Guadagna bene chi guadagna ultimo – Rita Remagnino

Guadagna bene chi guadagna ultimo – Rita Remagnino

Prima di toccare il traguardo nell’Età Oscura l’accoppiata perdente «soldi-degrado» ha galoppato in varie epoche, compresa quella di Dante. Il poeta torna sull’argomento durante l’incontro con tre concittadini che vagano nudi come vermi e tutti spellati per il terzo girone del settimo cerchio dell’Inferno: purtroppo, dice, a Firenze non albergano più “cortesia e valor” come ai tempi della nobiltà feudale di ascendenza antico-romana, bensì la sete di denaro e l’avarizia della “gente nova” giunta dal contado e pervenuta di recente alle cariche politiche.
Premesso che comprendere realisticamente le ragioni di un processo storico in atto è complicato persino per un Dante Alighieri, bisogna riconoscere che la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochissimi paperoni non ha creato benessere collettivo ma semmai alimentato la faglia tra le classi sociali, accentuando i discrimini di ogni genere.
Motivo per cui il mantra del World Economic Forum “non avrai nulla e sarai felice” è una stupidaggine, come avremo modo di scoprire molto presto. Non ci vuole un indovino per prevedere che lo scontro attualmente in atto tra i due mondi (unipolare americanocentrico e multipolare allargato) si concluderà per i popoli europei con un inevitabile ritorno alla povertà.

 

Consoliamoci ricordando le numerose personalità del passato che hanno scelto deliberatamente una vita minimizzata pur avendo una reggia a disposizione. Al culmine del potere Stalin, per esempio, preferiva dormire su una branda anziché sotto un baldacchino e osservava la regola della semplicità in tutto il suo quotidiano. Un’altra autorità su scala imperiale, Mao Zedong, non toccava mai il denaro, che odiava fisicamente, perché il solo pensiero dei soldi gli provocava un dolore fisico.
Secondo i parametri di valutazione in uso i due soggetti citati hanno fatto del male, tuttavia la loro palese disaffezione verso l’aspetto materiale dell’esistenza rivela sotto le austere divise militari l’aspirazione ad elevare il proprio spirito. Per la stessa ragione nell’antichità si vietava ai re e ai sacerdoti di impegnarsi nel lavoro fisico, in taluni casi persino di entrare in contatto con gli oggetti materiali prima che questi venissero «sacralizzati».
Ciò nonostante è arcinota la propensione di numerosi capi civili e religiosi verso i “sùbiti guadagni”, segno evidente che la ricchezza per il genere umano è un chiodo fisso. Suona però come una beffa che l’incombenza di aprire gli occhi sulle contrindicazioni tocchi proprio a noi, cioè ai sognatori che hanno plasmato il mondo sul mito della crescita infinita.

 

Dante non fa sconti a nessuno e disapprova apertamente l’eccessivo attaccamento al danaro dei neo-borghesi arricchitisi grazie al commercio e all’usura, lo ripete anche nel successivo Canto XVII, e poi in altri passi del poema. Si rammarica solo per la triste sorte toccata ai tre concittadini di cui sopra, i quali, nel rispetto delle buone maniere della cavalleria medioevale, gli augurano di uscire vivo da quei luoghi oscuri e di tornare a rivedere le belle stelle. Se tutto filerà liscio alla fine del viaggio avrà la fortuna di poter dire “Io fui” (nell’Inferno) e magari, perché no, anche l’opportunità di parlare di loro alla gente di Firenze.
Il poeta incassa l’augurio e ringrazia. Si vede però costretto ad abbandonare quei tre nell’amarezza del peccato, volendo raggiungere i dolci frutti del Bene che Virgilio gli ha promesso. Dopo un breve cammino giunge così sul confine del cerchio dei violenti, dove il lettore viene coinvolto in uno strano rituale accompagnato dal fragore di una cascata di acqua torbida che scroscia giù dal pendio con un tale rumore da offendere l’udito.
Obbedendo a un cenno del Maestro, il discepolo consegna automaticamente la corda. Fino a quel momento l’aveva portata stretta ai fianchi covando la speranza di catturare la lussuriosa lonza dalla pelle maculata che voleva sbarrargli il passo all’inizio del viaggio, ma evidentemente le priorità sono cambiate e lui deve adeguarsi.
Virgilio scruta a lungo l’orizzonte a destra, prima di gettare la fune nel precipizio. Dante è sulle spine, pensa che ora qualcuno apparirà. La sua guida sembra leggergli nel pensiero e conferma: sì, sta per salire. Ma chi? L’attimo di sospensione consente al poeta di considerare che l’uomo dovrebbe sempre tacere, finché può, le verità talmente incredibili da sembrare menzogne.
Venendo a conoscenza di segreti indicibili, d’istinto si vorrebbe spiattellarli al mondo intero. Poi, però, subentra la ragione e tocca convenire con se stessi che l’enormità della rivelazione potrebbe nuocere gravemente alla propria reputazione, o addirittura costare la vita, per cui ci si ritira nel più assoluto riserbo. O, comunque, non si dice tutto.

