L’ eredità degli antenati, novantaquattresima parte – Fabio Calabrese

L’ eredità degli antenati, novantaquattresima parte – Fabio Calabrese

Io avrei l’ambizione che L’eredità degli antenati continui a essere, come è stata finora una presenza, una serie di articoli, se vogliamo una rubrica, regolare sulle pagine di “Ereticamente”, con una cadenza più o meno bisettimanale, ma da questa estate ho potuto notare una rarefazione degli articoli concernenti l’argomento che ci interessa, ossia la nostra eredità ancestrale europea, sui siti che si occupano di archeologia.

Il problema non si è presentato con immediatezza perché c’era da smaltire un considerevole arretrato, circa quattro mesi, ma prima o dopo i nodi arrivano al pettine.

Vi faccio notare, ad esempio che la novantaduesima parte ha coperto un arco temporale di circa tre mesi, da giugno ad agosto, dato che il mese di luglio non ha fatto registrare letteralmente nulla. Colpa delle vacanze estive? Mah…

Come avete avuto modo di vedere, ho adottato delle soluzioni tampone consistenti in un “ripasso dei fondamentali”. Per quanto riguarda la novantunesima parte, un riepilogo degli articoli concernenti in vario modo la nostra eredità ancestrale, apparsi a vario titolo su “Ereticamente” e non inclusi in L’eredità degli antenati o nella serie di articoli che l’ha preceduta, Una Ahnenerbe casalinga. Fra questi, ho messo in evidenza quelli dedicati al fenomeno preistorico del megalitismo, che a mio parere è la dimostrazione più lampante della remota antichità della civiltà europea, che non avevo incluso in L’eredità degli antenati perché si tratta dei testi delle conferenze da me tenute al festival celtico triestino Triskell.

Nella novantatreesima parte, ho compiuto una ricognizione dei testi messi dal nostro amico Michele Ruzzai sulle pagine del gruppo facebook “MANvantara”, e avete avuto modo di vedere che al riguardo non mancano le cose degne d’interesse, a parte gli articoli che sono comparsi anche su “Ereticamente”, a cui non ho fatto riferimento per non creare doppioni, perché, diciamolo, i testi del nostro amico compaiono con una scarsità di frequenza che è pari solo alla loro competenza e meticolosità.

Tuttavia, voi capite che si tratta di soluzioni tampone alle quali non è possibile ricorrere troppo spesso.

Nel momento in cui sto scrivendo, siamo nella terza decade di agosto, e la latitanza di nuove informazioni circa la nostra eredità europea. In compenso, Si sono potuti notare un articolo su “Ancient Origins”, uno su “The Archaeology News Network”, e una trasmissione su quello che è forse l’unico canale televisivo intelligente, “Focus” (canale 35) dedicate a Cahokia. Di che si tratta?

La cosa singolare è che non si tratta affatto di una scoperta recente che giustificherebbe tutto questo interesse.

Il sito di Cahokia vicino a Collinsville nell’Illinois, è noto fin dagli anni ’50 del XX secolo, fu dichiarato National Historic Landmark nel 1964, e dal 1982 è stato incluso fra i siti patrimonio dell’umanità tutelati dall’UNESCO. E’ vero che scavi e ricerche archeologiche nella zona non si sono mai interrotti. La zona di Cahokia è caratterizzata da grandi piazze e numerosi mounds (colline artificiali), si sarebbe trattato di una vera e propria città dei nativi americani che, al momento del suo massimo sviluppo, nel XII secolo, si sarebbe estesa su un’area di 200.000 metri quadrati e sarebbe arrivata a ospitare, secondo alcune stime, fino a 40.000 persone.

In altre parole, noi troviamo nell’America settentrionale le tracce di una cultura amerindia non meno evoluta e complessa di quelle che troviamo in meso e sud America.

Vi confesso che se fossi statunitense, proverei un grave imbarazzo a occuparmi di archeologia, è infatti tristemente evidente che gli antenati degli yankee per fare spazio alla loro pseudo-nazione non hanno solo sterminato i nativi americani, compiendo di fatto uno dei più orrendi e sistematici genocidi della storia (milioni di persone, ma non si è mai riusciti ad avere una quantificazione esatta o almeno attendibile), ma hanno anche distrutto una cultura di notevole valore. La “conquista del west” è stato uno scontro impari in cui la gente civile disponeva solo di archi e frecce e qualche vecchio fucile, mentre i barbari avevano i winchester, il telegrafo, la ferrovia.

