Alcune osservazioni su mitologia e spiritualità, seconda parte – Fabio Calabrese

Alcune osservazioni su mitologia e spiritualità, seconda parte – Fabio Calabrese

Sempre approfittando del fatto che questo periodo in cui abbiamo superato di poco la metà del 2022 sembra essere un po’ morto vediamo di proseguire il giro d’orizzonte iniziato nella prima parte di Alcune osservazioni su mitologia e spiritualità, aggiungendovi un riepilogo delle tematiche mitologiche che, sulle pagine di “Ereticamente”, ho affrontato nel corso degli anni.

Una tematica che ho affrontato ad esempio ne I miti di fondazione nell’antichità, pubblicato su “Ereticamente” l’11 ottobre 2021. Vediamo subito una cosa: che la fondazione, ad esempio, di una città, non è mai un atto esclusivamente politico, profano, ma ha sempre un significato sacrale. Perché è nel contempo, potremmo dire, la nascita di una nuova religione, perché una polis è nel contempo stato e Chiesa, una comunità di cittadini unita non solo da legami di sangue e dalla stessa appartenenza territoriale, ma anche dalla venerazione delle stesse divinità.

Un tema inquietante per noi moderni che si riconnette a quello della fondazione, è quello del fratricidio. Non c’è solo il mito, notissimo, di Romolo e Remo connesso alla fondazione della Città Eterna. Il tema del fratricidio o dell’odio mortale fra fratelli, ricorre in maniera insistente nelle leggende sulle origini di Roma. Prima ancora di Romolo e Remo, abbiamo il loro prozio Amulio che spodesta il loro nonno Numitore e fa incarcerare la loro madre Rea Silvia, e prima ancora la rivalità mortale fra i due figli di Enea, Ascanio e Silvio, avuto nel Lazio da Lavinia.

Se ci spostiamo in ambito greco, abbiamo la rivalità mortale tra i due figli di Pelope, Atreo e Tieste, e quella fra i figli di Edipo, Eteocle e Polinice, che culmina nella reciproca uccisione. Un’altra coppia di fratelli-nemici che culmina nel fratricidio la troviamo nel mito delle origini dell’antico Egitto, con l’uccisione di Osiride da parte del fratello Seth, e che dire del racconto biblico che pone alle origini stesse dell’umanità il fratricidio di Caino contro Abele? Chiaramente, se viene data una tale rilevanza a quello che, ordinariamente è uno degli atti più infami che un essere umano possa compiere, qui c’è un messaggio il cui significato ci sfugge.

Io ho avanzato un’ipotesi a questo riguardo. Non si tratta solo di evidenziare il fatto che i protagonisti di questi miti sono al di sopra dell’ordine morale esistente. La creazione di una nuova comunità e di un nuovo culto implica una rottura e un ridisegnamento dell’ordine esistente, un’immolazione e una rinascita. Dioniso-Orfeo nei culti misterici greci, nel mondo germanico Odino che si immola all’albero Yggdrasil, per non parlare della crocifissione di Cristo. Ora, se per un dio morire e rinascere è relativamente facile, per un uomo è un’impresa impossibile. Da qui, l’uccisione del fratello come immolazione sostitutiva.

Fermiamoci su Eteocle e Polinice, la loro vicenda è una parte del più ampio e complesso mito di Edipo, e ha come prosieguo quella di Antigone. Lo psicologo Eric Fromm nel suo popolare libro Avere o essere fa l’osservazione assolutamente corretta che Sigmund Freud, inventando il complesso di Edipo, e riducendo il mito di Edipo ai soli temi del parricidio e dell’incesto, ne ha dato una lettura fortemente riduttiva. Peccato che egli stesso, di questo mito, riguardo alla figura di Antigone, ne abbia dato una lettura altrettanto riduttiva e fuorviante.

