Navigare necesse est. Vivere, non est necesse – Rita Remagnino

Navigare necesse est. Vivere, non est necesse – Rita Remagnino

La figura di Ulisse offre a Dante il pretesto per intavolare un importante discorso morale sulla sete di Conoscenza. Già trattato nel Canto XX dell’Inferno dedicato agli indovini il peccato intellettuale coinvolge in prima persona il poeta, che infligge una pena lieve ai fraudolenti che mal consigliarono quanti si affidavano al loro ingegno.
Le anime confinate nell’VIII Bolgia dell’VIII Cerchio non soffrono, né si lamentano. Ridotte a vagare nell’aria infernale come uno sciame di lucciole sotto forma di biforcute fiamme mobili, cioè di puro spirito, esse non vedono né possono essere viste. In compenso, parlano.
Brilla nel nugolo delle brillanti luci l’intrepido Ulisse, dal quale Dante prende subito le distanze filosofando sulla sete di Conoscenza che non è tutta uguale, essendoci modo e modo di praticarla. Tanto per fare un esempio lui è un buon cristiano che viaggia dietro autorizzazione divina, cercando di stare al suo posto, mentre il re di Itaca è un pagano che esaltò la curiosità umana senza limiti, infischiandosene degli dèi.
Per Dante la sete di Conoscenza non vale da sé qualsiasi prezzo, va preso dunque con cautela il famoso passo: “Considerate la vostra semenza: / fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenza” (If XXVI 118-120). Essendo lui per primo un «peccatore intellettuale» il poeta non può condannare in toto la Conoscenza, che vincola però alla Virtù senza la quale si disperde ogni bene concesso dalla Grazia divina. “Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio / quando drizzo la mente a ciò ch’io vidi, / e più lo ’ngegno affreno ch’i’ non soglio, / perché non corra che virtù nol guidi; / sì che, se stella bona o miglior cosa / m’ha dato ’l ben, ch’io stessi nol m’invidi” (If XXVI 19-24).

 

Davanti a Ulisse e Diomede, avvolti nella stessa fiamma poiché insieme ordirono l’inganno di Troia e parteciparono al furto sacrilego del Palladio, il poeta arretra con rispetto. Manda avanti il Maestro, al quale fa dire: parlo io, tu pensa a tenere a freno la lingua (ma fa che la tua lingua si sostegna). Anche Virgilio però è parte in causa, prova ne è la disinvoltura con cui ricorre al proprio ingegno per circuire l’interlocutore e farlo parlare.
Sfruttando la condizione d’«invisibilità» egli si rivolge ai due tirando in ballo presunti meriti acquisiti nei loro confronti. Non è chiaro in quale lingua stia parlando (in greco?), né dove voglia arrivare il suo discorso, dal momento che nell’Eneide la coppia è citata solo di sfuggita.
Alcuni dantisti hanno insinuato che il mantovano in questo frangente si spacci per Omero allo scopo di estorcere ai penitenti le informazioni che interessano al suo pupillo. La subdola mossa deriverebbe da certe dicerie medioevali sul pessimo carattere degli antichi Greci, il cui pelo andava opportunamente lisciato prima di instaurare qualsiasi trattativa.
In particolare Dante vuole sapere tramite Virgilio dov’è stato il re di Itaca in quel lungo viaggio senza ritorno, e perché ha fatto perdere le sue tracce. Con in tasca la vittoria su Troia e reduce da una lunga guerra, non sarebbe stato più saggio tornare a casa? Inaspettatamente, l’interpellato risponde. Il tono della sua voce è pacato. Nulla trapela del filibustiere di un tempo, se si esclude l’arte con cui egli maneggia il potere delfico della parola.
L’eroe dice e non dice. Grosso modo si capisce che l’idea di tuffarsi nell’ignoto era maturata durante il soggiorno presso Circe, diventando poco alla volta una specie di ossessione. Né la tenerezza per il figlio, né la devozione per l’anziano padre, né i doveri verso Penelope riuscirono a vincere il desiderio irrefrenabile di conoscere il mondo insieme a tutte le virtù e i vizi degli uomini. Quindi, fece i bagagli e partì.