C’è quella che è stata chiamata la “leggenda nera”, secondo la quale i conquistadores spagnoli avrebbero sterminato le popolazioni amerindie, ma si tratta appunto di una leggenda o di un’esagerazione che faceva parte dell’armamentario ideologico di calunnie diffuse dai protestanti contro la metà cattolica dell’Europa. I conquistadores non sono stati certo teneri con i nativi, ma la riprova definitiva della sua falsità è data dal fatto che in meso e sud America le popolazioni amerindie esistono ancora oggi, laddove nell’America del nord i nativi sono stati di fatto portati all’estinzione dai protestanti anglosassoni.

In questo periodo di tardo agosto, un risveglio d’interesse per il passato europeo sembra manifestarlo “Ancient Origins”, che comincia con il darci una notizia piuttosto sorprendente: in Germania, in una necropoli altomedioevale è stata rinvenuta una sepoltura neolitica. La scoperta è avvenuta nel distretto di Geisingen-Gutmadingen presso Tuttlingen, nel sud-ovest della Germania. Gli archeologi stavano esplorando un sepolcreto altomedioevale, dove sono state rinvenute 140 tombe nella quali sono stati rinvenuti anche spade e gioielli, quando si sono imbattuti nella sepoltura preistorica vecchia di 5.000 anni da cui sono emerse lame di selce e ceramiche decorate. Essa sarebbe tipica della cultura della ceramica a corda e apparterrebbe al tardo neolitico o, per essere più precisi, alla transizione fra neolitico ed Età del Bronzo, infatti, in essa è stata rinvenuta anche una spada bronzea. L’articolo, del 23 agosto, è di Ashley Cowie.

È sempre Ashley Cowie a raccontarci in un articolo del 21 agosto, del ritrovamento a Langfonne, in Norvegia, di una freccia vichinga vecchia di 1300 anni, ma ritrovata nel ghiaccio in condizioni perfette. Lo scioglimento delle calotte glaciali e dei ghiacciai, è certamente una minaccia per l’equilibrio ecologico del nostro pianeta, ma almeno, a quanto pare, sta consentendo un numero notevole di scoperte archeologiche, da Oetzi in poi.

Non manca un excursus nella mitologia, infatti il 23 agosto Robbie Mitchell ha dedicato un articolo a una figura mitologica oggi poco conosciuta: Rea, madre degli dei e regina dei titani (questo è anche il titolo dell’articolo), sebbene, secondo la tradizione mitologica appartenesse alla stirpe dei titani, fu accolta a pieno titolo nel pantheon ellenico. In particolare Esiodo le attribuisce il ruolo di sposa (e sorella, ma fra le divinità elleniche l’incesto era cosa frequente) di Crono e madre di Zeus. Probabilmente, questa figura è l’ennesima incarnazione della Grande Madre neolitica.

Un altro articolo, questa volta del 22 agosto, di Jessica Nadeau, ci parla di un altro personaggio poco noto della mitologia, ma questa volta si tratta di mitologia norrena, riguardo alla quale le fonti sono più lacunose e spesso contraddittorie. Il personaggio in questione è Kvasir, e si tratta di una figura davvero singolare.

Secondo l’Edda in prosa, la storia di Kvasir viene raccontata da Bragi, dio della poesia per rispondere alla domanda su quale sia, appunto, l’origine della poesia. Come è noto, nel pantheon norreno compaiono due gruppi di divinità rivali, gli Aesir e i Vanir. In un momento di pacificazione fra i due gruppi, nell’intento di creare una pace più stabile, la dea Freya avrebbe generato magicamente un essere, Kvasir appunto, che univa le qualità delle due stirpi, nato improvvisamente adulto.

Kvasir però si annoiava in Asgard, e Odino gli concesse di visitare il mondo. Nel suo viaggio fece l’errore di accettare l’ospitalità di due nani che lo uccisero nel sonno, ne dissanguarono il corpo, e mescolando il suo sangue col miele, produssero “l’idromele della poesia”. Nel prosieguo della storia, oltre a recuperare l’idromele, gli dei avrebbero resuscitato Kvasir, noi comunque, attraverso questa leggenda possiamo vedere come la poesia fosse concepita dagli antichi vichinghi come il frutto di una sorta di ubriacatura o invasamento.

