STRADE DEL NORD. Il tema delle Origini Boreali in Herman Wirth e negli altri – Parte 11 – Michele Ruzzai

STRADE DEL NORD. Il tema delle Origini Boreali in Herman Wirth e negli altri – Parte 11 – Michele Ruzzai

(alla fine dell’articolo, prima delle Note, è presente il link dell’articolo precedente)

 

6 – Il Treta Yuga / Età della Madre: i Prenordici

 

6.1 – L’Airyana Vaējah di Wirth e quella di Tilak

 

E’ plausibile pensare che gli eventi geofisici di circa 40.000 anni fa posero fine sia al Krita Yuga che all’optimum climatico ricordato come “Eterna primavera”, il che dovette comportare un’ovvia, e pesantissima, ricaduta sulle arcaiche genti boreali. Più o meno attorno a quel periodo, probabilmente in scansioni prolungatesi nel corso del tempo, secondo Hapgood anche il ponte terrestre nordatlantico iniziò ad abbassarsi, creando un’area di comunicazione (o in ogni caso allargando quella già esistente) tra l’Oceano Artico e quello Atlantico (410); ma così incrinando ulteriormente la continuità della “meta-popolazione” di tutto l’ecumene artico che, pur presentando una bassissima densità demografica, comunque non aveva mai visto mancare al suo interno una certa omogeneità genetica e fenotipica.

A livello americano, tale aspetto forse emerge dalla “prima componente principale” individuata da Cavalli Sforza (411), la quale, oltre a mostrare un ovvio gradiente nord-sud (la direzione della più importante direttrice di popolamento continentale), evidenzia anche la sostanziale omogeneità delle frequenze attestate in Alaska, Canada settentrionale e Groenlandia, ovvero il substrato boreale paleo-caucasoide nell’ambito del quale, riteniamo, vennero ad enuclearsi i Prenordici di Herman Wirth.

Ma quale fu l’area “nucleare” che ospitò i Prenordici agli esordi della loro esistenza?

Secondo Wirth questa coincise con l’Airyana Vaējah, terra menzionata nel mito iranico che la ricorda come culla originaria degli Arii (termine che per il momento potremmo considerare sinonimo di Prenordici ma che comunque indagheremo meglio più avanti) e sulla quale si è molto dibattuto in merito alla precisa posizione geografica che avrebbe occupato. Ponendoci in una prospettiva di tipo “boreale”, come ad esempio quella adottata dall’indù Bal Gangadhar Tilak – nelle cui opere (412) questa sede viene spesso citata – ne accettiamo senz’altro la collocazione alle altissime latitudini; in tale direzione ci sembra estremamente significativo il cenno avestico, in Videvat II, 40, che segnala come qui i progenitori degli Arii consideravano “un giorno quello che è invece un anno” (413), ovvia allusione alla lunghissima durata dell’avvicendamento luce/tenebra delle aree comprese nel Circolo Polare Artico. E siccome è esplicitamente segnalato anche nel Vendidad, fargard 1, che questa terra, prima della sua fine, conosceva appunto sette mesi di estate e cinque di inverno (414), è chiaro che ci troviamo davanti ad un’evidente scansione stagionale dall’analogo significato iperboreo.

Tuttavia, non possiamo non rilevare come tale elemento sia però difficilmente compatibile con la perpetuità climatica della primordiale Eterna Primavera incontrata nel paragrafo precedente, punto da tenere ben presente accanto all’altra importante questione già evidenziata, cioè quella dell’assenza in Wirth del tema squisitamente “polare”. Da tutto ciò riteniamo quindi che l’Airyana Vaējah della Tradizione Iranica non possa corrispondere ad una sede edenica ma, piuttosto, ad una post-edenica, quindi successiva alla conclusione del Krita Yuga: probabilmente quella stessa terra che nella Tradizione Indù è ricordata come Uttarakuru (415) la quale, pur collocata nel lontanissimo Nord, avrebbe comunque rappresentato non la prima ma solo una delle successive stazioni di discesa del ceppo boreale unitario (416), però il cui ricordo, nel corso del tempo, si sarebbe sovrapposto a quello del Centro primordiale, e letteralmente polare, di inizio Manvantara (417) sul quale giustamente insiste Guénon.

Ciò posto, una seconda importante questione potrebbe riguardare la sovrapponibilità della l’Airyana Vaējah alla quale fa riferimento Wirth con quella considerata da Tilak, che viene anche esplicitamente citato nel secondo capitolo di “Aufgang…”: ed anche qui riteniamo si possa rilevare una certa differenza tra le prospettive dei due autori.

In quella del ricercatore tedesco-olandese, infatti, è evidente come uno dei cardini fondamentali riguardi la popolazione che anticamente la abitò e che – focalizzandosi il Nostro sulla “razza prenordica” – viene considerata soprattutto sotto il profilo biologico-razziale e decisamente meno sotto quello etno-linguistico. Inoltrandosi su tale linea interpretativa, però, non si può non rilevare come Wirth sembri in parte allontanarsi da Tilak che invece, nelle sue analisi, pone come soggetto centrale un momento probabilmente più specifico e limitato, ovvero quello primordiale-unitario dei popoli indoarii (altro tema sul quale torneremo più avanti) oltretutto facendolo, come noto, sulla base di considerazioni di carattere piuttosto mitico-tradizionale che razziale.