 

Lasciando intuire il resto Dante si sofferma sull’aspetto esteriore di Gerione, il teriantropo che custodisce le Malebolge (la parola «bolgia» in volgare fiorentino significava «borsa»), dieci cerchi concentrici in cui sono puniti altrettanti peccati. L’essere demoniaco avanza fluttuando nel buio come un marinaio che torna a galla dopo un’immersione. Ha il volto ingannevole dell’uomo giusto, la coda velenosa dello scorpione, il corpo serpentiforme e multicolore (caratteristica tipicamente sciamanica). “La faccia sua era faccia d’uom giusto, / tanto benigna avea di fuor la pelle, / e d’un serpente tutto l’altro fusto; / due branche avea pilose insin l’ascelle; / lo dosso e ’l petto e ambedue le coste / dipinti avea di nodi e di rotelle. / Con più color, sommesse e sovraposte / non fer mai drappi Tartari né Turchi, / né fuor tai tele per Aragne imposte” (Inferno, canto XVII, 10-18).
Tanta poesia sarebbe sprecata per i Grandi Usurai 4.0, che essendo padroni anche della comunicazione saltano i preamboli per passare direttamente alle tecniche manipolatorie: 1) fanno trapelare a spizzichi e bocconi ciò che non si deve sapere mescolando notizie vere con notizie false; 2) se qualcuno scopre la verità lo screditano pubblicamente, in modo da renderlo non più credibile; 3) al culmine della polemica inseriscono la voce autorevole di un «esperto», uno qualsiasi, pagato per dimostrare la presunta falsità delle informazioni rivelate; 4) l’opinione pubblica va in confusione, crede che sia tutto falso, anche ciò che è vero, e il reale scopo della truffa rimane celato.
In piena Età Oscura sarebbe un miracolo venire a sapere qualcosa di autentico, difatti l’analfabeta digitale ignora quasi tutto. Non sa che i Grandi Usurai hanno reso inservibili, privatizzandoli, tutti gli organismi internazionali di garanzia (Onu, Oms, Fao, Banca Mondiale, Corti Supreme, eccetera), né si è accorto che durante il suo sonno il capitale speculativo è diventato capitale educativo, ha mercificato ogni cosa e adesso orienta tutte le dinamiche di classe, genere e razza.

 

In uno stato di perfetta incoscienza il cittadino globale del XXI secolo va a farsi un selfie davanti alla «bestia» posta a guardia del quartier generale delle Nazioni Unite (presentata al mondo come «guardiano per la pace e la sicurezza internazionale») senza neppure chiedersi il motivo per cui subito dopo l’installazione della statua si siano moltiplicati nel mondo i focolai di guerra.
Come la lonza di Dante il mostro newyorkese ha il corpo del giaguaro ed è sconcio, ma possiede in aggiunta la bocca del leone, le zampe dell’orso, la forza del drago, le ali dell’aquila. Qualcuno lo ha accostato a una profezia biblica (Apocalisse 13: 2-4), altri a un sogno profetico di Daniele in cui vi sono tre (3) teriantropi con le stesse caratteristiche che avanzano fluttuando (come Gerione) dopo essere uscite dal mare (Daniele 7,4-6). Finché appare un quarto mostro che sbrana e stritola con i suoi denti di ferro tutto ciò che incontra sulla propria strada. Il nuovo arrivato (?) ha dieci corna che vengono divelte da un corno più piccolo spuntato all’improvviso, è dotato di occhi umani e dalla sua orribile bocca escono parole blasfeme.
Combinazione alla comparsa della «bestia» posta a guardia del palazzo (non a caso di vetro) delle Nazioni Unite è seguita l’esposizione in Vaticano della statua di un condor, che nei Paesi latino-americani è considerato un simbolo di morte e resurrezione, trattandosi probabilmente della versione andina della Madre Avvoltoio lungamente venerata in Eurasia. Sul significato di queste inquietanti «presenze» si potrebbe dire di più, o di meno, come insegna Dante.