Sull’intero mito di Edipo e sulla vicenda di Antigone, ci hanno illuminati le tragedie di Sofocle. Dei due fratelli che si sono reciprocamente uccisi, Eteocle era il legittimo re di Tebe, mentre Polinice che ha mosso guerra contro la città, è un traditore, il nuovo re, Creonte fratello di Giocasta e quindi loro zio, decreta che a Eteocle siano riservate esequie solenni, mentre il cadavere di Polinice sia lasciato insepolto. Contravvenendo a ciò, Antigone, sorella di entrambi, decide di seppellire il corpo di Polinice, e Creonte la fa duramente punire, rinchiudere in una grotta dove muore.

Fromm ha fatto di Antigone un personaggio “moderno”, espressione del contrasto fra morale e legge, di fatto quello oggi più popolare fra i protagonisti della tragedia greca, il simbolo della morale come scelta individuale, anche quando contrasta con le leggi.

Questa lettura attualizzante della figura di Antigone è in totale contrasto con ciò che sappiamo della mentalità greca. A questo riguardo, sarà bene ricordare le parole dette da Massimo Cacciari in quella sua “storica” intervista concessa a Maurizio Blondet:

«Ethos, o per i latini Mos, non è affatto ciò che noi oggi intendiamo per “etico” o “morale”. Ethos non indicava comportamenti soggettivi; indicava la “dimora”, l’abitare in cui ogni uomo si trova alla nascita, la radice a cui ogni uomo appartiene. In questo senso, un greco non era più o meno “etico” per sua scelta o volontà. Egli apparteneva ad un ethos. A una stirpe, a un linguaggio, a una polis. Che non era stato lui a scegliere».

Antigone agisce in base a un ethos più antico della polis, l’antica morale matriarcale che non ammette che a un defunto sia negato il ritorno alla madre terra, così come letteralmente calunniosa è l’interpretazione del ruolo di Creonte in cui Fromm vede “la figura tipica del tiranno”, mentre è l’uomo che applica rigorosamente le leggi, anche a dispetto del fatto che Antigone è sua nipote. (C’è un motivo per cui la giustizia “che non deve guardare in faccia nessuno” viene tradizionalmente raffigurata bendata). Ma il punto non è tanto questo, quanto piuttosto il fatto che se ci si riconosce il diritto di disapplicare gli ordinamenti della polis tutte le volte che non coincidono con la nostra personale idea di moralità, si introduce un principio anarcoide che alla lunga porta alla completa dissoluzione del vivere civile.

Paradossalmente, rifiutarsi di obbedire a ordini (che poi qualcuno terzo a posteriori, perché bisogna essere anche indovini, riterrà) ingiusti, diventa un obbligo. In un articolo di diversi anni fa, Antigone e il capitano, legavo per contrasto la vicenda di Antigone a quella del capitano Eric Priebke. Un semplice capitano non può aver avuto responsabilità enormi nelle atrocità della seconda guerra mondiale, ma la democrazia ha bisogno di spauracchi, di “mostri nazisti”, un tempo ce n’era grande abbondanza, ma poi è intervenuta la naturale falcidie dell’età, e Priebke ha avuto la ventura di superare il secolo, fra poco, faute de mieux, ricorreranno agli ex Hitlerjugend, è meglio che Josef Ratzinger sia attento!

Un articolo nel quale mi sono occupato di un importante tema mitologico, è apparso su “Ereticamente il 22 luglio 2019, e ha un titolo un po’ lunghetto: La figura dello psicopompo nella mitologia antica e i suoi influssi nell’età medioevale e moderna.

Nell’ambito di svariate mitologie, gli psicopompi erano le divinità che accompagnavano le anime dei defunti al loro destino ultimo. In quella germanica e in quella celtica, tale ruolo era affidato a Odino e a Lug, vale a dire le divinità principali dei rispettivi pantheon, mentre in quella classica era appannaggio di Ermes, cioè un dio relativamente minore. L’affidare questo compito a una divinità relativamente minore coincide forse con il desiderio di rimuovere questa consapevolezza, ed è forse questo che si cela dietro la tanto decantata solarità mediterranea.

Si tratta di un tema che percorre sotterraneamente la cultura europea fino ai nosti giorni. Secondo il critico Walter Jens, l’enigmatica figura incontrata da Gustav von Aschenbach in Morte a Venezia di Thomas Mann, altri non sarebbe che Hermes nel suo ruolo di psicopompo.