Inoltre la longitudine dell’Airyana Vaējah alla quale fa riferimento Tilak pur essendo, per sua stessa ammissione, abbastanza indeterminata tra il Nord dell’Europa e quello dell’Asia (lo studioso indù sembra propendere per il settentrione siberiano (418), ma Felice Vinci preferisce rileggere la collocazione tilakiana in un quadro, piuttosto, nord-scandinavo – 419) pare comunque distanziarsi alquanto da quella proposta da Wirth: il quale, come abbiamo visto, predilige una localizzazione eminentemente nordoccidentale e nel cui contesto la candidata più accreditata, a nostro avviso, potrebbe essere costituita da un’area prossima alla Groenlandia centro-meridionale. Ciò, sia per l’importante indizio relativo alla deglacializzazione dell’isola di Baffin di 30.000 anni fa (420), sia per la sua vicinanza al quadrante nordatlantico, ed infine sia anche per la sua chiara centralità geografica all’interno del “cuneo della razza prenordica”.

Ma la non semplice sovrapponibilità tra la prospettiva di Tilak e quella di Wirth si conferma anche sotto un altro profilo, ovvero quello cronologico.

In verità l’eminente indù è abbastanza vago nell’indicare il periodo che avrebbe visto la fioritura della la civiltà indoaria alle alte latitudini: alcuni suoi accenni fanno riferimento a tempi “inter-glaciali” (ma è impensabile che si riferisca al troppo lontano Riss-Würm, mentre è più probabile alluda al lasso intercorso tra Primo e Secondo pleniglaciale wurmiano), però è anche vero che quando fornisce una stima più precisa, indica in soli 10-12.000 anni l’orizzonte temporale nel quale considerarne le origini (421), quindi di fatto mantenendosi entro una prospettiva che non supera l’Olocene (422).  Ma questa, va rilevato, è una cornice ben poco compatibile con il quadro disegnato da Herman Wirth, del quale ricordiamo il riferimento alla cultura aurignaziana come prima traccia culturale extra-artica delle popolazioni boreali, e quindi in un orizzonte la cui profondità potrebbe superare anche i 30-40.000 anni (423).

Inoltre, in particolare fra i Prenordici, sempre sotto il profilo cronologico si appalesa un altro tema a nostro avviso molto significativo, questa volta attinente alla sfera spirituale: ovvero, pur nel contesto, già incontrato, di un Urmonotheismus di base (424), quello legato al predominio magico-sacrale dell’elemento femminile (425) con una strutturazione matriarcale delle comunità atlantico-boreali e, come sottolinea anche Dughin (426), con la conservazione dei primordiali segreti runici da parte di una classe di sacerdotesse. Una veduta – per inciso – forse parzialmente debitrice delle elaborazioni di un antropologo che dovette influenzare molti pensatori del tempo, ovvero quel Johann Jakob Bachofen in parte seguito anche da Evola (427) – soprattutto nella chiara interpretazione dualistica degli eventi storico-metafisici (428) – ma in una certa misura da lui pure criticato per le “fisime evoluzioniste” dalle quali non seppe mai liberarsi (429) e che testimonierebbero la non trascurabile distanza sussistente tra le categorie bachofeniane e le concezioni “perennialiste” più conformi alle varie tradizioni spirituali dell’umanità (430).

Ad ogni modo, quello del matriarcato è un nesso particolarmente significativo per la nostra trattazione, perché il riferimento ad una predominanza spirituale e culturale dell’elemento femminile potrebbe essere un ulteriore dato – oltre a quelli segnalati sulle caratteristiche storico-geografiche della Airyana Vaējah – a conferma del fatto che l’enucleazione della razza prenordica, anche se chiaramente più antica dei proto-indoarii di Tilak, non andrebbe comunque collocata nella fase primordiale del nostro Manvantara, cioè nel Krita Yuga, ma in quella successiva: ovvero nel Treta Yuga, che secondo la cronologia “Guenon/Georgel” ebbe appunto inizio attorno a 39.000 anni fa e vide proprio l’elemento femminile acquisire un’importanza crescente, tanto da poter essere definito, come abbiamo visto, anche “Età della Madre” (431) alla quale peraltro Evola dedica un intero capitolo di “Rivolta” (432). Probabilmente si tratta, aggiungiamo infine, dello stesso errore di prospettiva che fa collocare da Jean Phaure – autore pur di generale impostazione guenoniana – la fase iperborea dell’attuale ciclo umano all’inizio del Treta Yuga (433) invece che nel precedente ed aurorale Krita Yuga.

 

 

6.2 – Prenordici in America e in Atlantide

 

In questa prospettiva, crediamo quindi sia meno nebuloso il significato della già menzionata nota evoliana (434) sulla primissima migrazione della razza boreale che, avendo occupato contemporaneamente il nord eurasiatico e quello americano, potrebbe indicare quella medesima e primigenia meta-popolazione del Krita Yuga alla quale si era già accennato in precedenza e che, pur già sottoposta ad alcune iniziali divisioni (avevamo utilizzato l’immagine delle due ganasce della tenaglia artica), comunque in una prima fase conservava ancora larghissimi tratti di unitarietà trans-continentali; ma, per usare le parole di Evola, successivamente avviene che “a distanza di decine di migliaia di anni una seconda grande emigrazione sembra essersi spinta fino all’America centrale, ma soprattutto che sia calata in una terra oggi scomparsa situata nella regione atlantica”.

