8 Aprile 2026
Roma antica sul mare

Cartagine e Roma in una lezione di Benito Mussolini – Giuseppe Chiantera

Benito Mussolini tiene il 5 ottobre 1926 una lezione [Roma antica sul mare] «per l’Università per Stranieri di Perugia. La lezione fu tenuta al Palazzo dei Priori, nello storico Salone dei Notori: essa è importante per conoscere e intendere le basi culturali e spirituali da cui muove quella “politica romana”, che è vitale della politica mussoliniana.

Questo discorso fu pubblicato in un volumetto, nella collezione “politèia” (Roma-Milano, 1926)

 

Abstract

Il testo esamina il confronto tra Roma e Cartagine, mettendo in luce la trasformazione di Roma da potenza prevalentemente terrestre a dominatrice del Mediterraneo attraverso le guerre puniche. La vittoria navale su Cartagine consente a Roma l’espansione imperiale, ma produce anche profondi squilibri politici e sociali, che contribuiscono alla crisi della Repubblica.

 

Il periodo antecedente le guerre puniche va diviso in due periodi:

nel primo di essi Roma è soltanto la città direttrice della Lega latina, nel secondo Roma è a capo della Federazione Italica. 

Nel primo periodo la storia marittima di Roma è quasi nulla o comunque passiva. Il Mediterraneo è tenuto militarmente e commercialmente dagli Etruschi, dai Greci, dai Siracusani e soprattutto dai Cartaginesi. Nel periodo dell’età regia e nel primo secolo della Repubblica, Roma aveva una attività marittima mercantile, ma assai modesta [1] nel confronto dei suoi futuri rivali Tarantini, Cartaginesi, Elleni. Essa praticamente li subiva. In questo periodo Roma stipulò vari trattati di commercio con le potenze marittime. Il primo fu fra Roma e Cartagine, che sarebbe stato stipulato nel 509 a.C. simultaneamente alla cacciata dei Tarquini; un trattato di commercio fu stipulato nel 302 a. C. con Taranto, con il quale si inibisce Roma di navigare nello Ionio. Nel 306 a.C Roma stipulò un secondo trattato di commercio con Cartagine. Questi accordi denunciano la passività marittima di Roma [2]. Essi dimostrano che Roma aveva una flotta mercantile, che questa flotta poteva anche avventurarsi oltremare, ma provano altresì che il dominio militare marittimo del Mediterraneo era completamente nelle mani dei Cartaginesi. Le ragioni per cui i Romani ebbero sempre una psicologia più continentale che marittima e diventarono marinai soltanto per necessità, quantunque valorosissimi, sono prospettate dallo storico Ettore Pais a pagina 643 e successive del suo magnifico volume: “Storia critica di Roma – Età Regia[3]. “La natura malsana della spiaggia latina – dice il Pais – il suo carattere triste ed importuoso, l’ampia distesa di terreno che invitava al pascolo e all’agricoltura, contribuirono forse a determinare tale avversione al mare. Di questo fenomeno, la ragione va pure ricercata nel carattere originario del popolo romano. Greci ed Etruschi erano gente venuta dal mare, da secoli abituati a cercarvi l’incremento della propria fortuna. Patria originaria dei Sabini e dei Latini erano, invece, i dorsi dell’Appennino. L’ampio tratto di terreno che si scorge dai monti che ad oriente limitano il Lazio e dai colli Albani, li spinse soprattutto ad impadronirsene cacciandone o soggiogandone i primi possessori”. Si può dunque stabilire che nel periodo in cui Roma fu a capo della Lega latina, costituita da tante città e castelli su un territorio di circa ottomila chilometri quadrati dai monti Cimini a Terracina, tutto boschi e pascoli di uso comune, l’attività marinara mercantile di Roma fu modesta e nulla quella militare [4].  L’unica città del Lazio che ebbe in quel periodo un’attività marinara, di natura anche piratesca, soprattutto a danno dei Greci [5], fu Anzio.

Ma nel secondo periodo della storia di Roma, che immediatamente precede lo scoppio della prima guerra punica, la situazione marittima di Roma cambia per acquistare un più ampio respiro. Attraverso un ciclo di guerre che si possono chiamare interne, poiché si svolsero sul territorio della penisola, Roma riesce a battere, assorbire, federare i popoli che la circondavano dagli Etruschi agli Apuli, dai Sanniti ai Bruzi. Fra il 300 ed il 270 a.C. Roma si affaccia sul mare, con la conquista di città che avevano già un commercio marittimo e Roma, allora provvede ad una prima rudimentale difesa delle coste, creando, in determinati punti, delle colonie militari come ad Ostia, Anzio, Terracina, Ponza, Brindisi, Senigallia, Rimini. Istituisce quasi contemporaneamente i “Duumviri Navales[6] e più tardi, quasi alla vigilia della guerra con Cartagine, i “Quattro Questori della Flotta[7]. Le sedi di questi si conoscono per tre: Ostia, Brindisi, Rimini. La penisola italica è ormai unificata nel segno di Roma da Pisa a Reggio Calabria, da Rimini a Taranto nel 272 a.C..