 

Non soltanto nell’Inferno ma anche nell’Odissea la storia di Ulisse ruota attorno a Circe. Allo stesso modo il perno del viaggio di Dante è Beatrice, che probabilmente non è mai esistita in quanto tale ma ben rappresenta il lato femminile dell’umana ragione. Può capitare che il ricorso a questa parte sia più frequente “nel mezzo del cammin” della vita, quando le paturnie aumentano e risorge dalle ceneri la fastidiosa domanda: e adesso, che si fa? Condurre una vita di pura sopravvivenza per poi scomparire nel nulla, o spingere lo Spirito oltre le apparenze? Stare fermi, o lanciarsi verso l’ignoto e «navigare a vista»?
Risponde Cicerone: errare per mare, cioè vivere in libertà, è sempre meglio di “regnare et Ithacae vivere otiose cum parentibus, cum uxore, cum filio” (De officiis, Paragrafo 97, Libro 3). Fu proprio per combattere l’ordinarietà del quotidiano, prima causa della morte spirituale dell’umano, che Ulisse partì alla ventura ben sapendo che la nave su cui cavalcava le onde poteva essere allo stesso tempo la sua bara e la sua Arca di Resurrezione, ossia lo scrigno che si sarebbe dischiuso al termine del viaggio per offrirgli un trono divino al posto del trono terreno che già possedeva.
Simbolo della ratio umana con tutti i suoi limiti, Circe è dunque il simbolo della «spinta materiale» necessaria all’eroe, come a chiunque altro, per passare dal pensiero all’azione. Non stupisce affatto trovare la sua mano dietro la dichiarata «follia» del volo di Ulisse, essendo arcinota l’incidenza statistica nel Poema dell’Uomo del Folle Consiglio di una donna.

 

Nel bene come nel male, funziona così: l’insorgere di un’idea esplode con la spavalderia del carattere maschile, ma la sua realizzazione richiede il senso pratico del lato femminile. Ulisse, ad esempio, sarebbe finito in fondo al mare senza le precauzioni suggerite da Circe per far fronte al canto delle Sirene.
Può darsi, tuttavia, che Dante non ne fosse al corrente. Il poeta apprende l’episodio attraverso la narrazione ovidiana (Met. XIV 254-319) cui fa esplicito riferimento, ma ignora i testi omerici e probabilmente non ne conosce nemmeno i tardi compendi medievali. Nel Purgatorio confonderà infatti la maga con una sirena, impantanandosi nell’improbabile figura di una donna-pesce in grado di elaborare filtri che trasformano gli uomini in bestie (Pg XIV 42).
Un ripensamento sarebbe opportuno anche a proposito della cattiva fama che ormai da secoli circonda la figura di Circe, e più in generale qualsiasi approccio femminile (irrazionale) alla realtà. Un pregiudizio che vede Dante in prima linea: “Quando mi diparti’ da Circe, che sottrasse / me più d’un anno …” (If XXVI 91-92). Ma se davvero la maliarda avesse «sottratto», cioè rapito, l’eroe per più d’un anno, a quale scopo allestire con ogni ben di dio la sua nave e farla salpare dall’isola? Perché fornirgli le coordinate necessarie a raggiungere l’Ade da vivo, in modo da consultare l’indovino Tiresia prima di decidere il da farsi?
C’è infine quella stonatura di fondo: Circe ne sa una più del diavolo però il fenomeno è lui, Ulisse, alias «Odisseo dai molti accorgimenti» (πολιμετις Οδυσσεύς, Iliade, III, 200), per usare uno degli epiteti più ricorrenti nell’epica omerica. Mentre Circe sta a Ulisse come Beatrice sta a Dante. In entrambi i casi il protagonista sarebbe andato gambe all’aria senza la «spalla». Altro che memorabile abbandono della vita terrena (il quotidiano) e accesso a una vita superiore (lo straordinario)!