 

Personificazione della frode nonché figura di confine tra il mondo terreno e quello infernale, Gerione ha una triplicità di forme che si presta a varie interpretazioni, stimolando altrettante domande. E’ lo stesso personaggio che sta accanto a Persefone presso il trono di Plutone, l’invisibile dio della ricchezza, nella pittura etrusca della grotta dell’Orco a Tarquinia? Come fa ad influenzare il mondo esterno abitando nelle cavità del sottosuolo? Con quali arti e/o argomenti Virgilio riesce a «domare» Gerione mentre Dante visita da solo gli usurai? Tra i due viene stipulato un patto, confermato un accordo, condotto un negoziato?
L’intero Canto è racchiuso in un bozzolo di misteriosità. Una precauzione necessaria quando si entra nei corridoi delle subdole macchinazioni della frode, capaci di piegare anche i migliori. Vedi Virgilio, che non manca tuttavia di manifestare le sue perplessità verso gli imbrogli annodati dall’intelligenza (umana e/o diabolica) per ostacolare l’opera d’amore del Creatore. Sale in groppa a Gerione chiedendo di frapporsi fra Dante e la velenosa coda scorpionica: l’accordo c’è, sebbene non si sappia in cosa consista, ma le fregature non dormono mai.
Quanto a doppiogiochismo, comunque, gli attuali Signori della Frode non hanno niente da invidiare alla nefanda creatura descritta dal poeta. Anch’essi si dimostrano maestri nell’arte dell’inganno e le loro truffe si sono perfino moltiplicate da quando lo scientismo liberista ha innescato la miccia della rivoluzione industriale basandosi sulle istanze filosofiche di Hobbes, Locke e Smith. A corto di idee adesso vorrebbero tentare il colpaccio, ovvero ricreare la specie facendola diventare vuota e piatta, sterile e priva di profondità, perfettamente compatibile con il progetto postumano ma inservibile per tutto il resto. E poi? Non sanno che il gioco delle apparenze è un’arma a doppio taglio? Quante volte il demonio è già stato gabbato?

 

Sempre sull’onda delle suggestioni «marine» il mostro traghettatore con la schiena tatuata di nodi e rotelle (sotterfugi e maneggi) viene dipinto nell’atto di staccarsi dalla parete rocciosa simile a una nave che prende il largo. Naviga nell’aria muovendo la coda a mo’ di timone e rema con le zampe pelose. Essendosi abbassato lui stesso al compromesso ed avendo usufruito dell’imbroglio malizioso del dèmone, Virgilio incrocia le dita e incoraggia il discepolo: “sie forte e ardito. / Omai si scende per sì fatte scale” (Inferno, canto XVII, 81-82).
Planando sui cerchi estremi della frode Dante è atterrito, ma soprattutto disorientato dal comportamento discutibile del Maestro. Possibile che abbia «comprato» Gerione? Nonostante la sua saggezza ha dimenticato che non c’è scudo al mondo capace di proteggere dalla frode e dall’inganno? Tali considerazioni consentono al poeta di scagliare altre frecce avvelenate, stavolta però nel bersaglio ci sono i Papi, non più i contadini inurbati dediti al cambio e alla mercatura.
Nella III Bolgia i peccatori che hanno fatto un disdicevole «commercio di cose sacre» sono conficcati a testa in giù in buche circolari dalle quali emergono solo le gambe affinché le piante dei piedi siano tormentate da un’incessante pioggerellina di sottili fiammelle. Vi siete fabbricati un dio d’oro e d’argento, dice il poeta rivolto a Nicolò III, ciò che distingue la vostra casta dai pagani sta nel fatto che quelli adorano un dio solo mentre voi ne adorate cento. “Fatto v’avete Dio d’oro e d’argento; / e che altro è da voi a l’idolatre, / se non ch’elli uno, e voi ne orate cento?” (Inferno, canto XIX, 112-114).