Oltre Pisa stanno le popolazioni degli Apuani e dei Liguri, che hanno, specie questi ultimi, fornito mercenari a Cartagine, e che saranno poi soggiogate da Roma  nell’intervallo tra la prima e la seconda guerra punica. Dai confini della Cirenaica attuale al Marocco sta l’impero africano di Cartagine, ma Cartagine possiede inoltre tutta la Spagna meridionale, tutta la Sicilia occidentale, la Sardegna ed esercita una specie di sovranità sulla Corsica. Tolto il tratto della Francia meridionale popolato dai Galli, tutto il bacino occidentale del Mediterraneo è controllato dai Cartaginesi. Questo dominio o controllo era il risultato finale di una lotta plurisecolare svoltasi fra quattro imperialismi talassocratici che dal VI secolo in poi si contesero il dominio del Mediterraneo: gli Etruschi, Marsiglia, Siracusa, Cartagine.

Marsiglia cede dapprima il campo, quando i Greci evacuano la Corsica, poi gli Etruschi battuti a Cuma nel 474 a.C. da Gerone di Siracusa (e la vittoria fu cantata da Pindaro) e quindi assorbiti da Roma si eclissano come potenza marinara. Restano Siracusa e Cartagine. Siracusa batte nel 480 a Imera la rivale Cartagine, ma dopo mezzo secolo, Cartagine riprende la guerra contro Siracusa e la costringe a cedere, di modo che sul finire del IV secolo a.C. la città punica è dominatrice incontrastata nel Mediterraneo occidentale.  Roma, unificata la penisola, ha tre obbiettivi dinanzi a sé: conquistare la valle padana, conquistare l’Adriatico, affrontare Cartagine. Resta Cartagine, che ha chiuso il Tirreno col bastione delle tre isole maggiori, in suo possesso e che nel 280 occupa l’isola di Lipari, a guardia dello Stretto, mentre Roma è giunta a Reggio Calabria. I due rivali, sono ormai di fronte. La pedana dell’imminente duello è la Sicilia. Quali rapporti erano intercorsi tra Roma e Cartagine, prima dello scoppio delle ostilità? Si parla di un primo patto che risale all’epoca dei Re e precisamente al 509 a.C. Secondo una traduzione greca tramandataci da Polibio, questo primo trattato così diceva: “A queste condizioni abbiano i Romani e i loro alleati amicizia coi Cartaginesi e i loro alleati. Non navighino i Romani, né i loro alleati più là del promontorio Bello (Capo Bon) ove da burrasca o da nemici non vi fossero costretti. Che se alcuno vi fosse forzatamente portato non gli sia lecito di comperare o di prendere alcuna cosa, fuorché ciò che gli occorresse per rassettare la nave o per uso di sacrificio. Entro cinque giorni se ne vada chi ha colà approdato. Ove alcun Romano venisse nella parte di Sicilia soggetta ai Cartaginesi, abbia egli in ogni cosa eguali diritti ai Romani. I Cartaginesi non offendano il popolo ardente, anziate, lauretino, Circeo, terracinese, né qualsivoglia altro dei Latini che obbediscono ai Romani e da quelle città astengansi che ai Romani non obbediscono. Se ne avran presa alcuna la restituiscano intatta ai Romani. Non fabbrichino castello nel territorio latino e se rientrano come nemici non vi passino la notte”.  [8] Questo trattato nonostante l’incertezza di talune clausole dimostra che i Romani avevano un raggio di azione limitato nel mare, ma dimostra altresì che sin da allora Cartagine rispettava la piccola ma già solida Federazione latina.  Tito Livio parla di un trattato stipulato nel 348 a.C., che sarebbe, secondo Polibio, stato perfezionato da un secondo trattato stipulato nel 343 a.C. [9]. Si tratta di due trattati di commercio e di navigazione. Nel 306 Roma e Cartagine concludono un patto molto importante ed oneroso per Roma, alla quale venivano rigorosamente fissati i termini marini insuperabili, e cioè niente commercio per Roma in Africa né in Sardegna.

