I testi ritrovati – Fabio Calabrese

I testi ritrovati – Fabio Calabrese

Non è mia intenzione imitare John R. R. Tolkien. Il fatto di presentarvi su “Ereticamente” un articolo sui testi ritrovati dopo quello sui testi perduti, potrebbe sembrare un voler ricalcare le due antologie tolkieniane Racconti perduti e Racconti ritrovati.

Vi assicuro che non è così. Nel mio caso si tratta effettivamente di testi che ho perduto e testi che ho ritrovato.

Nel caso di Tolkien, entrambe le antologie sono state invece assemblate ad opera del figlio Christopher con versioni scartate di quella storia della Terra di Mezzo che aveva già trovato la sua versione definitiva nel volume Il Silmarillion. All’atto pratico, Christopher Tolkien è andato a frugare nel cestino della carta straccia del padre e presentato, con poche varianti, le storie già note ai lettori, un tipo di operazione che, a meno di un interesse maniacale, può essere giustificato soltanto da una speculazione editoriale a tutti i costi sul nome di Tolkien e sulla fama del Signore degli anelli.

Che poi Tolkien vada considerato un “maestro della Tradizione”, come molti sembrano pensare, è una cosa almeno dubbia alla luce delle molte contraddizioni che si riscontrano nella sua figura di uomo e di autore, e che ho messo in rilievo in un articolo di qualche anno fa, sempre sulle pagine di “Ereticamente”, intitolato appunto Tolkien, un maestro della Tradizione?

In generale, come avete visto nella serie di articoli Narrativa fantastica, una rilettura politica, io sostengo la tesi che l’attuale, sfacciata preminenza quasi assoluta di cui gode oggi la narrativa anglosassone nel campo del fantastico e della fantascienza a livello mondiale, non è affatto dovuta a una maggiore propensione degli autori anglosassoni in questi campi, ma unicamente all’egemonia politica a livello planetario di una potenza di lingua inglese, gli Stati Uniti d’America.

Per mostrarvi che ALTRI fantastici avevano potenzialità non dissimili, ho esaminato il fantastico germanico, poi quello italiano e quello francofono, e mi appresto a fare altrettanto con quello iberico e latino-americano (ma al riguardo vi ho già fatto l’esempio del grandissimo Jorge Luis Borges), nonché, più avanti, quello slavo-russo. Soprattutto la Russia che oggi con il pretesto della guerra in Ucraina, si vorrebbe cancellare dalla cultura europea.

Materialmente, a parte i testi di cui vi ho parlato, andati perduti nella formattazione che ho subito nel dicembre 2018, per caso mi è capitato di salvare alcune cose su una penna USB che mi è capitato di ritrovare ultimamente. Si tratta, ve lo dico subito, di ben poca cosa al confronto del materiale andato perduto.

Comincio da qualcosa che non è mio, un brano che avevo conservato come appunto per commentare. Voi ricorderete certamente che ho citato più volte un estratto di un’intervista che il filosofo Massimo Cacciari ha rilasciato al giornalista Maurizio Blondet, e che questi ha riportato nel suo libro Gli Adelphi della dissoluzione. Qui il filosofo evidenziava un concetto importante: l’etica antica, l’ethos precristiano era altra cosa dalla morale come la concepiscono i moderni, non implicava scelte individuali, si nasceva appartenenti a un ethos come si nasceva membri di una polis che era città, stato, Chiesa con le sue divinità.

Ethos che coincideva in definitiva con l’ethnos e implicava precisi comportamenti.

“Il cristianesimo”, diceva Cacciari, “È stato dirompente rispetto a ogni ethos, getta l’uomo nella libertà come un naufrago in un mare in tempesta”. (Qui a questo punto mi permettevo di notare che in realtà di libertà non ne ha portata nessuna, perché essa è stata immediatamente confiscata da coloro che pretendono di essere depositari e interpreti della parola di Dio), e tutta la storia di due millenni di cristianesimo è la storia di una vana ricorsa nel tentativo di colmare la frattura che esso stesso ha provocato.

