong></p>
<p style="text-align: justify;">

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		<title>8 settembre, la morte della Patria</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 08 Sep 2013 07:26:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ottosettembre]]></category>
		<category><![CDATA[Punte di Freccia]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[Tradimento]]></category>
		<category><![CDATA[Merlino]]></category>
		<category><![CDATA[seconda guerra mondiale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Mario M. Merlino 8 settembre, settant’anni dopo. Non so cosa hanno scritto i giornali e se si riannoda il filo della memoria e se qualcuno ha ricordato la definizione di Ernesto Galli della Loggia su ‘la morte della patria’ o se altri si sono dati da fare per indicare agli sprovveduti e ai privi [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style="clear: both; text-align: center;"><a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2013/09/Ereticamente_8settembre.jpg" style="clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;"><img fetchpriority="high" decoding="async" border="0" height="320" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2013/09/Ereticamente_8settembre-243x300.jpg" width="260" /></a></div>
<div align="right" style="background: #F4F4F4; text-align: right;"><b><i><span style="color: #504945; font-family: &quot;Georgia&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt;">di Mario M. Merlino</span></i></b><span style="color: #504945; font-family: &quot;Georgia&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 10.5pt;"><o:p></o:p></span></div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt;">8 settembre, settant’anni dopo. Non so cosa hanno scritto i giornali e se si riannoda il filo della memoria e se qualcuno ha ricordato la definizione di Ernesto Galli della Loggia su ‘la morte della patria’ o se altri si sono dati da fare per indicare agli sprovveduti e ai privi di conoscenza di quelli avvenimenti come, al contrario, essa sia rinata. E con essa la libertà e la democrazia… Ad esempio a Porta San Paolo, dove ogni anno si tiene una commemorazione tutta trasudante enfasi e menzogna, in memoria dei granatieri, omettendo che il generale Solinas, al comando della breve quanto inutile difesa, aderì alla Repubblica Sociale. Oppure alla divisione Acqui sterminata in malo modo dalla proverbiale ferocia dei tedeschi nell’isola di Cefalonia, omettendo anche qui come si sparò su dei zatteroni germanici mentre erano ancora in atto le trattative (e guarda caso furono ufficiali italiani che, sopravvissuti!, aderirono alla resistenza comunista avendone lodi e decorazioni).</span></div>
<p><a name='more'></a><o:p></o:p></p>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt;">Ed altro ancora… omettendo come furono gli inglesi, nell’immediatezza della resa – tuttora gabellata come armistizio –, che coniarono un nuovo verbo, to badogliate, per indicare un tradimento spregevole. E&nbsp; le numerose e varie dichiarazioni del medesimo tenore, rinnovate ogni volta che si deve coinvolgere o meno l’Italia (nel 1997 proponendo gli Stati Uniti l’adesione al Consiglio permanente di Sicurezza dell’ONU di Germania e Giappone, le due nazioni sconfitte, e non del nostro paese, anch’esso collocato fra i vinti al tavolo della pace a Parigi, ma considerato inaffidabile). Sarebbe troppo facile sparare sulla Croce Rossa, si potrebbe parafrasare, ma non ci appartiene quel rito, italianissimo, di parlare male del proprio paese magari portandoci addosso i medesimi vizi deprecati e le scarse virtù, evitando però ogni tentativo di migliorarne l’immagine…<o:p></o:p></span></div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt;">Beh, ognuno può raccontare in quale modo ha vissuto, quale è il&nbsp; proprio ricordo dell’otto settembre. Penso a Mario Castellacci e al suo libro La memoria bruciata dove ‘il colore grigio della vergogna’ domina sulla zona di San Giovanni, a Roma, con decine di soldati cenciosi inermi inebetiti disfatti e un solo tedesco che li tiene con le mani in alto e sotto la minaccia della canna del mitra. Ugo Franzolin e le telescriventi del Ministero della Marina che battono ripetutamente dalle navi dai porti dalle basi per avere ordini e nessuno risponde, tutti si sono squagliati…<o:p></o:p></span></div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt;">E ricordo quanto mi raccontava Mario C., diciotto anni, di famiglia ebrea, che si arrampica sul tetto dell’ascensore con sotto i condomini, guidati da un alto ufficiale, che contano di poter capire cosa sta accadendo, mentre si avverte il rombo del cannone e il cielo si arrossa verso porta San Paolo. ‘Guarda dove c’è il Quirinale.’ – gli intima l’ufficiale – ‘Se vedi il tricolore, vuol dire che Sua Maestà il Re è al suo posto e con lui la nostra salvezza. Sì, a destra, in fondo, una torretta…’. Scende una pioggerella lieve. E Mario: ‘Sì, sì, vedo la bandiera, ma… ma la stanno ammainando’.