 

Il proposito di portare rapidamente il nocchiero nell’orbita dell’emisfero australe confonde Dante. “Cinque volte racceso e tante casso / lo lume era di sotto da la luna, / poi che ’ntrati eravam ne l’alto passo, /quando n’apparve una montagna, bruna / per la distanza, e parvemi alta tanto / quanto veduta non avea alcuna” (If XXVI 130-35).
Il motivo della fretta è presto detto: al Polo Sud c’è la montagna del Purgatorio, cioè il luogo di purificazione e redenzione dove il poeta, fosse stato per lui, avrebbe mandato volentieri Ulisse, non potendolo fare per ovvie ragioni di fede, moralità e convenienza politica. La vicinanza di Dante all’eroe emerge comunque dalla presenza di questi in tutti i regni della Commedia: qui all’Inferno lo avvolge in una fiamma biforcuta nella bolgia riservata agli astuti fraudolenti (If XXVI 55 ss.), nel Purgatorio indurrà la sirena che imbambolava i naviganti a rimembrare le sue gesta (Pg XIX 22-23), in Paradiso troverà il modo per tornare sulla folle impresa (Pd XXVII 83).
Nonostante il poeta non lesini i distinguo, è chiara la somiglianza del vagare di Ulisse per mare e per terra (simboli della materia) con il percorso «iniziatico» da lui intrapreso attraverso i tre regni (simboli dello spirito). Cambia la meta: il cammino del poeta conduce in Paradiso, il viaggio dell’eroe mira al ritrovamento di quella «Patria» che è in primo luogo «Origine», centro del mondo, e in quanto tale prossima al Sacro. A tale proposito Heidegger, nel suo studio su Hölderlin, immaginerà il ritorno verso l’Origine come un’impresa esistenziale sofferta ma necessaria, una continua lotta attraverso il mare in tempesta: “l’andare alla fonte è, in quanto navigazione, un conflitto” (Hölderlin. Viaggi in Grecia, 2012).

 

Inevitabilmente tempi e mentalità diverse differenziano la poetica di Omero da quella di Dante. Dopo il “folle volo” il primo riporta a casa Ulisse come un eroe, mentre il secondo scatena una tempesta punitiva che colpisce la nave a prua. Il gorgo fatale (del maelström?) fa girare l’imbarcazione su se stessa tre volte, succhiandola in un vortice. La quarta volta il vascello leva in alto la poppa e in prossimità della Montagna del Purgatorio la prua s’inabissa “com’altrui piacque” (v.141), cioè secondo il volere degli dèi, prima che il mare si chiuda come una lapide sopra il natante e il suo equipaggio.
Il rimaneggiamento dantesco del mitico viaggio fa dell’episodio una storia a parte, non soltanto estranea alla tradizione omerica ma addirittura a quella geografica, come si evince da quel “tutte le stelle” in posizione dominante nella terzina. Dalla bocca del vero Ulisse non sarebbe mai uscito niente del genere poiché innumerevoli volte cavalcando le onde il marinaio avrà visto il progressivo sparire delle stelle del «nostro polo» e il progressivo apparire delle “stelle de l’altro polo”.
Rappresentazione plastica del tipico «spirito fenicio», come si diceva nell’antichità per definire un uomo d’ingegno che non disdegnando l’astuzia fraudolenta era in grado di gestire spericolate imprese navali, il re di Itaca è un provetto pilota. Da perfetto uomo di terra Dante invece non sa che in un qualsiasi momento all’equatore non si vedono tutte le stelle di un polo bensì metà stelle sia dell’uno che dell’altro polo, per questo fa vedere all’eroe il «nostro» polo sotto l’orizzonte marino.