L’invasione di Pirro, minacciosa per entrambi i futuri rivali, li conduce ad una vera e propria alleanza militare. Secondo le clausole trasmesseci da Polibio, Roma e Cartagine si impegnano a non concludere una pace separata con Pirro e ad aiutarsi reciprocamente. C’è una clausola sintomatica che rivela come Cartagine tenesse al predominio marino. “Chiunque dei due contraenti abbia bisogno di soccorso, è Cartagine che fornirà i vascelli per l’andata e ritorno” [21][10]. All’epoca della seconda offensiva di Pirro, Cartagine mandò l’ammiraglio Magone, con 120 navi alle foci del Tevere, ma Roma declinò l’aiuto. Altrettanto fece Cartagine, evitando di chiamare al soccorso i Romani, quando Pirro minacciava la Sicilia. Insomma i due alleati si sorvegliavano a vicenda, ognuno spiava le mosse dell’altro.

 

Origine della prima guerra punica

La causa che fece scoppiare le ostilità è legata all’occupazione di Messina da parte dei Mamertini, truppe mercenarie d’origine campana, che erano state congedate da Agatocle di Siracusa. Questi Mamertini occupano Messina nel 284. Gerone di Siracusa, successo ad Agatocle, li assediò per parecchi anni e li spinse all’estremo. I Mamertini, allora, prima di arrendersi si divisero: parte, la maggiore, chiese aiuto a Roma, la minore a Cartagine. A Roma, la prospettiva di una nuova guerra, mentre era appena finita quella di Pirro, non pareva una ipotesi molto lusingatrice per il Senato, il quale rimise la decisione al popolo convocato nei comizi delle centurie o centuriati. Il popolo era piuttosto interventista, ma nemmeno i comizi centuriati si proclamarono favorevoli alla guerra: si dichiararono, invece, favorevoli a stringere alleanza con Messina accogliendola nella Federazione italica, il che, praticamente, avrebbe condotto alla guerra, dal momento che gli assedianti di Messina erano Siracusani e Cartaginesi. Roma correndo l’anno 265 aveva l’aria di non voler assumere l’iniziativa della guerra. La conseguenza dell’alleanza fu il passaggio di Caio Claudio da Reggio a Messina, nonostante gli ostacoli della flotta cartaginese, e la conquista della città, con il comandante cartaginese della fortezza fatto prigioniero. Nel 264 il console Marco Valerio Massimo, detto di poi il Messala, batte in una giornata campale i due alleati. Vista la mala parata Gerone abbandona i Cartaginesi e stringe alleanza coi Romani i quali così si spingono sino a Siracusa, avendo cioè in possesso tutta la costa occidentale della Sicilia. I Cartaginesi portarono allora ad Agrigento il centro della loro resistenza, ma anche qui furono battuti nel 262, di modo che dovettero ridursi alla parte della Sicilia orientale. L’annunzio di questa vittoria sollevò un’ondata di entusiasmo a Roma che decise la guerra fino in fondo, cioè fino all’espulsione di Cartagine da tutta la Sicilia. Ma per far questo bisognava tagliare le comunicazioni tra la Sicilia e Cartagine, battere anche sul mare Cartagine. Roma si accinse a questa impresa nuova con una decisione fermissima. Si dice che bastarono sessanta giorni, dal taglio del legname, per costruire centoventi quinqueremi. È nella primavera del 260 che la prima flotta militare romana si spinse, costeggiando, verso lo stretto di Messina, dopo che il primo scontro navale era stato particolarmente umiliante per i Romani. Nelle acque di Lipari un ammiraglio cartaginese aveva catturato con sole 20 navi 17 navi romane [11]. Che i Romani fossero inferiori ai Cartaginesi come strategia e tattica marinara nessun dubbio; che le loro navi non fossero costruite con tutti i perfezionamenti tecnici è anche vero, ma nella battaglia di Milazzo i Romani introdussero la novità del corvo o rampone col quale agganciavano le navi nemiche vi saltavano sopra e finivano per combattere come sulla terra ferma [12]. È evidente che mentre i legionari romani si trovarono a combattere nelle condizioni così tradizionali la scienza dei Cartaginesi fu sorpresa e