<o:p></o:p></span></div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt;">Si volta, abbassa lo sguardo. Con le braccia appoggiate al muro l’ufficiale piange. Pochi giorni dopo si arruola con la promessa, l’unica richiesta del padre, di andare a combattere per l’Onore d’Italia, magari evitando di indossare la camicia nera…<o:p></o:p></span></div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt;">8 settembre 1943 – 8 settembre 2013. E in mezzo, anno dopo anno, ogni anno, qualcuno che avevamo avuto accanto o soltanto parte di un mondo di un area, come ci piaceva definire la molteplicità della ‘nostra’ realtà, se ne distaccava, chi in silenzio e disperdendosi nel rumore degli altri forse con un po’ di nostalgia e rimorso e chi, al contrario, abbisognando di pubbliche abiure, di adorare chissà quali vitelli d’oro e per qualche posto posticino poltrona salotto anche in platea, seconda fila, purchè essere nel grande consesso liberatorio dai sensi di colpa, dal ‘ghetto’, muri di gomma ostracismo superomismi rovesciati.<o:p></o:p></span></div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt;">Il tenente Mazzoni, ‘umilissimo e profondamente modesto e totalmente esaltato’, della legione Tagliamento, quando venne l’ordine di arrendersi nell’aprile del ’45 in Val Camonica, ‘non disse una parola… raggiunse uno spiazzo sotto un abete e si fece saltare le cervella con un colpo di pistola’ e (così scrive Giorgio Albertazzi, da pochi giorni novant’anni, nella sua autobiografia dal titolo Un perdente di successo) commenta ‘non si fa una guerra come quella, già perduta, se non per affermare proprio una realtà: essere disposti a morire per un’azione da compiere, un’estetica della morte’.<o:p></o:p></span></div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<p></p>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt;">Disdicevole, inutile, da lettino dello psichiatra, erede in formato ridotto di quel ‘buffone’ di D’Annunzio, pattumiera della storia, quante ne abbiamo sentite e quante sulla nostra pelle noi che, in scala ancora minore, siamo cresciuti, non dirò per l’ennesima volta il motto che mi sono coniato con consapevole autocompiacimento, ma con Dostoievsky ‘solo la bellezza ci salverà’ e scoprire, al contrario, quanta bruttezza s’era incrostata in tanti di noi, un male oscuro e osceno un rodimento interiore un bubbone pestifero ad esplodere… ma, 8 settembre 2013, ancora levare al sole uno straccio di Idea, simile a bandiera di seta, e gettare al vento una canzone, ne abbiamo tante e tutte dagli accenti esaltanti, per un altro pezzo di strada, percorso di storia, certi che comunque e nonostante tutto siamo e saremo ‘belli’ finchè saremo qui ed ora ‘ai confini del nero’…<o:p></o:p></span></div>

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		<title>Tutti a casa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 07 Sep 2013 19:17:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Controstoria]]></category>
		<category><![CDATA[ottosettembre]]></category>
		<category><![CDATA[Tradimento]]></category>
		<category><![CDATA[Donne]]></category>
		<category><![CDATA[Franca Poli]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Franca Poli Questa è la storia di Tommaso e Costanza due giovani italiani di un&#8217;altra epoca. Tommaso era nato nel 1920 e Costanza nel 1922. E’ una storia di famiglia che odora di muffa, come una camicia nera trovata nel fondo di un vecchio baule in soffitta. Farò un breve passaggio su come erano [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p></p>
<div style="clear: both; text-align: center;"><a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2013/09/Ereticamente_Sordi.jpg" style="clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;"><img decoding="async" border="0" height="244" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2013/09/Ereticamente_Sordi-300x229.jpg" width="320" /></a></div>
<div align="right" style="background-color: #f4f4f4; background-position: initial initial; background-repeat: initial initial; margin-bottom: 0.0001pt; text-align: right;"><b><i><span style="background-position: initial initial; background-repeat: initial initial; color: #504945; font-family: Georgia, serif; font-size: 13pt;">di Franca Poli<o:p></o:p></span></i></b></div>
<div align="right" style="background-color: #f4f4f4; background-position: initial initial; background-repeat: initial initial; margin-bottom: 0.0001pt; text-align: right;"></div>
<div style="background-color: #f4f4f4; background-position: initial initial; background-repeat: initial initial; margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"><span style="background: white; color: #333333; font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt;">Questa è la storia di Tommaso e Costanza due giovani italiani di un&#8217;altra epoca. Tommaso era nato nel 1920 e Costanza nel 1922. E’ una storia di famiglia che odora di muffa, come una camicia nera trovata nel fondo di un vecchio baule in soffitta. <o:p></o:p></span></div>