Un altro aspetto importante che è stato giocoforza evidenziare, è che con la cristianizzazione gli attributi di Odino e di Lug, a cominciare da quello di guida delle anime, passano a san Michele. L’angelo guerriero diventa in effetti per i germanici, la versione cristianizzata di Odino, e in questa forma lo ritroviamo nella basilica altomedioevale di Pavia, capitale del regno longobardo d’Italia, luogo d’incoronazione dei sovrani, e centro del potere regale e nello stesso tempo sacrale, dove non mancano i simboli odinici né il caduceo di Hermes.

Qui si apre un discorso complesso e delicato, perché il paganesimo è sopravvissuto in Europa ben più a lungo di quanto si penserebbe, sotto una vernice di superficiale cristianizzazione, e questo, la sincresi Odino-san Michele, ne è un esempio molto chiaro. Nel momento stesso in cui il cristianesimo ha riportato la vittoria definitiva sul paganesimo, è iniziata in Europa una secolarizzazione progressiva, lenta ma a quanto pare, irreversibile. E’ come se l’animo europeo non potesse accettare la dottrina del Discorso della Montagna allo stato puro.

La storia della mitologia non finisce con il tramonto dell’età classica e l’avvento del Medio Evo, anzi è proprio nell’età medioevale che vengono elaborati miti e simboli che conservano ancora oggi una sorprendente vitalità in un’epoca che pretenderebbe di essere rigorosamente razionalista, miti quali quello del Santo Graal, della Tavola Rotonda, della leggenda arturiana, il Ciclo Bretone, insomma.

Nel 2015 ho tenuto qui a Trieste nell’ambito del festival celtico Triskell una conferenza su Il mito del Graal e il mistero di re Artù, il cui testo ho poi riportato sulle pagine di “Ereticamente”, suddiviso, per ovvi motivi di lunghezza, in due articoli, pubblicati rispettivamente il 1 e il 6 luglio 2015.

Io ponevo il problema della reale consistenza storica del mito arturiano, essa ha, a quanto pare, almeno un elemento a suo favore. Sappiamo che nel V secolo l’espansione sassone in Britannia subì nella direzione occidentale un’interruzione di una settantina d’anni. E’ ragionevole pensare che qualcuno sia riuscito a organizzare la popolazione britannica in modo da opporre una lunga resistenza alla loro avanzata. Perché non dare a questo qualcuno il nome consacrato dalla tradizione, di Artù? Parallelamente, Merlino è forse da considerare l’erede di una tradizione druidica sopravvissuta alla romanizzazione e al cristianesimo.

Nello specifico, fra le varie ipotesi, che hanno ormai dato luogo a una letteratura amplissima, che sono state proposte per interpretare il mistero di re Artù, quella che mi sembra più plausibile, e che ho ampiamente citato, è quella presentata nel libro Alla scoperta del mistero di re Artù di Steve Blake e Scott Lloyd (Newton Compton 2005). Secondo questi due autori inglesi, il mito arturiano nascerebbe da quella che da un punto di vista strettamente storico, è una falsificazione.

Quando Geoffrey di Monmouth scrisse, o tradusse da un originale gaelico, l‘Historia regum Britanniae, che è il testo base su cui poi si è fondata tutta la traduzione arturiana, avrebbe compiuto una manipolazione, trasformando quella che in origine era una tradizione esclusivamente gallese in qualcosa che riguardava tutta l’Inghilterra, con un duplice scopo: quello di attribuire, ricollegandola ad Artù, una legittimità altrimenti molto dubbia, alla dinastia plantageneta, e soggiogare psicologicamente, usando le loro tradizioni, i riottosi sudditi gallesi.

Tuttavia, precisavo, Artù e Merlino non hanno bisogno di essere storicamente esistiti, essi infatti incarnano due archetipi forti in ciascuno di noi, quello del sovrano giusto ed equanime e quello dell’uomo saggio e potente che mette la sua conoscenza al servizio della comunità.