E’ quindi chiaro che ora si sta parlando di un secondo evento, nettamente separato dal primo da un lungo intervallo (435) e forse anche attribuibile ad una stirpe non del tutto sovrapponibile a quella iniziale, visto il tempo trascorso, cioè le “decine di migliaia di anni” dall’ondata originaria. Tuttavia non enfatizzeremmo oltre misura le “decine di migliaia di anni”, ritenendo invece che queste possano essere contenute in quei 12-15.000 anni intercorsi tra la nascita dei primi gruppi Sapiens boreali e l’enucleazione di quel suo sotto-insieme occidentale che potrebbe essere stata la razza prenordica di Wirth (436): cioè proprio la stirpe che, a nostro avviso, fu protagonista della seconda fase ricordata da Evola. Tracce della quale oggi, secondo Wirth ed anche Kadner, sarebbero presenti soprattutto tra alcuni Nativi nord-americani ed Esquimesi più ancora che in Europa (437), in individui che però, a dirla tutta, dalle immagini proposte non sembrano fenotipicamente caratterizzati da una pigmentazione eccessivamente chiara né da evidenti segni di biondismo (438) – tratti che, come vedremo, forse si selezionarono in massima parte nel nostro continente ed in tempi successivi – e geneticamente potrebbero essersi formati soprattutto, azzardiamo, attorno alla componente autosomica ANS.

Dai precedenti passaggi, inoltre, emergerebbe anche che la regione atlantica non sarebbe stata popolata fin dall’inizio dai gruppi boreali ma solo in un secondo momento e, appunto, anche dopo un sensibile lasso di tempo: quindi confermando l’idea della non consecutività fra la fase iperboreo-primordiale e quella atlantico-occidentale, come già ricordato in merito ai rilievi mossi da Guénon (439). Uno iato al quale forse contribuì anche il già ricordato abbassamento progressivo del ponte nordatlantico, dinamica di origine eminentemente geologica che secondo Hapgood si prolungò fino a circa 28.000 anni fa (440) e che dovette verificarsi in conteporanea ad un altro evento, cioè l’espansione delle tre principali calotte glaciali europee (Svalbard-Fennoscandia-Settentrione delle isole britanniche), le quali, pur senza ancora arrivare al picco dell’Ultimo Massimo Glaciale, da almeno 30.000 anni fa erano comunque in chiara avanzata. La concomitanza di questi due fenomeni probabilmente ridusse ulteriormente le vie di comunicazione tra Europa settentrionale ed Islanda-Groenlandia, così incrinando sensibilmente la “meta-popolazione” originaria di tutto l’ecumene artico ed interponendo un netto momento di discontinuità fra la fase boreale dei primordi e quella atlantica più recente.

In effetti già dicevamo che anche Herman Wirth sembrerebbe concordare con questa linea: nella sua interpretazione del Fargard I del Vendidad, dove vengono elencate le quindici terre man mano occupate dai Prenordici dopo l’uscita da Airyana Vaêjah (che sopra abbiamo ipotizzato corrispondere alla Groenlandia centro-meridionale), la seconda di queste – e cioè “Gava dove abitano i Sughdhas” – non corrisponderebbe alla terra atlantica, ma proprio al Nord America. Nella culla iniziale si sarebbe cioè verificata una recrudescenza climatica di particolare intensità, inserita nel contesto generale del Wurm/Wisconsin già attivo da tempo e riscontrabile nelle forti escursioni termiche rilevate, ad esempio, nei carotaggi dei ghiacci della Groenlandia centrale, che evidenzierebbero degli abbassamenti di temperatura anche di sei gradi nell’arco di pochi anni ed il raddoppio delle precipitazioni nevose in un solo anno (441). A seguito di ciò, se non tutti almeno gran parte dei Prenordici dovettero abbandonare la sede di origine per dirigersi soprattutto verso meridione, cioè verso quei settori nordamericani non ancora occupati dalla calotta e portando con sé il ricordo, presente nei miti di molti Nativi americani, di un Diluvio che più che con i tratti di un disastro acqueo, viene tramandato come una catastrofica ed improvvisa glaciazione (442).

Diverse dovettero essere le vie di fuga intraprese da questo flusso. Ad esempio, non è un mistero che sulle Montagne Rocciose per diversi millenni perdurò uno stretto passaggio, il “corridoio Yukon-Alberta” tra il ghiacciaio Laurentide e quello della Cordigliera (443) che rimase aperto fino a circa 25.000 anni fa (444), ed inoltre un possibile ulteriore percorso migratorio è stato ipotizzato anche lungo la costa pacifica, cosa che in linea di principio non sarebbe da escludere nemmeno più ad oriente, per quella atlantica; a ciò si potrebbe aggiungere anche il fatto che, nell’interno del continente, per svariate ragioni legate ad una molteplicità di condizioni altimetriche e topografiche, diverse sacche potrebbero essersi mantenute sempre libere dalla morsa glaciale, come ad esempio è scientificamente accertato per un’area di ben 26.000 kmq tra l’Illinois e il Minnesota (445). Il tutto nel contesto generale di una calotta che probabilmente presentava una distribuzione piuttosto anomala, ad esempio nell’evidente – e dalle motivazioni ancora non ben chiarite – eccentricità rispetto al Polo artico (446).