travolta dalla novità dei rostri [13] e la battaglia si concluse con un clamorosa disfatta cartaginese. I Cartaginesi perdettero 50 navi, delle quali 13 colate a picco, nonché 3000 uomini uccisi e 7000 prigionieri. Il mito cartaginese era in frantumi. Cartagine era stata battuta sul mare, Roma aveva vinto anche sul mare. A Caio Duilio, che si può chiamare il primo ammiraglio di Roma, furono decretati onori trionfali. Negli anni successivi le due flotte non compiono nulla di particolarmente importante. La storia non registra che gli scontri di Sulci e di Tindaride, mentre si preparava la grande battaglia di Ecnomo (Licata). Fu nell’estate del 256 che i Romani veleggiarono verso il sud con una flotta imponente di 330 navi lunghe e coperte. Dopo una sosta a Messina costeggiarono sino a Capo Pachino e di qui voltarono verso Ecnomo o Licata, dove un loro esercito terrestre li attendeva. I Cartaginesi a loro volta, dopo aver sostato a Lilibeo (Marsala), mossero con ben 350 navi incontro alla flotta romana. Totale degli equipaggi romani 140.000 uomini, dei cartaginesi 150.000. Bastano queste cifre per collocare quella di Ecnomo fra le più grandi battaglie navali della storia. Di questa battaglia Polibio, che ne scrisse appena novanta anni dopo, dà un’ampia per quanto non completa relazione. Ammiragli cartaginesi Amilcare ed Annone. Ammiragli romani Lucio Manlio Vulsone e Marco Attilio Regolo. In questa battaglia i Romani realizzano un concetto tattico: dispongono cioè la loro flotta a triangolo con un lato verso terra, mentre i Cartaginesi si erano disposti in linea di fronte. Il cuneo romano sfondò e spezzò questo fronte separandolo in due parti che furono circondate e battute. La disfatta dei Cartaginesi fu grandissima. Trenta delle loro navi furono affondate; dei Romani soltanto venti. Ma mentre nessuna nave romana fu catturata i Cartaginesi ne pendettero sessantaquattro. Con questa vittoria Roma ritenne che fosse ormai libero il mare d’Africa, e si accinse a portare la guerra su un suolo nemico. Così avvenne. I Romani sbarcarono in Africa. La flotta era al comando di Marco Attilio con 40 navi, 15.000 fanti e 500 cavalli, mentre l’altro console se ne tornò a Roma col bottino della battaglia di Ecnomo. Ma in Africa le cose volsero al peggio. Attilio Regolo fu vinto dai Cartaginesi e, fatto prigioniero, mandato a Roma per chiedere pace, sostenne invece la prosecuzione della guerra. I Romani prepararono una nuova flotta per andare al soccorso del presidio in Africa, la flotta era di 350 navi: ammiragli Marco Emilio e Servio Fulvio. A Capo Bon incontrarono i Cartaginesi e diedero battaglia stravincendoli poiché ben 114 navi perdette Cartagine. Roma rinunciò alla guerra sul suolo africano e ordinò alla flotta il ritorno. Ma nel ritorno lungo il lido di Camarina gli elementi inflissero la più tremenda delle disfatte a Roma. Di 464 navi solo 80 si salvarono dall’improvviso naufragio dovuto soprattutto alla imperizia marinara degli ammiragli romani [14]. Così la gioia per la vittoria di Capo Bon fu turbata dalla catastrofe del ritorno. I Romani non si perdettero d’animo dinanzi al disastro, ma ordinarono la costruzione di 220 navi che furono fabbricate nello spazio di tre mesi. A Messina raccolsero le 80 unità superstiti del naufragio e mossero all’assedio di Palermo che conquistarono. Con questo tutta la costa settentrionale della Sicilia cadeva in possesso dei Romani. Ai Cartaginesi non restava che la zona del Lilibeo, cioè l’estrema punta occidentale, la più vicina, fra l’altro, a Cartagine. Nel 253 tutta la flotta romana passa dalla Sicilia in Africa. Per poco essendosi fatta sorprendere dalla bassa marea non rimase in secco sui bassi fondi della Sirte, altro documento dell’imperizia navale dei Romani [15]. La flotta riceve l’ordine di tornare a Roma, ma invece di costeggiare, come sempre, l’ammiraglio ordina di prendere l’alto mare da Palermo in direzione di Ostia. Altra