Sono poi tornato a occuparmi del Santo Graal in un articolo della serie Narrativa fantastica, una rilettura politica, precisamente la tredicesima parte. Qui, tra i vari filoni in cui è suddivisa oggi la letteratura fantastica, si può individuare un filone che chiamerei fanta-esoterico, nato in gran parte dall’imitazione di un libro che ha avuto un (a mio parere del tutto immeritato) successo planetario, Il codice Da Vinci di Dan Brown. Leggendo questo libro, si notano subito due cose: come opera letteraria è notevolmente inferiore, per esempio, al Pendolo di Foucault di Umberto Eco che lo ha preceduto, dedicandosi del pari alla tematica esoterica, e che è stato scritto strutturandolo in vista della trasposizione cinematografica, che infatti ha seguito a ruota la pubblicazione del libro, dando origine a un film, se possibile, ancora più brutto.

Ora non sarebbe nemmeno il caso di rievocare questa vicenda se essa non ci desse modo di approfondire il discorso sul Graal. Riguardo a esso, Dan Brown non ha brillato per originalità, ma ha seguito la vulgata del testo Il Santo Graal dei tre autori inglesi Michael Baigent, Richard Leigh ed Henry Lincoln (nell’edizione italiana, Fabbri 2005) in maniera tanto pedissequa che mentre la pellicola era in produzione, i tre hanno intentato a Brown una causa per plagio, che la produzione ha stornato tacitandoli con un grosso compenso.

Qui so di avere il conforto dell’opinione di un vero esperto della materia come il nostro Luca Valentini: esoterismo vorrebbe dire dottrina segreta da tramandare a pochi e scelti iniziati, ma se andate in una qualsiasi libreria, trovate scaffali interi di testi che si pretendono esoterici, è chiaro che non può trattarsi che di un esoterismo di bassa lega, a volte bassissima, e Il Santo Graal di Baigent, Leigh e Lincoln non fa eccezione.

Non si può separare il mito del Graal dal ciclo arturiano. Nell’idea del Sacro Calice si fondono due tradizioni, una cristiana e una pagana celtica. Dopo l’incesto con Morgana, Artù deve essere ri-consacrato per riacquistare la regalità. In un contesto di sincresi, come vi ho spiegato all’inizio, tra cristianesimo e paganesimo, l’ultima cosa che può destare meraviglia, è che vi possa essere stata una (con)fusione tra il calderone sacro che serviva alla consacrazione dei re celtici e il calice dell’eucaristia.

I tre inglesi fanno uno sforzo davvero ai limiti del ridicolo per emendare il mito del Graal da qualsiasi riferimento pagano-celtico, arrivando perfino a ipotizzare che Chretien de Troyes, i cui Romanzi del Graal rappresentano la versione più nota di questo mito, sia incorso in errori di traduzione. Perceval (Parsifal nella versione wagneriana), ad esempio, non sarebbe stato “Perceval le galois”, il gallese, ma “Perceval le valois”, il vallese, cioè lo svizzero. Non si sa se mettersi a ridere o a piangere.

A partire da ciò, ricostruiscono una storia del Graal la cui probabilità di essere vera tocca lo zero kelvin. Una dinastia franca, i Merovingi, sarebbero stati nientemeno che i discendenti di Cristo, e sarebbero loro il vero Graal (Saint Graal sarebbe una traslitterazione di Sang Real), il golpe carolingio di Pipino il Breve non li avrebbe eliminati, ma costretti a occultarsi, esisterebbero tuttora e guiderebbero dietro le quinte i destini del mondo.

René Guenon diceva che non è vero che quando gli uomini perdono il contatto con la tradizione, non credono in nulla. Al contrario, sono disposti a credere a tutto.

Non è che la fantasia mitopoietica sia scomparsa dal mondo moderno, ma si esercita in maniera deviata, degenere. Ne ho fatto qualche esempio nell’articolo La degenerazione del sacro nel mondo occidentale contemporaneo, pubblicato su “Ereticamente” in data 17 dicembre 2018.

Naturalmente, quello che può degenerare non è il sacro in sé, ma la percezione e il rapporto con esso che ne ha l’uomo occidentale contemporaneo.