 

Passando l’equatore la visuale non cambia di colpo, è graduale, quasi si stenta ad accorgersene. Ma ciò non distolga l’attenzione del lettore dal nocciolo del discorso: il viaggio. Nulla a che vedere con gli odierni spostamenti di massa, nati a fini esclusivamente commerciali.
Il vero viaggio è un’esperienza unica che implica la spaesatezza, l’oblio, la dimenticanza del proprio essere originario. Contemplando talvolta, perché no, lo scivolamento nella dismisura in quanto l’essere umano è un’opera incompiuta, cioè una creatura fragile che senza il sostegno della rettitudine si rompe e va in mille pezzi.
Proprio per schivare le sabbie mobili generate dagli eccessi il Medioevo europeo pose il limite a fondamento della propria concezione antropologica, interpretando il confine non più come punto mediano tra forze contrarie (antichi greci) bensì come riconoscimento del posto che l’uomo (essere parziale) aveva il dovere di mantenere all’interno della natura e rispetto alla divinità.
All’opposto l’Età Oscura ha fatto dell’esagerazione in tutti i campi il suo cavallo di battaglia, incoraggiando ogni sorta di eccesso, di sregolatezza, di manifestazione pacchiana e raccapricciante. E’ chiaro l’intento di portare tutto alle estreme conseguenze al fine di suscitare nella moltitudine l’esigenza di ordine e disciplina che i soliti noti coglieranno al volo per imporre il loro totale dominio.

 

Stando sul filo della disparità di vedute, ne emerge un’altra: se per Omero seguire la propria curiositas è una «virtù», Dante relega questa motivazione umana alla sfera del sensibile e del puramente razionale, considerandola una «caduta». Per questa ragione chiude all’interno di una fiamma semovente uno dei grandi eroi positivi della tradizione culturale europea, abbandonandolo alla mercé dei venti infernali.
Il dispotico XXI secolo ha fatto di più, abolendo per legge la stirpe dei «curiosi» e abituando l’umanità tecnologica a prendere quel che passa il convento. Amazon recapita a domicilio i suoi oggetti, dalle capsule per il caffè alle emozioni. Netflix riempie il tempo libero. Facebook permette d’intrattenere rapporti sociali senza spostarsi dal divano mentre il lavoro si è fatto talmente intelligente (smart) dall’avere dimezzato i contatti umani. Ed è solo l’inizio.
Tradizionalmente basato sulla critica, il dubbio e la ricerca, persino il sapere scientifico dipende dagli interessi economici. Davanti ai soldi non c’è santo che tenga, né etica e morale capaci di prevalere. L’uomo come lo abbiamo conosciuto appartiene al passato; ancora non s’è capito chi gli succederà, ma è chiara l’ambizione di superare i decreti divini (naturali) che all’epoca di Dante costituivano invece barriere invalicabili, pena la dannazione eterna.

 

Omero non visse abbastanza a lungo per vedere la prigione in cui sarebbe finita la decantata libertà umana di fare, dire e pensare, né Dante assistette agli orrori perpetrati dagli uomini «in nome di dio». Nessuno di questi due Grandi Antenati poteva inoltre prevedere la scomparsa degli eroi disposti a fare dei remi le ali di un folle volo, così come la fine delle lunghe navigazioni pervase dal timore di un Fato incerto, dalla sensazione di essere continuamente sospesi tra una meta e l’altra, tra un destino e l’altro.
Morto lo «spirito audace» e sepolta l’avventura, l’esempio di Ulisse rimane comunque scolpito nella Storia: “… venimmo a quella foce stretta / dov’Ercule segnò li suoi riguardi, / acciò che l’uom più oltre non si metta …” (If XXVI 107-109). Questa non è semplice letteratura, né si tratta di generica cultura generale, tanto meno di una cosa carina da conservare nel cassetto perché manca il coraggio di gettarla via. Qui c’è un uomo che si ribella al prepotente di turno (Ercole), il quale si è preso la libertà di sbarrare il passaggio nello stretto (di Gibilterra) alle navi altrui per il proprio tornaconto.
Nel mondo parallelo di Dante le mitiche Colonne rappresentano senza dubbio un potente precetto morale, e almeno su questo punto sembrano essere tutti d’accordo, esse sono altresì un monumento al coraggio umano, il simbolo della forza reattiva dell’uomo che ciascuno possiede in potenza ma non esercita per paura di ritorsioni.
La demonologia medioevale è completamente calata nel conflitto dei buoni «sostenuti da dio» che combattono i cattivi «incarnazione del demonio», difatti Dante chiude l’eroe in una prigione di fuoco. Fino a quando continueremo su questa strada? Ancora non siamo stanchi della claustrofobica visione dualistica, che affligge l’umanità da millenni? Fermiamo un momento il pensiero sulla scelta di Ulisse e rispondiamo (senza il sostegno di Cicerone) alla fatidica domanda: meglio seguire le cose morte che vanno con la corrente o partecipare al flusso di quelle vive che andandovi contro si rigenerano, trasformandosi?

