Nel romanzo Pastorale americana di Philip Roth, il sogno del protagonista — un’esistenza prospera e serena nel Paese scelto per viverci — viene sconvolto dalle turbolenze degli anni Sessanta e dalla violenta ribellione della figlia. La pastorale italiana è il 25 aprile.
Tutte le istituzioni, con sospetta unanimità, insistono a dire che è la festa di tutti. Non è vero. Lo dimostra il tradizionale corteo milanese, da cui sono state cacciate manu militari le bandiere della brigata partigiana ebraica e le insegne ucraine inalberate dal partito Più Europa, mentre ovunque gli esponenti istituzionali di centrodestra sono stati fischiati e contestati. Pastorale selettiva.
Non si comprende il cocciuto masochismo di chi non è gradito alla piazza rosso antico e arcobaleno: chi va per certi mari trova certi pesci.
Ognuno coltivi la sua memoria: chi scrive è figlio di un alpino combattente che, tornato fortunosamente in patria, fu arruolato nella Repubblica Sociale Italiana. Semplice milite, pagò il conto tornando a casa in divisa nei giorni finali della guerra. Dovette nascondersi per settimane e, nell’estate del 1945, fu costretto a partecipare allo sminamento dei forti genovesi. Considerata la sorte di molti altri, gli andò bene.
Mia madre, estranea alle vicende politiche, aveva una pessima opinione dei partigiani del suo quartiere, che conosceva benissimo. A scuola mi veniva detto che quelli come mio padre erano criminali. Non era così: lo sapevo e lo sentivo. Era naturale che difendessi l’onore familiare prima ancora di farmi un’idea di quegli anni tempestosi.
Ma sono solo ricordi personali, a cui chiunque può opporre una storia contraria, ugualmente sentita e legittima. È la tragedia delle guerre civili, che scavano per generazioni nell’anima dei popoli, dei singoli, delle famiglie. A meno che non si cerchi, se non una memoria condivisa, almeno una pacificazione dei cuori che consegni gli eventi alla storia.
Non è stata questa la scelta politica. La pastorale italiana prevede che il 25 aprile si festeggi la Liberazione, ovvero la fine definitiva di un regime politico: il fascismo. Quella fine viene considerata l’inizio di tutto dall’Italia ufficiale, nella quale l’egemonia del pensiero di ascendenza gramsciana resiste anche perché non viene attaccata.
Ogni anno — e sono ottantuno, la vita intera di un essere umano — dobbiamo condannare un regime che improntò poco più di vent’anni della storia di uno Stato che di anni ne ha oltre centosessanta, e di una nazione antica di molti secoli.
L’Italia non è nata il 25 aprile, che rammenta una sconfitta bellica rovinosa. Vincenti furono le armi americane e inglesi, non le guerriglie partigiane. Fummo trattati da sconfitti al tavolo della pace, nonostante, dopo l’armistizio (o capitolazione) di Cassibile, nel Meridione fosse stato istituito il Regno del Sud, cobelligerante a fianco degli angloamericani.
Ci siamo liberati di un regime autoritario per diventare una colonia dei vincitori, che mantengono da allora basi e truppe sul nostro territorio, a spese degli italiani. Meglio vassalli degli americani che dei sovietici, ma quella divisione che passava dai nostri confini orientali è finita da trentacinque anni.
Questa, in estrema sintesi, è la posizione di non pochi italiani rispetto alle dolorose vicende dei terribili anni Quaranta del Novecento.
Invece no: la versione dianzi descritta non è ammessa, non fa parte della narrazione ufficiale e istituzionale. Chi la esprime è sul filo del rasoio. Bisogna credere, per forza, che il 25 aprile sia stato non solo Liberazione, ma l’alba di una vittoria e addirittura la data fondante del “Paese”.
Tecnicamente, non fu neppure l’origine della Repubblica democratica fondata sul lavoro, secondo la definizione del primo articolo della Costituzione. Dovette passare il referendum che sancì la fine della monarchia: dunque, il vero giorno fondativo dovrebbe essere il 2 giugno.