<div style="background-color: #f4f4f4; background-position: initial initial; background-repeat: initial initial; margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"></div>
<div style="background-color: #f4f4f4; background-position: initial initial; background-repeat: initial initial; margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"><span style="background: white; color: #333333; font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt;">Farò un breve passaggio su come erano cresciuti, durante gli anni “d’oro del Fascismo”. La generazione del Littorio, cioè i giovani nati negli anni Venti, aveva usufruito del cambiamento della scuola e del modo di fare cultura, la riforma Gentile aveva portato una ventata di novità nella scuola. I programmi delle elementari ripristinavano l&#8217;insegnamento della religione cattolica, valorizzavano il canto, il disegno, le tradizioni popolari e la meritocrazia era uno dei cardini della riforma, perché fossero i migliori, le menti più acute, a diventare la futura classe dirigente.</span></div>
<p><a name='more'></a> <o:p></o:p>  </p>
<div style="background-color: #f4f4f4; background-position: initial initial; background-repeat: initial initial; margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"><span style="background: white; color: #333333; font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt;">Insisto su questo punto perché mi preme sottolineare quale rivoluzione abbia portato nella società di allora la lotta che il fascismo condusse contro l’analfabetismo. Nel 1921 il 25% dei giovani tra i venti e i trent’anni non sapeva leggere. Ancora peggio andava per le ragazze, la cui percentuale di analfabetismo, sempre per la stessa fascia di età, era del 31%. Un dato impressionante, se confrontato con la situazione di altre nazioni europee. Nel 1941 dopo la battaglia condotta dal regime contro questa piaga, le percentuali erano ridotte al 14%. Va sottolineato che in quegli anni, lo Stato si prese cura delle classi bisognose e delle famiglie in difficoltà, fin dal 1923 fu resa obbligatoria anche l’istruzione per i fanciulli ciechi e sordomuti con la fondazione di una cinquantina di istituti creati per dare un’istruzione e un futuro di inserimento nel lavoro, a circa cinquemila scolari disabili. <o:p></o:p></span></div>
<div style="background-color: #f4f4f4; background-position: initial initial; background-repeat: initial initial; margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"></div>
<div style="background-color: #f4f4f4; background-position: initial initial; background-repeat: initial initial; margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"><span style="background: white; color: #333333; font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt;">La riforma della scuola fu supportata dall’ Opera Nazionale Balilla che era complementare all&#8217;istituzione scolastica, per l&#8217;assistenza e per l&#8217;educazione fisica e morale della gioventù. L&#8217;ONB fondata nel 1926 e voluta da Benito Mussolini, era un’istituzione a carattere parascolastico e mirava non solo all&#8217;educazione spirituale, culturale e religiosa, ma anche all&#8217;istruzione premilitare, ginnico sportiva, professionale e tecnica. Lo scopo fondamentale era far crescere i giovani nel clima spirituale e culturale del fascismo e creare in loro una salda coscienza di italianità e consapevolezza del ruolo di &#8220;fascisti del domani&#8221;. <o:p></o:p></span></div>
<div style="background-color: #f4f4f4; background-position: initial initial; background-repeat: initial initial; margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"></div>
<div style="background-color: #f4f4f4; background-position: initial initial; background-repeat: initial initial; margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"><span style="background: white; color: #333333; font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt;">L&#8217;iscrizione all&#8217;ONB procurava benefici, ben conosciuti dai ragazzi e dai loro genitori. Gli Italiani apprezzarono di poter usufruire gratuitamente per i propri figli di vacanze, gite o campeggi. A partire dagli inizi degli anni Trenta, infatti l&#8217;Opera fu in grado di erogare molti servizi sociali come borse di studio, refettori, doposcuola, asili, colonie, crociere, soprattutto alle famiglie che non avrebbero potuto permettersi di sostenerne il costo. I ragazzi venivano inquadrati, in uniformi specifiche, come balilla e piccole italiane (dagli 8 ai 14 anni) e come avanguardisti e giovani italiane (fino ai 18 anni). Per i giovani sopra i diciotto anni furono fondati, in seguito, i Fasci Giovanili di Combattimento e i Gruppi Universitari Fascisti, per i quali dal 1934 vennero organizzati a cadenza annuale degli incontri culturali denominati Littoriali della Cultura e dell’Arte che si affiancarono a quelli dello sport, si ricordano fra i vincitori famosi, di alcuni littoriali: Michelangelo Antonioni, Pietro Ingrao, Aldo Moro, Renato Guttuso, Giorgio Almirante e Vasco Pratolini. <o:p></o:p></span></div>