 

(il viaggio continua)

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Categorie: Età oscura

Pubblicato da Rita Remagnino il 3 Dicembre 2022

Rita Remagnino

Scrittrice e saggista, Rita Remagnino ha conseguito a Milano la laurea in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali per poi proseguire gli studi in ambito storico e tradizionale. Ha fondato varie associazioni culturali, presieduto giurie di concorsi letterari, organizzato eventi, scritto su periodici, blog e cataloghi d’arte contemporanea. Ha curato la pubblicazione di antologie poetiche tra cui “Velari” (ed. Con-Tatto), “Rane”, “Meridiana”, “L’uomo il pesce e l’elefante” (ed. Quaderni di Correnti). È stata fondatrice e redattrice della rivista “Correnti”. Ha pubblicato la raccolta di fiabe e leggende “Avventure impossibili di spiriti e spiritelli della natura” e il testo multimediale “Circolazione” (ed. Quaderni di Correnti), la graphic novel “Visionaria” (eBook version), il saggio “Cronache della Peste Nera” (ed. Caffè Filosofico Crema), lo studio “Un laboratorio per la città” (ed. CremAscolta), la raccolta di haiku “Il taccuino del viandante” (tiratura numerata indipendente), il romanzo “Il viaggio di Emma” (ed. Sefer Books). Su Instagram è presente con una rubrica dedicata alla scrittura.

Commenti

  1. lorenzo merlo

    Ciao Rita.
    Domanda.
    Quando Dante scrive “Considerate la vostra semenza: / fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenza”, dopo aver posto gli intellettuali negli inferi, non può significare che la conoscenza cognitiva, l’accumulo di dati ed erudizione non contiene né porta alla verità ma che, piuttosto, è l’espressione prima della perdizione? Il tentativo di ritornare al paradisiaco lido, per arroganza, perduto? Quel verso, non implica e non allude al superamento del sapere cognitivo, al recupero di quello che è già in noi, divino?
    Se non chiaro, pardon, riformulerò.
    Grazie. Complimenti.
    l.

  2. Rita Remagnino

    Ciao Lorenzo, sei stato chiarissimo.

    Che Dante non sia esattamente chi dice di essere è ormai fuori discussione, tant’è vero che l’interpretazione dei suoi testi è un pozzo senza fondo. Per come la vedo io l’esortazione da te citata è un invito alla “conoscenza spirituale” e una condanna della tecnica senza “virtute”, di cui il digitale è un monumento. Davvero l’uomo è questa roba qua, o il suo ingegno può essere applicato diversamente? Se “fatti non fummo a viver come bruti”, forse è ora di aprire gli occhi.

    Può darsi che la guerra in corso a qualcuno dia la forza. O almeno, lo spero. C’è un altro argomento che non ho toccato in questa tappa perché avrebbe aperto scenari immensi, ma che comunque m’interroga spesso, e probabilmente anche te: Ulisse è un’individualista che ama ballare da solo, ma siamo sicuri che la visione “autistica” del mondo porti da qualche parte? Perché da secoli non riusciamo più a fare gruppo, comunità, fronte comune? L’ultima civiltà, quando c’è stata? Quasi si fatica a ricordarlo. Anche a tenere insieme la propria anima …
    Un abbraccio.

