Ridi, che ti passa la paura – Rita Remagnino

Ridi, che ti passa la paura – Rita Remagnino

Nel corso del suo viaggio nei mondi oltremondani Dante allude spesso a conversazioni segrete con Virgilio che la sua Commedia non ritiene opportuno riferire. Cose loro. Inizia ribattendo su questo chiodo il XXI canto dell’Inferno: “Così di ponte in ponte, altro parlando / che la mia comedìa cantar non cura […]”.
Intanto i pellegrini camminano nella più fitta oscurità della bolgia degli imbrogli, tutti rigorosamente tramati nell’ombra. Giungono nei pressi di un’enorme pozza ribollente di pece che allude al modo appiccicoso con cui i barattieri attraggono le loro vittime, una tecnica per certi versi simile allo stratagemma utilizzato dai cacciatori per catturare gli uccelli con il vischio.
Un diavolo arriva volando. Atterra sulla sommità del ponte, scaraventa nella pece bollente il peccatore che porta in spalla e intima ai compagni indaffarati a «cuocere» di cucinarlo a puntino, trattandosi di un pezzo grosso, nienteméno che un alto magistrato del Comune di Lucca, baluardo dei guelfi Neri in Toscana.
Evidentemente i diavoli dell’Inferno conoscono vita, morte e miracoli degli umani che abitano in superficie. La circostanza offre all’autore il pretesto per rimarcare la pessima attitudine alla baratteria dei Lucchesi, membri di una comunità dove ogni uomo ha il suo prezzo. In quella città per denaro il «no» diventa «sì» come se niente fosse; calando un velo pietoso sui maneggi del capo-popolo Bonturo Dati (che nel 1310 portò al governo il partito democratico), un vero campione nell’arte della frode e della malversazione. “O Malebranche, / ecco un de li anzian di Santa Zita! / Mettetel sotto, ch’i’ torno per anche / a quella terra che n’è ben fornita: / ogn’uom v’è barattier, fuor che Bonturo; / del no, per li denar vi si fa ita” (Inferno, canto XXI, 37-42).

 

Mentre i diavoli spettegolano, l’anima del dannato appena «attuffato» riemerge dal fondo della pozza bollente in cerca di una boccata d’aria. Subito i custodi infernali le intimano di tornare giù, se non vuole assaggiare il sapore metallico dei loro uncini, e faccia pure a meno di invocare la reliquia più cara ai Lucchesi, il Santo Volto, perché qui comandano loro.
Abituato a concentrarsi sui peccati e sui peccatori, il lettore deve adesso cambiare registro perché i protagonisti indiscussi dei canti XXI e XXII sono i diavoli. O meglio, una sgangherata combriccola di dèmoni chiamata «Malebranche» per via delle mani artigliate e degli uncini di ferro con cui «abbrancano» i peccatori.
Neri come la pece, stupidi, sozzi, volgari, alati come pipistrelli e armati di bastoni uncinati con i quali rimescolano in continuazione i barattieri «attuffati» nella pece bollente della V Bolgia, costoro vengono paragonati dal poeta agli sguatteri che per conto dei cuochi intingono la carne nella pentola con le posate uncinate.
Casinisti quanto basta per buttare la tragedia in farsa, disperdendo nei vapori infernali la meritata aura di solennità che circonda la Commedia, beatificandola, i «neri cherubuini» litigano spesso fra di loro e minacciano a squarciagola i dannati che fuoriescono dalla pece, nonostante il rischio di essere «abbrancati» come loro «abbrancavano» ricche prebende e favori personali. “Coverto convien che qui balli, / sì che, se puoi, nascosamente accaffi.” (Inferno, canto XXI, 53-54).