<div style="background-color: #f4f4f4; background-position: initial initial; background-repeat: initial initial; margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"></div>
<div style="background-color: #f4f4f4; background-position: initial initial; background-repeat: initial initial; margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"><span style="background: white; color: #333333; font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt;">L’ONB, oltre alle esercitazioni, che si tenevano dopo l’orario scolastico, durante il “sabato fascista”, mobilitava le scolaresche per adunate e campi scuola, come i &#8220;Campi Dux&#8221;, raduni nazionali per i ragazzi che si erano distinti tra Balilla e Avanguardisti di tutta Italia. Le manifestazioni si concludevano con la premiazione dei più meritevoli davanti al Duce. Le tradizionali sfilate, i cortei venivano arricchiti da canti e, in alcuni casi, da fuochi d&#8217;artificio. Oggi la pratica dello spettacolo pirotecnico, al sud è usanza per le feste patronali nelle parrocchie, al nord è divenuta prerogativa tutta dei “compagni”, che ne fanno un vanto alla chiusura delle feste dell’Unità, dando vita a tacite gare organizzate fra paese e paese per dare lo spettacolo migliore e accaparrarsi in tal modo i visitatori per l’anno venturo. <o:p></o:p></span></div>
<div style="background-color: #f4f4f4; background-position: initial initial; background-repeat: initial initial; margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"></div>
<div style="background-color: #f4f4f4; background-position: initial initial; background-repeat: initial initial; margin-bottom: 0.0001pt;
 text-align: justify;"><span style="background: white; color: #333333; font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt;">Frequentando con impegno la scuola e le attività dell’ONB, in un contesto di serietà e impegno, di lealtà e sicurezza sono cresciuti Tommaso e Costanza, infarciti di ideali, di speranze, di amore per la loro nazione e orgoglio di appartenenza. Credevano nei valori loro trasmessi e volevano servire la Patria. Tommaso era diventato un milite della Milizia Forestale Nazionale e Costanza un’impiegata al ministero di Agricoltura e Foreste. Quando si conobbero, a Roma, lui era un affascinante giovane in divisa e lei una bella ragazza con una cascata di riccioli scuri e occhi grandi, con la stessa profonda espressione che scorgo, a volte, nello sguardo di mia figlia. Si innamorarono e pensavano di mettere su famiglia, quando furono travolti dagli eventi di una delle più grandi tragedie subite dagli Italiani. L’8 settembre 1943 tutti fuggivano a casa. Roma veniva abbandonata, Tommaso e Costanza guardandosi negli occhi, credendo ancora nel loro futuro, e in quello dell’Italia, non scapparono, tenendosi per mano ogni mattina, camminavano rasente i muri, sfidando la gente impazzita per le strade e continuarono a recarsi al loro posto di lavoro. <o:p></o:p></span></div>
<div style="background-color: #f4f4f4; background-position: initial initial; background-repeat: initial initial; margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"></div>
<div style="background-color: #f4f4f4; background-position: initial initial; background-repeat: initial initial; margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"><span style="background: white; color: #333333; font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt;">Quando la radio italiana divulgò il messaggio del maresciallo Badoglio nel quale il capo del governo comunicava: “l’Italia ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate e la richiesta è stata accolta”, si consumò la peggiore delle sciagure per l’esercito italiano: erano le 19,45 dell’8 settembre 1943. Il generale Badoglio e il re, dopo lo sgambetto a Mussolini e la caduta del regime del 25 luglio, decisero, di consegnare l’Italia al nemico e lo fecero nel modo più ambiguo e vergognoso possibile, dopo aver proclamato solennemente sino all’ultimo minuto, assoluta fedeltà al patto di alleanza con la Germania. <o:p></o:p></span></div>
<div style="background-color: #f4f4f4; background-position: initial initial; background-repeat: initial initial; margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"></div>