Secondo Wirth le popolazioni prenordiche si sarebbero spinte fino alle aree attualmente occupate dagli indiani Pueblo, negli USA meridionali, anche se in verità non è semplice capire se tale gruppo etnico vada associato a questo movimento secondario e non piuttosto a quello ancora precedente, di primissima colonizzazione continentale, che avevamo collegato ai reperti canadesi di Taber e a quelli, non a caso, di Puebla in Messico risalenti forse a 40.000 anni fa. Analogamente, non è agevole capire a quale delle due fasi sia riconducibile quello che Frithjof Schuon definisce lo “sciamanismo iperboreo” dei Nativi Americani (447) e che andrebbe meglio indagato nei tratti culturali ad esso connessi: se ad esempio associati, o al contrario nettamente distinti, dagli elementi matriarcali – quindi spiritualmente secondari – dei quali si è già detto poc’anzi. Ciò che comunque pare meno incerto, come ricorda Guénon, è l’importanza nello sciamanismo di simboli quali il cigno e l’albero che ne testimonierebbero il collegamento con la Tradizione di provenienza boreale (448) e la sovrapposizione su tale strato di correnti culturali più tarde che sempre Schuon individua, ad esempio, nelle popolazioni peruviane, maggiormente riconducibili  al mondo atlantico (449).

Il punto centrale, in ogni caso, è che il quadro migratorio americano si sta rivelando ben più complesso di quanto immaginato fino a qualche decina di anni fa, anche alla luce di un’ulteriore, ancora più tarda, stratificazione etnica – sulla quale torneremo – che il Nostro segnala in relazione allo stanziamento dei Toltechi e degli Aztechi, i quali significativamente ricordano anch’essi un’antica provenienza da Nord (450): certo è che l’accostamento di questi spunti al rimando centro-americano nel passaggio di Julius Evola è comunque fortemente suggestivo. Forse questo movimento può essere collegato ai reperti messicani di Chiquihuite, per i quali è stata ipotizzata una datazione tra i 25.000 e i 32.000 anni fa (451), a quelli della grotta di Coxcatlan, stimati tra circa 28.000 e 33.0000 anni fa (452), o addirittura a quelli texani di Lewisville di almeno 35.000 anni (453).

O forse la prospettiva di questo movimento è un po’  meno antica, se ad esempio accogliamo il suggerimento dello stesso Wirth, secondo il quale un’importante testimonianza epigrafica del popolamento prenordico sarebbe rappresentata dalla scrittura rinvenuta sull’isola di Monhegan, sulla costa del Maine, i cui segni runici non andrebbero attribuiti alla recente colonizzazione norrena del X secolo ma potrebbe, invece, risalire ad almeno 25.000 anni fa. Una datazione, questa, che per inciso appare piuttosto vicina a quella attribuita ad altri reperti rinvenuti in vari siti nordamericani, come ad esempio a La Jolla in California di 21.500 anni fa (454), a Tule Spring nel Nevada di 24.000 anni fa (455), nella Chesapeake Bay nel Maryland di 22.760 anni fa (456), nel New Mexico al White Sands National Park di oltre 23.000 anni fa (457), nella Sandia Cave forse anche di 25.000 anni fa (458) ed in Messico, a Tlapacoya, databili tra 22.000 e 24.000 anni fa (459). Senza dimenticare ritrovamenti ancora più meridionali, come quelli brasiliani della grotta di Santa Elina risalenti a  più di 23.000 anni fa (460).

Come detto, il quadro migratorio americano sembra dunque presentare una complessità di stratificazione interna molto maggiore rispetto a quanto finora ritenuto: ad esempio sempre Wirth avanza anche l’ipotesi che in epoca post-glaciale si verificò un importante riflusso verso Nord dei discendenti più diretti delle genti prenordiche, a ripopolare un Nordamerica progressivamente liberato dalla morsa glaciale ed il conseguente incontro con quei gruppi mongolidi giunti per ultimi dall’Asia attraverso il ponte Alaska / Aleutine nelle fasi finali della sua esistenza, incontro che contribuì ulteriormente a modificare il quadro etnico del cosiddetto Nuovo Mondo.

Ma ciò che, in ogni caso, sembra emergere in modo piuttosto evidente è riassumibile in due punti.

Il primo è che, come già detto in precedenza, i movimenti prenordici ricadono tutti nel Treta Yuga.

Il secondo è che ormai anche la comunità scientifica sta sottoponendo a seria revisione il tradizionale quadro del popolamento americano secondo la teoria “Clovis first”, dalla prospettiva relativamente recente e che individua appena nella cultura Clovis di circa 13.000 anni fa la prima testimonianza di presenza umana nelle Americhe; un orizzonte che però in generale è diventato troppo angusto sia in termini archeologici (461) sia in relazione delle datazioni stimate dalle mutazioni del DNA mitocondriale dei Nativi, che supererebbero abbondantemente tale limite (462).