Si sarebbe tentati di considerare Cacciari un maestro della Tradizione, ma ancor meno di Tolkien, non lo è, anzi da un certo punto di vista non stupisce che abbia scelto di schierarsi politicamente a sinistra. Per comprenderlo, basta leggere l’intervista nella sua integralità. Essa esordisce con una frase sibillina: “Il papa deve smettere di fare il kathekon” (all’epoca di questa intervista, il papa era Giovanni Paolo II).

Cosa significa? Il termine in greco significa “colui (o ciò) che trattiene”, nella concezione cristiana, ciò che impedisce al male di scatenarsi nell’apocalisse finale, che tuttavia, secondo la narrazione evangelica, è una premessa necessaria per il secondo avvento di Cristo. Secondo Cacciari, prima essa avviene, e con essa il rinnovamento dei tempi, meglio è. Siamo, lo si capisce, in una prospettiva nettamente millenaristica.

A uno sguardo superficiale, ciò potrebbe persino sembrare simile ad alcuni concetti tradizionali: l’estremo consumarsi del Kali Yuga e l’inizio di un nuovo ciclo, ma si tratta di una somiglianza ingannevole, infatti, ciò che ci attenderebbe con la parusia, il secondo avvento, non sarebbe il ritorno del Satya, ma la fine del mondo e de tempi. C’è di mezzo la dicotomia mai superata e non superabile fra tempo ciclico della Tradizione, e tempo lineare ebraico-cristiano.

Se per “fare il kathekon” intendiamo la difesa di quel poco di forme tradizionali che, in un modo o nell’altro, è rimasto nel mondo moderno, è chiaro che oggi la Chiesa di Bergoglio, un papa che Cacciari dovrebbe trovare di suo gusto, ha smesso appunto di farlo, e si è pienamente adeguata a tutte le nefandezze della modernità e ai disegni del NWO.

Ma su di un punto il filosofo sbaglia certamente, quando immagina gli odierni cristiani, per la stragrande maggioranza dei quali il cristianesimo stesso è tuttalpiù un vago buonismo, serrarsi nella difesa a oltranza della loro cosiddetta fede.

L’altro frammento recuperato, è una riflessione su alcuni termini mutuati dall’inglese (anche se tradotti, e testimoniano ancora una differenza di lingua ma non di mentalità) che purtroppo sono entrati stabilmente nel linguaggio specie dei nostri giovani: “vincente”, “perdente”, “sfigato”.

State attenti, “vincente” non significa vincitore, che, per abilità o fortuna, ha vinto una competizione o superato qualche prova nella vita, così come “perdente” non è sinonimo di sconfitto. L’uno e l’altro significano predestinato alla vittoria o alla sconfitta.

C’è di mezzo appunto la dottrina calvinista della predestinazione. Secondo l’idea di Calvino, ciascuno sarebbe predestinato da sempre alla beatitudine o alla dannazione eterna, e non può farci niente, tranne cercare in sé i segni del favore o del disfavore divino tramite il successo nella vita.

Con questo escamotage, Calvino è riuscito a capovolgere gli assunti di qualsiasi morale tradizionale: la menzogna, il furto, la sopraffazione, saranno giustificati e benedetti se servono a garantire “il successo”, una mentalità che ha aperto la porta agli aspetti più pirateschi del capitalismo moderno, una morale da squali.

Il panorama religioso degli Stati Uniti è apparentemente molto frammentato in una miriade quasi infinita di Chiese, sette e religioni, ma ciò non deve ingannare, la mentalità di fondo è calvinista.

Quello che vale a livello di singoli vale anche, e a maggior ragione, a livello di collettività. Gli Stati Uniti si percepiscono come una nazione (prescindiamo dal fatto che non sono neppure una nazione, ma un’accozzaglia ibrida) “vincente”, in diritto e in dovere di imporre la sua legge al mondo intero, è la persuasione che essi esprimono nel concetto di “destino manifesto”. Costoro sono sempre convinti di essere dalla parte giusta, “i buoni” in quanto vincitori.