Difficile trattenere il sorriso davanti a una siffatta banda di «borgatari» infernali. Ma probabilmente l’effetto è voluto poiché l’introduzione di una pausa di distensione in qualsiasi trama a tinte fosche valorizza il chiaroscuro narrativo. Dopotutto riso e paura sono come i ladri di Pisa che alla luce del giorno (in apparenza) fingono di litigare ma di notte (sotto sotto) vanno a rubare insieme. Dove c’è uno, l’altro non può mancare.
Molti individui che prendono la vita troppo sul serio dovrebbero considerare questo fatto. Invischiati nelle loro paturnie personali come i barattieri nella pece bollente, nemmeno si accorgono della comicità insita in buona parte delle loro elucubrazioni. Soffrono più del necessario distogliendo così l’attenzione dai piccoli siparietti esilaranti che costellano il grigiore quotidiano. Persino in un momentaccio come l’Età Oscura!
Tuttavia è insensato arrovellarsi sul peggio che c’è, o su quello che ancora deve venire, e magari non arriverà mai, quando si può battere sul tempo l’ironia che le prossime generazioni scateneranno sui paradossi della nostra epoca. Sarebbe più saggio cercare di scoprire l’«umanità dell’umano» (Helmuth Plessner), cioè il riso e il sorriso come forme di liberazione e di elevazione.
Una risata vi seppellirà, recitava un popolare slogan situazionista del secolo scorso. Persino nell’imbuto infernale ciò che sembra eterno e opprimente può diventare una cosa da sbeffeggiare e ridicolizzare (come il vestito nuovo dell’imperatore) perché intanto niente e nessuno scappa dal Grande Ripristino, quello vero, ciò dal Giudizio Universale che porrà fine ad ogni cosa.

 

Finora abbiamo conosciuto il Dante iniziato, il filosofo, il paladino della fede, l’appassionato politico, l’anima sensibile e romantica. Non poteva mancare il maestro del grottesco in quanto le lacrime sono innate nell’uomo quanto il riso, trattandosi di due caratteri costitutivi della nostra natura sui quali le culture si sono sbizzarrite a ricamare le loro semiotiche diverse. Senza tuttavia annullare i significati antropologici primari.
L’uomo che sa piangere è capace anche di ridere, cioè di manifestare stati violenti, convulsi, spasmodici, di rottura e scuotimento. A seconda delle circostanze si può piangere dal ridere o viceversa, ma ugualmente la molla che induce ad agire si colloca nel Regno della Violenza. Ed è appunto in una delle sue province, l’Inferno, che va in scena questa commedia dell’assurdo in tre atti, ovvero in tre canti, dal XXI al XXIII, che ha come protagonisti i Malebranche, incaricati per l’occasione di sciogliere le tensioni accumulate durante la prima parte del viaggio nell’Oltretomba, ristabilendo l’equilibrio umorale del lettore.
Dopo il primo raccapricciante «attuffamento» Virgilio invita Dante a nascondersi dietro una sporgenza rocciosa mentre lui oltrepasserà il ponte per andare a trattare con i diavoli, che lo aspettano al varco. Ostentando una sicurezza di fatto inesistente intima loro di farsi da parte, intanto quel viaggio dipende dal volere divino e non può essere fermato, esortandoli a nominare un rappresentante che conduca la trattativa. La risposta è immediata: “Tutti gridaron: «Vada Malacoda!»; / per ch’un si mosse – e li altri stetter fermi -, / e venne a lui dicendo: «Che li approda?” (Inferno, canto XXI, 76-78).

 