Di questi tempi, “The Archaeology News Network”, sito solitamente ricco di informazioni, sembra offrire molto poco. C’è un articolo su Cahokia, uno sulla spada preistorica rinvenuta in Germania (ma ora non sto a ripetermi), e praticamente niente altro per quanto riguarda l’archeologia, ultimamente sembra diventato piuttosto un sito di paleontologia. I dinosauri o creature più antiche, vissute decine di milioni di anni fa, possono interessare o meno, ma parlarne qui, mi sembra fuori luogo.

Però, forse qualcosa che vale la pena di nominare, c’è anche qui, in particolare un articolo di Melissa Shaw che ci parla di specie animali “forse” estinte. Apprendiamo che sono circa 500 le specie animali di cui attualmente si discute se siano estinte oppure ancora in vita.

L’articolo cita il caso di un uccellino canoro endemico del Borneo, il babbler dalle sopracciglia nere, che è stato ritenuto estinto per 172 anni, finché nel 2020 non ne sono stati ritrovati degli esemplari vivi e vegeti.

Tutto ciò ci dovrebbe insegnare una cosa: l’uomo della strada ha spesso l’idea che la scienza sia una precisa classificazione, analisi e spiegazione di fatti, ma sappiamo che il più delle volte non è così, molto più spesso di quanto la gente comune si immagini, vi dominano l’incertezza, l’ipotesi, l’azzardo, e spesso le ubbie e le idiosincrasie dei ricercatori, con la possibilità sempre aperta, di prendere delle sonore cantonate.

“The Archaeology Magazine” si mantiene su una linea più propriamente archeologica, ma anche qui abbiamo soprattutto notizie che riguardano il Medio Oriente, l’Egitto, l’America precolombiana, si reclamizza addirittura un tour in Egitto sotto la guida dell’archeologo mediatico Zahi Hawass, ma, come vi ho ripetuto più volte, lungi da me voler incentivare lo strabismo mediorientale o l’egittomania, manie anche troppo diffuse.

Tuttavia, qualcosa che riguarda l’Europa c’è.

Abbiamo visto più sopra che lo scioglimento delle calotte glaciali e dei ghiacciai, lo scongelamento di quello che finora era il permafrost, cioè il terreno permanentemente coperto da ghiacci, è in sé un fenomeno negativo che mette gravemente a rischio gli equilibri ecologici e climatici del nostro pianeta, ma ha almeno il pregio di permettere scoperte archeologiche inaspettate, riportando alla luce tracce del nostro passato che finora erano rimaste sepolte nel ghiaccio.

Qualcosa di simile potremmo dirlo anche riguardo alla siccità che questa estate ha colpito non solo l’Italia ma il nostro intero continente. Anche in questo caso, l’abbassamento del livello dell’acqua dei laghi e dei fiumi ha fatto riemergere testimonianze del nostro passato che forse non ci saremmo aspettati.

È quanto è accaduto, ad esempio in Spagna, dove la secca del fiume Guadiana ha fatto riemergere un esteso e finora sconosciuto complesso megalitico, “The Archaeology Magazine” lo riporta citando come fonte il “Guardian”:

Un complesso megalitico di oltre 500 pietre erette è stato scoperto durante un’indagine a La Torre-La Janera, che si trova vicino al fiume Guadiana nel sud della Spagna. I monumenti includono 26 allineamenti di pietre erette e due cerchi di pietre costruiti sulle cime delle colline con vista sull’alba durante i solstizi d’estate e d’inverno e gli equinozi di primavera e autunno. “Questa è la più grande e diversificata collezione di pietre erette raggruppate insieme nella penisola iberica”, ha detto José Antonio Linares dell’Università di Huelva. Linares e i suoi colleghi stimano che le pietre siano state erette nella seconda metà del sesto o quinto millennio a. C.”.

Non ho parlato stavolta di archeologia italiana, però sappiamo che i nostri archeologi continuano con pazienza il loro lavoro, spesso non adeguatamente riconosciuto. L’ultima notizia in proposito è quella del ritrovamento del rostro di una nave da guerra romana avvenuto al largo delle isole Egadi, e probabilmente risalente all’epoca della prima guerra punica. Sapete qual’è la fonte da cui desumo questa informazione? “Trieste Cafe”, una radio locale triestina. Possibile che le notizie riguardanti l’eredità dei nostri antenati debbano accontentarsi di una diffusione così catacombale?