nuova e più grande tempesta: 150 navi perdute più le onerarie. Roma attraversa una crisi di sfiducia. Tuttavia ricostruisce la sua flotta, 250 a.C., per rifornire il suo esercito che aveva stretto d’assedio il Lilibeo. Poiché l’assedio languiva, l’ammiraglio romano Publio Claudio volle tentare una diversione su Trapani, dove stazionava la flotta cartaginese. Ma qui fu battuto in modo catastrofico. I Romani perdettero 93 navi e 30.000 uomini. L’anno seguente 249 a.C., Roma riorganizza una flotta per mandare soccorsi agli assedianti del Lilibeo. Questa flotta da Siracusa per Pachino si dirige verso occidente, ma una terza tempesta la distrugge, lasciando solo due navi superstiti. Questa terza tempesta depresse per un quinquennio lo spirito dei Romani, ma poi si ripresero ed affidarono una flotta di 200 navi al prefetto Caio Lutazio Catulo che rivelò qualità di ammiraglio, cioè applicò principi di tattica navale adottando un tipo di nave più leggera ed esercitò strenuamente gli equipaggi facendone, come dice Polibio, dei perfetti atleti di mare. Egli batte una prima volta i Cartaginesi che perdettero quasi tutta la flotta e cioè 117 navi affondate e 80 catturate oltre a un bottino immenso di oro ed argento. La seconda battaglia decisiva della prima guerra punica ebbe luogo tra Favignana e Marettimo e si concluse con un’altra grave disfatta cartaginese con 125 navi affondate, 73 catturate, 14.000 morti, 32.000 prigionieriLa manovra romana fu brillante. I Cartaginesi evacuarono Lilibeo e quindi tutta la Sicilia passò sotto il dominio di Roma. Amilcare Barca chiese pace e l’ottenne nel 241 alle seguenti condizioni: “Sgombrino i Cartaginesi tutta la Sicilia e non faccian guerra a Gerone, né muovano le armi contro i Siracusani, né contro i loro alleati. Restituiscano i Cartaginesi ai Romani tutti i prigionieri senza riscatto; paghino in 20 anni ai Romani 2200 talenti euboici di argento, i Cartaginesi non arruolino mercenari in Italia; l’indennità di guerra sia portata annualmente a Roma[16]. Il Senato vi aggiunse il pagamento immediato di una indennità di mille talenti e, molto più importante, l’evacuazione di tutte le isole minori di Sicilia. Cerchiamo ora di prospettare i risultati di questa prima guerra punica durata – per terra e mare – oltre venti anni: 1°) Dal punto di vista territoriale Roma acquista la Sicilia e isole minori; dal Lilibeo romano, Roma guarda, ora, negli occhi, oltre il breve tratto di mare, Cartagine. 2°) Dal punto di vista politico-militare Roma vibra un grave colpo alla potenza cartaginese, mentre la guerra vittoriosa rinsalda la Federazione italica. 3°) Dal punto di vista morale il prestigio di Roma esce fortificato, poiché la guerra prova, anche sul mare, la forza di Roma. 4°) Dal punto di vista economico, Roma acquista una grande fertile regione come la Sicilia e maggiore libertà nonché possibilità di traffici marittimi. Come in tutte le guerre, anche vittoriose, c’è una partita passiva, e cioè l’enorme dispersione di ricchezze (di sole navi, fra battaglie e tempeste, Roma ne perdette 700), mentre il censimento accusò perdite che raggiungevano il sesto della popolazione che si presume raggiungesse i quattro milioni di abitanti mentre l’“asse”, che era l’unità monetaria, perdette circa 1’83 per cento del suo valore. Nell’intervallo tra la prima e la seconda guerra punica i Romani spazzano via i presidi cartaginesi dalla Sardegna e dalla Corsica, muovendo guerra a Teuta, regina degli Illiri, e stendendo il loro dominio su tutto il medio e basso Adriatico, spingono i loro presidi dalla Lunigiana sino al golfo di Genova, soggiogando, i Liguri, e finalmente muovono la guerra contro i Galli che si estendevano nella valle del Po, da Rimini ai piedi delle Alpi… Presa dai Romani la Sardegna ,Cartagine mosse ad estendere il suo dominio nella penisola Iberica. Patto tra Roma e Asdrubale che assegnava ai Cartaginesi come confine insuperabile l’Ebro.