    • Primula Nera

      Ulisse è un po’ individualista ma, all’occorrenza, lavora anche con gli altri (per sfuggire a Polifemo si serve della collaborazione attiva di tutti i suoi compagni). Proprio i suoi compagni sono ,invece, totalmente infidi e inaffidabili (soprattutto Euriloco): aprono l’otre dei venti(mentre lui dorme)convinti vi fossero dentro oro e argento, quando Itaca era ad un passo ; ignorano gli avvertimenti di Ulisse uccidendo le mucche del dio Elio, etc…

  3. Primula Nera

    Nell'”Odissea” il buon Ulisse ha ,però, tutte le ragioni per non fidarsi troppo dei propri compagni: approfittando del suo sonno, aprono l’otre dei venti(donata da Eolo)pensando vi fosse oro, scatenando una tempesta che li allontana da Itaca, quando era ormai ad un passo ,nella trinacria, uccidono e mangiano le vacche del dio Elio, nonostante gli avvertimenti di Odisseo ,con la conseguenza di scatenare la vendetta del dio del sole(per mezzo di Zeus)cui proprio lui sarà il solo a sopravvivere.
    Con compagni così infidi e inaffidabili(soprattutto Euriloco), un po’ di individualismo non guasta…

  4. lorenzo merlo

    Grazie RIta.
    Lacerazione dell’anima. Potrebbe titolare questi tempi ultimamente esaltati piú di prima.
    Sulla questione ulissea che poni forse avrei un pensiero. I grandi numeri creano dinamiche che nei piccoli non si generano. Creano quantità di posizioni altrimenti senza humus. Tra cui tutyo ciô cui stiamo assistrndo in diretta.

  5. lorenzo merlo

    Aggiungerei. La tecnologia come mito cui genufletterisi, dimentichi della Tradizione – buttata a mare in adorazione positivisticia – è l’atto di separazione dal prepensiero, dalla consapevolezza spirituale della vita, come di ogni creazione umana.
    Il pensiero come referente della verità, come solo strumento e modalità di affermazione di verità e interpretazione del mondo è l’ulteriore e spaccatura con la natiura, il cosmo e l’Uno.

    Sull’ulissea questione penso che i grandi numeri abbiano un’ontologia differente dai piccoli. La mente (Bateson) che si realizza nei Grandi tende ad implicare e generare posizione multiple e contraddittorie. Cosa improbabile nei Piccoli.

  6. Rita Remagnino

    Si, Lorenzo: concordo. Parlando di “guerra in corso” non mi riferivo allo sconcertante derby Occidente-Resto del Mondo, che comunque rappresenta un pericolo reale, bensì alla guerra contro l’uomo sferrata da un folle punto di Controllo convinto di avere le capacità e i mezzi per rimodellare la specie.

    Proprio per questo motivo la grande sfida del futuro consiste in un salto di qualità, cioè nell’evoluzione spirituale. O adesso, o mai più. Non ha senso sfornare a ciclo continuo macchinari sofisticati che producono montagne di dati se poi quei dati non li sappiamo adeguatamente leggere ed elaborare, trarne vantaggi e dare loro un significato. Tutte cose che si possono fare solo avendo alle spalle una cultura condivisa, una civiltà.

    Proprio per evitare le contestazioni provenienti da una solida base (tradizionale) le istituzioni a libro paga stanno tentando l’impossibile per eliminare la cosiddetta cultura umanistica dalla faccia della Terra. Non vogliono che le ultime generazioni imparino a ragionare, ma, al contrario, devono succhiare in eterno la loro pappa dallo smartphone-biberon. Se tuttavia è vero che l’uomo di lettere poco avvezzo ai discorsi scientifici rischia talvolta di fare la figura del povero diavolo, l’uomo di scienza che ignora le lettere ha i numeri per diventare un diavolo vero: l’atomica insegna e ciò che l’ha seguita ne è la conferma.