Antesignano di quella (dis)informazione che nessuno meglio di noi conosce Malacoda avanza di un passo, staccandosi dal gruppo. Non ha idea di cosa voglia Virgilio, ma sa già che si prenderà gioco di lui. L’episodio ricorda una scena analoga del Canto IX, davanti alle mura roventi della città di Dite, con la differenza che qui la situazione non presenta aspetti positivi: mancano l’atmosfera magica e irreale, l’attesa fiduciosa del messo celeste che vincerà le resistenze dei diavoli, la speranza di uscire vivi dall’inghippo inatteso. Buio pesto su tutta la linea.
Diversa è anche la tipologia dei dèmoni che popolano l’ottavo cerchio. Non più esseri diabolici dotati di un intelligente sguardo di fuoco bensì dei maldestri furbacchioni in sintonia con una tela narrativa trapunta di subdoli inganni. Il loro capo, Malacoda, usa come può l’arma del linguaggio per confondere le idee del Maestro, al quale fornisce un’informazione esatta e una sbagliata, così che la verità non venga a galla.
Serio e compunto Virgilio tratta invece il dèmone come se fosse un informatore affidabile, infischiandosene delle perplessità del discepolo. Dante non ce ne voglia, ma la nostra immaginazione malata di cinematografia corre subito alla spassosa scenetta in cui Totò e Peppino scambiano un vigile urbano in servizio presso il Duomo di Milano per un generale austriaco.

 

Molto si è discusso sul valore allegorico di questo teatrino e sull’apparente ingenuità di Virgilio, che rassicurato dai diavoli chiama Dante affinché esca dal nascondiglio e si avvicini. Timidamente quello avanza circondato dai «neri cherubini» con Scarmiglione, prontamente richiamato all’ordine da Malacoda, che tenta di ghermirlo. “I’ m’accostai con tutta la persona / lungo ’l mio duca, e non torceva li occhi / da la sembianza lor ch’era non buona. / Ei chinavan li raffi e «Vuo’ che ’l tocchi», / diceva l’un con l’altro, «in sul groppone?». / E rispondien: «Sì, fa che gliel’accocchi!» / Ma quel demonio che tenea sermone / col duca mio, [Malacoda, il capo] si volse tutto presto, / e disse: «Posa, posa, Scarmiglione!»” (Inferno, canto XXI, 97-105).
A scanso di equivoci il fuoriuscito va a stringersi alla veste del Maestro come un qualsiasi bambino che s’incolla alle gonne della mamma. Intanto il dèmone spiega a Virgilio che il ponte tra la bolgia dei barattieri e la successiva è crollato (cosa realmente avvenuta con il terremoto provocato dalla morte di Cristo), lasciandogli però intendere che più avanti, lungo l’argine, ve ne sia un altro intatto.
In realtà tutti i ponti sono franati, ma siccome Malacoda ha in mente di attirare in un’imboscata i pellegrini, che sogna di «abbrancare» e «attuffare» nella pece bollente, dà forza alle false indicazioni con un gesto di magnanimità: i due avranno una scorta di diavoli (per l’esattezza dieci, l’unità che porta il nove alla perfezione) per raggiungere l’altro scheggio in sicurezza.
In totale i diavoli inclusi nel canto sono dodici (il numero della «buona armonia cosmica» introdotto dagli Ari) e tutti portano un soprannome che li qualifica: Malacoda, Scarmiglione, Alichino, Calcabrina, Cagnazzo, Barbariccia, Libicocco, Draghignazzo, Ciriatto, Graffiacane, Farfarello, Rubicante. Inutile dire che nel corso del tempo ogni studioso ha dato a tale scelta la sua spiegazione, ma forse, chissà, al di là di qualsivoglia elaborata congettura Dante ha affibbiato un soprannome a questi pessimi soggetti per togliersi lo sfizio di … schiavizzare gli schiavisti.

 