 

Origine della seconda guerra punica.

L’attacco di Annibale a Sagunto città alleata di Roma (ragione profonda della guerra, la conquista della Valle Padana da parte di Roma e quindi assoggettamento di quei Galli sui quali a Cartagine si contava nell’eventualità di una guerra di rivincita). L’attacco a Sagunto avvenne nella primavera del 219. L’assedio durò otto mesi, e quindi la città fu espugnata. Roma durante questo periodo di tempo non osò intervenire. Questo non impedì la guerra. Annibale concepisce un piano strategico grandioso: invadere l’Italia, sollevare al nord e al sud le popolazioni appena soggiogate, prendere una base marittima (Napoli, Taranto, Siracusa) per avere libere le comunicazioni marittime con la madre patria, ridurre Roma nei confini prischi della Lega latina, annullare la potenza marittima di Roma. Annibale passa i Pirenei nell’estate-autunno del 218 a.C. Dove Annibale valicò le Alpi? Fu nella primavera del 217 e probabilmente dal Moncenisio perché seguì il corso del Po sulla sinistra fino all’altezza di Piacenza, dopo aver battuto i Romani in un primo scontro al Ticino. Prima conseguenza dell’arrivo di Annibale nella valle del Po fu la rivolta dei Galli che Roma aveva da poco soggiogato tanto che le colonie di Piacenza e Cremona furono evacuate dalle guarnigioni romane che si raccolsero a Modena. Non solo, ma elementi galli che Roma aveva incluso nel suo esercito defezionarono. Annibale passò il Po all’altezza di Piacenza e si pose sulla riva sinistra della Trebbia di fronte ai Romani. Espediente tattico di Annibale e prima disfatta dei Romani. Avendo oramai libera tutta la valle del Po, Annibale evitò un esercito romano che si trovava a Rimini ed essendosi rinforzato con elementi galli valicò l’Appennino. Dove? Probabilmente tra Bologna e Modena perché sboccò a Fiesole e di lì mosse verso Arezzo dove il console Flaminio lo attendeva. Ma qui altro espediente tattico di Annibale che evitò Arezzo facendo una grande conversione a destra lungo la valle dell’Arno. Conversione audacissima che impose all’esercito cartaginese quattro giorni di marcio forzate e tre notti in un terreno che le paludi dell’Arno rendevano quasi impraticabile. Il risultato fu che Annibale venne a trovarsi alle spalle di Flaminio che era sempre fermo ad Arezzo. Quando Flaminio si accorse che aveva il nemico alle spalle dovette far fare dietro-front al suo esercito, mentre Annibale simulava una ritirata. Ad un certo punto Annibale arrestò la sua ritirata ed attese, ponendosi su alture dominanti, che l’esercito di Flaminio entrasse in una gola nelle vicinanze del lago Trasimeno, dove l’esercito di Flaminio fu battuto e lo stesso console Flaminio, il conquistatore della valle del Po, ucciso. Annibale girò alla larga da Roma e attraverso l’Abruzzo e le Puglie puntò su Taranto. Egli aveva bisogno del mare per comunicare con Cartagine. Durante questa marcia al sud fu vessato da Quinto Fabio Massimo, il che non gli impedì di fare una incursione nella Campania prima di tornare in Puglia. Qui sulle rive dell’Ofanto lo incontrò il nuovo esercito romano guidato dai consoli Paolo Emilio e Terenzio Varrone. Battaglia di Canne: 90.000 Romani; da 30 a 35.000 punici. Più che sconfitta quella dei Romani fu una catastrofe: caddero uccisi 70.000 uomini, il console Paolo Emilio, due proconsoli, due questori, 24 tribuni militari, 80 senatori. Furono fatti inoltre 10.000 prigionieri. I Cartaginesi non avevano perduto che 8000 uomini. Come la battaglia della Trebbia aveva fatto insorgere le popolazioni galliche della valle del Po, la battaglia di Canne spinse a ribellione gli Apuli, i Bruzi, i Sanniti, i Lucani, parte dei Campani. Ma più grave fra tutte era la rivolta di Siracusa e la sua alleanza con Cartagine. La Sicilia tornava ad essere il teatro in cui si sarebbe decisa la guerra. I Cartaginesi riprendono Agrigento, spediscono una flotta al soccorso di Siracusa, mentre molte popolazioni dell’isola si ribellano al dominio di Roma. Quasi contemporaneamente Annibale prende Taranto. Se Annibale avesse potuto serbare Siracusa la guerra sarebbe stata decisa, ma Roma col console Marcello riesce ad espugnare Siracusa, nel 211 riprende Capua, nel 210 cade Agrigento e tutta la Sicilia torna romana. Nel 209 i Romani tornano in possesso di Taranto mentre non avevano mai perduto il dominio del mare. La marina fu lo schermo migliore di Roma contro Annibale. La posizione di Annibale era ormai quella di un esercito tagliato completamente dalla sua base. Non poteva durare. Essendogli vietato il mare, un soccorso gli doveva venire per terra e ciò spiega la seconda calata dalle Alpi del fratello Asdrubale. Fu questo un altro momento critico nella storia di Roma. Si crearono due eserciti: uno guidato da Marco Livio Salinatore doveva fermare Asdrubale, l’altro guidato da Calo Claudio Nerone doveva fronteggiare Annibale. Salinatore accampa a Senigallia mentre Asdrubale da Fano per la via Flaminia punta su Roma. Nerone dal sud, intercetta una lettera di Asdrubale ad Annibale, e a marce forzate li ricongiunge con Salinatore che si era impegnato sul Metauro. Asdrubale fu vinto ed ucciso. Il suo esercito distrutto. La fortuna tornava a premiare la tenacia romana. La battaglia del Metauro è il preludio di quella di Zama che annienta in maniera definitiva la potenza di Cartagine. Condottiero della battaglia di Zama fu Publio Cornelio Scipione, il quale organizzò, per portare la guerra in Africa, una flotta volontaria: volontaria nelle navi e negli equipaggi. I Perugini, ad esempio, gli offersero il legname per le navi. La strepitosa vittoria di Roma condusse alla pace di Tunisi nel 201 alle seguenti condizioni: “restituzione di tutti i prigionieri e i dispersi, consegna di tutte le navi rostrate meno dieci, di tutti gli elefanti domati, con l’impegno di non domarne altri; impegno di non fare guerra in Africa né fuori senza il permesso di Roma; restituzione dei possedimenti a Massinissa e alleanza col medesimo; diecimila talenti in cinquanta anni (25 milioni di lire!) consegna di cento ostaggi a Scipione; restituzione di tutte le navi onerarie catturate ai Romani; alleanza con Roma e protettorato di Roma, oltre a condizioni di minore portata”. Giunto in alto mare carico di un bottino che di solo argento pesava 123 mila libre, Scipione diede fuoco alle cinquecento navi avute da Cartagine. Con quel rogo si inceneriva per sempre la potenza navale di Cartagine. Cinquanta anni dopo Cartagine stessa subiva eguale destino. Dopo la caduta di Cartagine, diventato il Mediterraneo un lago romano, la storia militare marittima di Roma non ha pagine di grande rilievo… Riassumendo, la storia marittima di Roma antica può dividersi in tre epoche: la prima nella quale Roma subisce le talassocrazie altrui: siracusana, greca, etrusca, cartaginese. La seconda nella quale Roma lotta ed annulla la superstite supremazia cartaginese. La terza che va dal 147 a.C. a tre secoli dopo Cristo, durante la quale Roma ebbe il dominio incontrastato del Mediterraneo.