    • Sed Vaste

      Rita remagnino anche lei come Pecchioli evita accuratamente di parlare dei nostri padroni i quali ahimè sono sforniti di genio nelle arti

  7. Rita Remagnino

    Primula Nera non ho nulla contro l’individualismo di Ulisse che, anzi, mi piace; anche se non quanto Lucifero. Se Felice Vinci ha ragione siamo in piena Età del Bronzo e quello dei compagni d’avventura era dopotutto lo “spirito fenicio” … con annessi e connessi.

  8. Primula Nera

    Sono d’accordo. L’unico dubbio che mi viene è che, perlomeno nell'”Odissea”, certo individualismo sia stato anche accentuato dalla consapevolezza di non potersi fidare troppo dei propri uomini( Ulisse è anche un acuto indagatore dell’animo umano). Durante la guerra di Troia si accompagna, invece, spesso a Diomede in alcune sue imprese(uccisione di Reso, furto del Palladio)proprio perchè dell’argivo si fidava molto.

  9. Primula Nera

    Ne approfitto anche per complimentarmi con lei. I suoi scritti sulla “Divina Commedia” in questo sito, sono tra le cose più belle che abbia mai letto sul web. Credo anzi che meriterebbero un supporto cartaceo.
    Un saluto.

  10. Rita Remagnino

    A Sed Vaste
    Non è mia intenzione fare il gioco dei cazari ashkenaziti che aspettano solo il momento di poter screditare chi li attacca, potendolo fare alla grandissima in quanto il web e l’informazione/disinformazione, la politica e la kultura di regime, sono di proprietà esclusiva delle loro lobby finanziarie, o criminali che dir si voglia.

    Personalmente non temo la scomunica né la censura (solo i dinosauri, detto tra noi), semplicemente credo che ripetere ciò che tutti i “risvegliati” sanno e gli altri non vogliono sapere sia un esercizio sterile. La rivista “Ereticamente” non è un social (vivaddio!), in questo angolo privilegiato non si perde tempo a denunciare e insultare chi non sarà mai condannato perché possiede anche la (in)giustizia, ma si condivide un cammino di ricerca.

    Nel 900 di Celine la prospettiva era completamente diversa. O per meglio dire, c’era una prospettiva. Oggi siamo ai tempi supplementari e la guerra mai vista prima si combatte anche così: trovando insieme sempre nuove vie di fuga, limando le strategie, cesellando i dettagli. Se già siamo furibondi con la Cupola sottraiamo energia ad azioni più incisive, e non so se ne vale la pena. Ovviamente, questa è la mia modesta opinione, non ho Verità da vendere né so se ho risposto alla domanda, ma cmq grazie del commento.

  11. Rita Remagnino

    Grazie Primula Nera.

    Qualcuno mi crede se dico che sto tentando di rispondere a Sed Vaste nominando gli innominabili e il web mi blocca? Riproverò.

    • Sed Vaste

      Lasci perdere Rita io mi sono già beccato decine e decine se non centinaia di denunce per aver detto la sacrosanta verità su quella schiatta maledetta perfino dal Divino Maestro Gesù
      La tribù o sarebbe meglio dire la Setta padrona di tutti i media e di tutte le banche e case farmaceutiche e’inattaccabile

  12. Sed Vaste

    Lei chiama” perdere tempo ”
    Non sono persuaso dalle sue parole xche ‘ mi sembra di sentire un po quello che tanti di noi si sono sentiti dire dal dottore di turno nei confronti di un proprio familiare malato terminale
    “” non c’ e’ più niente da fare lasci stare ormai tutto e’inutile ”
    ma come !
    Una piccola minoranza che detiene dispoticamente tutto quanto e tiene sotto scacco l’umanità non può essere nemmeno criticata ?