Mentre il nome e il cognome sono discorsivi, avendo sempre molte storie da raccontare, il soprannome è un’etichetta appiccicata dall’esterno senza il consenso dell’interessato, che ne risulta così condizionato. Dunque l’autore potrebbe aver «marchiato» per punizione i barattieri e i Malebranche con la loro arma prediletta: la parola.
Nell’Ottocento il filosofo Henri Bergson ha paragonato la satira e il dileggio a un «castigo correttivo» inflitto da un gruppo sociale a un altro gruppo, o individuo, a scopo punitivo e/o educativo. Gratta gratta, osserva Bergson, nel riso satirico c’è sempre l’inconfessabile desiderio di umiliare l’avversario in quanto l’aggressività e la volontà di ristabilire l’ordine compromesso sono fenomeni gemelli (Il Riso: Saggio sul significato del comico, 2020).
Ci sta, dunque, che il valore della correttezza spinga Dante a punzecchiare i disonesti di questa bolgia con dei nomignoli ridicoli al fine di infliggere loro un castigo nel castigo. Nel Trecento la baratteria era un delitto strettamente connesso con le cariche comunali, tra i cui scranni abbondavano gli individui inclini all’«illecito commercio delle cose pubbliche». Da allora molta acqua è passata sotto i ponti ma nulla è cambiato sul fronte dell’eterno conflitto tra i cittadini onesti e i burocrati, o «colletti bianchi», che approfittando delle briciole di potere connesse al loro ufficio arraffano quattrini, ottengono favori personali e tiranneggiano il prossimo.
In apparenza chi abusa di un incarico pubblico tiene il coltello dalla parte del manico, ma non è vietato divertirsi alle sue spalle con sfottò e soprannomi ridicoli. Trattandolo a pesci in faccia gli faremmo un favore, girandola però sul comico, sull’esempio di Dante, innanzitutto rimuoviamo la causa del risentimento e di conseguenza troviamo cose più interessanti a cui pensare.

 

Gli ordini di Malacoda ai sottoposti sono chiari: accompagnare i pellegrini incolumi sino al passaggio che li condurrà alla bolgia successiva, ma senza smettere di vigilare sui dannati che tentano di uscire dalla pece per alleggerire la propria pena. Dante percepisce chiaramente le intenzioni del dèmone, simbolo della malizia propria della bolgia e dei trucchi dell’intero cerchio, ma non ha scelta.
Incolonnato nella bislacca processione scruta con sospetto le occhiatacce che i Malebranche si scambiano tra un digrignare di denti e un’imprecazione rivolta ai penitenti. Fa capire a Virgilio che preferirebbe proseguire alla cieca anziché insieme a loro, ma quello lo tranquillizza: la ferocia stampata sui volti dei diavoli non li riguarda, essendo destinata ai barattieri immersi nella pece, quindi non è il caso di preoccuparsi.
Mah! … a scanso di equivoci il Fiorentino non perde di vista la decuria demoniaca. Ha persino imparato a riconoscere i suoi componenti, essendo stato attento quando Malacoda li aveva chiamati uno per uno. “I’ sapea già di tutti quanti ’l nome, / sì li notai quando fuorono eletti, / e poi ch’e’ si chiamaro, attesi come” (Inferno, canto XXII, 37-39).
La «commedia degli inganni» continua nel Canto XXII, quando in fila indiana Dante considera che la vita è davvero strana, un paradosso dall’inizio alla fine. Un po’ si piange e un po’ si ride, ma sempre sapendo che i margini di manovra sono risicati: in chiesa bisogna stare con i santi e in taverna con gli ubriaconi: “Noi andavam con li diece demoni. / Ahi fiera compagnia! ma ne la chiesa / coi santi, e in taverna coi ghiottoni” (Inferno, canto XXII, 13-15).

 

Camminando lungo l’argine della fossa di pece ribollente il poeta pensa ai casi suoi finché la disobbedienza di un dannato meno lesto degli altri a reimmergersi, tale Ciampòlo di Navarra, attira gli strali infuocati dei custodi infernali. Parte il tifo dello squadrone per chi si aggiudicherà il premio di arpionarlo: “O Rubicante, fa che tu li metti / li unghioni a dosso, sì che tu lo scuoi!”, ma Barbariccia pretende di essere lui ad infilzarlo per primo.
Scoppia una rissa, prontamente sfruttata dallo scaltro barattiere per lanciare una proposta: se non lo sevizieranno, lui farà in modo di richiamare in superficie altre povere anime da torturare. Non tutti i diavoli sono d’accordo, salgono i toni della discussione e si finisce in una lite furibonda.
Il trambusto dà modo al dannato di dileguarsi nella pece, sfuggendo così alle grinfie dei suoi aguzzini. Nel tentativo di ripescarlo Alichino e Calcabrina cadono a loro volta nel catrame bollente, impiastrandosi tutte le ali. Vedendoli in difficoltà Barbariccia impreca, ordinando alla nera marmaglia di aiutare quei due deficienti a ripulirsi, in modo che la spedizione possa continuare.
La narrazione non trascura le caratteristiche animalesche dei diavoli, espresse attraverso un abile intreccio di parole e nomi di animali: il delfino, la rana, la lontra, il cinghiale, il topo, le gatte malvagie, l’anitra, il falcone, lo sparviero adulto. Chiaramente l’autore non vuole solo divertire il lettore, cerca anche di spingerlo a scavare nelle più celate profondità dell’essere.