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Cambiamenti sociali

Dopo le guerre puniche, Roma si trovò in una posizione di netto predominio nel Mediterraneo, senza rivali in grado di contrastarne seriamente il potere. Questa situazione le permise di avviare una fase di espansione territoriale molto intensa, sia verso oriente sia verso occidente, che trasformò profondamente la struttura politica, economica e sociale della Repubblica.

Le conquiste si rivelarono estremamente redditizie: enormi quantità di terre, schiavi e ricchezze affluirono a Roma. Tuttavia, i benefici di questa crescita non furono distribuiti in modo equo. A trarne il massimo vantaggio fu soprattutto la ristretta classe aristocratica, che, grazie alle proprie risorse economiche e all’impiego massiccio di manodopera servile, riuscì ad accumulare sempre più terre. Attraverso il controllo delle istituzioni politiche, gli aristocratici approvarono leggi favorevoli ai propri interessi e ampliarono ulteriormente i loro possedimenti. Questo processo ebbe conseguenze pesanti sui piccoli agricoltori, che non riuscirono a competere con i grandi latifondi e furono progressivamente costretti ad abbandonare le campagne per trasferirsi nelle città. Si formò così una vasta massa di cittadini romani poveri e senza terra, i plebei, che divennero una forza sociale e politica sempre più rilevante. In questo contesto si inseriscono le iniziative dei fratelli Gracchi, i quali tentarono, attraverso politiche di tipo populista, di sfruttare il peso numerico di questa popolazione impoverita per promuovere riforme sociali e agrarie.

Parallelamente, anche l’organizzazione dell’esercito romano entrò in crisi. In origine, il servizio militare era riservato ai cittadini che possedevano terre, potevano permettersi di acquistare armi e armature e avevano la possibilità di lasciare la propria fattoria e la famiglia per lunghi periodi di tempo. Questo sistema limitava fortemente il numero di uomini disponibili per l’arruolamento. Con l’espansione territoriale, però, Roma aveva un bisogno sempre maggiore di soldati per conquistare, presidiare e difendere i nuovi territori. Per rispondere a questa esigenza, Gaio Mario introdusse una riforma radicale: lo Stato iniziò ad arruolare anche i cittadini senza terra, fornendo loro equipaggiamento e salario. Nacque così un esercito permanente di soldati professionisti, che permise a Roma di aumentare notevolmente le proprie forze armate, ma che comportò anche costi molto elevati.