 

La coraggiosa denuncia di Dante contro la corruzione dei Papi incontra la solidarietà di Virgilio e si ricollega a quella contro l’avarizia posta alla base di molti dei peccati puniti nelle Malebolge. Per il poeta l’avarizia e la frode sono indistinguibili, nonostante dedichi a quest’ultima la bellezza di tredici Canti (XVIII-XXX, in pratica un terzo dell’Inferno).
Dopotutto gli individui gretti e meschini dediti al riempimento delle proprie borse sono tutti uguali. Hanno avviato loro il processo di decadenza morale della società, facendo dilagare la superbia e fomentando la sfrenatezza. E’ sacrosanto che le animacce nere di costoro marciscano all’Inferno, ricordando ai vivi che guadagna bene chi guadagna ultimo.
Viene da chiedersi a questo punto se i Grandi Usurai dell’Età Oscura, incapaci di afferrare questo semplice concetto, siano davvero tanto intelligenti o se invece godano di una fama usurpata. Ma probabilmente il dèmone del danaro che li possiede è più forte della logica, del buon senso e di tutto il resto. Se non ne fossero schiavi vedrebbero da soli che le loro fumose teorie capitalistiche stanno scavando la fossa all’intera umanità.
Sarà peggio per tutti l’impoverimento collettivo, il collasso climatico, la sesta estinzione di massa, la plastificazione degli oceani, la desertificazione dei suoli, la guerra atomica. E poi, quando le merci saranno prodotte dai robot e gli individui camperanno con il reddito di base, o universale, chi comprerà i loro prodotti? In che modo gli Usurai 4.0 sperano di continuare a guadagnare? Quanto potrà durare il rapporto basato sul «tu obbedisci, io ti dò la paghetta»?
Partendo dal presupposto che nel sistema capitalista ciò che conta sono i fatti, cioè i soldi, non c’è dubbio che gli ultimi avvenimenti raccontino una realtà completamente diversa da quella che viene propagandata: al potere oggi non ci sono degli individui intelligentissimi e crudeli capaci di schiacciare il mondo con le loro azioni criminali bensì degli emeriti cretini succubi del Dio Danaro che hanno costruito una struttura talmente fragile da collassare dopo appena pochi decenni di attività con effetti devastanti. In una qualsiasi azienda, siffatti «dirigenti» verrebbero semplicemente licenziati.

 

Ovviamente nel Trecento nessuno poteva immaginare che un giorno i disturbi mentali di alcuni umani sarebbero degenerati fino al punto di far credere ai malati più gravi che il progetto di dio è sbagliato, perciò tocca a loro rifarlo. Più modestamente Dante ha davanti a sé dei «normali» avari e usurai (catalogati come violenti contro dio, natura ed arte) ai quali manifesta il suo disprezzo attraverso l’esposizione alla pioggia di fuoco. “Poi che nel viso a certi li occhi porsi, / ne’ quali ’l doloroso foco casca, / non ne conobbi alcun …” (Inferno, canto XVII, 52-54).
Si sofferma inoltre su un dettaglio: l’occhio avido di nutrimento di alcuni di loro è puntato sullo stemma nobiliare della famiglia impresso sopra la tasca (borsa) che portano appesa al collo. Questo tocco di colore, unico in tutto l’Inferno, fa pensare che gli usurai in questione siano stati in vita individui d’alto rango. L’equivalente, insomma, dei nababbi del XIX secolo chiamati «filantropi» (in segno di riverenza, il Bene) se sono angloamericani oppure «oligarchi» (in segno di disprezzo, il Male) se sono russi.
A voler ben guardare il passo è breve tra le casate nobiliari del Medioevo e le dinastie imparentate dei 26 ultramiliardari che possiedono oggi l’equivalente della ricchezza della metà più povera del pianeta. Gira e rigira i nomi sono ricorrenti, essendoci stata intorno al diciassettesimo secolo una «successione di fatto» tra i vecchi nobili decaduti e gli iper-attivi banchieri/mercanti di nuova generazione, in taluni casi discendenti da stirpi di sangue reale.
Tirando in ballo «la famiglia» Dante tradisce per l’ennesima volta la sua solida formazione culturale europea, ovvero indoeuropea. Il politico appartiene chiaramente al suo tempo, il Medioevo, ma l’uomo proviene da un mondo concettuale di gran lunga precedente in cui la famiglia era la base di tutto, anche della guerra, dove ogni persona esisteva in quanto «figlio/a di …» e la sua vita acquistava valore quando era il risultato di parecchie generazioni di un certo lignaggio. In sintesi: il passato fa il presente in attesa di diventare il futuro.