    Guardi che l’essere rinunciatari non e’mica una gran qualità
    I disfattisti in guerra venivano arrestati
    Per anni mi sono incaponito sull’argomento e da qualche anno il vento e’leggermente cambiato
    e a me piace credere che nel mio piccolo un pochino ho contribuito anch’io
    A me piace credere che ognuno nel suo piccolo può dare qualcosa

    I popoli mansueti e accondiscendenti ( e io ne so qualcosa vivendoci assieme da decenni ) finiscono sempre per essere dei popoli di pezzenti senza diritti
    Non vedo cosa ci possa essere di più umiliante nel
    Dover sottostare ad una piccola minoranza che non e’nemmeno italiana
    Mo ‘ ce li ritroviamo come dittatori in tutti gli ambiti del vivere civile
    Voi italiani avete un bisogno viscerale vitale fin sotto lo scroto di trovare un Capo
    solo di quello avete bisogno

  13. Sed Vaste

    Nemmeno io riesco a commentare
    Comunque Rita speriamo che dopo questa sua mezza ammissione non le tirino via anche questo spazio
    La Giudaglia non perdona

    Lei poi Trattando la divina commedia se le va a cercare
    Il giudagliame odia visceralmente Dante
    Xche antisemita
    così come la divina commedia che propaganda stereotipi antisemiti
    Vogliono perfino tirar via Dante dai programmi scolastici
    Se non e’dittatura questa !

    Io sono convinto che dai tempi di Celine nulla e ‘ cambiato
    anzi se mai e’ peggiorato lo strapotere dispotico e irresponsabile di quella piccola minoranza di Levantini Nasoni con la passione dell’usura e’del cinema
    Zelensky che spinge alla terza guerra mondiale un giorno si e l’altro pure mica e’nato sotto un cavolo… Zelensky apoartiene alla setta dei Cacati da Mosè
    Così come Medvedev l’altro belligerante russo – circonciso… nano giudeo che fa lo sbruffone e minaccia l’occidente di usare armi nucleari

  14. Gougenot

    Cara Rita non vorrei essere pessimista ma visto la censura pesante per commentare qui da lei mi sento di poterle dire di stare attenta a esprimere i suoi sinceri pareri sulla questione ebraica
    non vorrei che le togliessero anche questo spazio su Dante
    vista la notoria avversione del Ghetto per Dante e la divina commedia tacciati entrambi di antisemitismo
    Tanto che sembra imminente la volontà di togliere dai banchi di scuola Dante

  15. Rita Remagnino

    Caro Sed Vaste, ti sei già risposto da solo; delle due una: o trattando la Divina Commedia “me le vado a cercare”, oppure sarei “rinunciataria”. In realtà arretro raramente, ma neanche mi butto nella mischia per farmi ammazzare. Come tanti altri osservo, elaboro, faccio i conti con le mie forze e poi agisco di conseguenza.

    La Divina Commedia è razzista, per cui Dante va tolto dalle scuole? A parte il fatto che le sparate dell’ideologia woke sono talmente pacchiane che ormai fanno sorridere anche i più ingenui, giro la domanda: sì è studiato davvero Dante a scuola negli ultimi decenni? Risulta a qualcuno che i millennials s’interessino di argomenti che non vengono trasmessi da Netflix? Perciò, cosa cambierebbe rispetto a ciò che già é?

    A Gougenot mi permetto di consigliare di essere ottimista. La realizzazione dell’Ordine Mondiale ha la necessità di disintegrare l’esistente, nel bene come nel male, dopo di che entrambe le parti dovranno riorganizzarsi. E’ un po’ questo il senso della “fine dei tempi”, ma non è il caso di disperare né di farsi scoraggiare. Andiamo avanti e basta. Nel mio piccolo continuerò il viaggio nel mondo dantesco approcciando temi più squisitamente dottrinari in Purgatorio e scienze proibite in Paradiso. Chi vuole venire ….

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