Ma appunto le migrazioni prenordiche non si limitarono alla sola America: per Wirth – che riprende il Vendidad 1,5 – dopo “Gava”, la tappa successiva fu la terra di Mô-uru (ovvero la terza sede di stanziamento, comprendendo l’Airyana Vaējah iniziale), che in termini geografici venne definita anche “terra del mare” e “terra occidentale”. Il Nostro l’accosta all’Atlantide di Platone (come noto ricordata nei dialoghi del “Timeo” e del “Crizia”), collocata ad occidente della penisola iberica ma con un’importante area periferica che ritiene essersi estesa anche più a nord, comprendendo territori quali l’Eirinn (Irlanda) e la Scozia: settori che, come vedremo, giocheranno un ruolo importante soprattutto in tempi più recenti ed in chiave, propriamente, “nordatlantica”, dal momento che al tempo dovettero essere ancora glacializzati, almeno fino a circa 16.000 anni fa.

Senza entrare nel merito di considerazioni troppo specificatamente “atlantologiche”, ci limitiamo a ricordare geologi quali Gregory, Scharff, Hill, Meumayr, Suess e Termier che a suo tempo sostennero l’ipotesi di vaste aree emerse in area atlantica fino al tardo Pleistocene (463) ed in particolare V.V. Beloussov, che motivò tale possibilità in contrasto con la tradizionale teoria della tettonica a placche, e la relativa visione di traslazioni prevalentemente orizzontali, a vantaggio di modificazioni terrestri invece avvenute soprattutto tramite movimenti verticali, quindi di natura essenzialmente isostatica, prodottisi nell’ambito dei 100-150 chilometri del mantello superiore della litosfera (464).

Invece, da un punto di vista simbolico e culturale, l’Atlantide / Mô-uru fu anche, come ricorda pure Evola (465) quella “Terra della Madre” dove Wirth sottolinea essersi consolidata una cultura di carattere nettamente matriarcale: e ciò dovrebbe ulteriormente confermare la collocazione temporale del ciclo prenordico nella seconda età del presente Manvantara, il Treta Yuga. In ogni caso, dagli accenni di Wirth sembra di capire che tale movimento verso Mô-uru non sarebbe stato subitaneo ma – muovendo direttamente dalle aree primarie più settentrionali, o anche dall’intermedia terra di Gava – avrebbe perdurato come flusso più o meno continuo per vari millenni, forse con le prime avanguardie giuntevi già 30.000 anni fa (466) e mantenendosi come dinamica fino al Magdaleniano tardo-paleolitico. Le zone più nordiche del pianeta avrebbero quindi rivestito una vera e propria funzione di permanente “vagina gentium” perché dovettero spopolarsi nell’arco di un periodo piuttosto lungo, e ciò potrebbe ulteriormente rafforzare anche l’idea di una loro pluralità geografica nel corso del tempo, cosa che avevamo già espresso trattando prima della Beringia e poi dell’ipotetica area sud-groenlandese; probabilmente seguite, come vedremo, da una terza localizzazione ancora più vicina a noi (e più prossima, anche se riteniamo non del tutto coincidente, con quella immaginata da Tilak), sia in termini geografici che cronologici.

Ed, analogamente, gli stessi gruppi umani fluiti da queste diverse sedi boreali, forse tra di loro iniziarono a presentare alcune differenze fenotipiche, come già si era ipotizzato in merito ai caratteri prenordici in rapporto a quelli dell’ondata precedente, “beringiana”, ed alla rottura della “meta-popolazione” boreale di 40-50.000 anni fa.

In effetti, anche secondo la prospettiva adottata da Herman Wirth, la notevole distanza temporale intercorsa tra le varie scansioni migratorie in uscita dalle aree nordiche, arrivò a generare una certa differenza antropologica tra le prime ondate del ciclo prenordico, che definisce “sudatlantiche”, in rapporto alle più recenti e “nordatlantiche”, per le quali analizzeremo a tempo debito, come detto, anche l’ipotesi di una diversa area di origine. Comunque il primo contingente prenordico che, muovendo da Gava / America, penetrò nelle terre oceaniche, fondò qui un ciclo “atlantico-meridionale” che, significativamente, anche per Julius Evola (467) si enuclea in tempi più remoti di quelli che avrebbero visto come protagonisti i settori nordatlantici, i quali forse non offrivano ancora le condizioni ideali per un insediamento umano che non fosse solo sporadico o residuale. Il mondo “atlantico-meridionale”, invece, in quella fase dovette presentare una vitalità nettamente più pronunciata, tanto da retroagire massicciamente anche sulle stesse popolazioni americane di primo substrato, da cui le significative relazioni con civiltà come quelle dei Maya o dei Pueblo (468); ciò, in concorso con le più recenti infiltrazioni mongolidi penetrate nel Nuovo Mondo, a nostro avviso dovette contribuire ad allontanare in modo non trascurabile il complesso dello stock genetico dei Nativi Americani rispetto alla meta-popolazione boreale di partenza, come infatti le analisi sul reperto di Up Sun River in Alaska, già incontrato in precedenza, starebbero ad indicare.