Beh, su questo punto devo un po’ ricredermi, perché la notizia è stata ripresa il 24 agosto anche da RAI news 24, peraltro con uno svarione incredibile, che data la prima guerra punica al III secolo dopo Cristo. Che dire, ignoranza di stato!

Fortunatamente, una cosa che fa eccezione è “L’arazzo del tempo”, questo sito che si avvale della collaborazione di Felice Vinci, l’autore di Omero nel Baltico, con un articolo del 18 agosto (firmato semplicemente “redazione” ci informa che quella che potrebbe essere la città più antica d’Europa (e del mondo) è stata rintracciata a Yunatsite in Bulgaria, a otto chilometri dall’insediamento moderno di Pazardzhik. Yunatsite, nota anche come il Tumulo Piatto, qui è stato scoperto che:

Il tumulo, un colle alto 12 m con un diametro di base di 110 m, è costituito da almeno 30 insediamenti costruiti e distrutti uno sopra l’altro, i cosiddetti orizzonti edilizi che testimoniano che il tumulo è stato abitato per più di 6.000 anni, in periodi diversi e da popolazioni diverse”.

C’è di che essere davvero sorpresi, considerando anche il fatto che non molto tempo prima proprio “L’arazzo del tempo” ci aveva annunciato la scoperta della città più antica d’Europa sempre nell’area balcanica, a Lepenski Vir, ora pare che Yunatsite che risale all’Età del Rame possa vantare un’antichità superiore. Quello che è certo, è che qui nei Balcani è avvenuto qualcosa di cruciale per lo sviluppo della civiltà umana, qualcosa che l’archeologia “ufficiale” con lo sguardo sempre puntato verso l’Egitto e la Mesopotamia, si ostina a ignorare. E non posso non fare mia la conclusione dell’articolo.

Sempre più prove confermano una tesi secondo cui non sono le terre dell’antica Mesopotamia la culla della nostra civiltà, ma… la penisola balcanica. Sono venute alla luce prove di una cultura poco conosciuta che precede quella egiziana e persino quella sumerica, focalizzando l’attenzione degli scienziati e ribaltando di 180 gradi le nostre idee sull’antichità.

 Su questo ultimo punto mi permetto però di essere scettico, la “scienza” non ha lo scopo di ricercare la verità, ma di consolidare posizioni di potere, anche culturali, e sicuramente una volta di più l’archeologia ufficiale farà finta di nulla.

Ho parlato più sopra di Felice Vinci, bene, continuiamo a parlarne. Questo ricercatore “fuori dagli schemi” ha infatti recentemente dato alle stampe due nuovi testi, Il meteorite iperboreo, scritto in collaborazione con Susy Blady e Karl Kello, e I segreti di Omero nel Baltico.

Riguardo al primo, possiamo dire che abbiamo visto più volte come eventi come la caduta di meteoriti abbiano influenzato la storia umana, L’ultimo caso che abbiamo visto, quello del meteorite Hiawatha, individuato sotto i ghiacci della Groenlandia, che con la diffusione di polveri nell’atmosfera sarebbe stato la causa del Dryas recente, una mini-era glaciale che avrebbe portato all’estinzione diverse culture umane. In questo caso invece l’impatto di un meteorite ferroso nell’isola estone di Saarema avrebbe avuto effetti positivi, portando alla scoperta del ferro. L’Età del Ferro sarebbe partita da lì, e da nord avrebbe man mano mutato la fisionomia dell’Europa e del mondo. I segreti di Omero nel Baltico, a distanza di dieci anni dall’ultima edizione aggiornata di Omero nel Baltico, riprende e amplia l’argomento alla luce delle nuove scoperte che si sono da allora succedute, e rendono sempre più credibile l’origine nordica non solo dei poemi omerici, ma della civiltà europea.

Io direi che mai come questa volta è avvertibile il contrasto tra l’archeologia ufficiale che dell’Europa sembra proprio disinteressarsi (salvo la fiammata d’interesse manifestata da “Ancient Origins” in un arco di tempo molto ristretto, il 22 e 23 agosto) e il lavoro di ricercatori indipendenti, come i redattori de “L’arazzo del tempo” e Felice Vinci, che sono di tutt’altro avviso. A mio parere, sono questi ultimi a renderci l’immagine reale della grande storia e civiltà che abbiamo alle spalle.

NOTA: Nell’illustrazione, tratta da “Ancient Origins”, una raffigurazione del mito di Kvasir.

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Categorie: Archeostoria

Pubblicato da Fabio Calabrese il 21 Novembre 2022

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

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