L’esempio più lampante è probabilmente rappresentato da quelle che io chiamerei religioni paradossali, cioè religioni inventate per burla o per mettere in caricatura il concetto stesso di religione, e che nonostante la loro evidente incredibilità, hanno guadagnato un discreto numero di adepti, il culto pastafariano, ossia del Mostro Volante Fatto di Spaghetti e quello dell’Invisibile Unicorno Rosa.

Si può forse dubitare che siamo in pieno Kali Yuga?

NOTA: Nell’illustrazione, Antigone viene condannata da Creonte, quadro di Giuseppe Diotti.

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Categorie: Mitologia

Pubblicato da Fabio Calabrese il 29 Agosto 2022

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Michele Simola

    Il mito di fondazione è simbolo di regalità e divinità, ma anche e soprattutto di appartenenza e orgoglio.
    Il mito di fondazione con la sua narrazione ha funzione sacrale, gli dei e gli eroi servono come modelli da emulare, ma anche a conferire regalità e onorabilità ad una famiglia, una gens o una stirpe.
    La nascita di una città è considerata una separazione dalla natura selvaggia e spaventosa, non controllabile. Le mura di una città ai primordi più che per difesa, servivano a ricordare che tutto ciò che stava al di fuori era in balia degli elementi e delle fiere, in pratica la natura non dominabile.
    Il fratricidio, un crimine abietto è presente di pari sia nel mondo pagano che nel mondo giudaico-cristiano: la differenza consiste che nel fatto che Romolo trova legittimazione nel tabù violato dal fratello, che ha superato un limite sacro; di contro l’uccisione di Abele potrebbe trovare origine nell’odio che i popoli nomadi come gli ebrei nutrivano nei confronti dei popoli atanziali: i nomadi del deserto odiano il bello, odiano ciò che per essi è sconosciuto.
    Nelle prime città stato i miti di fondazione avevano anche una funzione politica e sociale: la rievocazione del mito era guidata da una figura sacerdotale e da figure che rivestivano un carattere politico o di magistratura esse erano legate indissolubilmente poiché con il rito celebravano antiche narrazioni o antichi eventi politici; fra i romani ma anche fra i celti e i greci, uomo e anima erano un tutt’uno inscindibile.
    Nel caso dei miti di fondazione il rito rinnovava la protezione degli dei sul popolo cittadino e in particolar modo del dio che ne aveva reso possibile la nascita.
    Il rito con cui veniva celebrato il mito era necessario per la coesione e l’identità della gens e del popolo.
    L’ethos come giustamente evidenzia Lei, non ha il significato di etico, la sua accezione molto diversa, è la disposizione d’animo di un gruppo particolare, una popolazione omogenea che la rende diversa da altre popolazioni.
    Si tratta in pratica di una serie di valori che scandisce l’esistenza di una popolazione, guidandone il cammino nei rapporti con gli altri e verso il raggiungimento dei propri obiettivi.
    Antigone rappresenta gli affetti familiari e non può accettare la giustizia rappresentata dallo zio, Creonte, che in questo caso rappresenta lo stato, che non può scendere a compromessi con la legge.
    Rappresenta il conflitto fra la fredda applicazione della norma e quello che Antigone, come sorella di Polinice ritiene un dovere sociale, dare sepoltura alle spoglie mortali del fratello. In senso più ampio potrebbe intendersi come scontro fra dignità individuale e norma giuridica. Antigone incarna la disobbedienza civile, che peraltro potrebbe portare al caos, all’anarchia, tuttavia la sua figura si eleva per la difesa della dignità dell’uomo, anche se ciò la porterà alla morte. La sua è una scelta in senso socratico, è cosciente delle sue azioni e non si sottrae alla pena.
    Per Antigone la dignità del fratello morto ha un valore
    maggiore rispetto al tradimento e alla ragion di stato.
    In ultima analisi l’uomo moderno ha travisato il rapporto con il sacro non percependo la sua reale essenza.

  2. Fabio Calabrese

    Caro Simola, come al solito, la sua è un’ottima sintesi dei contenuti dell’articolo. Vorrei averne di più di lettori come lei.

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