Sulla stessa traccia ottocentesca dell’americano Ignatius Donnelly (469) anche Herman Wirth identifica la fase atlantica – nel suo caso, più precisamente, “sud-atlantica” – con quella collegata ai misteriosi Fomori menzionati nel ciclo irlandese: genti per le quali Julius Evola propone un interessante accostamento alla mitica stirpe dei già incontrati Giganti ed al tema delle Acque profonde (470), marcando quindi una certa differenza con i gruppi più direttamente eredi dei ceppi primordiali e tradizionalmente intesi come “divini”. Ma, tuttavia, non va dimenticato che i Fomori sudatlantici evidenziano, in ultima analisi, la medesima provenienza boreale dei secondi – nello stesso modo in cui il Mito irlandese li descrive come reciprocamente imparentati attraverso alberi genealogici piuttosto intricati – ovvero con quelle genti che Wirth indica come appartenenti ad una fase non più sudatlantica, ma ora nordatlantica: fase che, paradossalmente, pur essendo più recente di quella oceanico-meridionale, pare farsi erede con maggior vigore dell’antica “Luce del Nord” di inizio Manvantara, e della quale la stirpe più emblematica sarà rappresentata da quei Tuatha Dé Danann che indagheremo meglio più avanti.

 

 

Link articolo precedente:

 

Parte 10

 

 

 

Note

 

 

410.  Charles H. Hapgood – Lo scorrimento della crosta terrestre – Einaudi – 1965 – pag. 284

 

411.  Luigi Luca Cavalli Sforza, Paolo Menozzi, Alberto Piazza – Storia e geografia dei geni umani – Adelphi – 1997 – pag. 635

 

412.  Bal Gangadhar Tilak – La dimora artica nei Veda – ECIG – 1986; Bal Gangadhar Tilak – Orione: a proposito dell’antichità dei Veda – ECIG – 1991

 

413.  Onorato Bucci – Airyana Vaejah. La dimora originaria degli Arii e la formazione storica del principio dell’armonia cosmica – in: AA.VV. (a cura di Onorato Bucci), Antichi popoli europei. Dall’unità alla diversificazione, Editrice Universitaria di Roma-La Goliardica, 1993, pag. 46

 

414.  Christophe Levalois – La terra di luce. Il Nord e l’Origine – Edizioni Barbarossa – 1988 – pag. 23

 

415.  Giuseppe Acerbi – Uttarakuru, il paradiso boreale nella cosmografia e nell’arte indiana – Alle pendici del Monte Meru – 08/06/2013 – http://allependicidelmontemeru.blogspot.it/2013/06/uttara-kuru-il-paradiso-boreale-nella.html; Onorato Bucci – Airyana Vaejah. La dimora originaria degli Arii e la formazione storica del principio dell’armonia cosmica – in: AA.VV. (a cura di Onorato Bucci), Antichi popoli europei. Dall’unità alla diversificazione, Editrice Universitaria di Roma-La Goliardica, 1993, pag. 56; Felice Vinci – I misteri della civiltà megalitica – La clessidra edizioni – 2020 – pag. 261

 

416.  L.M.A. Viola – Tempus sacrum – Victrix – 2003 – pagg. 54, 55

 

417.  Giuseppe Acerbi – Introduzione al Ciclo Avatarico, parte 2 – in: Heliodromos, n. 17, Primavera 2002, pagg. 15, 26; Giuseppe Acerbi – L’Isola Bianca e l’Isola Verde – Simmetria Associazione Culturale – pagg. 19, 20 – http://www.simmetria.org/images/simmetria3/pdf/Rivista_41_2016_A5_booklet.pdf       

 

418.  Bal Gangadhar Tilak – La dimora artica nei Veda – ECIG – 1986 – pag. 299

 

419.  Felice Vinci – I segreti di Omero nel Baltico. Nuove storie della preistoria – Leg Edizioni – 2021 – pag. 279

 

420.  Graham Hancock – Impronte degli Dei – Corbaccio – 1996 – pag. 602

 

421.  Bal Gangadhar Tilak – La dimora artica nei Veda – ECIG – 1986 – pagg. 300, 301, 306, 307, 317, 323

 

422.  Carlo Arrigo Pedretti – Mito polare e polarità di un mito nella Germania nazionalsocialista – RITTER – 2019 – pag. 149

 

423.  Marco Zagni – Archeologi di Himmler – Ritter – 2004 – pag. 49

 

424.  Alberto Lombardo – Julius Evola esploratore delle origini – in: Il mistero dell’Occidente. Scritti su archeologia, preistoria e Indoeuropei 1934-1970, Julius Evola, a cura di Alberto Lombardo, postfazione di Giovanni Monastra, Quaderni di testi evoliani n. 53, Fondazione Julius Evola, 2020, pag. 14; Marco Zagni – La svastica e la runa. Cultura e esoterismo nella SS Ahnenerbe – Mursia – 2017 – pag. 62

 

425.  Marc Eemans – Herman Wirth e la preistoria prima degli Indoeuropei – in: Orion, n. 61, Ottobre 1989; Alberto Lombardo – Julius Evola esploratore delle origini – in: Julius Evola, Il mistero dell’Occidente. Scritti su archeologia, preistoria e Indoeuropei 1934-1970, a cura di Alberto Lombardo, postfazione di Giovanni Monastra, Quaderni di testi evoliani n. 53, Fondazione Julius Evola, 2020, pag. 15; Marco Zagni – La svastica e la runa. Cultura e esoterismo nella SS Ahnenerbe – Mursia – 2017 – pag. 61

 

426.  Aleksandr Dughin – Herman Wirth: Runes, Great Yule, and the Arctic Homeland – http://4pt.su/en/content/herman-wirth-runes-great-yule-and-arctic-homeland