 

Ovviamente innestare di colpo la retromarcia dopo avere viaggiato per secoli all’insegna del guadagno significherebbe andare a sbattere. Non si può fare. Né sarebbe del tutto corretto ignorare la furbizia degli affaristi sempre in cerca di nuove ricchezze, senza il «viziaccio» dei quali l’ampliamento di certe conoscenze non ci sarebbe stato. I soldi servono, nessuno lo nega, ma diventano un problema qualora vengano separati dall’etica, dalla religione, dalla tradizione, dal pensiero e dal comune buon senso, cosa che purtroppo accade molto spesso.
Alla larga, dunque, dall’imbroglione di turno che oggi indossa gli abiti seducenti della Tecnoscienza, sempre pronta a «dimostrare» (a parole) l’indimostrabile. Cioè che povertà, malattia, guerra, carestia, vecchiaia e persino la morte non sarebbero il destino inevitabile del genere umano bensì il frutto di un’ignoranza superabile attraverso le «conoscenze scientifiche». Come se non si sapesse che la prima domanda di un investitore è “Questo progetto mi consentirà di aumentare la produzione e i profitti? Contribuirà alla mia crescita economica?”
Dal circolo vizioso si esce soltanto con il dubbio e l’incredulità che da tempo immemorabile muovono il carro dell’Homo Sapiens. Nel corso della nostra lunghissima esistenza abbiamo già ripudiato decine, o forse centinaia, di religioni e di idee, prima o poi respingeremo anche l’economia. Una «cosa» che in quanto tale non esiste, è finta, essendoci soltanto politiche che mettono in campo scelte capaci di avvantaggiare qualcuno e svantaggiare qualcun altro.
Ammettiamo pure che per un breve periodo le leggi economiche abbiano dato agli umani l’illusione di un benessere diffuso, mostrando come Gerione il volto ingannevole del «lato giusto» della Storia. Ma qualche tempo fa è spuntata da quel corpo multiforme la coda velenosa dello scorpione, non si può più fingere di non vedere la fregatura, né i subdoli mezzi della Bestia potranno ritardare all’infinito il rientro dell’uomo nel racconto cosmogonico. Per forza o per amore arriverà il giorno in cui gli umani rifiuteranno un piatto di lenticchie in cambio della propria natura, degli ecosistemi, del mare, dei fiumi, delle montagne, dei prati. Della realtà.

 

(il viaggio continua)

Se hai letto fino in fondo hai dimostrato interesse per questo contenuto.
Per piacere esprimi una tua reazione cliccando su una delle emoticon
Grazie!

Loading spinner
Print Friendly, PDF & Email
Categorie: Età oscura

Pubblicato da Rita Remagnino il 6 Ottobre 2022

Rita Remagnino

Scrittrice e saggista, Rita Remagnino ha conseguito a Milano la laurea in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali per poi proseguire gli studi in ambito storico e tradizionale. Ha fondato varie associazioni culturali, presieduto giurie di concorsi letterari, organizzato eventi, scritto su periodici, blog e cataloghi d’arte contemporanea. Ha curato la pubblicazione di antologie poetiche tra cui “Velari” (ed. Con-Tatto), “Rane”, “Meridiana”, “L’uomo il pesce e l’elefante” (ed. Quaderni di Correnti). È stata fondatrice e redattrice della rivista “Correnti”. Ha pubblicato la raccolta di fiabe e leggende “Avventure impossibili di spiriti e spiritelli della natura” e il testo multimediale “Circolazione” (ed. Quaderni di Correnti), la graphic novel “Visionaria” (eBook version), il saggio “Cronache della Peste Nera” (ed. Caffè Filosofico Crema), lo studio “Un laboratorio per la città” (ed. CremAscolta), la raccolta di haiku “Il taccuino del viandante” (tiratura numerata indipendente), il romanzo “Il viaggio di Emma” (ed. Sefer Books). Su Instagram è presente con una rubrica dedicata alla scrittura.

Lascia un commento

    Fai una donazione


  • le nostre origini

  • a dominique venner

  • post Popolari

  • Ultimi commenti
  • archivio ereticamente

    Tag

    Newsletter

    navigando