<div style="background-color: #f4f4f4; background-position: initial initial; background-repeat: initial initial; margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"><span style="background: white; color: #333333; font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt;">Al momento dell’infamante “armistizio”, (di fatto una ignominiosa resa incondizionata nelle mani di quello che sino a poche ore prima era il nemico), gli Italiani venivano da anni di guerra e di sacrifici. Il territorio era diviso in due. A nord l’alleato germanico era presente con una forza ben strutturata. A sud, americani e inglesi occupavano i territori abbandonati dai tedeschi. Le forze armate italiane divise sul territorio restarono senza direttive precise, senza ordini da eseguire e, nel caos più assoluto, si assistette a un fuggi fuggi generale di comandanti e truppe lasciate allo sbando. Quel giorno resterà segnato nella storia d&#8217;Italia come un dramma dalle mille sfumature. Alle regole e all&#8217;ordine si sostituirono, in una sovversione improvvisa, l&#8217;anarchia, la lotta per la sopravvivenza, l&#8217;eroismo di pochi, il terrore di molti. <o:p></o:p></span></div>
<div style="background-color: #f4f4f4; background-position: initial initial; background-repeat: initial initial; margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"></div>
<div style="background-color: #f4f4f4; background-position: initial initial; background-repeat: initial initial; margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"><span style="background: white; color: #333333; font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt;">Chi non ricorda il film “Tutti a casa”, con attore Alberto Sordi nei panni di un tenente dell’esercito italiano che, non sapendo della resa, vede improvvisamente i tedeschi che gli sparano addosso, mentre è in marcia coi suoi uomini? Non riuscendo a capire cosa stia succedendo si mette in comunicazione con i superiori e dice al telefono: “Accade una cosa incredibile signor colonnello,i tedeschi si sono alleati con gli americani….” Rendendoci conto del grottesco paradosso e sapendo come realmente erano andati i fatti, abbiamo riso tutti a quella frase,ma (insegna la narrativa pirandelliana ) dal tragico al buffo, amara è stata la causa del nostro insensato sorriso. <o:p></o:p></span></div>
<div style="background-color: #f4f4f4; background-position: initial initial; background-repeat: initial initial; margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"></div>
<div style="background-color: #f4f4f4; background-position: initial initial; background-repeat: initial initial; margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"><span style="background: white; color: #333333; font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt;">Per oltre sessant’anni la storia ufficiale ha compiuto scientemente la più grande delle mistificazioni, gestita dall’antifascismo imperante delle sinistre, ha esaltato l’infame data dell’8 settembre 1943 come l’inizio del cammino che avrebbe portato la nazione verso la democrazia. Una parola, nel nostro caso, usata e abusata a sproposito. In Italia non è mai stata fondata una vera democrazia, in quanto nata dal tradimento e non costruita su reali volontà popolari. Una falsa democrazia propinataci dai vincitori con presupposti forzati rinnegando e abiurando il passato recente anche nelle cose migliori. <o:p></o:p></span></div>
<div style="background-color: #f4f4f4; background-position: initial initial; background-repeat: initial initial; margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"></div>
<div style="background-color: #f4f4f4; background-position: initial initial; background-repeat: initial initial; margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"><span style="background: white; color: #333333; font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt;">Il popolo, pur carico di sacrifici, non voleva arrendersi, ma qualcuno ai posti di comando, decise di salire sul carro del nemico, senza più combattere, e così abbiamo perduto non solo la guerra, ma qualcosa di molto più importante: la nostra dignità di nazione. <o:p></o:p></span></div>
<div style="background-color: #f4f4f4; background-position: initial initial; background-repeat: initial initial; margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"></div>
<div style="background-color: #f4f4f4; background-position: initial initial; background-repeat: initial initial; margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"><span style="background: white; color: #333333; font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt;">Sarebbe lungo e dispersivo quantificare quale era in realtà la nostra forza militare al momento della resa, se sarebbe stata sufficiente, o meno, a opporre una onorevole resistenza al nemico che, i tedeschi da soli fecero durare per 19 mesi. Si sarebbe trattato oltretutto di combattere nel territorio natio, motivati a strenua difesa della Patria e ogni centimetro di terra, conosciuto e amato, avrebbe potuto diventare un nuovo “Piave”. <o:p></o:p></span></div>
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<div style="background-color: #f4f4f4; background-position: initial initial; background-repeat: initial initial; margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"><span style="background: white; color: #333333; font-family: &#038;
quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt;">Esiste un dettagliato rapporto firmato dal Capo di Stato Maggiore tedesco Alfred Jodl, che quantifica di quali e quante forze fosse, in realtà, dotato l’esercito italiano. Un esempio su tutti, senza entrare nel merito delle unità armate, della forza uomini, cito quanto reperito dai tedeschi circa i soli materiali di vestiario (visto che il nostro è diventato famoso come l’Esercito con “le scarpe di cartone”, ): 672.000 giubbe a vento, 783.000 farsetti a maglia 592.100 paia di pantaloni, 2.064.100 camicie, 3.338.200 paia di scarpe, 5.251.500 paia di calze. Insomma, vi erano i reparti, vi erano le armi e non si può dire che le condizioni fossero tali da far combattere gli uomini “in mutande”. Per anni ci hanno raccontato la storia di una guerra oramai persa per mancanza di forze anche se i dati di fatto non rispondono a questa teoria, ma a quella del tradimento e della felloneria. I motivi della resa secondo le fonti ufficiali furono dettati “dall’impossibilità di continuare l’impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria”, in realtà l’Italia aveva buoni soldati e pessimi comandanti. Infatti nel caos assoluto gli unici che ebbero chiaro cosa fare furono Badoglio e il re che fuggirono a Brindisi, insieme a uno stretto gruppo di accoliti. Sulla corvetta Baionetta, dove si imbarcarono a Ortona, avevano tentato di salire a bordo anche numerosi generali e colonnelli, in una vergognosa ressa passata alla storia come “l’ultimo assalto alla baionetta”. <o:p></o:p></span></div>
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<div style="background-color: #f4f4f4; background-position: initial initial; background-repeat: initial initial; margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"><span style="background: white; color: #333333; font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt;">Un capitolo a parte meriterebbe la consegna della flotta della Marina Militare senza aver sparato un colpo. Fu l’estremo oltraggio al nostro onore, mentre al termine della prima guerra mondiale la flotta tedesca si era autoaffondata a Scapa Flow e lo stesso aveva fatto quella francese a Tolone, per non arrendersi ai tedeschi, gli Italiani furono gli unici a consegnare a Malta le navi intatte al nemico, esempio unico di viltà di tutte le marinerie del mondo. <o:p></o:p></span></div>
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<div style="background-color: #f4f4f4; background-position: initial initial; background-repeat: initial initial; margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"><span style="background: white; color: #333333; font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt;">Mi resta ignoto come si faccia a considerare l’8 settembre 1943 una data fondamentale per la costruzione dell’Italia, quando anche il resto del mondo condannò il nostro operato. Eisenhower stesso definì “sporco affare” (crooked deal) la resa del Regno d&#8217;Italia. <o:p></o:p></span></div>
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<div style="background-color: #f4f4f4; background-position: initial initial; background-repeat: initial initial; margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"><span style="background: white; color: #333333; font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt;">Scelgo di ricordare su tutte le citazioni (vere e false) che ricorrono sulla triste storia di quella data, cosa disse in proposito il generale Junio Valerio Borghese, comandante della Decima Mas &#8220;Una guerra si può perdere, ma con dignità e lealtà e allora l’evento storico non incide che materialmente seppur per decenni. La resa e il tradimento hanno invece incidenze morali incalcolabili che possono gravare per secoli sul prestigio di un popolo, per il disprezzo degli alleati traditi e per l’uguale disprezzo dei vincitori con cui si cerca vilmente di accordarsi.” Ecco perché quell’8 settembre 1943, nonostante i tentativi di travisamento operati nel dopoguerra per cercare di ridare dignità al nostro popolo, resta nella storia d’Italia una data luttuosa e nefasta, una pagina vergognosa e indelebile. <o:p></o:p></span></div>
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<div style="background-color: #f4f4f4; background-position: initial initial; background-repeat: initial initial; margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"><span style="background: white; color: #333333; font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt;">Di quello che successe a Tommaso e Costanza che scegliendo di continuare a servire la loro Patria, insieme decisero di spostarsi al Nord ne parlerò in seguito, in un altro pezzo, dove proverò a dare voce a tutti coloro che andarono a combattere “dalla parte sbagliata”.</span><span style="color: #504945; font-family: &quot;Georgia&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 10.5pt; mso-bidi-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><o:p></o:p></span></div>

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