 

Se si stesse parlando di un contemporaneo anziché di un uomo medioevale, sarebbe facile giudicare il desiderio dell’autore di buttarla sul ridere alla stessa stregua della volontà di uccidere il proprio angelo interiore. L’immagine non è mia ma della ricercatrice Debra Anne Davis, che nel 2004 pubblicò sulla Harvard Review un curioso articolo dal titolo “Combattere il diavolo uccidendo l’angelo”. Nello specifico il «diavolo» sarebbe l’agente esterno che colpisce a tradimento mentre l’«angelo» raffigurerebbe la correttezza di fondo della vittima, troppo buona per reagire.
Quando il gioco si fa duro e la propria sopravvivenza è in pericolo, l’assassinio della parte luminosa di sé non è un reato ma si configura come legittima difesa. Succede anche al più retto, al più ligio, al più fedele e rispettoso delle regole di trovarsi a dover sopprimere l’«angelo». L’offesa scivola così in una dimensione burlesca che in parte la riscatta, generando distensione.
Sapendo dunque che il Dante storico nel 1302 fu accusato di baratteria dai Guelfi Neri, si può avanzare l’ipotesi che egli abbia occasionalmente soppresso il suo «angelo interiore» (la sua proverbiale correttezza) per colpire con una stilettata gli accusatori, ai quali manda a dire con cortesia e fermezza che le loro istanze non meritano neppure di essere prese in considerazione. Sarà anche un aspetto un po’ perverso del poliedrico carattere umano, ma mica è colpa nostra se (come diceva Baudelaire) «il riso è satanico».

 

La saggezza popolare se la cava con uno sbrigativo «chi la fa, l’aspetti». Come da copione, infatti, il canto finisce con il malizioso Malacoda vinto dalla stupidità disarmante della diabolica decina da lui stesso assemblata, la quale prima cade nella trappola del navarrese e poi si fa fregare dai pellegrini, che approfittando dei continui bisticci tagliano la corda allontanandosi rapidamente dal «bogliente stagno».
Scontato è l’infruttuoso inseguimento che sconfinerà nella sesta bolgia infernale, ovvero fuori dalla giurisdizione dei Malebranche, che saranno costretti a ritirarsi con la coda fra le gambe. “Già non compié di tal consiglio rendere, / ch’io li vidi venir con l’ali tese / non molto lungi, per volerne prendere” (Inferno, canto XXIII, 34-36).
L’ultima scena ritrae Dante e Virgilio di nuovo soli sull’argine mentre camminano come una qualsiasi coppia di frati minori. Si preannuncia l’incontro con gli ipocriti della VI bolgia, dove abbondano i monaci, rinomati nel Medioevo per la loro ipocrisia a fini politici. Proprio uno di loro, Catalano de’ Malavolti, spiegherà a Virgilio che le indicazioni dategli da Malacoda erano false, ironizzando sulla sua ingenuità.
E’ incredibile la leggerezza con cui in taluni momenti della vita si arriva al punto di dare fiducia a un diavolo. Ma purtroppo la fregatura è sempre dietro l’angolo, e la reazione stizzita del Maestro lo conferma. Termina qui la pausa teatrale; visto però che siamo in vena di citazioni mi sia consentito concludere la ricostruzione di questi canti con una frase di Tiziano Terzani: quando si ha un kalashnikov puntato addosso, o, peggio ancora, si sta attraversando l’Inferno, una bella risata è l’arma più efficace per rispondere.