 

427.  Julius Evola – Il cammino del cinabro – Scheiwiller – 1972 – pag. 95

 

428.  Nuccio D’Anna – Julius Evola e l’Oriente – Edizioni Settimo Sigillo – 2006 – pag. 95; Beniamino M. Di Dario – La via romana al divino. Julius Evola e la religione romana – Edizioni di Ar – 2001 – pag. 95; Julius Evola – Simboli della Tradizione Occidentale – Arktos Oggero Editore – 1988 – pag. 60; Alberto Lombardo – Julius Evola esploratore delle origini – in: Julius Evola, Il mistero dell’Occidente. Scritti su archeologia, preistoria e Indoeuropei 1934-1970, a cura di Alberto Lombardo, postfazione di Giovanni Monastra, Quaderni di testi evoliani n. 53, Fondazione Julius Evola, 2020, pag. 21; Alberto Lombardo – Julius Evola, gli Indoeuropei e il mistero iperboreo – in: Julius Evola, Il mistero Iperboreo. Scritti sugli Indoeuropei 1934-1970, a cura di Alberto Lombardo, Quaderni di testi evoliani n. 37, Fondazione Julius Evola, 2002, pag. 10

 

429.  Julius Evola – Il matriarcato nell’opera di J. J. Bachofen – Fondazione Julius Evola – 1990 – pag. 7

 

430.  Nuccio D’Anna – Julius Evola e l’Oriente – Edizioni Settimo Sigillo – 2006 – pag. 65; Nuccio D’Anna – Nota sul rapporto Evola-Bachofen – in: Vie della Tradizione n. 135, Luglio/Settembre 2004, pag. 118; Nuccio D’Anna – Tra Oriente e Occidente – in: AA.VV. (a cura Marco Iacona), Il maestro della Tradizione. Dialoghi su Julius Evola, Controcorrente, 2008, pag. 138

 

431.  Michele Ruzzai – Dopo la Caduta: l’Età della Madre e la Luce del Sud – Ereticamente.net – 12/10/2014 – https://www.ereticamente.net/2014/10/dopo-la-caduta-leta-della-madre-e-la-luce-del-sud.html

 

432.  Precisamente il 6° capitolo della 2° parte

 

433.  Jean Phaure – Le cycle de l’humanité adamique. Introduction à l’etude de la cyclologie traditionelle et de la fin des Temps – Dervy-Livres – 1973 – pag. 263

 

434.  Julius Evola – Rivolta contro il mondo moderno – Edizioni Mediterranee – 1988 – pag. 242

 

435.  Jean Mabire – Thule. Il sole ritrovato degli Iperborei – Edizioni L’Età dell’Acquario – 2007 – pag. 62

 

436.  Julius Evola – Il mito del sangue – Edizioni di Ar – 1978 – pag. 118

 

437.  Julius Evola – Sintesi di dottrina della razza – Edizioni di Ar – 1978 – pag. 75

 

438.  Julius Evola – Il mito del sangue – Edizioni di Ar – 1978 – pagg. 152, 153

 

439.  Alessandro Grossato – René Guénon e la revisione delle bozze di Rivolta (appendice dell’edizione del 1998 di “Rivolta contro il mondo moderno”) – pag. 415; Alberto Ventura – Evola, Guénon e la “questione d’oriente” – In: AA.VV. (a cura di Gianfranco de Turris, Damiano Gianandrea, Giovanni Sessa), Julius Evola e l’Oriente (Studi Evoliani 2012), Fondazione Julius Evola, 2014, pagg. 19, 20

 

440.  Charles H. Hapgood – Lo scorrimento della crosta terrestre – Einaudi – 1965 – pag. 284

 

441.  Richard B. Alley – I ghiacci, all’improvviso – in: Le Scienze, Gennaio 2005, pag. 78

 

442.  Ugo Plez – La preistoria che vive – Mondadori – 1992 – pag. 241

 

443.  Ivan Briz Godino – Chi erano i primi veri abitanti d’America? – Storica National Geografic – 23/9/2020 – https://www.storicang.it/a/chi-erano-i-primi-veri-abitanti-damerica_14630

 

444.  Richard G. Klein – Il cammino dell’Uomo. Antropologia culturale e biologica – Zanichelli – 1995 – pag. 307

 

445.  Alberto Malatesta – Geologia e paleobiologia dell’era glaciale – La Nuova Italia Scientifica – 1985 – pag. 62

 

446.  Charles H. Hapgood – Lo scorrimento della crosta terrestre – Einaudi – 1965 – pagg. 188, 189

 

447.  Frithjof Schuon – L’esoterismo come principio e come via – Edizioni Mediterranee – 1997 – pag. 243

 

448.  René Guénon – Precisazioni necessarie – Il cavallo alato – 1988 – pag 119

 

449.  Frithjof Schuon – Sguardi sui mondi antichi – Edizioni Mediterranee – 1996 – pag. 71

 

450.  Julius Evola – Rivolta contro il mondo moderno – Edizioni Mediterranee – 1988 – pagg. 284, 285

 

451.  Una data controversa per il popolamento delle Americhe – Le Scienze – 28/07/2020 – https://www.lescienze.it/news/2020/07/28/news/americhe_america_nord_arrivo_umani_antichita_discussione-4770186/