Ma il nemico assoluto dell’Italia nuova non era casa Savoia, bensì il regime fascista, la cui disfatta viene eternizzata il 25 aprile come momento germinale di un soggetto totalmente nuovo: la “Repubblica democratica”. Che non è la nazione — categoria pressoché assente dalla Costituzione e dal dibattito culturale — ma uno Stato che non si considera erede del proprio passato.
Eppure lo ritennero tale i vincitori della Seconda guerra mondiale, nonostante il Regno del Sud alleato e la presenza partigiana al Nord.
La pastorale italiana non convince per questo: può essere sbagliato o anacronistico mantenere un giudizio positivo, o non totalmente negativo, sull’esperienza fascista, ma non si può spacciare una drammatica sconfitta per una gloriosa vittoria solo perché è stato abbattuto un regime il cui ritorno è impossibile, improponibile per evidenti ragioni storiche e non auspicato da alcuna corrente politica o culturale.
Una vera festa nazionale è del popolo che la vive, non un’ossessione continuata contro un governo sconfitto prima della nascita della quasi totalità degli italiani.
Il fascismo a cui ci si oppone non esiste: è un morto tenuto in vita dai suoi nemici e da un pugno di irriducibili che ne riproducono l’iconografia in forma farsesca.
Alla vigilia del 25 aprile, una trasmissione de La7 — la rete televisiva più schierata a sinistra —, con un tris d’assi formato da Lilli Gruber, Massimo Gramellini e Gad Lerner, spiegava come il fascismo sia una categoria eterna, non solo della politica, ma del potere e forse dell’umanità.
Che cosa sono, se non fascisti — si chiedevano — Trump, Netanyahu e Putin? Dimenticavano il “fiero democratico” cinese Xi Jinping, esentato dall’insulto definitivo, forse perché capo del Partito Comunista.
Il giorno successivo, dopo offese e qualche spintone, il segretario di Più Europa ha dichiarato che a cacciare i suoi dalla piazza sono stati “i fascisti con la bandiera rossa”.
Tutti i salmi finiscono in gloria.
“Fascista” è tutto ciò che non piace a chi non ha altra parola per definire ciò che considera il Male. In questa forma, non dichiararsi antifascisti equivale a confessarsi criminali, persone malvagie, malviventi.
Solo così si spiegano i volti sfigurati dal rancore e da un’ostilità irriducibile di molti manifestanti “antifa”: avanguardie del Bene in lotta contro il Male, da esorcizzare con cerimonie rituali il 25 aprile.
In esse, il fantasma fascista — inesistente come il cavaliere di Italo Calvino — diventa il capro espiatorio necessario alla società guidata dalle istituzioni ufficiali per riconciliarsi con se stessa, gestire la violenza che la attraversa e le contraddizioni che la frantumano. È la lezione di René Girard ne La violenza e il sacro.
Chi trova un nemico trova un tesoro. Se è morto e non ha eredi, tanto meglio: consente di fingere più facilmente un’unità che non c’è, così posticcia da dividere gli stessi che praticano il rito.
Tutti antifascisti, ma appartenenti a distinte confessioni para-religiose: perché tutte le ideologie sono, in fondo, teologie secolarizzate.
In questo senso, il fascista — nemico assoluto, epitome del male — si converte nel bene più prezioso. Senza di lui, vero o presunto, reale o virtuale, avatar o ologramma, niente più cerimonie ufficiali, niente più piazze eccitate e imbandierate (con esclusione dei vessilli che negano l’unità), niente più omelie dei potenti della Repubblica — stavo per scrivere “gerarchi”, ohibò — e niente più giornata festiva per una massa indifferente, che associa ogni ricorrenza al turismo, al centro commerciale, alla sagra di cui ignora l’origine.
25 aprile: la pastorale italiana.


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