Lo sterminio di milioni di americani nativi, quattro milioni di morti civili in Europa in seguito ai bombardamenti terroristici della seconda guerra mondiale, due olocausti nucleari sul Giappone già arreso, il Vietnam inondato di napalm per essere poi sconfitti dal pigmeo indocinese, trascurabili inezie. Questo concetto di “destino manifesto” è molto simile a quello ebraico di “popolo eletto”, e non è un caso.

Tutto ciò stride totalmente con la tradizione europea, che non solo ammette il valore sfortunato, ma riconosce che a volte può brillare di una luce più fulgida della vittoria. I trecento spartani di Leonida alle Termopili, Kossovo Polje dove la migliore gioventù serba si fece massacrare per sbarrare la strada agli Ottomani, Pozzuolo del Friuli nella prima guerra mondiale, dove dopo il disastro di Caporetto, il Genova cavalleria si immolò fino all’ultimo uomo per permettere all’esercito italiano di ripararsi oltre la linea del Piave, la Folgore a El Alamein, la Tridentina a Nikolaewka, la Charlemagne schierata a difesa di Berlino.

“Mancò la fortuna, non il valore”, questo concetto sarebbe per gli yankee del tutto incomprensibile.

È normale che i reduci di un esercito sconfitto non siano accolti dalla popolazione con lo stesso entusiasmo dei vincitori, ma, ad esempio, i reduci del Vietnam sono stati trattati dalla popolazione americana con autentica, feroce ostilità, colpevoli, facendosi battere dal piccolo Vietnam, di aver distrutto in mito dell’invincibilità americana, ma qualcosa di ancor più clamoroso è avvenuto con l’attentato alle Twin Towers dell’11 settembre 2001. In quella circostanza, in seguito alle esplosioni, scoppiarono diversi incendi nella struttura delle due torri. Diverse persone che si trovavano ai piani alti, si gettarono nel vuoto, preferendo una morte rapida a un’atroce agonia tra le fiamme.

In quell’occasione fu scattata una foto, divenuta poi emblematica della tragedia, di un uomo che precipitava: the falling man.

La foto non è molto chiara, e the falling man non si è potuto mai identificare con certezza, d’altra parte sappiamo che in quel tragico giorno non è stato certo il solo a comportarsi in tal modo.

Ciò non toglie che varie famiglie di vittime delle Twin Towers sospettate di essere the falling man sono state sottoposte dai vicini a feroci atti di ostilità e mobbing, costringendole a cambiare città e a nascondersi dietro identità fasulle.

Capite cosa significa? Un superuomo yankee può ben accettare di morire carbonizzato tra le fiamme, ma non può abbreviare l’agonia suicidandosi. Questa gente con il complesso di Superman è incapace di accettare la normale fragilità umana, o il fatto che il destino (non sempre manifesto) può riservare brutte sorprese anche ai migliori, e che allora si è davvero messi alla prova, non è capace di accettare il fatto che valore e fortuna possono non essere necessariamente congiunti.

Prima o poi, è inevitabile, la fortuna volterà le spalle anche all’impero americano, e allora costoro saranno costretti a dimostrare quale sia il loro vero valore, ma vi posso anticipare già adesso con relativa sicurezza che il giorno che costoro non si trovassero protetti dal guscio di una superiorità tecnologica schiacciante, noi non assisteremmo a nessuna ripetizione delle Termopili, non vi sarebbe alcuna Kossovo Polje, né Pozzuolo del Friuli, né alcuna El Alamein o Nikolaewka.

 

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Categorie: Cultura

Pubblicato da Fabio Calabrese il 11 Luglio 2022

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Ezio Polonara

    Impeccabile, Fabio!

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