 

452.  New evidence may change timeline for when people first arrived in North America – Archaeology news network – 01/06/21 – https://archaeologynewsnetwork.blogspot.com/2021/06/new-evidence-may-change-timeline-for.html?fbclid=IwAR2nrR7wv2eikEWbH_dHJslKwzah-XdZ0ea-pcUFeiezdxlXBIeJoHkZ6D4

 

453.  Renato Biasutti – Razze e Popoli della terra – UTET – 1967 – vol. 4 – pag. 330; Georg Glowatzki – Le razze umane. Origine e diffusione – Editrice La Scuola – 1977 – pagg. 14, 15

 

454.  AA.VV. (a cura di Fiorenzo Facchini) – Paleoantropologia e Preistoria. Origini, Paleolitico, Mesolitico – Jaca Book – 1993 – pag. 137

 

455.  Michel Brezillon – Dizionario di Preistoria – Società Editrice Internazionale – 1973 – pag. 300

 

456.  Fabio Calabrese – Alla ricerca delle origini – Ritter – 2020 – pagg. 196, 197

 

457.  Trovate le prime impronte dei primi americani: risalgono a 23.000 anni fa – Greenreport.it – 24/9/2021 – https://greenreport.it/news/scienze-e-ricerca/trovate-le-prime-impronte-dei-primi-americani-risalgono-a-23-000-anni-fa-video/

 

458.  Lyon Sprague de Camp – Il mito di Atlantide e i continenti scomparsi – Fanucci – 1980 – pag. 156

 

459.  AA.VV. (a cura di Fiorenzo Facchini) – Paleoantropologia e Preistoria. Origini, Paleolitico, Mesolitico – Jaca Book – 1993 – pagg. 137 e 455

 

460.  People may have lived in Brazil more than 23,120 years ago  – Archaeology World – 14/02/2020 – https://www.archaeology-world.com/people-may-have-lived-in-brazil-more-than-23120-years-ago/?fbclid=IwAR23yzq0W_RBtjruwM-PDMFt1sFht9MwY9KI0gcE9a-ac5geg-h53_YHMDc

 

461.  Steve Olson – Mappe della storia dell’uomo. Il passato che è nei nostri geni – Einaudi – 2003 – pag. 224

 

462.  Bryan Sykes – Le sette figlie di Eva. Le comuni origini genetiche dell’umanità – Mondadori – 2003 – pag. 302

 

463.  Lyon Sprague de Camp – Il mito di Atlantide e i continenti scomparsi – Fanucci – 1980 – pag. 109

 

464.  Lyon Sprague de Camp – Il mito di Atlantide e i continenti scomparsi – Fanucci – 1980 – pagg. 13, 14

 

465.  Julius Evola – I saggi della Nuova Antologia – Ar – 1982 – pag. 26

 

466.  Marco Zagni – Archeologi di Himmler – Ritter – 2004 – pag. 49

 

467.  Julius Evola – Rivolta contro il mondo moderno – Edizioni Mediterranee – 1988 – pag. 281

 

468.  Julius Evola – Rivolta contro il mondo moderno – Edizioni Mediterranee – 1988 – pagg. 284, 285

 

469.  Lyon Sprague de Camp – Il mito di Atlantide e i continenti scomparsi – Fanucci – 1980 – pag. 57

 

470.  Julius Evola – Il mistero del Graal – Edizioni Mediterranee – 1997 – pag. 49

 

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Categorie: Tradizione Primordiale

Pubblicato da Michele Ruzzai il 24 Maggio 2023

Michele Ruzzai

Le Origini dell’Uomo, la sua Preistoria, le sue Razze. Sono temi che cerco di esplorare seguendo coordinate non evoluzionistiche, ma ciclico-involutive, monofiletiche e boreali, traendo spunto dai pensatori del “Tradizionalismo integrale” e dal Mito, senza tuttavia dimenticare quanto può dirci la ricerca scientifica correttamente interpretata. Non sono né un accademico né uno specialista. Sono solo un appassionato che non pretende di insegnare nulla a nessuno, se non, scrivendo questi articoli, provare a mettere un po’ di ordine tra i tanti appunti raccolti in anni di letture…

Commenti

  1. Ermanno

    L’articolo è molto interessante, veramente pregevole. Peraltro il seguito di una lunga serie quivi pubblicata. Tuttavia nè Tilka nè Wirth nè altri mi sembra che affrontino la questione linguistica, sebbene Tilkak accenni alle cinque razze che dimoravano in questa sede artica. Io credo che questa lingua iperborea dovesse essere tipologicamente polisintetica, agglutinante ed ergativa. Non certamente di tipo indoeuropeo così come lo si intende oggi, ovvero di tipi flessivo, predicativo e nominativo-accusativo.

    • Michele Ruzzai

      La ringrazio per l’apprezzamento e concordo con lei sul fatto che il tema linguistico non venga quasi affrontato in quest’ambito di studi; a dire il vero in “Aufgang” Herman Wirth sfiora, ma molto fugacemente, il tema della genesi delle parlate indoeuropee, che collega ad un processo degenerativo verificatosi in tempi postglaciali a partire da un precedente idioma iperboreo, come dice lei, di tipo agglutinante. Nei prossimi articoli toccheremo, comunque molto rapidamente, anche questo punto.

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