Per evitare un aumento della pressione fiscale, si affermò progressivamente una nuova pratica: furono spesso i grandi aristocratici a finanziare direttamente gli eserciti con il proprio denaro. Questa strategia fu utilizzata, tra gli altri, da Silla e successivamente da Crasso. Chi non disponeva di risorse sufficienti, ma aveva comunque bisogno di un esercito per condurre campagne militari e costruirsi una reputazione politica, come nel caso di Cesare, ricorreva a prestiti privati e otteneva dal Senato la promessa di future concessioni di terre per ricompensare i soldati, una soluzione già ampiamente sfruttata da Pompeo. Questi cambiamenti ebbero un effetto decisivo: i soldati non si sentirono più legati allo Stato romano, ma al comandante che garantiva loro lo stipendio e la prospettiva di una ricompensa. Di conseguenza, la fedeltà dell’esercito si spostò dalle istituzioni ai singoli leader, con il rischio che, alla morte o alla caduta di questi ultimi, i soldati rimanessero senza compenso e senza tutele.

Questo è essenzialmente l’argomento presentato da Sallustio nel De Catilinae coniuratione: il popolo romano, dopo aver sconfitto Cartagine, si ritrovò improvvisamente con un impero d’oltremare e attratto nel ricco mondo del Mediterraneo orientale – vale la pena ricordare che durante la seconda guerra punica, Roma si ritrovò coinvolta nella prima guerra macedonica, e solo pochi anni dopo Zama inviò effettivamente un esercito in Grecia. Attratti da ciò, i Romani si corrompono e la virtù che teneva unita la repubblica si sfilacciò, e quindi Silla fu inevitabile.

 

Note

[1]  Sebbene modesta, si trattava comunque di un’attività che, in diverse occasioni, risultò essenziale per garantire l’afflusso dei rifornimenti vitali alla città di Roma.

[2]  Quei trattati testimoniano comunque che i Romani svolgevano già attività marittime sufficientemente intense da suscitare l’interesse della maggiore potenza navale del Mediterraneo. Non era peraltro consuetudine dei Romani, anche nelle situazioni più difficili (e perfino in quelle disperate), accettare imposizioni che ledessero i propri interessi e che non fossero adeguatamente controbilanciate.

[3]  Ettore Pais, Storia critica di Roma durante i primi cinque secoli (op. cit.), Vol. I, parte II: “Età regia”.

[4]  Risulta tuttavia pressoché certo l’impiego di navi da guerra per la protezione del traffico mercantile più a rischio, o per l’esecuzione di missioni di Stato.

[5]  Le navi di Anzio effettuarono anche delle incursioni piratesche sul litorale romano, ai danni di Ostia, che costituiva allora per Roma, l’unico – ma vitale – accesso al mare. La reazione dei Romani non si fece attendere, e, dopo aver espugnato la città di Anzio, essi si impossessarono delle loro navi da guerra e vietarono agli Anziati l’accesso al mare.

[6]  Liv., IX, 30.

[7]  Iohan. Lyd., De magistr., I, 27.

[8]  Polyb., III, 22.

[9]  Liv., VII, 27; Polyb., III, 24.

[10]  Polyb., III, 25.

[11]  Il comandante della flotta romana, il console Gneo Cornelio Scipione, era stato attirato a bordo della nave ammiraglia cartaginese con un inganno (invito ad un colloquio) e fatto prigioniero. Questo primo insuccesso romano venne compensato subito dopo dal successo conseguito dai Romani sulla flotta di Annibale il Vecchio a capo Vaticano.

[12]  Si tratta, com’è noto, di un antico luogo comune, che ancor oggi viene spesso ripetuto. In realtà, nella lunghissima storia della marina a remi ed a vela (dall’antichità classica fino al Rinascimento, perlomeno), l’arrembaggio ha sempre costituito una fase fondamentale del combattimento navale. Esso richiedeva delle specifiche attitudini marinare, al di là delle doti occorrenti per un combattimento di fanteria terrestre.

[13]  Ci si riferisce evidentemente ai “corvi” (i rostri erano già in uso da secoli): si tratta probabilmente di un refuso editoriale.

[14]  Questo severo giudizio, comune a molti storici, non viene condiviso da chi ha trascorso un’intera vita sul mare: le tempeste nel Mediterraneo centrale possono raggiungere un’intensità tale da provocare senz’altro questi naufragi, che non erano affatto infrequenti nell’antichità e che colpivano anche i marinai più esperti. Inoltre, come è stato giustamente rilevato dal Thiel (J. H. Thiel, Studies on the history of Roman sea-power in republican times, North-Holland Publishing Company, Amsterdam, 1946; pagine 443-445), la stabilità delle navi romane era sensibilmente ridotta a causa della presenza degli ingombranti “corvi” nella zona prodiera.

[15]  Vedasi nota precedente.

[16]  Polyb., III, 27.

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