 

(il viaggio continua)

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Categorie: Età oscura

Pubblicato da Rita Remagnino il 1 Novembre 2022

Rita Remagnino

Scrittrice e saggista, Rita Remagnino ha conseguito a Milano la laurea in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali per poi proseguire gli studi in ambito storico e tradizionale. Ha fondato varie associazioni culturali, presieduto giurie di concorsi letterari, organizzato eventi, scritto su periodici, blog e cataloghi d’arte contemporanea. Ha curato la pubblicazione di antologie poetiche tra cui “Velari” (ed. Con-Tatto), “Rane”, “Meridiana”, “L’uomo il pesce e l’elefante” (ed. Quaderni di Correnti). È stata fondatrice e redattrice della rivista “Correnti”. Ha pubblicato la raccolta di fiabe e leggende “Avventure impossibili di spiriti e spiritelli della natura” e il testo multimediale “Circolazione” (ed. Quaderni di Correnti), la graphic novel “Visionaria” (eBook version), il saggio “Cronache della Peste Nera” (ed. Caffè Filosofico Crema), lo studio “Un laboratorio per la città” (ed. CremAscolta), la raccolta di haiku “Il taccuino del viandante” (tiratura numerata indipendente), il romanzo “Il viaggio di Emma” (ed. Sefer Books). Su Instagram è presente con una rubrica dedicata alla scrittura.

Commenti

  1. Kami

    Ciao Rita,
    Che dire..questo mini saggio sembra scritto per me in questo preciso momento. Penso che uno dei grandi vantaggi di chi ha deciso di percorrere il sentiero di Dante rispetto a chi si trova sempre (per sua scelta) negli insondabili abissi terribili dell’inferno, sia proprio il fatto che, per conoscere la vera Luce, si debba prima aver conosciuto la vera Oscurità, il Nulla che non è Oblio, bensì massima distanza dall’Essere. Compreso ciò, si comprende anche che nessun diavolo o demone può farci davvero del male, semmai può farci dei dispettucci, delle marachelle, questo perchè, ti cito, “quando il gioco si fa duro e la propria sopravvivenza è in pericolo, l’assassinio della parte luminosa di sé non è un reato ma si configura come legittima difesa”. Ironicamente, solo un vero Angelo può fare del vero Male e qui la letteratura abbonda. Se superiamo le sovrastrutture morali che ci portiamo appresso, non possiamo sbagliare.
    Ti leggo sempre con grande interesse e, ovviamente, rinnovo i miei complimenti per la dedizione con cui ci guidi in questo Viaggio, grazie al tuo inimitabile senso dell’umorismo e alle tue capacità analitiche fuori dal comune.
    Buona giornata!
    Kami

  2. Rita Remagnino

    Ciao Kami, è un piacere ritrovarti.

    In effetti dall’inizio alla fine l’Angelo e il Diavolo convivono dentro di noi da separati in casa. Ora tocca zittire l’uno, ora l’altro. E’ la vita. Quanto al viaggio, ti confesso che l’ho intrapreso a cuor leggero, come spesso si fa affrontando un itinerario troppo complicato per fare previsioni, salvo accorgermi strada facendo che il genio di Dante non mi aveva ancora detto tutto e io ero curiosa di sapere il resto.

    Pensavo di fermarmi all’Inferno, senza andare oltre, ma adesso che l’incontro con Lucifero si avvicina sono fatalmente attratta dalla salita di purificazione e di liberazione che si prospetta in Purgatorio, forse il più “eretico” dei tre regni. L’inverno sarà il mio sherpa.

    Un abbraccio.

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